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INTERESSA A QUALCUNO? MATTATOIO SRI LANKA

E` stata la più feroce battaglia da un anno e mezzo a questa parte. Ieri, migliaia di soldati dell`esercito governativo e guerriglieri delle Tigri tamil (Ltte) si sono scontrati sul fronte nord, nella penisola di Jaffna, lungo quella che viene chiamata la Linea Muhamalai: sette chilometri di trincee scavate nella sabbia e bunker di cemento nascosti tra prati riarsi dal sole e punteggiati da poche palme. Ieri pomeriggio, al termine dei combattimenti, che sono durati per dieci ore consecutive e hanno visto il massiccio impiego di artiglieria pesante da entrambe le parti, sul terreno sono rimasti almeno centocinquanta, forse duecento morti e un migliaio di feriti. Versioni e bilanci contrastanti. Il governo di Colombo sostiene che la battaglia sia stata scatenata dalle Tigri tamil, che avrebbero cercato di lanciare una massiccia offensiva per riconquistare la penisola di Jaffna. Secondo l`Ltte, invece, l`esercito ha sferrato un attacco nel tentativo di sfondare la Linea Muhamalai. Entrambe le parti rivendicano oggi di aver vinto la battaglia, di aver respinto l`offensiva nemica. Il che significa che la linea del fronte non si è mossa. Confliggenti, come sempre, anche i bilanci delle vittime di questa inutile carneficina. Il portavoce dell`esercito, brigadier Udaya Nanayakkara, ha parlato oggi di 43 soldati morti, 33 dispersi e 123 feriti. Altre fonti militari hanno però parlato all`agenzia France Press di un totale di 127 caduti o dispersi. Gli ospedali della capitale Colombo traboccano di giovani soldati feriti, tutti evacuati dal fronte settentrionale. Le perdite inflitte ai ribelli, secondo il governo, ammontano ad almeno cento uomini, più centinaia di feriti. Dall`altra parte, il portavoce delle Tigri tamil, Rasiah Ilanthiraiyan, ha detto che solo 16 combattenti dell`Ltte sono rimasti uccisi, mentre almeno 150 soldati governativi sono stati uccisi e altre centinaia feriti. Una guerra ignorata dal mondo. Questa sanguinosa guerra civile, solo dall`inizio del 2008, ha causato almeno 3.300 i morti: più di 170 civili, circa 330 soldati e oltre 2.800 combattenti dell`Ltte. Più morti che in Afghanistan, poco meno che in Iraq. Ma di questo conflitto, che va avanti da 25 anni, nessuno ne parla mai. Dopo quasi quattro anni di relativa pace e di tentativi negoziali patrocinati dal governo norvegese, nel 2005 sono stati scoperti nuovi ricchi giacimenti petroliferi al largo dei territori controllati dall`Ltte. Alla fine di quell`anno, il neoeletto presidente Mahinfa Rajapakse decide di riprendere la guerra allo scopo di distruggere i separatisti. Nel 2006-2007, l`esercito riesce a strappare all`Ltte il controllo della fascia costiera orientale. Dall`inizio dell`anno, le forze governative stanno cercando di riprendersi anche i territori del nord, ancora saldamente controllati dall`Ltte, con una manovra a tenaglia da sud (Linea Vavuniya-Mannar) e da nord (Linea Muhamalai) e offensive da ‘guerra di posizione` in stile 15-18, con fronti fissi, offensive di sfondamento e bombardamenti aerei dietro le linee nemiche. PeaceReporter

BRASILE: Epidemia di dengue, bilancio morti sale a 92

E` salito a 92 il bilancio delle vittime dell`epidemia di dengue che sta colpendo lo stato brasiliano di Rio de Janeiro, secondo quanto riferito dalle autorità  sanitarie. Altri 96 decessi, ancora non confermati, potrebbero essere legati all`epidemia, la cui gravità  ha superato quella del 2002. Se sei anni fa il tasso di mortalità  era di uno per ogni 3.167 contagiati, ora è sceso a uno ogni 1.204, secondo il dipartimento della Salute.

