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L`INCHIESTA: Viaggio nella fabbrica della morte

Che ci sei venuto a fare qua dentro? Anche tu sei venuto a morire? Alla tua età ?». Anche se il tono della voce si sforzava di suonare bonario, non fu proprio un benvenuto cordiale quello che il vecchio operaio grugnì in faccia al giovane appena arrivato. «Pondrano Nicola», così si era presentato quel ragazzone vercellese con lo sguardo che bruciava dritto davanti a sé. «Marengo», gli aveva risposto secco l`anziano che lo aveva accolto scrutandolo perplesso da testa a piedi. Il giovanotto non poteva capire, in quel momento, il significato vero di quelle battute aspre. Era troppo preso dal guardarsi attorno. L` antro in cui si trovava, lì nel reparto «molazze», aveva un aspetto spettrale, tetro, buio, pieno di materia prima accumulata, con il vecchio Marengo che masticava platealmente il suo panino seduto su un cumulo di sacchi di amianto. Pondrano ne rimase impressionato anche se quello per lui doveva essere un bel giorno. Era l`11 novembre del 1974 e lui aveva trovato un buon lavoro. Un`assunzione all`Eternit era considerata da sempre una fortuna, da quelle parti. Per questo lui aveva accettato di buon grado di trasferirsi da Vercelli, venticinque chilometri più in là , tra le risaie per affrontare una vita che ora ruotava attorno a tre turni, albe e notti comprese. Si lavorava dalle quattro del mattino a mezzogiorno, da mezzogiorno alle otto di sera e dalle otto alle quattro del mattino. Orari assurdi altrove, ma non a Casale, dove il 60 per cento almeno dei lavoratori proveniva dalle campagne e con quel sistema di turni poteva ancora trovare il tempo per badare ai propri campi. Entrare in quella fabbrica, però, significava avere un salario garantito. Altro che morire: quella era un`assicurazione sulla vita, gli avevano sempre detto, la garanzia di arrivare un giorno a godersi la vecchiaia con una bella pensione e, magari, persino una casetta tutta sua comprata poco alla volta. «Quando nel `55 ho cominciato a lavorare, scelsi come medico il dottor Sampietro, che aveva lo studio non lontano dallo stabilimento ` ricorda, per esempio, Anna Maria Giovanola, dipendente della fabbrica di cemento-amianto fino alla chiusura del 1986 ` e quando gli dissi che ero entrata all`Eternit lui mi rispose che per un operaio era come per un impiegato riuscire a entrare in banca. Un posto sicuro dove si prendevano dei bei soldi, così mi disse il medico. Poi anche lui morì di mesotelioma». Insomma, prima che la pericolosità  dell`amianto fosse nota, questo significava per tante famiglie quel benedetto stabilimento di via Oggero, ché da quando avevano deciso di piazzarlo proprio lì da loro, a Casale, aveva cambiato le sorti di intere generazioni di ex agricoltori. (…)
IL SOSPETTO
Qualcosa di strano accadeva ai lavoratori dell`Eternit: morivano. Certo, tutti prima o poi dobbiamo lasciare questa valle di lacrime, questo è il dannato ciclo della vita e non c`è mai stato verso di cambiarlo. Ma tra i dipendenti della multinazionale svizzera avveniva qualcosa di molto particolare: quasi tutti soffrivano di una forma di disturbo respiratorio che procurava loro tosse eterna e un numero abnorme finivai suoi giorni precocemente, senza fare in tempo a godersi la sudata pensione, in seguito a una micidiale malattia polmonare. Quasi tutti quelli che avevano lavorato alle sfilacciatrici, tanto per dirne una, erano morti, anche molto giovani, pochissimi erano arrivati alla pensione. Eppure nessuno aveva mai detto loro che quella era un`attività  pericolosa… Che diavolo stava accadendo, dunque, a Casale? C`era qualcosa, in