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Iran, cento minorenni attendono l`impiccagione nel braccio della morte

Cento minorenni aspettano di essere impiccati. Accade in Iran e lo denuncia l`avvocato Mohammad Mostafai in una lettera aperta inviata al capo dell`apparato giudiziario della Repubblica islamica, l`ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi: Mostafai chiede la cancellazione di tutte le esecuzioni. Secondo quanto reso noto dal Centro dei difensori dei diritti umani - che fa capo all`avvocatessa Shirin Ebadi, Premio Nobel per la pace nel 2003 e anche all`avvocato Mostafai - dal marzo del 2007 al marzo del 2008 sono state nove le impiccagioni di minorenni o di condannati che erano minorenni all`epoca del reato loro addebitato. Il legale, personalmente coinvolto nella difesa di 20 di questi giovani, ritiene che le esecuzioni di tre dei giovani siano ormai imminenti. E per questo si è mobilitato: il suo appello è stato pubblicato oggi dal quotidiano Kargozaran. A rischio di morte a breve sono Behnud Shojai, Said Jazi e un terzo, Behnam, di cui resta sconosciuto il cognome. Già  nei giorni scorsi la presidenza di turno slovena dell`Unione europea aveva reso noti i casi di Shojai e Jazi, chiedendo alle autorità  iraniane di sospendere immediatamente le loro esecuzioni. I due ragazzi sono stati condannati a morte perché accusati di aver accoltellato altri giovani con i quali avevano avuto una rissa, quando avevano 17 anni. Solo la scorsa settimana, il Centro dei difensori dei diritti umani ha reso pubblico il suo rapporto annuale denunciando «sistematiche violenze dei diritti umani in Iran». La mancanza di un vero rispetto dei diritti - si legge nel documento del Centro - rende ancora più profonda la spaccatura tra popolazioni e istituzioni creando instabilità  e bloccando qualsiasi processo di sviluppo nell`intero Paese. Nell`anno iraniano 1386 (tra il marzo 2007 e il marzo 2008) chi non si trovava in linea con il pensiero dominante del regime «ha dovuto sopportare pesanti intimidazioni e sentenze». In particolare da quando si è insediato il nuovo presidente Ahmadinejad libertà  di espressione e di circolazione hanno subito pesanti attacchi: 32 giornalisti sono stati condannati al carcere o frustati mentre ben 17 pubblicazioni e 8 siti internet sono stati chiusi. E nove miorenni sono stati uccisi con l`espediente della pena di morte». Per non parlare dei maltrattamenti contro gli studenti attivisti, le donne che si battono per una maggiore uguaglianza dei sessi, le minoranze religiose, e i rappresentanti dei sindacati dei lavoratori: solo nello scorso anno ben 108 studenti sono stati arrestati. Secondo i dati resi noti lo scorso anno da Amnesty International , poi, dal 1990 erano state giustiziate in Iran 24 persone minorenni o che erano minorenni all`epoca del reato contestato. E nel 2007, sempre secondo l`organizzazione internazionale, sono state almeno 317 le esecuzioni capitali nella Repubblica islamica, che si è così situata al secondo posto al mondo per numero di persone messe a morte dopo la Cina. Da parte sua Teheran insiste nel considerare la pena di morte un deterrente efficace, usato solo dopo un processo gusto e equo. (ti. bar.)

DISUMANITA` DI STATO: Italia, per `ospitare` i migranti verranno utilizzate caserme militari

Dalla permanenza all`espulsione: non è solo dietro uno slittamento linguistico che si nasconde la nuova politica del pugno di ferro del nostro governo contro gli immigrati irregolari. Per passare dai Cpt (centri di permanenza temporanea) ai Cei (centri di identificazione ed espulsione), si passa anche attraverso l`introduzione del reato di immigrazione clandestina, del prolungamento dei tempi per l`identificazione da 2 a 18 mesi. Infine, all`utilizzo di nuove strutture, da individuare nelle vecchie caserme in disuso delle nostre Forze Armate. Il ministro dell`Interno, Roberto Maroni, ha indicato in dieci il numero delle nuove strutture da aprire. L`obiettivo è averne una per regione pronte nel giro di due mesi, quando il ddl del pacchetto sicurezza sarà  probabilmente approvato dal Parlamento. Sarà Ã‚ un gruppo misto Interno-Difesa istituito oggi a visitare le strutture e valutare quali sono idonee ad ospitare i Centri di identificazione e espulsione.