Non usate Dostoevskij per capire i terroristi di Adriano SOFRI

Il più arrabbiato contro Dostoevskij fu Vladimir Nabokov, che si vantò nipote di quel generale Nabokov che comandava la fortezza di San Pietro e Paolo in cui fu recluso Dostoevskij, o, secondo altri, il plotone d´esecuzione dei petraÅ¡evscy condannati al quale Dostoevskij scampò in extremis: e il nipote scrittore si propose di completare l´opera dell´antenato, giustiziando letterariamente Dostoevskij. Non restò solo. Una ventina d´anni fa lo scrittore polacco Kazimierz Brandys, nel suo diario dall´esilio, proclamò più o meno che ne aveva abbastanza del mito della Russia, delle sua cultura malata e del suo principale responsabile, Fjodor Dostoevskij. Milan Kundera salutò lo sfogo contro il repellente mondo dostoevskiano di «gesti eccessivi, di cupi abissi e di sentimentalismo aggressivo». Com´era inevitabile, Josif Brodskij reagì vibratamente, qualcun altro intervenne, la buriana passò, e lasciò le cose come devono essere, la grandezza dell´anima russa e di Dostoevskij e il mito dell´anima russa e la sua compiaciuta malattia. Che senso ha voler imporre il silenzio agli ex-terroristi di oggi? Si poteva essere meno prodighi di accoglienza ai proclami dei terroristi di ieri, piuttosto. Quanto all´oggi, l´intimazione del silenzio va contraddittoriamente assieme a un preconcetto: che gli ex-terroristi siano più in grado di altri di spiegare che cosa sia il terrorismo. In realtà  non lo sono affatto. Sono la prova vivente che terroristi si può diventare: ma questa è una tautologia. (Oggi poi sappiamo che si può diventare “kamikaze”, che è un altro gran passo). Quanto alle ragioni e al modo in cui lo si diventa, ne sanno poco. Al tempo in cui lo diventarono, erano così presi dentro un ingranaggio che non ne ebbero idea. Quando finalmente ne uscirono, più o meno a pezzi, la cosa apparve a loro non meno assurda e delirante che ad altri, così che perfino la memoria ne è offuscata, e le ricostruzioni si tengono alla larga dal punto. Più interessante sarebbe forse il racconto di chi non diventò terrorista, pur essendosi affacciato a quell´orlo, e sapendo che avrebbe potuto farlo: o almeno, che altri, coi quali ha condiviso i pasti, il letto, le conversazioni e la vita, l´hanno fatto. Nelle domeniche del 1977 (chi lo vuol ricordare, oggi?) ragazze e ragazzi di quindici o sedici anni si chiedevano angosciosamente non come si potesse diventare terroristi, ma come si potesse non diventarlo. Ma anche questi si sentono testimoni invalidi, perché riluttano a registrare con l´esattezza delle parole il margine strettissimo e insieme enorme che separò una scelta dall´altra: di qua un´esistenza via via più “normale”, di là  la disposizione ad ammazzare o a essere ammazzati. A volte c´è in costoro un gran pudore e quasi una vergogna, perché sanno che essere restati di qua è la cosa giusta e li ha salvati, ma dubitano che a trattenerli sia stata piuttosto una viltà  o un egoismo, e che tra quelli che passarono di là  ci fosse più dedizione e coraggio e coerenza. Quanto alle vittime dei terrorismi, loro sanno senz´altro di che cosa si trattò, come sa che cosa sia una malattia chi ne soffra e muoia o ne veda morire: sull´eziologia, dovrà  arrovellarsi come tutti. Ci sono poi persone che non hanno avuto a che fare in alcun modo col terrorismo, non ne sono state vittime né complici, non ne sono state tentate né sfiorate: e tuttavia hanno sentito drammaticamente la sua prossimità , la distorsione che ha impresso al loro comune mondo, e si interrogano. Il tanto tempo che è passato non fa sfebbrare la domanda, e del resto non riduce neanche l´accanimento di odii e rancori: al contrario. Ci fu il tempo della lotta, poi quello della convalescenza e della rimozione: solo dopo, così tardi, rimontano gli spiriti opposti della comprensione e della vendetta. Dell´interrogazione sincera e appassionata ho incontrato in questi giorni due esempi che mi sembrano singolarmente imparentati. Uno è un ambizioso romanzo, “Non c´è più tempo”, l´ha scritto per Einaudi Sergio Givone, che è un filosofo autorevole e si era già  misurato con la scrittura narrativa. L´altro è un bel film, “I demoni di San Pietroburgo”, di quel grande regista che è Giuliano Montaldo, da oggi nelle sale. Montaldo ha girato il film in 50 giorni fra Torino e San Pietroburgo, ma l´ha covato per vent´anni, dopo che Paolo Serbandini ebbe ricavato un trattamento «da un´idea proposta da Andrej Konchalovskij a Carlo Ponti». (C´è qui una curiosità : perché Raymond Carver aveva scritto a sua volta, con Tess Gallagher, una colossale sceneggiatura dostoevskiana, nel 1982, per Michael Cimino, che contava anche lui su Ponti per la produzione: e il lavoro di Carver sembra un vero antenato di quello finalmente realizzato).