quella fabbrica, in quella polvere, che non andava, non poteva essere del tutto casuale, perché gli operai morivano così giovani? E perché anche altre persone, che con la fabbrica non c`entravano niente, erano morte di quella stessa stramaledetta malattia che annientava i polmoni? Ci vollero parecchi anni, però, prima che dagli operai dell`Eternit arrivassero esplicite rivendicazioni. In tutta Italia i tempi non erano ancora maturi per le lotte dei lavoratori. Così, per oltre mezzo secolo l`azienda aveva potuto disporre di quelle «risorse umane» a proprio piacimento. Ma quando il movimento sindacale era riuscito a far arrivare il suo messaggio in tutti i luoghi di lavoro d`Italia le cose cambiarono anche a Casale Monferrato. Uno dei primi a «rompere le balle ai padroni» era stato proprio Mario Pavesi, che una volta eletto al consiglio di fabbrica aveva iniziato a chiedere con insistenza mascherine, filtri, ventilatori e tutto quello che, almeno in apparenza, poteva proteggere un po` gli operai da quella polvere invadente e onnipresente. A quei tempi nessuno pensava che l`amianto potesse uccidere, ma che facesse male era già  chiaro, perché l`asbestosi, quella tosse secca e irrimediabile, ce l`avevano praticamente tutti lì dentro. L`Inail, tra l`altro, riconobbe il primo caso di asbestosi contratta da un dipendente dell`Eternit nel 1947. Ma il massimo che si riuscì a ottenere,da allora in poi, fu il riconoscimento di qualche punto di invalidità  e soltanto dopo una certa soglia di malattia. Per i più fortunati (e meno rompiballe) anche il trasferimento in reparti meno polverosi. «Sapevamo che la polvere faceva male ` raccontava Giampaolo Bernardi, operaio Eternit dal `62 all`86, prima di morire di mesotelioma pleurico ` perché c`era chi faceva domanda e gli veniva riconosciuta. Certo, chi ne aveva molta diceva che gli mancava il fiato, però che facesse morire no, non lo sapevamo. Nessuno ce lo ha detto. Né, quando siamo entrati in direzione, ci hanno mai detto che lavorare lì comportasse un rischio. Anzi, quando qualcuno si lamentava perché faceva fatica a respirare gli rispondevano di fumare di meno». E nei reparti in cui erano stati installati dei rudimentali filtri, il rischio amianto non veniva riconosciuto a nessuno. (…)
IL TUMORE DI CASALE
Gli anni passavano, gli operai si ammalavano e sempre di più, tra coloro che avevano lavorato all`Eternit, morivano di una forma di cancro che qualcuno iniziò a definire «il tumore di Casale». A quel punto era chiaro, anche in assenza di una seria indagine epidemiologica, che c`era un nesso molto preciso tra la polvere della fabbrica e tutte quelle malattie polmonari, quelle morti. Non passava settimana, infatti, senza che sui muri di fronte alla fabbrica comparisse un nuovo manifesto funebre per la morte di un ex operaio Eternit. Era impossibile non notarli, anche perché vigeva la tradizione di una colletta tra i lavoratori per pagare la corona di fiori. Fu a partire dagli anni settanta che si capì chiaramente che lavorare lì dentro poteva costare anche la vita. E anche diversi tra i dirigenti che prima negavano infastiditi nel sentire parlare di nesso causale tra amianto e tumori iniziarono a preoccuparsi, soprattutto quando constatarono che la morte non faceva sempre distinzione tra tute blu e colletti bianchi. Il mesotelioma, infatti, si portò via un ex direttore dello stabilimento che aveva avuto la pessima idea di abitare tare addirittura in fabbrica, e successivamente molti altri tra i quadri e i dirigenti dell`Eternit di Casale. (…)
Giampiero Rossi

QUANDO SI DIMENTICA CRISTO IN NOME DEL BUSINESS: Assisi vieta le chiese ai mendicanti. “Elemosina vuol dire carità . E` scandaloso impedirla”

