Una villa di 230 metri quadrati con piscina, un’intera palazzina, due appartamenti con vista sul mare, alcune case in centro città . Sino a qualche anno fa erano beni della mafia. Boss e affiliati li avevano acquisiti probabilmente con i proventi di attività criminose e in alcuni casi li abitavano, come il boss Michelangelo Alfano a Rodia. Tra qualche mese ospiteranno una colonia per bambini, una casa famiglia e la sede di un’associazione antiracket o antiusura. La linea è stata tracciata dal vicesindaco Franco Mondello che dall’inizio del mandato di questa Amministrazione si è battuto per questa causa, attivandosi in più di un’occasione – di concerto con l’Agenzia del Demanio, direzione Beni confiscati alla criminalità organizzata – per il recupero di numerosi immobili. E lo sforzo di Mondello ha prodotto risultati concreti dal momento che nell’ultimo anno e mezzo sono stati ben otto gli immobili – in passato sequestrati e confiscati – restituiti a Palazzo Zanca. Beni che adesso l’amministrazione comunale gestirà in proprio o metterà a disposizione di associazioni o cooperative per finalità istituzionali o sociali, nel rispetto peraltro dal regolamento comunale approvato dal Consiglio nell’ottobre del 2010, sempre su proposta di Mondello. E così da questa mattina sarà in pubblicazione l’atto con cui si avvia il procedimento in concessione dell’appartamento di via Roosvelt, confiscato a Letterio Sollima. Che secondo l’indirizzo voluto da Palazzo Zanca dovrà essere affidato per sette anni ad associazioni che svolgono attività e progetti che promuovono «la cultura della legalità e dei principi della Costituzione, in opposizione al fenomeno delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, al racket, al pizzo e alle estorsioni». In passato altri beni erano stati destinati alla sede di Telefono amico, ad una sede dei Vigili urbani, al Comando dei Carabinieri e al Centro servizi del III Quartiere, ma adesso l’operazione “legalità ” sta entrando nel vivo. L’amministrazione comunale, infatti, la prossima settimana avvierà il procedimento per la concessione dei tre appartamenti di contrada Campanella a Ortoliuzzo confiscati al “boss” di Villafranca, Santo Sfameni, scomparso recentemente, che verranno destinati a ospitare una Casa famiglia. Sarà un centro destinato all’accoglienza di soggetti disagiati, donne vittime di violenza, tratta e sfruttamento. Ancora più ambizioso il progetto sulla villa di Michelangelo Alfano. Tra le ipotesi al vaglio dell’Amministrazione la più accreditata è quella che prevede la destinazione dei 230 metri quadrati di Rodia a colonia estiva per i figli minori (di età tra i 6 e gli 11 anni) dei detenuti. Si tratterebbe di un’iniziativa fortemente simbolica poiché renderebbe fruibile a soggetti in condizione di forte disagio sociale una struttura estiva completa di servizi accessori. All’iniziativa ricreativa si potrebbero affiancare azioni di formazione legate alla sicurezza, alla legalità ed all’educazione civica prevedendo le devianze minorili e sviluppando un senso di appartenenza alle Istituzioni che difficilmente i minori si vedrebbero indotto dalle famiglie. Una scommessa che adesso tutti vogliono vincere. MAURO CUCE’ - GDS
Mondello: «Possiamo essere orgogliosi per il lavoro fatto»
«Non è stato affatto semplice, ma stiamo superando tutti gli ostacoli e ormai ci siamo quasi. È un momento importante, credo che questa Amministrazione possa essere davvero orgogliosa per quello che si sta realizzando in questo campo». Il vicesindaco e assessore al Patrimonio, Franco Mondello, ha appena firmato gli ultimi documenti. Da questa mattina, se non ci saranno contrattempi, sarà in pubblicazione il provvedimento che prevede la concessione in uso di un appartamento di via Roosvelt confiscato a Sollima, che presto verrà dato ad un’associazione che si occupa di racket o di usura. «È la finalità che abbiamo deciso – conferma Mondello – da oggi pubblicheremo il bando e a quel punto aspettiamo il progetto migliorativo da parte delle associazioni. A quel punto la commissione deciderà a chi assegnarla e quindi passeremo alla consegna per sette anni. Vogliamo far sentire forte il sostegno dell’Amministrazione a chi si occupa di usura e racket e al contempo vogliamo favorire percorsi che portino gli imprenditori a denunciare i loro aguzzini. E la prossima settimana pubblicheremo quello che riguarda le abitazioni di Sfameni ad Acqualadrone che ospiteranno una Casa famiglia. Peraltro, questi alloggi dopo la consegna a Palazzo Zanca erano stati occupati abusivamente da alcune persone. Due settimane fa i vigili urbani hanno effettuato lo sgombero e adesso sono di nuovo a disposizione dell’Amministrazione».(m.c.)