La più immediata parentela fra le opere di Montaldo e di Givone sta nel nome di Fjodor Dostoevskij, protagonista del film e autore fondamentale per Givone. Ma il legame più profondo fra le due opere ha a che fare con il rischio incombente sull´intelligenza di persone che non cederebbero di un millimetro alla giustificazione del terrorismo ma gli riconoscono con paura e trepidazione una malvagia grandiosità . Questo rischio ha ineluttabilmente il nome tutelare di Dostoevskij. Non solo per la sua vicenda biografica: l´adesione ai petraÅ¡evcy, la condanna a morte commutata in extremis, il carcere siberiano. Ma perché Dostoevskij resta per tutta la vita l´uomo capace di aderire alle inclinazioni opposte e di darne una rappresentazione trascinante, anche e anzi soprattutto quando se ne proponga una condanna e una detestazione. Così, nel film di Montaldo, Dostoevskij può diventare il grande e famoso maestro che, lungi dall´inclinare alla distanza intellettuale (o al nicodemismo) «né con lo Stato né con le Brigate Rosse», finisce con lo stare, e con un di più di zelo umano, «con lo Stato e con i terroristi», benché questo in ultima istanza voglia dire che sta con la vita umana a qualunque costo e di qualunque rango, la bambina di una contadina vittima collaterale o il grottesco Granduca bersaglio degli attentatori. Dostoevskij può immedesimarsi di volta in volta nei panni dei suoi personaggi: e diventa arduo cimentarsi con terroristi cui una simile vena abbia prestato le sue ragioni. Così, un capo della polizia sapiente come il Grande Inquisitore, può imputargli di essere il vero cattivo maestro dei giovani terroristi. E, con una sensibile giravolta artistica, lo stesso capo della polizia di Montaldo (che è il bravissimo Herlitzka) finisce anche lui nell´ambiguità  inestricabile del tiro alla fune fra bene e male, e vi appare probabile vincitore, più che come il giudice Porfirij Petrovic di “Delitto e castigo”, come il Grande Inquisitore. Che è il vincitore del dialogo a senso unico dei Karamazov, salvo il bacio finale di Cristo. Sono molte le cose belle del montaldiano sogno di Dostoevskij, e soprattutto l´accostamento fra la frenesia dell´attentato imminente e l´assillo della stesura e della consegna del nuovo romanzo, che assimila la febbrile scrittura di Dostoevskij a una miccia corta. A sua volta Givone, scrivendo in una bellissima lingua un racconto filosofico che rende omaggio a Bulgakov ` qualcosa come “Il cattivo maestro e Margherita”- descrive senza alcuna concessione la feroce e grottesca deriva di un terrorismo precipitato nel cannibalismo intestino, e inserisce nel suo testo bruschi rimandi a date ed episodi di cronaca, e interi brani di intellettuali con nome e cognome, prestigiosi e sospetti, ai quali può essere rivolta la stessa accusa del capo della polizia. È possibile che Givone veda in quelle interpolazioni testuali il vero centro del suo romanzo, ambientato in una esatta Firenze del sottosuolo nel 1981. Se vi avesse rinunziato, avrebbe assicurato al suo libro un più bel disinteresse, a scapito dell´intenzione di comprensione e forse anche di denuncia. È alla comprensione che muoverei un´obiezione, perché interpreti del tutto integri ma troppo intelligenti concedono al nostro terrorismo una borsa di studio postuma e immeritata. Non bisognerebbe negare, neanche per effetto del tempo che passa e impicciolisce i corpi e allunga e affina le ombre, la stupidità  e la meschinità  e l´ottusità  a fenomeni che furono ottusi meschini e stupidissimi. Meno Dostoevskij, meno Petrarca, se davvero si vuole capire, o non andarne troppo lontano. Di questo ingrandimento postumo hanno bisogno in tanti, e non solo gli ex-terroristi (pochi tra loro, in verità , perché la gran parte sanno la misera verità  e non se la nascondono) per rendere meno tetra la propria memoria. Nemmeno le vittime, a volte, vogliono accontentarsi della stupidità  e della meschinità , e si capisce. Non se ne accontentano quegli “esperti” ai quali, poveri loro, non sembra verosimile che l´efficienza assassina ` per esempio, bloccare e sterminare una scorta di cinque uomini - vada assieme alla stupidità  e all´ottusità . Di qui la caccia alle “menti”, e a luoghi di residenza più degni di un covo o di un bar della stazione: una villa fiorentina, il palazzo del Procuratore Generale di San Pietroburgo. C´erano, le “menti”: ma non erano granché. Non era grazie a una finezza di filologi classici o di giornalisti specializzati o di teste d´uovo d´ufficio studi sindacale che si poteva abilmente padroneggiare lo smistamento delle lettere di Moro o le rivendicazioni dell´assassinio di giornalisti o le sparatorie di categoria contro i giuslavoristi. Di tutte le deformazioni del tempo che passa, questa presbiopia ingranditrice del “terrorismo” non è la meno rischiosa.