ROMA - È la città  santificata dall´apostolo della povertà , ma Francesco mica era un accattone. Assisi è serafica, però s´arrabbia se dietro la mano tesa a chiedere elemosina scorge il professionismo della mendicità . E poi i bivacchi, brutto spettacolo sulle scalinate sante, turisti armati di panini e soda che rotolano sui gradini, di bermuda e magliette alzati a prendere il sole. Allora no, neanche il patrono, così gioviale e leggero, avrebbe forse approvato. Ieri c´erano file ovunque per il Grand Tour francescano. C´era anche una nuova ordinanza in vigore in città , quella contro i mendicanti del sindaco eletto con Forza Italia nel 2006 Claudio Ricci. «Preciso subito: sono anni che lavoriamo per la legalità . Questa iniziativa non è che una naturale evoluzione, sollecitata da molte segnalazioni di cittadini, ospiti, comunità  religiose». A Firenze, dopo quello sui lavavetri, un provvedimento simile ha fatto un certo scalpore. Padova e Vicenza pure, per decoro, schierate contro l´accattonaggio. Si ricordano altre celebri reprimenda: contro saccoapelisti e torsi nudi a Venezia, contro le contrattazioni in strada con le prostitute a Padova (provocano traffico), persino contro gli snack consumati sulla pubblica piazza a Verona. Però questa di Assisi sembra quasi un paradosso. Sembra, ma le misure già  in atto sono queste: campi nomadi sgombrati, locali chiusi all´una d´inverno e una mezz´ora dopo d´estate, niente bottiglie in vetro in piazza dopo le 22, un circuito di 60 telecamere, 2mila nuovi punti luce, un numero verde per la sicurezza e un corpo di volontari che dal 2004 controlla il territorio (molti sono ex militari). Non proprio ronde, però girano con le auto del comune e con i telefonini e avvertono se qualcosa non va. La nuova ordinanza per «salvaguardare i luoghi di culto e la decenza», fa «divieto di mendicare nei luoghi pubblici situati a meno di 500 metri da chiese, luoghi di culto, monumenti, piazze ed edifici pubblici». Cioè, in tutto il centro storico. È vietato «sdraiarsi, o sedersi a terra, in prossimità  dei luoghi di culto, edifici pubblici, sotto i portici, sulle soglie e sui lati degli ingressi nonché lungo i muri perimetrali di detti edifici». Accattoni di professione e turisti scostumati rischiano sanzioni. Dice Ricci che «l´applicazione seguirà  il buon senso. Abbiamo formalizzato una prassi già  diffusa: chi è risultato con precedenti penali, foglio di via dal comune». Assisi è città  sicura, lo ammette anche il primo cittadino, «però se ci sono segnali di potenziale pericolo non vogliamo fare finta di niente». Non è un´ossessione politica, il sindaco lo nega, «molte comunità  religiose locali ci hanno pregato di provvedere. L´obiettivo è preservare la sacralità  di questi luoghi, senza rinunciare all´accoglienza». Certo la tentazione dei simboli è forte, Francesco (anche) a mendicare è diventato santo. Ora la miseria, le sue evoluzioni di mercato, messa alla porta dalla città  che dell´elemosina ha fatto una Regola. «Però quella francescana prevede prima il lavoro. Solo per necessità  i frati possono andare “alla mensa del Signore”». Padre Vincenzo Coli è il custode del Sacro convento di San Francesco, «la mappatura di questo territorio la conosco bene, è cresciuto il business della mendicità  professionale. Alcuni pensano di stare a Rimini, se al mare in bikini è giusto, qui serve rispetto». E poi si vedono meglio i monumenti senza l´ingombro dei corpi stesi, «l´iniziativa del comune aiuta a discernere tra chi ha bisogno, e chi ci specula. Certo: andrà  applicata con umanità  e intelligenza». Con pace, e bene.