Stipendi in ritardi, azienda allo sfascio e in bilico tra sopravvivenza e liquidazione, proteste e, da ultimo, 49 condanne di lavoratori e sindacalisti per interruzione di pubblico servizio: all’Atm si sentono accerchiati. Le ragioni della protesta si scontrano con i diritti dell’utenza: quale mediazione è possibile? Tra afflizioni, appelli, e un’ammissione di non poco conto: sì, all’Atm è stato trovato spazio a «galoppini politico-sindacali». Non è affermazione che può passare inosservata, che però va calata in un contesto più ampio. È quello costruito dall’Orsa, a firma del segretario regionale Mariano Massaro, in una lettera al prefetto Alecci. Molteplici gli spunti d’analisi. «Il prefetto ha contezza dell’incandescente vicenda che da anni infiamma gli animi dei dipendenti Atm, periodiche manifestazioni spontanee si susseguono per segnalare alle istituzioni l’assenza di stipendi che spesso si protrae oltre i limiti del concepibile, costringendo i lavoratori a reperire altrove il necessario per il sostentamento delle famiglie. I responsabili dell’incresciosa vicenda sono spesso individuati fra i lavoratori che giunti al limite del sopportabile si riversano in piazza, trascinati da frustrazione indotta dall’atteggiamento delle istituzioni competenti». «Siamo certi che fra i 620 dipendenti dell’Atm esiste una sparuta minoranza di galoppini politico-sindacali che hanno usufruito delle becere dinamiche clientelari più volte denunciate, ma ciò non toglie che la stragrande maggioranza dai lavoratori sia gente perbene sottoposta alla gestione sommaria dell’azienda e alle manovre di una politica disorientata che dopo anni di sperpero di risorse, gestioni allegre ed effimeri commissariamenti, non sa più come contenere l’enorme falla economica creatasi. Il paradosso si concretizza allorquando i veri responsabili del fallimento dell’azienda si rivolgono alle forze dell’ordine per denunciare le “escandescenze” dei lavoratori, in buona sintesi coloro che avrebbero mille motivi per temere la legge si rivolgono a questa per contenere l’esasperazione dei lavoratori». «Signor prefetto», scrive l’Orsa, «quando mancano i generi di prima necessità la gente va in piazza e nessun sindacato “responsabile” ha gli strumenti per contenere la protesta: 49 condanne in contumacia fra lavoratori e sindacalisti per “interruzione di pubblico servizio” sono state rese note dalla stampa, nulla da eccepire, chi ha sbagliato pagherà , chi si sente vittima di errore giudiziario avrà modo di esporre le proprie ragioni nelle sedi opportune; e gli altri? I veri responsabili dello sfascio continueranno a vivere tranquillamente? Gli oltre 50 milioni di inspiegabile debito pubblico li pagheranno i cittadini? Sembra proprio questo l’orientamento dell’Amministrazione, la delibera attualmente in discussione in Consiglio prevede la liquidazione dell’Atm e la creazione di una Spa su cui dirottare la parte produttiva dell’azienda, con la possibilità di esternalizzare verso ulteriori “privati” i servizi remunerativi. Il debito, manco a dirlo, tutto a carico dei cittadini. Noi non ci stiamo!». «Se i lavoratori ridotti alla fame», si prosegue, «sono stati condannati per aver denunciato con veemenza il loro disagio, è il momento di riequilibrare la bilancia della giustizia con le condanne di coloro che non pagano mai, la città ha il diritto di sapere il motivo per cui il Comune da anni boccia i bilanci Atm che per legge andrebbero ripianati. Se i bilanci sono falsi l’Amministrazione ha il dovere di denunciare i vertici aziendali, se invece sono bilanci plausibili il Comune, per legge, deve colmare le perdite di esercizio». In realtà «si ha la sensazione di una manovra auto-protettiva che attraverso la liquidazione dell’ormai ingombrante Atm tenta di dare il clamoroso colpo di spugna che salverebbe tutti, tranne i lavoratori. L’interruzione di pubblico servizio non si concretizza solo quando qualche lavoratore “indisciplinato” posiziona un cassonetto all’ingresso dell’azienda, il vero illecito va ricercato nell’inesistente parco macchine composto da pochi mezzi vetusti che spesso vanno in servizio oltre i limiti della sicurezza; l’interruzione del servizio va imputata a coloro che pretendono le prestazioni lavorative senza essere nelle condizioni di erogare i corrispettivi stipendi! A quale datore di lavoro sarebbe consentito di mantenere la produzione senza pagare il costo del lavoro?». L’Orsa conclude comunicando al dott. Alecci «che attualmente i lavoratori Atm attendono il pagamento della tredicesima mensilità e degli stipendi relativi a dicembre e gennaio, le notizie di merito che giungono dal Comune e dalla Regione non sono confortanti e i lavoratori hanno esaurito da tempo i risparmi e le forme alternative». Anche da qui la richiesta di un intervento prefettizio che a tutela dell’ordine pubblico convochi Regione, Comune, azienda e sindacati per la ricerca delle soluzioni.(fr.ce.)