L`ITALIA FASCISTA: Quando la paura diventa paranoia e la politica diventa polizia

Non è stato solo il clima pre-elettorale romano a far scatenare l`idea perversa del braccialetto elettronico anti-stupro all`aspirante sindaco Rutelli. Piero Sansonetti ha fatto bene a parlarne sulle colonne di questo giornale domenica scorsa ricordando a tutti noi i dati delle violenze che, come ormai tutti sappiamo, si consumano prevalentemente tra le mura domestiche (solo il 6,2 % delle violenze denunciate avvengono per strada). Il quid in più da aggiungere, però, concerne due elementi ormai imprescindibili dalla retorica sulla sicurezza: la paura che diventa paranoia pubblica e privata, la crisi del lessico politico-giuridico ovverosia la crisi della politica e del diritto così come li abbiamo conosciuti sino ad un trentennio fa. La paura è un sentimento e quindi, di conseguenza, non può che essere irrazionale. Irrazionale e incancellabile dal momento che non esistono esseri umani e animali che non hanno mai paura. Tutte le società  assolutiste e monarchiche sono state attraversate dalla paura - così come dimostra la letteratura filosofico politica, da Grozio a Hobbes, da Machiavelli a Locke - ma è solo a partire da un trentennio, in pieno repubblicanesimo, che essa diventa paranoia, ossessione, paura percepita e non reale, paura della paura. Perché? La sicurezza, sino a quando è esistito il patto keynesiano, era il semplice contrario dell`insicurezza sociale. I fautori del lavorismo ci hanno detto per anni (e talvolta continuano ossessivamente a dircelo nonostante il radicale mutamento dei sistemi di produzione) che per sentirsi “sicuri” bastava avere una casa, un lavoro, talvolta un marito. Oggi, però, di lavoro si muore perché non c`è “sicurezza”, nelle case si diventa paranoici perché c`è sempre l`ipotesi di un “ladro rom” appollaiato e in agguato dietro le nostre porte e finestre, mentre talvolta si muore sotto l`ascia di un marito italiano, di un padre o di un compagno, così come accade a moltissime donne ogni giorno della settimana. Eppure la retorica politica continua a non intervenire su questo, ma solo sul capro espiatorio che puta caso è sempre un immigrato. All`indomani dell`omicidio di Giovanna Reggiani, Veltroni propose la cacciata dei rom e dei rumeni insieme dal territorio italiano. Oggi Alemanno propone le stesse medesime cose proposte allora da Veltroni mentre Rutelli, per distinguersi dal suo contendente “fascista”, ci dice che è meglio dotare di un piccolo gioiello dell`elettronica tutte le donne italiane e della capitale in particolare (magari incastonandolo di finti diamanti che raffigurano la Lupa). Cosa sta succedendo? Come mai tanta schizofrenia e confusione sotto al cielo? Quali sono gli anelli mancanti di questo trentennio che hanno trasformato il vuoto di senso della politica contemporanea in un problema di “ordine pubblico”, di sicurezza bipartisan? Come si è trasformato il controllo sociale? Come viene definita oggi la “pericolosità  sociale”? Perché la logica dei decreti d`emergenza e i programmi di prevenzione hanno sostituito i diritti di libertà , compresi quelli della libertà  femminile, conquistati dopo secoli e secoli di lotte? La crisi dello stato sociale, come tutti sappiamo, ha invalidato l`alfabeto dei diritti conquistati per il tramite dei conflitti sociali ma ha, contemporaneamente, aperto la strada alle politiche neoliberali. Queste non reggono l`impatto violento della mano invisibile dell`economia globalizzata e producono pauperismo, disperazione, incapacità  di progetto, impossibilità  di arrivare a fine mese per la gran parte degli individui. Ma produce anche innumerevoli vite di scarto che non hanno mai voluto uniformarsi alla disciplina che richiede qualsivoglia sistema di welfare basato sul lavoro e non sulla possibilità  di accesso ad un reddito minimo di esistenza. E il reddito - almeno per quel che mi concerne - non lo si chiede perché si è fannulloni, ma solo perché si presume che scegliere il lavoro che si desidera svolgere senza necessariamente finire in un call center (anche se con un contratto a tempo indeterminato) debba essere appunto una libera scelta e non una costrizione sadica dei sistemi di produzione contemporanei. Una siffatta situazione, si sa, non può che istigare al conflitto, alla messa in discussione dell`ordine costituito. Ciò che le politiche