ALESSANDRA RETICO

CITTÀ DEL VATICANO - «Chiedere l´elemosina non è un reato. Non capisco perché si debba proibire per legge. Anche se ci possono essere approfittatori o pseudo professionisti dell´accattonaggio, è sempre bene aiutare chi ha bisogno, perché, come ci insegna S. Agostino, può capitare che tra quei poveri a cui si nega un gesto di carità  ci potrebbe essere sempre Gesù Cristo». Non condivide l´iniziativa del sindaco di Assisi, il cardinale Renato Raffaele Martino, super «ministro» della solidarietà  del Papa, essendo Presidente di due dicasteri pontifici impegnati sul fronte dell´assistenza e dell´accoglienza ai bisognosi, i Pontifici consigli di «Giustizia e Pace» e della Pastorale per «Migranti ed itineranti». «Ma il mio è un discorso generale - tiene a precisare il porporato - perché il dramma della povertà  non è un problema che riguarda solo Assisi, ma tanta parte del mondo, come Benedetto XVI ci ricorda con grande determinazione quasi tutti i giorni». Cardinale Martino, ad Assisi, la città  del Poverello per antonomasia, è vietato chiedere l´elemosina davanti alle Chiese. Eppure S. Francesco aprì la Porziuncola proprio ai più bisognosi… «ÃƒË† vero. S. Francesco è il santo dei poveri e il suo insegnamento è sempre attualissimo. Ma non vorrei ridurre l´elemosina a un problema esclusivamente di Assisi. Dico semplicemente che a livello generale, allungare la mano per chiedere aiuto, rivolgersi ad un proprio fratello per non cadere ulteriormente, per strada, in un angolo buio o davanti ad una chiesa, non è mai un reato. Purtroppo tra quanti chiedono l´elemosina ci sono anche profittatori, professionisti dell´accattonaggio o anche chi crea fastidio al prossimo con eccessiva insistenza. Come è vero pure che tra i poveri ce ne sono tanti che per pudore non si espongono a chiedere aiuto in pubblico». È giusto, allora, vietare l´elemosina davanti alle chiese? «Non generalizzerei. Il cristiano non deve mai volgere lo sguardo dall´altra parte quando un fratello chiede di essere aiutato. Fa niente che ci possano essere degli imbroglioni. Ce lo insegna Gesù Cristo nel Vangelo, ma anche grandi santi come S. Agostino il quale proprio sull´elemosina ci ha lasciato una massima illuminante: “Date omnibus, ne cui non dederitis ipse sit Christus”. Vale a dire, “aiutate tutti quelli che hanno bisogno, perché tra quelli che non aiuterete potrebbe esserci proprio Gesù”. Più chiaro di così… ». Eppure, da qualche tempo si tende a vietare questa antichissima pratica di aiuto personale anche per motivi di decoro urbano. «Non me lo spiego e non lo capisco, specialmente come cristiano. Ma se si impedisce l´elemosina per difendere il decoro della città  è uno scandalo. L´elemosina non si combatte allontanando i bisognosi, ma risolvendo alla radice le cause che generano povertà  e miseria. Tutto questo è ipocrisia e il cristiano non lo può accettare».

