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AFGHANISTAN: OFFENSIVA OCCIDENTALE E SANGUE CIVILE

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Gli uomini delle compagnie Alpha e Bravo del 24° corpo di spedizione dei Marines sono veterani dell`Iraq. Hanno combattuto per mesi nella provincia di Al Anbar, il cuore del cosiddetto ‘Triangolo Sunnita`, oggi considerato ‘pacificato` dalle truppe d`occupazione Usa.Terminato il lavoro, questi professionisti della guerra sono stati mandati in quello che oggi il Pentagono considera il vero fronte caldo della ‘guerra globale al terrorismo`: l`Afghanistan. Sono arrivati in 2.300 dopo una breve pausa in North Carolina. La loro missione afgana, sotto comando Isaf-Nato, durerà  sette mesi e ha come obiettivo la riconquista delle roccaforti talebane nel sud dell`Afghnaistan.
Azada Wosa. Dopo un mese di preparazione e pianificazione, lunedì i Marines del 24° sono entrati in azione assieme a migliaia di soldati britannici e afgani nella provincia meridionale di Helmand. Si tratta della maggiore offensiva in questa regione dalla battaglia per la riconquista della roccaforte talebana di Musa Qala dello scorso dicembre. Questa volta, l`obiettivo è prendere il controllo militare di un altro importante bastione talebano: Garmsir, una città -mercato circondata da piantagioni di papavero da oppio e più fuori dal Dasht-i-Margo, il Deserto della Morte. Si trova una sessantina di chilometri a sud di Lashkargah, lungo il corso del fiume Helmand. Il nome in codice di questa offensiva è Azada Wosa, che nella lingua dei pashtun significa ‘Siate Liberi`.
L`attacco. La vera e propria offensiva è scattata ieri, prima dell`alba. Colonne di blindati veloci sono arrivate via terra da ovest, dall`avamposto britannico di Dwyer, quello dov`era andato a giocare alla guerra il principino Harry. Contemporaneamente, uno stormo di grandi elicotteri Usa da trasporto truppe decollati da Kandahar ha sorvolato a bassa quota il deserto a est di Garmsir, scaricando nelle vicinanze centinaia e centinaia di marines armati fino ai denti. Avanzando tra i campi di papavero i soldati statunitensi, britannici e afgani si sono avvicinati ai bordi della città , rispondendo al fuoco difensivo dei talebani con lanciarazzi e artiglieria. Sono immediatamente intervenuti i jet e gli elicotteri alleati, bombardando gli edifici di periferia da cui partiva il fuoco nemico.
`Nessuna vittima`. La battaglia è proseguita per tutta la giornata, al termine della quale il comando Isaf-Nato ha dichiarato che Garmsir era stata riconquistata senza perdite da parte alleata. Nulla si sa sul numero di talebani uccisi. Riguardo ai civili afgani, i comandanti rassicurano che `la città  era praticamente deserta perché la popolazione era fuggita da tempo`. Ma allora da dove è saltato fuori il bambino afgano di 11 anni di cui parlano tutte le agenzie di stampa, `ferito durante la battaglia da un razzo lanciato dai talebani` e amorevolmente soccorso dai soldati britannici `che lo hanno immediatamente portato in elicottero alla loro base dov`è stato sottoposto a intervento chirurgico`? Anche Musa Qala, secondo la Nato, era deserta. Ma poi è venuto fuori che i civili c`erano, e a decine sono morti sotto le bombe dei ‘liberatori`.