LA STORIA SIAMO NOI: Via Giorgio Almirante, terrorista

In molti hanno scritto dell`Almirante antisemita e dell`Almirante massacratore repubblichino e ci vuole un tir di Maalox (o lo stomaco di Veltroni, `nulla fermerà  il dialogo con il PDL`) per mandarlo giù. Ben pochi invece si sono soffermati sul fatto che Giorgio Almirante fu amnistiato solo perché ultrasettantenne dal reato di favoreggiamento aggravato agli autori della strage di Peteano, nella quale tre carabinieri furono fatti saltare in aria. Giorgio Almirante, il grande statista al quale Gianfranco Fini rende omaggio e Gianni Alemanno vuol dedicare una strada romana, per la legge italiana è dunque un terrorista complice dell`assassinio di tre carabinieri. Ecco tutta la storia. Il 31 maggio 1972, in Peteano di Sagrado, in provincia di Gorizia, mentre in televisione trasmettevano Inter-Ajax, morirono dilaniati in un attentato il brigadiere Antonio Ferraro di 31 anni e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Bongiovanni di 33 e 23 anni. Rimasero gravemente feriti il tenente Francesco Speziale e il brigadiere Giuseppe Zazzaro. Nonostante i morti fossero tre poveri carabinieri (nella foto), immediatamente una cortina di depistaggi fu elevata per coprire i responsabili. Come per Piazza Fontana si diede per anni la colpa ai rossi; la strategia della tensione serviva per quello e funzionava così. Tra i principali depistatori vi fu il generale Dino Mingarelli, condanna confermata in Cassazione nel 1992 per falso materiale ed ideologico e per soppressione di prove, e il generale piduista Giovanbattista Palumbo, che all`epoca era comandante della divisione Pastrengo di Milano e che aveva competenza su tutto il Norditalia, che inventò la pista rossa di sana pianta. Per difendere gli assassini di tre carabinieri, due dei maggiori in grado dell`arma delle vittime, per anni ne fecero di tutti i colori, manomettendo e facendo sparire le prove, come si legge nelle sentenze e come racconta benissimo il giudice Felice Casson in un libro intervista che uscirà  in futuro. La strage avvenne a 15 giorni dall`omicidio Calabresi e tre settimane dopo le elezioni politiche del 7 maggio nelle quali l`MSI era cresciuto fino all`8.67%, massimo storico e ad un passo dal PSI. I colpevoli materiali della strage, condannati all`ergastolo con sentenza definitiva, erano gli iscritti all`MSI friulano Carlo Cicuttini e Vincenzo Vinciguerra insieme ad Ivano Boccaccio, ucciso pochi mesi dopo i fatti in uno strano tentativo di dirottamento aereo all`aeroporto di Ronchi dei Legionari. Con Peteano c`entrano tutti, i vertici dei carabinieri, l`MSI (al quale erano iscritti tutti i terroristi) la P2, Gladio, i servizi italiani e la CIA nel pieno della strategia della tensione. Destabilizzare per stabilizzare. Per trappolare la 500 di Peteano furono usati materiali di Gladio conservati ad Aurisina e tecniche che venivano insegnate alla Folgore a Pisa. Risoltosi il problema di Boccaccio, restavano Cicuttini e Vinciguerra. Abbiamo già  detto che la strategia della tensione serviva a destabilizzare per stabilizzare e proprio l`MSI la stava capitalizzando, come il voto del 7 maggio aveva appena dimostrato. E quindi i camerati andavano salvati. E qui interviene il nostro. Dopo la morte di Boccaccio a Ronchi, Vinciguerra e Cicuttini, segretario dell`MSI a San Giovanni a Natisone, in provincia di Udine, che faceva i comizi con Giorgio Almirante, nonostante non fossero ancora stati inquisiti per Peteano (le piste fasulle staranno in piedi per anni), si erano comunque resi latitanti. Latitanza dorata nella Spagna di Francisco Franco, dove il loro punto di riferimento era Stefano delle Chiaie e dove con questo si dedicavano al traffico d`armi. Cicuttini sposò perfino la figlia di un generale. C`era un solo punto debole del piano: la voce di Cicuttini registrata sia nei comizi dell`MSI sia nella telefonata con la quale Cicuttini attirò i carabinieri nella trappola a Peteano. E fu proprio Giorgio Almirante, il fascista in doppio petto, quello rispettabile, quello con il senso dello Stato, a proteggere l`autore della strage di Peteano fino a mandargli 34.650 dollari statunitensi in Spagna proprio per operarsi alle corde vocali. Ciò è processualmente provato. Almirante consegnò personalmente i soldi all`avvocato goriziano Eno Pascoli che li fece avere a Cicuttini a Madrid, via Svizzera. Almirante e Pascoli, incriminati per favoreggiamento dell`autore della strage di Peteano furono rinviati a giudizio insieme. Ma mentre Pascoli sarà  condannato, la condanna di Almirante seguirà  un corso diverso. Il capo dell`MSI godeva infatti dell`immunità  parlamentare dietro la quale si trincerò perfino per evitare di essere interrogato. La tirò avanti per anni di battaglie nelle quali non fu mai in dubbio la sua colpevolezza, finché non intervenne un`amnistia praticamente ad personam, della quale beneficiava solo in quanto ultrasettantenne. Giorgio Almirante, l`uomo d`ordine, dovette chiedere per sé l`amnistia perché il dibattimento lo avrebbe condannato e ne beneficiò (mentre il suo complice fu condannato) per il reato di favoreggiamento aggravato degli autori (militanti e dirigenti del suo partito) di un attentato terroristico nel quale vennero uccisi tre carabinieri. Non si parla di violenza politica o di strada, di giovani di destra e sinistra che si fronteggiavano e a volte si ammazzavano; stiamo parlando del peggiore stragismo. Dedichiamogli una strada, lo merita: Via Giorgio Almirante, terrorista. Gennaro Carotenuto