I pm di Palermo che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia hanno sentito ieri a Roma, l’ex segretario della Democrazia Cristiana Arnaldo Forlani. Al politico i magistrati hanno chiesto chiarimenti sulla sostituzione, decisa improvvisamente alla vigilia del rimpasto di governo dopo la strage di Capaci, del ministro dell’Interno dell’epoca Vincenzo Scotti. Scotti, a cui era stata garantita la permanenza al Viminale, venne incaricato di dirigere il dicastero degli Esteri, mentre al suo posto all’Interno venne nominato Antonio Mancino. Forlani, come l’ex presidente dc Ciriaco De Mita, sentito le scorse settimane, ha ricondotto a ragioni politiche la sostituzione di Scotti. L’ avvicendamento sarebbe stato poco chiaro allo stesso Scotti, che la settimana scorsa ha deposto al processo per favoreggiamento alla mafia al generale dei carabinieri Mario Mori. Per la Procura dietro la sostituzione potrebbe esserci stata la necessità di togliere la guida del Viminale a un personaggio che, con misure come il carcere duro, aveva lanciato segnali duri alla criminalità organizzata. E che tra l’altro aveva preannunciato la stagione delle stragi da parte di Cosa nostra. DA GDS

MAURIZIO RUSSO CON LA MOGLIE
Il giallo sulla morte di Maurizio Russo verso una svolta. Sulla tragica fine dell’imprenditore taorminese, scomparso il 24 marzo dell’anno scorso e poi trovato privo di vita nelle campagne catanesi 28 giorni dopo, è incappata la Procura di Marsala. Al centro dell’attività investigativa ci sarebbero vicende connesse ai lavori di completamento dell’ex Collegio dei Gesuiti da adibire a servizi culturali, a Salemi. L’appalto se lo aggiudicò con contratto registrato a Castelvetrano il 19 marzo del 2010 l’impresa di Russo, la “Ma.Ru. Costruzioni”. La Procura di Marsala (che ovviamente può compiere solo atti urgenti sull’inchiesta concernentela strana morte di Russo poichè la competenza è della Procura etnea), sta indagando su quell’appalto. Titolare dell’inchiesta è il sostituto procuratore Dino Petralia, magistrato palermitano già componente del Csm, uno dei pm che sta coordinando la caccia al boss Matteo Messina Denaro. C’è ancora il più stretto riserbo su quanto è emerso, ma, come detto, il filone principale dell’inchiesta grava su Salemi, dove il 25 febbraio 2010 furono consegnati a Maurizio Russo lavori per complessivi 755 mila euro. Russo, un onesto imprenditore, potrebbe aver “pestato i piedi” a qualcuno. I lavori che si era aggiudicati la “Ma.Ru.” a Salemi erano una parte dell’ampio piano di ristrutturazione dell’ex Collegio dei Gesuiti, dove si dovrebbe realizzare un Polo Museale. Polo che dovrebbe ospitare i musei della mafia, del paesaggio e del risorgimento. Maurizio e la moglie Loredana erano una coppia felice: eppure, nell’ultimo periodo, l’imprenditore appariva teso e preoccupato. Si sentiva sotto pressione. Il 14 gennaio scorso è stata sentita Loredana su quell’ansia che divorava il marito. Alla presenza dei carabinieri di Taormina, sarebbero stati ascoltati dal dott. Petralia, come persone informate dei fatti, Nunzio Corvaia (assessore del Comune di Taormina) e Cesare Tajana (attuale commissario liquidatore all’Asm di Taormina), che avevano entrambi stretti rapporti con Russo. Tajana si è occupato in questi anni della consulenza finanziaria alla “Ma.Ru. Costruzioni”, l’impresa con sede legale presso il suo studio commercialistico. E come persona informata dei fatti sarebbe stato inoltre ascoltato dal magistrato il geom. Sebastiano Vecchio, consulente di Russo nelle gare d’appalto alle quali partecipava la “Ma.Ru”. In questi mesi i carabinieri di Taormina non si sono fermati e si stanno muovendo a 360 gradi per accertare la verità sull’ultimo scorcio di vita di Russo. Il corpo dell’imprenditore venne rinvenuto da un