Esce oggi un saggio-testimonianza di Luigi Manconi. Un«´idea del terrorismo della violenza

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È un tema rimosso, ricacciato nel fondo delle coscienze, liquidato soprattutto da coloro che ne furono corresponsabili. Forse una parte di sé inconfessabile, un vissuto tortuoso con il quale si fanno i conti privatamente, più difficile farne diario in pubblico, specie quando si ricoprono ruoli di responsabilità . È quel sentimento di prossimità  al terrorismo che negli anni Settanta spinse parte del movimento e dell´opinione pubblica - se non ad aderire - a comprendere e giustificare il brigatismo rosso, una zona grigia impastata - se non di atti direttamente violenti - d´un´idea sbagliata di “violenza giusta”. Il merito di questo nuovo libro di Luigi Manconi - Terroristi italiani. Le Brigate Rosse e la guerra totale 1970-2008 - è proprio quello di strappare il velo di reticenze che nel tempo è andato ispessendosi sul furore dei Settanta, anche se il taglio interpretativo e la proposta politica non mancheranno di far discutere (Rizzoli, pagg. 186, euro 18,50). Tanto più significativo appare l´intervento di Manconi, senatore dell´Ulivo per due legislature e sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo Prodi, quanto più colpisce a destra l´afasia di coloro i quali in quegli stessi anni civettarono con la violenza o ne furono rabbiosi artefici, una promiscuità  mai dibattuta tra i dirigenti postfascisti di Alleanza Nazionale. Altalenante tra saggio sociologico e testimonianza, la riflessione di Manconi appare segnata dal vissuto dell´autore, professore di Sociologia dei fenomeni politici presso l´Università  Iulm di Milano e responsabile del servizio d´ordine di Lotta Continua nella stagione in cui venne ucciso Luigi Calabresi. Sull´approccio scientifico dei primi capitoli prevale ben presto l´autobiografia, con l´adozione della prima persona plurale e un´intonazione che non è certo rivendicativa ` come potrebbe esserlo? ` ma neppure sconfessione nitida, piuttosto un´accettazione “compassionevole” e “non indulgente” della propria personale dissociazione tra la vita di allora e quella di oggi. Quel che ne scaturisce ` forse al di là  delle stesse intenzioni dell´autore ` è un saggio di riscatto generazionale, sintetizzabile nella massima di Joschka Fischer, l´ex ministro tedesco finito sotto accusa per aver ospitato in casa negli anni Settanta terroristi armati della Raf (inchiesta conclusa con un´archiviazione): «Questa è la mia biografia, questo sono io. Senza di essa sarei qualcun altro (e non mi piacerebbe per nulla)». Con quali costi per la collettività  è sottinteso.
La tesi del libro è che il terrorismo sia tuttora dentro la società  italiana, seppure in dimensioni assai ridotte e in condizioni diversificate rispetto alla matrice brigatista di quarant´anni fa. In nessun´altra democrazia occidentale il fenomeno è durato così a lungo, con tale intensità  di potenza militare e con altrettante vittime. Questa offerta terroristica che corre ancora sottotraccia presenta significativi elementi di continuità  rispetto alle vecchie Br, anche grazie al persistere di subculture di sinistra e di un alto tasso di ideologizzazione del senso comune che induce perfino le tifoserie calcistiche a ricavare simboli e legittimità  dai codici della politica. Compito delle classi dirigenti è disinnescare “questa indistinta disponibilità  alla violenza” intervenendo là  dove prevalgono l´esclusione e la precarietà  de lavoro. Ma accanto a questo c´è un altro lavoro da compiere, forse ancora più arduo: fare definitivamente i conti con gli anni di piombo, con quello “scialo di morte” che trentacinque anni fa precipitò nella notte la democrazia italiana. Una riflessione mancata, impedita da reticenze o semplificazioni, paure e ipocrisie. Un bilancio difficile e doloroso, al quale ha contribuito di recente l´importante libro di Mario Calabresi, accolto dall´autore come un notevole passo in avanti nella “testimonianza civile” e nel “monito morale”. «Alla tragedia del terrorismo», scrive Manconi, «s´è sommata la tragedia culturale dell´incapacità  di “comprenderlo” e “pensarlo”». Forse anche di assumersene la responsabilità . In Terroristi italiani Manconi si fa carico della sua parte, quella della generazione che è approdata alla democrazia attraverso un tirocinio assai poco democratico. Spietate ed efficaci le pagine in cui viene descritta l´euforia collettiva che al principio degli anni Settanta azzerò ogni forma di ritrosia morale e autocontrollo, l´impetuosa scelta della violenza come forma di lotta, l´adozione di modelli marziali e virilisti, l´icona di