neoliberali producono non può che rivolgersi contro di loro. Di qui la paranoia sicuritaria anche quando il rischio è solo tale e non costituisce un pericolo reale. Il rischio, infatti, è una probabilità . Il pericolo è un dato di fatto. Eppure il rischio che ormai si calcola attraverso formulette matematiche rintracciabili in quasi tutti i manuali di sociologia spesso viene assunto come un pericolo reale, anche quando non è affatto così. E` la fabbrica del rischio, ci ricordano Robert Castel ma anche altri autori come Wacquant, che costruisce la logica del controllo sociale e anche della “pericolosità ” nelle società  contemporanee. La nozione di “rischio”, inoltre, legandosi alla nozione di “prevenzione” consente di modellare le condotte per addolcirle e sussumerle al sistema politico e sociale come se, appunto, vi fosse una reale ed intrinseca “pericolosità ” in tutti gli esseri umani. Lavorare sulla percezione dei rischi e non sulla pericolosità  reale che genera la nostra società , quindi, equivale ad una presa di coscienza collettiva che ancora tarda a trasformarsi in parola da parte di chi ci governa (maggioranza e opposizione insieme). Perché non spiegate ai cittadini che lo stato sociale non c`è più e al suo posto c`è lo stato sicuritario e penale? Perché non parlate di questo, della crisi del lessico politico-giuridico anziché giocare a fare i poliziotti? La politica sicuritaria dei governi neoliberali del presente restringe moltissimo il campo dei diritti individuali e collettivi, restringe le libertà  di movimento e di circolazione utilizzando pratiche poliziesche e sociali di tipo “chirurgico”. In poche parole si tende ad espellere dalla società  potenziali criminali e/o criminali reali come se fossero un organo malato di un corpo sano senza mai intervenire su tutto il corpo che invece non funziona per intero e da anni, si interviene sempre sugli effetti senza mettere in discussione le cause. Non esiste un`antropologia criminale innata, di tipo lombrosiano e naturalistico, esiste invece una tendenza a delinquere generata dai sistemi politici, culturali e sociali come, tra l`altro, sostengono da anni sociologi del diritto, criminologi che preferiscono studiarsi un po` di testi foucaultiani piuttosto che frequentare il salotto forcaiolo di Bruno Vespa. La retorica sulla sicurezza ha avuto non a caso tra i suoi padri fondatori uno statunitense liberale e forcaiolo al contempo, come da copione: Rudolph Giuliani. Le misure di zero tolerance tendono a prevenire il crimine anche quando questo non è in agguato ma, al contempo, mettono in crisi lo stesso vocabolario del diritto penale il quale oltre a generare la logica del “sorvegliare, punire, rieducare” appoggia il suo agire sui principi della giustizia garantista e sul principio dell`Habeas corpus. Eppure Genova ci ha dimostrato che non necessariamente la polizia è un`equivalente della sicurezza basata sui principi del diritto, mentre la persecuzione dei lavavetri messa a punto da Dominici e da Cofferati ci dimostra come la politica non si può più distinguere dalla polizia, come se, appunto, tra i due sistemi di potere non vi fosse più alcuna differenza. Eppure, sino a prova contraria, agli elettori si chiede di votare esponenti di partiti e coalizioni e non poliziotti che aspirano a diventare questori e prefetti. Ma perché la gente ha paura al punto tale da votare in massa la Lega e in buona sostanza anche il Pd che della sicurezza ha comunque fatto uno dei suoi cavalli di battaglia? Più volte in questi giorni, anche discutendo con amiche e colleghe, mi è stato detto che «la gente ha effettivamente paura» e su questo bisogna interrogarsi, nonché dare delle risposte. Non metto in discussione che questo possa esser vero, altrimenti non mi spiegherei molte cose, ma vorrei anche che questa paura paranoica fosse reale e non solo una “percezione” di cui in molti sono intrisi e ubriachi. E poi vorrei anche distinguere tra la percezione del pericolo reale e il “rischio” che possa accadere loro qualcosa. Molti abitanti di quartieri frequentati da migranti si sentono minacciati pur non avendo mai vissuto sulla loro pelle crimine alcuno. Questo dato reale la dice lunga su come in questi anni i mezzi di comunicazione di massa abbiano costruito il concetto stesso di “pericolosità  sociale” legandolo prevalentemente agli immigrati. Così come un tempo si faceva