contadino in uno sperduto podere nel territorio di Randazzo, impiccato a un albero. La vittima aveva nelle tasche dei pantaloni due biglietti manoscritti, uno dei quali era lo straziante addio alla moglie. Nell’altro foglietto si celerebbe la chiave dell’enigma: lì Maurizio ha lasciato alcune indicazioni, nomi e fatti. C’erano inoltre numerose anomalie sulla scena del ritrovamento ma l’esame autoptico ha escluso l’ipotesi di un omicidio. Tuttavia, restano molte ombre. I pm hanno acquisito anche i risultati degli accertamenti scientifici eseguiti dal Ris di Messina sui reperti presenti nel podere, tra i quali oltre 20 cicche di sigaretta (alcune a filtro giallo, del genere che fumava Maurizio, e altre a filtro bianco, che lui non fumava mai), un sigaro toscano e un blister di farmaco per diabetici. I mozziconi e gli altri oggetti erano al suolo, e tutti in una ristretta zona del podere di contrada Pirao. Emanuele Cammaroto - GDS

È ancora sul tavolo la questione del referendum consultivo relativo al nuovo elettrodotto Terna a 380 Kv. Dal segretario comunale Giuseppa Silvana Puglisi arriva una nota con l’integrazione degli atti riguardanti l’indizione della consultazione referendaria indirizzata al sindaco Sciotto e al responsabile del procedimento. Per la quale, in conclusione, «la complessità della problematica evidenziata suggerisce l’opportunità di acquisire in merito un parere dell’assessorato regionale delle Autonomie locali e della funzione pubblica». Oltre a passare in rassegna infatti quanto compiuto finora dai diversi soggetti aventi titolo e interessati allo scopo di indire il referendum, la Puglisi ha rilevato che, in ordine alla competenza alla indizione, questa potrebbe riguardare l’Unione “Trinacria del Tirreno”, visto «che ai sensi dell’articolo 6 dello Statuto dell’Unione la materia relativa alla salvaguardia ambientale, nonché le iniziative ed interventi di rilevanza sovracomunale nel settore ambientale, sono state trasferite a quest’ultimo ente». Allo stesso modo, viene fatto presente che alcuni consiglieri dell’Unione hanno presentato una mozione, non discussa, con la quale si dà mandato «al presidente ed alla giunta dell’Unione di assumere ogni idonea iniziativa ed azione a salvaguardia degli interessi istituzionali dell’Unione, affinchè vengano rese nulle o annullate in auto-tutela tutte le deliberazioni dei singoli comuni riguardanti materie di esclusiva pertinenza dell’Unione e, nel contempo, di intraprendere urgentemente ogni opportuno provvedimento nell’interesse di tutti i Comuni aderenti all’Unione avuto riguardo alla salvaguardia dell’ambiente». Sul trasferimento di competenze dai Comuni all’Unione, secondo quanto scrive la Puglisi, «è stata, inoltre, presentata una relazione dall’esperto del presidente dell’Unione». Per di più, in virtù dei soli articoli 38 e 39 dello statuto comunale che disciplinano il referendum comunale, quest’ultimo, potendo riguardare solo argomenti relativi a «materie di esclusiva competenza locale e di interesse per l’intero territorio comunale», c’è il riferimento ad «un organo imparziale e di provata competenza che possa valutare l’ammissibilità del referendum al fine di assicurarne il corretto svolgimento». Fondamentale risulta infine l’adozione di un apposito regolamento per l’organizzazione ed il corretto svolgimento nella fase successiva delle operazioni. Insomma, il referendum, sempre che si celebri, è ancora lontano. Restano infatti alcuni nodi da sciogliere. Ma quanto meno si esca al più presto dal guado. Emanuela Fiore - GDS