Che Guevara e dell´epopea guerrigliera declinata con il gappismo resistenziale, quel mito della Resistenza tradita denunziato di recente dal presidente Napolitano. «Com´è potuto accadere che per migliaia di giovani uomini e donne», si domanda Manconi, «sia venuto meno il principio della intangibilità  della vita umana?». Eppure quel valore assoluto venne sciaguratamente ridimensionato, la “violenza giusta” teorizzata e spesso praticata, la violazione della legge sempre legittimata. Ma era proprio necessario che andasse così? Secondo la storica Anna Bravo, ex militante di Lotta Continua ed autrice di A colpi di cuore, le cose potevano andare anche diversamente. La violenza fu una scelta, non il risultato di un processo ineludibile. Fu una scelta di pochi, accecati da una tradizione combattentista maschile. Manconi non evita il confronto con la propria storia complicata. «In quegli anni», scrive, «militai nell´organizzazione Lotta Continua: conobbi direttamente, e direttamente ne feci esperienza e ne fui corresponsabile, quell´intreccio tra mezzi legali, extralegali e illegali, e quel crinale tra uso della forza a carattere difensivo e uso della forza con finalità  offensiva. A distanza di quasi quarant´anni, la cosa mi viene frequentemente ricordata e rimproverata. Nello stesso periodo scrissi e discussi con altri militanti un articolo, torvo fino all´idiozia e sostanzialmente filoterroristico, pubblicato sui Quaderni Piacentini con la firma parzialmente pseudonimica. Anche questo a distanza di decenni mi viene ricordato con solerzia. Non me ne lamento affatto. Lo ritengo inevitabile». Ma fino a quando? Fino a quando, insiste Manconi, saremo costretti a dar conto di queste nostre “parole ignobili”? E in un paragone un po´ troppo disinvolto, raffronta la sua generazione ai ventenni che sotto Mussolini scrivevano parole filofasciste: anche loro ripetutamente costretti a giustificarsi. L´accostamento non regge, ma restituisce lo stato d´animo dell´autore, come incalzato da una richiesta estenuante di confessione e pentimento. Da qui “la chiamata in correità ” nei confronti d´una zona dell´opinione pubblica che in quegli infiammati anni affiancò Lotta Continua nella sciagurata campagna contro il commissario Calabresi. Ecco sfilare i più bei nomi del diritto e della filosofia, dell´editoria e della letteratura, Manconi pesca a piene mani dagli appelli contro “il torturatore di Pinelli”, “non per rivalsa” ma per restituire lo spirito del tempo. Un comune sentire, un “Maelstrom esistenziale-culturale” che finisce per legittimare la violenza e nel quale vengono risucchiati gruppi sociali e ambienti intellettuali, non estesi ma culturalmente egemoni. Tutti - sembra dire Manconi - tutti pur con responsabilità  diverse dobbiamo fare i conti con quella stagione. La reticenza ` è la tesi di Terroristi italiani ` non annida solo nelle zone di complicità  morale con le azioni terroristiche. È anche di chi non ha voluto riflettere «sul tema della violenza in alcune tradizioni politiche culturali, da quella marxista alla cattolica all´azionista». A questa “mancata esplorazione sulla violenza rivoluzionaria” Manconi affianca la “mancata esplorazione sulla violenza reazionaria”. La definitiva resa dei conti appare ostacolata soprattutto da quella parte di classe dirigente che non si è assunta la responsabilità  politico-morale dei comportamenti dello Stato nel torbido decennio dei Settanta. Dalla madre di tutte le stragi Piazza Fontana, tuttora senza colpevoli, alle carneficine successive, le istituzioni sono apparse sideralmente distanti e ostili, minacciate da aspiranti golpisti, colpevoli di depistaggi e mancate verità . Se prima non si riconoscono queste ombre e incompiutezze - è la chiave più condivisibile di Manconi - sembra difficile voltar pagina. Quel che in fondo auspica Terroristi italiani è una sorta di “pacificazione nazionale”, “una prescrizione politica del passato”, nel “presupposto ineludibile della tutela delle vittime e dell´accertamento giudiziario delle responsabilità ”. Un´operazione-verità  alla quale possano partecipare tutti, vittime e terroristi, senza esclusioni di sorta. Come in tutte le guerre, commenta Manconi, l´epilogo si suggella con “la restituzione dei prigionieri”. Prevale qui verso i detenuti politici la cifra simpatetica, incalzano gli interrogativi se l´esperienza del male sia un passaggio necessario per operare nel bene. Forse sono queste le pagine meno convincenti di tutto il volume, che danno come acquisita la categoria di “guerra civile simulata”. Una percezione bellica che stava nella testa di chi sparava, non in chi rimaneva sul selciato, disarmato e senza vita.