CRISI NEL PRC DI MESSINA: La lettera integrale delle dimissioni di Giuseppe Ramires

Dopo gli inequivocabili risultati elettorali dell`operazione `La Sinistra l`Arcobaleno`, il partito della Rifondazione Comunista sta cercando di correre ai ripari in vista delle elezioni amministrative di giugno. In tal senso, la segreteria regionale ha indicato la strada di un tentativo di interlocuzione con il Partito Democratico, per costruire un fronte comune contro la Destra che appare, anche nella provincia e nel comune di Messina, ulteriormente rafforzata. Cercare un`interlocuzione non significa accettare un accordo a scatola chiusa, ma sforzarsi di individuare una piattaforma programmatica minima sulla quale costruire un accordo politico. Una strada difficile, vista anche l`esiguità  del tempo a disposizione, ma percorribile. Dopo una lunga riunione dai toni anche drammatici e segnata da forti contrapposizioni, il Circolo di Messina ha invece deciso a maggioranza di escludere ogni possibilità  di dialogo con il Partito Democratico e, di conseguenza, di presentare una lista e un proprio candidato sindaco per il comune di Messina. Io non ho condiviso questa decisione, che secondo me risulterà  incomprensibile alla maggior parte del già  ridottissimo elettorato di Rifondazione Comunista. Andare da soli, senza neanche provare a trovare un accordo con il Partito Democratico, significa l`isolamento politico che è ancor peggio della vocazione minoritaria tipica di una certa area politica. Questa, per me, non è una sinistra radicale, ma piuttosto e più semplicemente una sinistra perdente, dalla quale sono costretto sebbene a malincuore ad allontanarmi. Il Comitato Politico Federale potrà  forse (lo spero) ribaltare la decisione del Circolo di Messina (altrimenti anche alle elezioni provinciali si dovrà  andare da soli, il che equivarrebbe ad un vero e proprio suicidio politico), ma per me la rottura si è irrimediabilmente prodotta. Peccato, perché certi dirigenti, che hanno fortemente voluto `La Sinistra l`Arcobaleno` hanno perso l`occasione, forse l`ultima, di compiere un gesto politico finalmente di rilievo e comprensibile alla gente, e cioè ammettere il loro marchiano errore e mettersi da parte. L`autoreferenzialità , l`incapacità  di dialogare con le persone, l`intellettualismo da salotto, sono stati e, purtroppo, continuano ad essere i grandi limiti di quasi tutta una classe dirigente che parla di operai ma non si è accorta che i veri proletari oggi non sono più soltanto nelle fabbriche ma, per esempio, alla cattedra di una scuola, dietro il banco di un negozio, dietro le scrivanie di un ufficio, alla cassa di un supermercato. Così come è stato e continua ad essere un grave errore non parlare del problema della sicurezza: non farlo significa lasciare il campo libero a chi, da destra, sta trasformando questo autentico problema in una pericolosa e inaccettabile deriva xenofoba. Il massimalismo, che si vorrebbe reintrodurre, non si improvvisa e soprattutto non funziona se non ci sono le condizioni giuste, e tuttavia in momenti come questi diventa innegabilmente una forte attrattiva romantica. Ho sentito qualcuno dei fautori di questa scelta dire che non gli importa se avremo cinquecento voti, ma io gli chiedo: se saremo così pochi, se conteremo così poco (praticamente niente), chi difenderà  i lavoratori e i precari, chi difenderà  l`ambiente? Potrei continuare, ma mi sono reso conto che è come parlare ai sordi. Sono sicuro che i tanti amici e compagni che mi hanno sostenuto alle ultime amministrative comprenderanno la mia decisione di allontanarmi dal partito della Rifondazione Comunista, un partito sconfitto, che qui a Messina non vuole risorgere ma piuttosto preferisce, a quanto sembra, crogiolarsi nel più deprimente dissolvi cupio.
Prof. Giuseppe Ramires

EVVIVA IL 25 APRILE (E IL V2, CHE APPARTIENE A TUTTI…)

Quello che è successo oggi a Piazza Duomo a Messina è emblematico ed è anche lo specchio dei nostri tempi, dove si dà  sempre più senso alle cose marginali, al proprio ego, piuttosto che al fine ultimo di una qualunque battaglia che si fa e in cui credere. Mi riferisco alla raccolta delle firme per l`eliminazione dell`Ordine dei Giornalisti e per altre due importanti lotte da vincere (referendum per l`abolizione della legge Gasparri e del finanziamento ai giornali) voluta da Beppe Grillo in occasione del V2 25 Aprile.