con gli abitanti del Sud che per forza di cose erano tutti “terroni” punto e basta. Essere puniti, esclusi e messi alla gogna per “ciò che si è” e non per “ciò che si fa”, però, è un dato di fatto ancora più pericoloso della potenziale “pericolosità  sociale” precofenzionata dall`ideologia del rischio perché, come dicevamo prima, ci immette in una no man`s land della politica che ha violentemente azzerato tutti i diritti di libertà  favorendo la logica della “certezza della pena” senza che vi sia la “certezza del reato”. Chiediamoci pure perché l`operaio della Mirafiori vota la Lega accusando contemporaneamente la sinistra di occuparsi solo di «froci e rom», ma facciamolo dicendoci anche che la fabbrica diffusa del nostro presente non è più quella degli anni `70 e del movimento operaio. E` la fabbrica diffusa del razzismo, di una disperazione che facilmente diventa paranoia e di una realissima “guerra fra poveri”. Ma per questo ci vuole un`analisi della crisi del presente, non un`analisi della crisi di un partito che rischia di ritornare al passato. E la ragione è ovvia: il passato non c`è più. Anna Simone

Cina, lo sfruttamento dietro il business delle scarpe sportive

“Sono stanca da morire adesso. E sporca. Nessuno di noi ha tempo di andare in bagno o di bere un bicchier d`acqua. Stiamo lavorando senza sosta. I supervisori ci stanno addosso, ci assillano di continuo”. Dongguang, Cina. Questa operaia la chiameremo Yin, perché se si scoprisse chi è davvero potrebbe essere licenziata, o molto peggio. Quando i ricercatori della Campagna Play Fair 2008 l`hanno intervistata stava cucendo scarpe New Balance, uno degli sponsor delle Olimpiadi di Pechino. Chi possiede, però, la fabbrica nella quale lavora è la società  Yue Yuen, uno dei marchi emergenti che produce almeno un un paio di scarpe sportive su sei attualmente in commercio, anche se la maggior parte dei consumatori occidentali non ne ha mai sentito parlare. All`inizio Pou Chen Group, il gigante taiwanese dell`abbigliamento sportivo fondato nel 1969 dalla famiglia Tsai, produceva semplici sandali e ciabatte di gomma, ma in quarant`anni è diventato, insieme alla controllata Yue Yuen, il maggiore produttore di scarpe sportive al mondo con circa 300.000 lavoratori. Per anni siamo stati abituati a denunciare abusi e malefatte dei principali marchi globali dell`abbigliamento sportivo, in particolare prima delle Olimpiadi che assicureranno loro, in questa edizione, visibilità  e potenziali acquisti presso almeno 40 miliardi di telespettatori. Quest`anno, però, la grande novità  del Rapporto “Vincere gli Ostacoli”, fotografia delle violazioni dei diritti dei lavoratori nelle aziende sponsor delle Olimpiadi che in Italia è promosso dalla Campagna Abiti Puliti, sono loro: gli ex subfornitori diventati padroni, che sembrano aver imparato con grande zelo l`arte di sfruttare i propri operai. Yue Yuen produce scarpe per oltre 30 multinazionali, tra cui Nike, Adidas, Reebok, Puma, Fila, ASICS, New Balance e Converse. Produce anche per alcune marche di calzature non sportive, come Timberland, Rockport, Clarks e Dr Martens, e intrattiene con molte di loro rapporti commerciali ormai consolidati. La scarsità  di manodopera, l`aumento dei salari e la rivalutazione monetaria hanno indotto Pou Chen a spostare la produzione in Cina (dal 1988), Indonesia (dal 1993) e Vietnam (dal 1995). Yue Yuen controlla anche alcune linee di produzione negli Stati Uniti, dove fa scarpe per New Balance. Nel 2007, Yue Yuen gestiva in Cina 210 linee di produzione, che davano lavoro al 70% della manodopera totale impiegata dall`azienda. Nel 2002, secondo il China Labour Watch, gli impianti cinesi di Yue Yuen impiegavano tra i 40.000 lavoratori in bassa stagione e i 50.000 in alta stagione. Nonostante la sua sterminata manodopera, l`azienda riesce a produrre scarpe nelle quali il costo del lavoro rappresenta solo il 10% del prezzo finale. A Dongguan, nel settembre 2006, quando la paga minima è stata aumentata a 690 RMB, cioè 97 dollari statunitensi al mese, una fabbrica Yue Yuen fornitrice di adidas ha aumentato la quota di produzione a 75 paia di scarpe l`ora, quota difficilmente raggiungibile dagli operai. Così sono stati ridotti i premi di produzione e molti lavoratori si sono lamentati di ricevere in busta paga, dopo le detrazioni per vitto e alloggio, meno di prima. In realtà , dunque, pur