L`INCHIESTA CHE FA TREMARE I POLITICI DI MESSINA: Prg, chiesta l`archiviazione per 25 indagati

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Venticinque richieste di archiviazione depositate all`Ufficio gip. Ecco la novità  per “l`inchiesta delle inchieste”, quella sulla gestione trentennale del Piano regolatore generale di Messina. I sostituti procuratori Angelo Cavallo e Giuseppe Farinella, dopo aver studiato a lungo i numerosi faldoni che sono agli atti dell`inchiesta, hanno ritenuto che in alcuni casi non c`erano gli elementi per andare avanti nell`azione penale. Adesso le “conclusioni” cui sono giunti i due magistrati del pool pubblica amministrazione della Procura dovranno essere valutate dal gip. LE RICHIESTE DI ARCHIVIAZIONE - Per il momento c`è da registrare quindi una richiesta di archiviazione da parte della Procura nei confronti di personaggi noti e meno noti tra politici, amministratori pubblici, funzionari, avvocati, costruttori e professionisti cittadini. Si tratta di Pietro Guerrera Repici, Antonino Pinzone, Pietro Currò, Giuseppe Currò, Pasquale Saverio Colao, Giuseppe Astone, Giuseppe Campione, Antonino Versaci, “Costa maresciallo non generalizzato”, Carlo Borella, Antonello Giostra, Alessio Passaniti, Salvatore Rizzo, Giovanni D`Andrea, Maurizio Falzea, Giampaolo Nicocia, Santino Pagano, Antonino Giuliano (si tratta del superpentito “Alfa”), Francesco Boncoddo, Andrea Lo Castro, “maresciallo Minutoli non generalizzato”, Giuseppe Umberto Morgante, Letterio Silipigni, Francantonio Genovese e Pietro Carmelo Ricciardi. Nei confronti di queste venticinque persone iscritte inizialmente nel registro degli indagati in teoria la “storia” potrebbe chiudersi qui, ma c`è ancora da considerare l`eventualità  di un approfondimento d`indagine che potrebbe essere deciso dal gip, con la restituzione degli atti al pm. L`INCHIESTA -  Inizialmente in questa maxi inchiesta, una delle più importanti degli ultimi anni, aperta dalla Procura peloritana nella seconda metà  del 2005, furono indagate sessantaquattro persone: molti nomi di primissimo piano tra politici della Prima Repubblica e amministratori pubblici per lungo tempo “seduti” a Palazzo Zanca. Nella lista dei nomi c`erano anche quelli dell`ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro e dell`imprenditore palermitano della sanità  Michele Aiello. E poi costruttori, ingegneri, architetti, imprenditori, avvocati e funzionari comunali. Al centro di tutto un argomento ben preciso con le sue varie “derivazioni”: il Prg, i procedimenti amministrativi di rilascio delle concessioni edilizie, le approvazioni dei piani-quadro, i controlli messi in atto dalla pubblica amministrazione su tutta la materia edilizia cittadina. A gestire l`inchiesta in questi anni il sostituto della Direzione distrettuale antimafia Rosa Raffa e i colleghi della Procura ordinaria Angelo Cavallo e Giuseppe Farinella. Sono loro che hanno raccolto, nel corso di lunghe sedute di verbalizzazione, le dichiarazioni della “gola profonda” di quest`inchiesta, il superteste “Alfa”, alias l`imprenditore messinese Antonino Giuliano. È lui che ha raccontato ai tre magistrati della Procura peloritana una serie di fatti, facendo nomi e cognomi di parecchie persone, in questo caso tutte gravitanti nel mondo dell`edilizia pubblica e privata in città , sia pure nei rispettivi ruoli professionali. E proprio dalle dichiarazioni di Giuliano è nata l`inchiesta “Oro Grigio”, uno dei tronconi principali degli accertamenti della Procura sul Prg, che secondo le indagini ha portato alla luce un giro di “mazzette” per il programma edilizio del torrente Trapani, al complesso “Green Park”. L`elenco di reati che venivano contestati inizialmente agli indagati era parecchio lungo: dall`associazione a delinquere all`usura, dall`estorsione