I FATTI: Saro Visicaro, annunciando da giorni la raccolta di firme a Piazza Duomo (e dopo aver fatto la relativa richiesta a chi di dovere, senza però ricevere nessuna risposta), si è presentato stamattina armato del solito banchetto e della solita buona volontà  (tra l`altro risulta tra coloro che sono autorizzati a raccogliere
le firme direttamente da Beppe Grillo: http://www2.beppegrillo.it/v2day/banchetto.php?id=348). Iniziativa di successo che però veniva più volte disturbata e poi interrotta alle 15 in modo definitivo (a causa dell`intervento dei carabinieri!!!), per le continue proteste da parte di alcuni esponenti del movimento di Beppe Grillo che pretendevano l`esclusività  nella raccolta di firme, come se ci fosse un copyright da rispettare o chissà  quale prerogativa a cui attenersi. Il fine ultimo nobile e giusto, come lo sono la maggior parte delle battaglie di Grillo, è stato messo da parte in nome di un desiderio irrefrenabile di monopolizzare alcune lotte che invece appartengono a tutti. Ed è questo che mi piace sottolineare, cari amici grillini. Di battaglie a sfondo sociale ne abbiamo fatte tante (anche prima di voi, non vi sembrerà  vero ma è così…), e Saro Visicaro è stato regista e attore di tante di queste. Il problema non è chi di voi fosse legittimato a raccogliere le firme, ma il fatto che avete dimostrato alle tante persone che sono arrivate nel corso della mattinata (e che verranno nel pomeriggio a cercare un tavolino che non ci sarà  più…) che siete uguali a tutti gli altri. E cioè che anche per voi era più importante la visibilità , una presenza vittimistica e narcisistica, il poter (e) a tutti i costi gestire lotte che invece non hanno padroni, capibastoni ma che sono patrimonio di un popolo intero (che bello sarebbe stato se tanti Visicaro avessero organizzato la raccolta delle firme in tutti gli angoli della città …!). Libertà  e Liberazione. Belle parole a cui però sarebbe meglio dare un seguito con i fatti piuttosto che con le parole (al vento) e l`uso delle forze dell`ordine, che sarebbe bene lasciare lavorare per la sicurezza di tutti, piuttosto che per imporre una legalità  assolutamente `interessata` e discutibile (la libera raccolta di firme è il risultato di tante battaglie e non ha bisogno di nessuna autorizzazione…). Lo avete fatto per una questione di principio. Ma avete perso, perché non avete raggiunto lo scopo di questa meravigliosa giornata dedicata alla Liberazione, liberazione innanzitutto da quella voglia incontrollabile che è il potere e quindi l`arroganza, la coltivazione di piccoli orticelli. Evviva Grillo e le sue pure battaglie. Evviva il 25 Aprile (e il V2, che appartiene a tutti…)! Enrico Di Giacomo