avendo alle spalle 15 anni di codici di condotta dei propri illustri committenti, e dal 2005 il proprio codice di condotta e un programma per la responsabilità  sociale di impresa, Yue Yuen in molti casi non paga ancora nemmeno il salario minimo garantito per legge. “In passato non si parlava che di poter picchiare o meno i propri dipendenti. Ora invece parliamo di come festeggiare i loro compleanni”, ha osservato per niente ironico Thomas Shih, vicedirettore di un impianto Yue Yuen in Cina. Teniamo accesi, dunque, i riflettori su di loro anche quando la torcia olimpica si sarà  spenta. L`edizione italiana di Play Fair 2008 è curata dalla Campagna Abiti Puliti (www.abitipuliti.org). Sulla base di interviste somministrate a più di 300 lavoratori del settore sportivo in Cina, India, Thailandia e Indonesia. Vincere gli ostacoli mostra che le violazioni dei diritti dei lavoratori nel settore sono ancora la norma. In Cina, i lavoratori incollano le scarpe sportive per meno di 2 dollari al giorno e cuciono palloni per 50 centesimi di dollaro l`uno. Gli stessi possono arrivare a 232 ore di straordinario al mese con salari pari alla metà  di quelli minimi.
Monica Di Sisto

DISASTRI AMBIENTALI: IL CONGO E LE DIGHE CONTESE

Si sono ritrovati ieri a Londra per discutere i piani della più grande diga idroelettrica mai pensata sulla terra: quella di Inga, nell`ovest della Repubblica democratica del Congo. Attorno a un tavolo i rappresentanti di sette governi africani, delle più importanti banche d`affari del pianeta e delle principali aziende di costruzioni del mondo. L`Unione Africana aveva indicato proprio nella diga di Inga il principale volano per alimentare la crescita e lo sviluppo dell`industria del continente. Ma la società  civile teme che possa provocare un disastro ambientale senza precedenti. Nell`ultimo numero di Nigrizia, in uscita tra pochi giorni, all`interno di un dossier economico sul ruolo giocato dall`economia internazionale nello dinamiche di sviluppo africane, Elena Gerebizza si sofferma proprio sulle strategie della Banca mondiale nel sostenere e finanziare il ritorno delle grandi dighe nel continente. Ecco il capitolo dedicato al progetto Inga, Inga III e Grand Inga. La Banca mondiale sostiene questo progetto da quando, negli anni ‘70 e `80, ebbe luogo la costruzione delle prime due dighe sul fiume Congo. Inga I e II generarono circa il 32,8 % dello stock di debito pubblico del paese, registrando impatti devastanti sull`ambiente e sulla popolazione locale, che non ha mai beneficiato dell`energia generata da Inga. Entrambe le dighe oggi funzionano a meno del 30% della potenza, e l`energia prodotta viene esportata interamente nello Zambia con una rete di elettrificazione di 2.000 km, mentre il 90% della popolazione della Rdc vive senza avere accesso a fonti di energia elettrica. Priva di memoria storica e di buon senso, la Banca mondiale è oggi tra i finanziatori interessati ad altri due progetti sul fiume Congo, Inga III e Grand Inga. La prima, una diga da 3500 MW dal costo complessivo stimato in 5,23 miliardi di dollari, prevede 3.000 km di linea di trasmissione elettrica verso il Sudafrica, l`Angola, la Namibia e il Botswana. Il progetto è considerato una pietra angolare per Grand Inga, progetto gigantesco da 52.750 MW, due volte la Diga delle Tre gole in Cina, per un costo complessivo stimato in 50 miliardi di dollari. Un progetto tanto maestoso quanto irresponsabile, che avrà  un impatto devastante sull`ambiente, con la creazione di un bacino artificiale di migliaia di chilometri quadrati, la cui sostenibilità  economica è messa in discussione dalle stesse istituzioni interessate al suo finanziamento. È, soprattutto, un progetto pensato non per soddisfare i bisogni energetici della popolazione congolese ` su cui ricadranno però i costi dell`opera ` ma delle multinazionali attive in Sudafrica e Nigeria, prevalentemente nel settore estrattivo, e del mercato europeo. Il progetto prevede la realizzazione di almeno tre linee di trasmissione dell`elettricità  a lunga distanza, una delle quali, di 5.600 km, dovrebbe attraversare tutta l`Africa per arrivare in Egitto e nei paesi dell`Europa meridionale. L`unica possibilità  per rendere economicamente sostenibile Grand Inga è costruire una linea di trasmissione che arrivi al Mediterraneo, per vendere energia elettrica all`Italia e alla Turchia.