al peculato, dal falso all`abuso d`ufficio, dalla corruzione alla concussione, dalla turbativa d`asta alla ricettazione, compreso il voto di scambio. Gli accertamenti avviati dalla magistratura in questa inchiesta esaminano un arco temporale che parte dal 2000 e si spinge sino ai giorni nostri. Ma l`inchiesta non è comunque da considerarsi conclusa. Questo delle richieste di archiviazione per 25 indagati è da considerarsi soltanto uno dei tanti passaggi processuali. È troppo grande la mole di accertamenti da effettuare per riscontrare le dichiarazioni di Giuliano. Da tempo la Procura ha fornito un`ampia delega d`indagine alla squadra mobile, per il sequestro e l`acquisizione in copia di una impressionante mole di atti nei vari uffici comunali interessati all`indagine; attività  che probabilmente non si è ancora conclusa. Non è certo facile. Bisogna indagare su decenni di “sacco edilizio”, di colline sventrate, di colate cementizie.
In sintesi - In questa inchiesta bisogna considerare due tronconi: uno precedente, aperto il 21 luglio 2005, che ha riguardato una serie di reati singoli, contestati a più persone non collegate tra loro; uno successivo, aperto il 3 marzo 2006, che ha riguardato la contestazione di un`associazione a delinquere formata secondo l`accusa solo da alcuni indagati del primo troncone. Si occupa di quasi dieci anni di gestione del Piano regolatore generale e vedeva inizialmente indagate 64 persone tra politici, amministratori, costruttori, ingegneri, architetti, imprenditori, avvocati, funzionari comunali e manager sanitari.

I CORVI DELLO STRETTO: Lettere anonime, indagati PICCIOLO e CURCIO!

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È una storia di lettere anonime. Alla messinese. I “corvi” non mancano nemmeno dalle nostre parti. E in questo caso ad essere presi di mira, nei mesi scorsi, sono stati l`ex assessore comunale all`Urbanistica Antonio Catalioto e il presidente di “MessinAmbiente” Antonino Dalmazio. Due avvocati, il primo prestato alla politica, l`altro “catapultato” dalla magistratura un paio di anni fa a gestire uno dei settori più delicati e rischiosi dell`attività  amministrativa, quello dei rifiuti, all`indomani dell`inchiesta sulle infiltrazioni mafiose che azzerò l`intero vertice della società  partner del Comune. Due personaggi divenuti pubblici, Dalmazio per un lungo periodo anche accompagnato dalla scorta, viste le minacce di morte subite, che sono stati al centro di una serie di missive senza mittente spedite a più riprese a parecchi destinatari, compresa la Procura, in cui si lanciavano pesanti accuse sul loro operato e si segnalavano inoltre atti concreti. Entrambi avevano da tempo presentato denuncia per calunnia contro ignoti. E in Procura non sono stati certo con le mani in mano, il caso è finito sul tavolo del sostituto procuratore Claudio Onorati, che ha fatto svolgere alla polizia giudiziaria una lunga serie di accertamenti. Adesso la svolta. Sarebbero stati individuati gli estensori delle missive che tentavano di gettare discredito sull`ex assessore Catalioto e sul presidente Dalmazio. L`inchiesta s`è indirizzata verso un “canale” ben preciso dopo una delicata attività  d`indagine della polizia giudiziaria, anche con numerosi interrogatori di “persone informate sui fatti”, che messe alle strette avrebbero confessato d`aver preso parte, in qualche modo, al “progetto” come comprimari. La novità  clamorosa è un`altra. Il magistrato che sta indagando sulla vicenda delle lettere anonime, il sostituto procuratore Claudio Onorati, avrebbe iscritto nel registro degli indagati due esponenti politici cittadini, che sarebbero già  stati convocati in Procura per rendere dichiarazioni. Si tratterebbe del neo eletto parlamentare regionale del Pd Giuseppe Picciolo e dell`ex