25 APRILE, LIBERIAMOCI DAI GIORNALISTI VENDUTI!

E anche quest`anno è arrivata la festa della Liberazione. Ormai quasi svuotata di ogni significato storico (quantomeno questo è stato il tentativo di tanti uomini mediocri delle destre), per molti è un giorno ideale per una felice gita fuori porta. A questo giorno tanti hanno voluto dare un significato lato, e anche una passeggiata con amici e famiglia può essere considerata una sorta di liberazione da quella minaccia che prende il nome di quotidianità . Ed allora anche noi, lasciando agli storici (quelli onesti e non quelli dell`ultima ora, pagati dal Cavaliere e dai Dell`Utri di turno) la lettura di quegli anni che ci hanno formato, di cui siamo possessori, nei nostri DNA, nel bene e nel male, vogliamo cogliere l`occasione di questo giorno così importante (prendendo ovviamente spunto dal V2DAY 25 APRILE di Beppe Grillo) per scrivere alcune cose sul mondo dell`informazione. E vivendo a Messina, vogliamo guardare più da vicino la nostra realtà . A Messina (che non fa eccezione con il resto d`Italia, ma semmai l`eccezione la fanno i pochi, pochissimi cronisti con un nome e cognome ben preciso, che con tanti sacrifici spendono il loro tempo in nome della verità ) il mondo dell`informazione è totalmente condizionato dagli stipendi di fame che vengono dati ai tanti volenterosi (e spesso volontari) di questo mondo tanto affascinante, quanto traditore. A Messina esistono emittenti televisive (la carta stampata è monopolizzata) che vivono di pubblicità  e di collaborazioni pagate a 10 euro, con le quali si va avanti quotidianamente, e con le quali gli editori riempiono le proprie tasche in cambio dell`opportunità  di accedere al mondo dei Media. Ma a quale prezzo? Una emittente nata da poco nella nostra città  vive di questo e altro. Di pubblicità  (pochissima rispetto alle altre) ma di tanta politica `redazionale`, a pagamento per intenderci. Di interviste nei TG (tante, tantissime) ai soliti volti noti della politica locale (direttamente interessati come editori alle prossime elezioni amministrative), e di pseudo interviste in studio (durante la campagna elettorale) che altro non sono che passaggi televisivi concordati. L`informazione ne viene ovviamente condizionata, e quando dei direttori sono anche addetti stampa della più grande azienda della città , ditemi voi, in tutta onestà  se questo non condiziona inevitabilmente (notizie omesse, censurate) la verità  dei fatti. Se a questo si aggiungono stipendi anche da 250 euro (gli altri stipendi vanno dai 400 euro ai 600…figurarsi!) al mese per 7 ore di lavoro quotidiano (ma con un contratto firmato come collaboratore saltuario….!!!), ferie negate o gratuite, il dado è tratto. I tanti ragazzi sparsi per le poche redazioni messinesi non hanno colpe, neanche quando accettano questi stipendi da fame e questo è bene precisarlo. La colpa è di un ordine che omette di controllare il reale stato delle cose, di un sindacato inesistente fino ad adesso, dei soliti squali della politica e dell`imprenditoria che usano tanto entusiasmo e tante belle persone per i propri interessi. E` di questi che ci dobbiamo LIBERARE, di questa cappa che ci rende (mi riferisco a tutti gli addetti ai lavori) persone non serene, non utili alla `causa verità `, non utili all`unico scopo che si ha quando si fa questo mestiere e cioè quello di scoprire la verità  dei fatti, senza pressioni e condizionamenti. Utopia? A Messina per adesso pare di si (fatta salva la solita eccezione). E siccome non mi è mai piaciuto generalizzare, mi piace ricordare quei pochi colleghi (si colleghi, cari professionisti, perché il cameraman, così come il fotoreporter e il montatore, hanno pari dignità  e uguale importanza in quel motore che fa andare avanti il mondo dell`informazione) che tutti i giorni masticano amaro ma ci regalano la speranza che un giornalismo migliore esiste (vero Daniele Brigandì, Oskar etc). Perché non si diventa professionisti superando un esame, spesso farsa, a Roma. Quel tesserino dal colore amaranto ha una dignità  che va conquistata quotidianamente con i fatti, con una schiena dritta, con la dignità  che gli uomini spesso dimenticano