Non c’è pace in casa Atm. La vicenda generale di un’azienda allo sfascio è ormai ben nota e la sua complessità è fin troppo vasta. Della condanna di ben 49 tra dipendenti e sindacalisti per interruzione di pubblico servizio abbiamo già scritto e riferiamo a parte le relative reazioni. La nuova “bomba” riguarda un volantino anonimo che da qualche giorno circola nei corridoi dell’azienda e che contiene informazioni molto dettagliate su provvedimenti assunti in questi anni e che giustificherebbero, secondo chi ha scritto il volantino, un aggettivo pesantissimo ribadito più volte: mafiosa. Così viene definita la gestione del personale e di fare mafioso si parla in tutti i passaggi del volantino. «Fare mafioso, per quanto mi riguarda, è far circolare un volantino che per il 70 per cento contiene informazioni senza alcun riscontro», è la replica dura del direttore generale dell’Atm Claudio Conte, finito nelle scorse settimane nel calderone dell’inchiesta che ha investito i vertici dell’azienda. Nel volantino si prende di mira la gestione del personale dell’Atm, a partire dal fatto che viene percepito, di fatto, uno stipendio ogni tre mesi. Quindi vengono fatti alcuni esempi: il distacco, voluto con delibera commissariale, di un’autista donna negli uffici amministrativi; la chiusura di contenziosi per mansioni superiori «solo ai compari di merenda»; la nomina di pensionati come esperti con costi esosi per l’azienda; la sostituzione di un parametro 250 con un contrattista quinquennale assegnandogli la carica di responsabile alla sicurezza, tolta a sua volta dal direttore generale; il «regalare» una promozione con delibera commissariale a un autista con dieci anni di anzianità e dargli la mansione di coordinatore alla mobilità ; il distacco di alcuni autisti ad altre mansioni; la spesa di circa 100 mila euro per dare mandato a un’azienda di Milano di sviluppare il fabbisogno organico e il relativo regolamento delle progressioni di carriera «mai attuate»; il distacco di autisti del tram per svolgere mansioni superiori con relativa differenza paga; il distacco di ben 5 autisti per svolgere mansioni di dirigente quando basterebbe un concorso interno; la gestione di turni di lavoro, cambi turni, cambi di riposi settimanali, festività . Nel mirino anche il sindacato, «complice di tutte le malefatte di chi gestisce e continua a gestire l’azienda». Accuse gravissime che, secondo il consigliere Udc della terza Circoscrizione Libero Gioveni – che ha di fatto reso pubblico il volantino –, richiederebbero «l’avvio urgente di un’indagine interna che riesca a fare chiarezza e che soprattutto accerti eventuali responsabilità ». Dura anche la reazione del dg dell’Atm Conte: «Solo alcune di queste notizie sono vere, ma hanno tutte delle motivazioni. Sulle delibere commissariali non ho contezza. Le transazioni di contenziosi sono state pochissime, si contano, in dieci anni, sulle dita di una sola mano. Incarichi a pensionati? Un anno fa fu dato al vecchio capo dell’ufficio ragioneria, ma solo per un paio di mesi e per un passaggio di consegne. L’assegnazione di un contrattista alla carica di responsabile alla sicurezza è stata temporanea, per sole tre settimane». E ancora: «Non ho mai distaccato autisti, con la fame di personale di questo tipo che abbiamo non avrebbe senso. Sui cinque autisti chiamati a svolgere mansioni di dirigente: è vero, ma siamo stati costretti a farlo coi più anziani perché purtroppo, senza concorsi, dovevamo tamponare delle falle e questo era l’unico modo per farlo. I cambi turni? Vengono chiesti dal personale, come in qualsiasi azienda, e se vengono concessi e per venire loro incontro. Insomma, spesso certi provvedimenti vengono considerati “premi”, quando invece sono l’esatto contrario. Viene dato credito a un volantino, ancora fango… Non capisco, ma mi adeguo». Intanto il commissario dell’Atm Santi Alligo ha chiesto a Conte una relazione su alcuni recenti ordini di servizio. Serve chiarezza, all’Atm. E invece emergono sempre e solo veleni. Sebastiano Caspanello - GDS