consigliere comunale del Pd Ciccio Curcio, che ovviamente al momento rivestono la “semplice” qualità  di indagati ma potrebbero risultare poi completamente estranei ai fatti. Secondo l`ipotesi di reato del magistrato sarebbero loro quanto meno gli “ispiratori” delle missive senza mittente che alcuni mesi addietro cercarono di gettare discredito sull`operato di Catalioto e Dalmazio. Agli atti di questa eclatante inchiesta ci sarebbero infatti una serie di missive anonime inviate tra l`altro all`allora sindaco Francantonio Genovese, al prefetto Francesco Alecci e anche ad altre autorità  cittadine, missive in cui si criticava aspramente l`operato dei due e si indicavano anche dei fatti precisi, ipotizzando la commissione di atti illeciti da parte dei due amministratori pubblici. Quindi almeno uno dei reati contestati dalla Procura è probabilmente la calunnia ai danni dell`ex assessore Catalioto e del presidente Dalmazio. E si tratta di un`inchiesta che sembra destinata ad allargarsi, coinvolgendo anche altri “suggeritori” e altri “postini”.
Nuccio Anselmo

LA DERIVA FASCISTA: MARCIO SU ROMA

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Centomila voti. La differenza tra il giorno e la notte, a Roma, è stata di centomila voti. Tale é stata infatti la distanza tra Alemanno e Rutelli, pari a quella tra una classe politica e una città  che in lei non si riconosce più. L`ondata di destra, certo; l`effetto domino delle politiche, forse. Ma il voto maggiore per Alemanno pare essere venuto dalla periferia di Roma; le aree cioè dove il disagio, la povertà , l`emarginazione, si respirano a pieni polmoni. Non è un caso - purtroppo - che i quartieri popolari, bacino d`utenza storico del voto della sinistra, siano diventati da diversi anni il serbatoio di voti della destra. Una triste nemesi che indica la fine del ruolo sociale della sinistra capitolina, un tempo capace di parlare al suo popolo e oggi, invece, capace solo di frequentare i salotti del centro storico e dei quartieri-bene. Certo la sicurezza, tema agitato come un manganello dall`impero mediatico della destra, è stato l`elemento sul quale il voto è stato netto, ma non è il solo. Del resto la sicurezza non è tema che può essere affrontato solo con i dati alla mano. Perché più ancora che l`insicurezza, conta la percezione di massa della stessa; conta l`odiosità  sociale dei reati che colpiscono tutti, è vero, ma in particolare i più deboli. E a differenza di quello che la destra sostiene, i reati non hanno un legame diretto con l`immigrazione, pur se sarebbe ipocrita negarne nessi e concause: non è l`immigrazione, ma la delinquenza, la sua odiosità  sociale, trasversale a tutte e tutti l`elemento che, nell`urna, è risultato decisivo. In questo senso, il mancato controllo del territorio da parte dell`Amministrazione capitolina, è apparso come una conferma diretta alla campagna mediatica della destra. Certo, ci sono poi le riflessioni più `politiciste`, che pure vanno considerate, anche in una analisi ancora carente delle informazioni dettagliate sugli spostamenti dei flussi di voti, elementi assai indicativi per un quadro analitico definitivo. Ma intanto si può dire che a Roma si è visto un candidato in vantaggio di cinque punti al primo turno perdere poi con una distanza di più di quattro punti al ballottaggio. Un dato, quindi, soprattutto uno, emerge con forza: molti di coloro che hanno votato Rutelli al primo turno, non l`hanno più votato al secondo turno. Mettiamoci certamente molti elettori della Sinistra Arcobaleno, che hanno probabilmente inteso colpire Veltroni e l`intero progetto PD, giustamente considerato il becchino della sinistra. Sono forse quei voti, circa il 6% in città  al primo turno, quelli che sono mancati a Rutelli. Ma si deve anche dire che il candidato alla