Che ci sei venuto a fare qua dentro? Anche tu sei venuto a morire? Alla tua età  ?». Anche se il tono della voce si sforzava di suonare bonario, non fu proprio un benvenuto cordiale quello che il vecchio operaio grugnì in faccia al giovane appena arrivato. «Pondrano Nicola», così si era presentato quel ragazzone vercellese con lo sguardo che bruciava dritto davanti a sé. «Marengo», gli aveva risposto secco l`anziano che lo aveva accolto scrutandolo perplesso da testa a piedi. Il giovanotto non poteva capire, in quel momento, il significato vero di quelle battute aspre. Era troppo preso dal guardarsi attorno. L` antro in cui si trovava, lì nel reparto «molazze», aveva un aspetto spettrale, tetro, buio, pieno di materia prima accumulata, con il vecchio Marengo che masticava platealmente il suo panino seduto su un cumulo di sacchi di amianto. Pondrano ne rimase impressionato anche se quello per lui doveva essere un bel giorno. Era l`11 novembre del 1974 e lui aveva trovato un buon lavoro. Un`assunzione all`Eternit era considerata da sempre una fortuna, da quelle parti. Per questo lui aveva accettato di buon grado di trasferirsi da Vercelli, venticinque chilometri più in là  , tra le risaie per affrontare una vita che ora ruotava attorno a tre turni, albe e notti comprese. Si lavorava dalle quattro del mattino a mezzogiorno, da mezzogiorno alle otto di sera e dalle otto alle quattro del mattino. Orari assurdi altrove, ma non a Casale, dove il 60 per cento almeno dei lavoratori proveniva dalle campagne e con quel sistema di turni poteva ancora trovare il tempo per badare ai propri campi. Entrare in quella fabbrica, però, significava avere un salario garantito. Altro che morire: quella era un`assicurazione sulla vita, gli avevano sempre detto, la garanzia di arrivare un giorno a godersi la vecchiaia con una bella pensione e, magari, persino una casetta tutta sua comprata poco alla volta. «Quando nel `55 ho cominciato a lavorare, scelsi come medico il dottor Sampietro, che aveva lo studio non lontano dallo stabilimento ` ricorda, per esempio, Anna Maria Giovanola, dipendente della fabbrica di cemento-amianto fino alla chiusura del 1986 ` e quando gli dissi che ero entrata all`Eternit lui mi rispose che per un operaio era come per un impiegato riuscire a entrare in banca. Un posto sicuro dove si prendevano dei bei soldi, così mi disse il medico. Poi anche lui morì di mesotelioma». Insomma, prima che la pericolosità  dell`amianto fosse nota, questo significava per tante famiglie quel benedetto stabilimento di via Oggero, ché da quando avevano deciso di piazzarlo proprio lì da loro, a Casale, aveva cambiato le sorti di intere generazioni di ex agricoltori. (…)
IL SOSPETTO
Qualcosa di strano accadeva ai lavoratori dell`Eternit: morivano. Certo, tutti prima o poi dobbiamo lasciare questa valle di lacrime, questo è il dannato ciclo della vita e non c`è mai stato verso di cambiarlo. Ma tra i dipendenti della multinazionale svizzera avveniva qualcosa di molto particolare: quasi tutti soffrivano di una forma di disturbo respiratorio che procurava loro tosse eterna e un numero abnorme finivai suoi giorni precocemente, senza fare in tempo a godersi la sudata pensione, in seguito a una micidiale malattia polmonare. Quasi tutti quelli che avevano lavorato alle sfilacciatrici, tanto per dirne una, erano morti, anche molto giovani, pochissimi erano arrivati alla pensione. Eppure nessuno aveva mai detto loro che quella era un`attività  pericolosa… Che diavolo stava accadendo, dunque, a Casale? C`era qualcosa, in quella fabbrica, in quella polvere, che non andava, non poteva essere del tutto casuale, perché gli operai morivano così giovani? E perché anche altre persone, che con la fabbrica non c`entravano niente, erano morte di quella stessa stramaledetta malattia che annientava i polmoni? Ci vollero parecchi anni, però, prima che dagli operai dell`Eternit arrivassero esplicite rivendicazioni. In tutta Italia i tempi non erano ancora maturi per le lotte dei lavoratori. Così, per oltre mezzo secolo l`azienda aveva potuto disporre di quelle «risorse umane» a proprio piacimento. Ma quando il movimento sindacale era riuscito a far arrivare il suo messaggio in tutti i luoghi di lavoro d`Italia le cose cambiarono anche a Casale Monferrato. Uno dei primi a «rompere le balle ai padroni» era stato proprio Mario Pavesi, che una volta eletto al consiglio di fabbrica aveva iniziato a chiedere con insistenza mascherine, filtri, ventilatori e tutto quello che, almeno in apparenza, poteva proteggere un po` gli operai da quella polvere invadente e onnipresente. A quei tempi nessuno pensava che l`amianto potesse uccidere, ma che facesse male era già  chiaro, perché l`asbestosi, quella tosse secca e irrimediabile, ce l`avevano praticamente tutti lì dentro. L`Inail, tra l`altro, riconobbe il primo caso di asbestosi contratta da un dipendente dell`Eternit nel 1947. Ma il massimo che si riuscì a ottenere,da allora in poi, fu il riconoscimento di qualche punto di invalidità  e soltanto dopo una certa soglia di malattia. Per i più fortunati (e meno rompiballe) anche il trasferimento in reparti meno polverosi. «Sapevamo che la polvere faceva male ` raccontava Giampaolo Bernardi, operaio Eternit dal `62 all`86, prima di morire di mesotelioma pleurico ` perché c`era chi faceva domanda e gli veniva riconosciuta. Certo, chi ne aveva molta diceva che gli mancava il fiato, però che facesse morire no, non lo sapevamo. Nessuno ce lo ha detto. Né, quando siamo entrati in direzione, ci hanno mai detto che lavorare lì comportasse un rischio. Anzi, quando qualcuno si lamentava perché faceva fatica a respirare gli rispondevano di fumare di meno». E nei reparti in cui erano stati installati dei rudimentali filtri, il rischio amianto non veniva riconosciuto a nessuno. (…)
IL TUMORE DI CASALE
Gli anni passavano, gli operai si ammalavano e sempre di più, tra coloro che avevano lavorato all`Eternit, morivano di una forma di cancro che qualcuno iniziò a definire «il tumore di Casale». A quel punto era chiaro, anche in assenza di una seria indagine epidemiologica, che c`era un nesso molto preciso tra la polvere della fabbrica e tutte quelle malattie polmonari, quelle morti. Non passava settimana, infatti, senza che sui muri di fronte alla fabbrica comparisse un nuovo manifesto funebre per la morte di un ex operaio Eternit. Era impossibile non notarli, anche perché vigeva la tradizione di una colletta tra i lavoratori per pagare la corona di fiori. Fu a partire dagli anni settanta che si capì chiaramente che lavorare lì dentro poteva costare anche la vita. E anche diversi tra i dirigenti che prima negavano infastiditi nel sentire parlare di nesso causale tra amianto e tumori iniziarono a preoccuparsi, soprattutto quando constatarono che la morte non faceva sempre distinzione tra tute blu e colletti bianchi. Il mesotelioma, infatti, si portò via un ex direttore dello stabilimento che aveva avuto la pessima idea di abitare tare addirittura in fabbrica, e successivamente molti altri tra i quadri e i dirigenti dell`Eternit di Casale. (…)
Giampiero Rossi