Calciopoli e MESSINA: nuovi deferimenti per Moggi, Franza, Juventus, Messina e arbitri

Il procuratore federale della Figc, Stefano Palazzi, ha concluso l`esame degli atti della Procura della Repubblica di Napoli sulla parte della vicenda Calciopoli che riguarda le sim di gestori esteri e il Messina, e ha riaperto clamorosamente la vicenda, deferendo Luciano Moggi, la Juventus e il Messina. Deferiti anche Mariano Fabiani (ex ds del Messina), il presidente del Messina (sia ora sia all`epoca dei fatti) Pietro Franza, il dirigente del Messina Mario Bonsignore e, per avere utilizzato le schede telefoniche, gli arbitri (molti dei quali fuori quadro) Gianluca Paparesta, Romeo Paparesta (padre dell`arbitro della sezione di Bari e lui stesso arbitro), Tiziano Pieri, Salvatore Racalbuto, Stefano Cassarà , Antonio Dattilo, Paolo Bertini, Marco Gabriele, Massimo De Santis, Marcello Ambrosino. La violazione contestata a tutti riguarda l`articolo 1 comma 1, l`obbligo di correttezza e lealtà  sportiva. Palazzi ha deferito alla Disciplinare Luciano Moggi, per la vicenda delle sim fornite agli arbitri «costituendo un sistema di comunicazioni riservate con associati Aia, fornendo ad alcuni di essi, direttamente o per interposta persona, schede telefoniche di gestori stranieri, e per essersi avvalso personalmente di tale forma di comunicazione riservatà », nella stagione 2004/05. Moggi è stato deferito anche per aver svolto di fatto le funzioni di dirigente del Messina fino al 2005/06. Sono stati deferiti anche la Juventus, Mariano Fabiani (già  ds del Messina), per aver contribuito a costituire il sistema delle schede telefoniche e per essersi «avvalso, sino alla stagione sportiva 2004/05, delle funzioni di fatto di tipo direttivo svolte dal signor Luciano Moggi, all`interno del Messina, con ciò eludendo la normativa federale». Così Franza (e lo stesso vale per Bonsignore) è stato deferito «per essersi avvalso, sino alla stagione sportiva 2005/06, delle funzioni di fatto di tipo direttivo svolte dal signor Luciano Moggi, all`interno del Messina». Gli arbitri (molti dei quali fuori quadro) Gianluca Paparesta, Romeo Paparesta (padre dell`arbitro della sezione di Bari), Tiziano Pieri, Salvatore Racalbuto, Stefano Cassarà , Antonio Dattilo, Paolo Bertini, Marco Gabriele, Massimo De Santis e Marcello Ambrosino «tutti all`epoca dei fatti tesserati Aia», sono accusati di «avere utilizzato schede telefoniche di gestori stranieri e per essersi, così, avvalsi del sistema di comunicazioni riservate costituito dal Moggi e dal Fabiani». La situazione è differente per le due società : il deferimento non specifica se la responsabilità  della Juve è diretta o oggettiva, ma sembrerebbe trattarsi del primo caso perché all`epoca dei fatti Moggi ne era «il legale rappresentante». Per il Messina nessun dubbio: la responsabilità  è sia diretta, per il coinvolgimento di Franza, sia oggettiva.