di possedere di diritto dalla nascita in quanto tali. Diamo una speranza ai tanti che si avvicineranno a questa `missione` FIRMANDO IL 25 PER L`ELIMINAZIONE DELL`ALBO DEI GIORNALISTI, spesso ricettacolo di favori per potenti, amo ingannatore per tanti giovani che per conquistarsi il mitico tesserino portano avanti un circolo vizioso che vedrà  sempre e per sempre gli editori padroni incontrastati e gli operatori dell`informazione strumenti inconsapevoli, consapevoli e spesso (ma non troppo) prostituiti. A tutti comunque buon lavoro, nella speranza di poter un giorno scrivere, fotografare, riprendere, montare sognando un mondo senza disillusi ma incentrato nella ricerca della verità , un mondo sempre più somigliante a quello vissuto e raccontato da quegli `eroi normali` come Mario Francese, dagli Antonio Russo (ma chi dei tanti pennivendoli nostrani che gravitano intorno alle redazioni sa chi è…?), dalle Ilaria Alpi (e il suo cameraman Miran Hrovatin), dagli Alfano, dagli Impastato, dai Biagi, dai Baldoni, dai Siani, dagli Zavoli (che purtroppo non fa più questo mestiere), dai Pasolini etc (per tanti stelle comete, per altri nomi qualunque, per chi conta nomi da dimenticare) fino ad adesso offesi nella memoria dalle nostre miserie. Si, è vero, esistono anche i Gomez, i Barbacetto, i Travaglio, i Deaglio, i Saviano, i giornalisti di Rai News 24 e i nostri che con coraggio affrontano i tanti problemi della realtà  quotidiana provinciale. A loro dedico le lacrime invisibili di chi subisce giornalmente ingiustizie e solo attraverso i loro articoli riescono a rinascere. A loro dedico i sogni di pochi realizzati anche grazie a solitarie parole perse all`interno di pagine riempite dal nulla della pubblicità . A loro dedico la seconda stella a destra tanta cara a Bennato…che porta a l`isola che non c`è…BUON 25 APRILE!
Enrico Di Giacomo

LA STORIA NON SI CANCELLA di Andrea Camilleri

Un senatore, persona assai vicina al presidente Berlusconi, poco prima del voto, ha dichiarato che si sarebbe adoperato perché, nei libri di storia, almeno in quelli a uso scolastico, il «mito» del 25 aprile, cioè della Liberazione, venisse opportunamente ridimensionato. Non è il primo e, certamente, non sarà  l`ultimo a manifestare questo proposito. Che equivale, esattamente, a voler ridimensionare il Risorgimento. Il Risorgimento non è un mito, ma un fatto, come lo sono la Resistenza e la Liberazione. Gli eventi storici che portarono alla Resistenza sono così semplici da essere assolutamente incontrovertibili, non possono essere né revisionati (la Storia non è un`automobile alla quale rilasciare tagliandi di validità  a scadenze stabilite) né ridimensionati. Dopo l`ignominiosa fuga del re e di Badoglio da Roma, gli italiani e le forze armate italiane furono abbandonate a se stesse e il nostro paese venne militarmente occupato dai soldati di Hitler. Allora furono in molti a ribellarsi a questa occupazione diventando partigiani, combattenti per liberare la Patria dallo straniero. Si trovarono fianco a fianco comunisti, socialisti, cattolici, liberali, uomini del partito d`azione, ufficiali dell`esercito, graduati, soldati, senza partito, reduci dai vari fronti. Fu un movimento del tutto spontaneo e popolare. Solo dopo, solo quando il fantoccio Mussolini creò la Repubblica di Salò, la guerra di Liberazione divenne anche lotta contro i repubblichini che avevano così entusiasticamente affiancato i nazisti, autori d`innumerevoli stragi contro la popolazione inerme. Non si trattò di una guerra civile, come affermano alcuni storici, e se lo fu in parte questo avvenne come conseguenza dell`intervento dei fascisti. I partigiani hanno segnato una pagina gloriosa della nostra storia. Hanno permesso che l`Italia si riscattasse dalle colpe del fascismo, prime tra tutte le leggi razziali, e riacquistasse la sua dignità  di nazione. Hanno fatto sì che nascesse uno Stato democratico, hanno fatto sì che si potesse scrivere una Costituzione alla stesura della quale hanno contribuito tutti i rappresentanti delle diverse volontà  popolari. Hanno fatto rinascere l`Italia. Che c`è da revisionare?
Testo scritto per la rivista «Il Salvagente»