provincia, Zingaretti, ha invece confermato il vantaggio del primo turno vincendo contro il Pdl. Quindi, prima ancora di chiedersi chi è mancato all`appello, ci dovrebbero dire come è stato possibile candidare Rutelli a Sindaco di Roma. Un papalino genuflesso, abbondantemente detestato dai romani, lontano anni luce da un progetto di modernità  nei diritti civili da un lato e di attenzione alle emergenze sociali di Roma dall`altro. Poco più che il risultato di un compromesso tra la Margherita e i Ds più che un personaggio capace d`intercettare le nuove esigenze di una città  che cresce troppo e male. Rutelli era un cavallo di ritorno, quasi un`ammissione che la città  progressista, forte di due decenni di governo, non fosse in grado di trovare un volto nuovo, una persona competente e appassionata e, soprattutto, un candidato di sinistra che parlasse alla comunità  che aveva, per più di venti anni, sbarrato la strada ai rigurgiti neo e post fascisti. Un modello o un laboratorio, lo si può declinare come si vuole, ma certo una storia che ha scritto lettere chiare sulle pagine democratiche di una città  che ha resistito a Berlusconi ed al berlusconismo. Una capitale d`Italia. Dunque in due settimane Veltroni è riuscito a perdere le elezioni politiche e le amministrative a Roma. Di due governi, non ne è rimasto uno. Un risultato straordinario per chi dovrebbe essere il nuovo vincente. La sconfitta di Roma avrà  ripercussioni serie anche sulla leadership del PD, ma questo, francamente, appare ora secondario. Fini e Berlusconi hanno parlato di vittoria storica ed è difficile dargli torto. E se Alemanno ha garantito che la città  `sarà  strappata ai poteri forti e riconsegnata ai cittadini`, Roma stasera si trova a dover assistere al fetido spettacolo dei saluti romani al Campidoglio. La nausea abbonda.
di Giovanni Gnazzi

FACCE DA SCHIAFFI di Peter Gomez

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La netta sconfitta di Francesco Rutelli contro Gianni Alemanno nella corsa per la poltrona di sindaco di Roma è quanto di più positivo potesse accadere al centro-sinistra. Arrivati a questo punto nessuno potrà  più mettere in discussione la necessità  di un totale rinnovamento delle classi dirigenti del Pd. Rutelli infatti non ha perso perché Alemanno era un candidato migliore di lui, o perché nel paese soffia ormai un vento di destra. La vittoria alle provinciali della Capitale di Nicola Zingaretti (ex Ds ora Pd), dimostra che il problema di Rutelli era quello di essere Rutelli. La sua faccia, come quella di buona parte dei leader del Partito Democratico, non è più spendibile. E non lo è da un pezzo. La speranza è che Walter Veltroni, uscito debolissimo dalle consultazioni elettorali, se ne renda finalmente conto. I primi segnali fanno però temere il peggio. Veltroni è favorevole alla nomina come capigruppo di camera e senato del Pd di Antonello Soro e Anna Finocchiaro. Cioè di due “vecchi” perdenti, la seconda dei quali, oltretutto, è riuscita a raccogliere nelle regionali siciliane più di 15 punti in meno rispetto a quanto avesse fatto, solo tre anni fa, Rita Borsellino. C`è da augurarsi che la debacle romana, spinga ora a rimescolare le carte. I capigruppo sono il biglietto da visita con cui ogni sera, nei tg delle 20, i partiti si presentano ai cittadini. I programmi e le proposte contano, è vero. Ma le idee (che in questo caso sono tutt`altro che entusiasmanti) camminano sulle gambe degli uomini (e delle donne). Non per nulla ormai sei anni fa Nanni Moretti diceva: «Con questi dirigenti non vinceremo mai». E oggi, visto che anche le elezioni del 2006 erano state solo pareggiate, credo che in pochi si sentano di dargli torto. Il responso degli elettori è stato chiarissimo: per ricominciare il centrosinistra deve solo prenderne atto.