L`APPROFONDIMENTO: IMMIGRAZIONE, UN MANGANELLO PER IL CAVALIERE

Il governo dichiara guerra all`immigrazione: la clandestinità  è un reato. Le pene contemplate vanno dai sei mesi ai quattro anni di reclusione. Previsto, inoltre, l`aggravio automatico di un terzo della pena per gli immigrati irregolari che commettano reati di qualsiasi tipo. Stretta sui ricongiungimenti familiari, con l`introduzione di test del DNA. Restrizioni alla libera circolazione anche per i richiedenti asilo. Chi affitta in nero ai clandestini rischia, invece, fino a tre anni di carcere e multe fino a 50.000 euro. Si allungano, poi, i tempi di permanenza nei cpt, fino a 18 mesi. Più poteri ai sindaci, i quali potranno adottare ordinanze urgenti `per motivi di sicurezza`. A meno di un mese dal suo ritorno a Palazzo Chigi, Berlusconi traccia il cammino delle riforme ed individua le priorità  del governo. A Napoli, mercoledì scorso, in occasione del primo Consiglio dei Ministri, la presentazione del discusso pacchetto-sicurezza. Il provvedimento, che sarà  in vigore entro la fine di Luglio, concretizza quella `svolta autoritaria`, osannata dalla Lega in campagna elettorale. Alla conferenza stampa, seguita ai lavori della riunione di governo, Berlusconi è `modesto`. Il cavaliere si limita a liquidare il decreto come una `risposta alla criminalità `, sostenendo che quello `a non aver paura, è un diritto primario, che uno stato non può non garantire ai propri cittadini`. Gli fa eco Maroni, il quale auspica che si `provveda, sistematicamente, ad una più puntuale verifica dei requisiti previsti dalle direttive europee per poter soggiornare sul territorio nazionale`. I cittadini comunitari, in fondo, devono -`solo`- `dimostrare di possedere un alloggio, un reddito adeguato ed un`assicurazione di malattia`. Nonostante la presentazione particolarmente umile, la nuova normativa fa il giro del mondo, e tutti i maggiori media stranieri riservano un titolo al `caso italiano`. Il Times di Londra canta le gesta di un Berlusconi impegnato a `ramazzare spazzatura e crimine nelle strade di Napoli`. Salvo, poi, ironizzare sulle lamentele della periferia partenopea, per l`ennesima truffa sui rifiuti: `Hanno tolto l`immondizia dal circondario del Palazzo Reale e l`hanno scaricata su di noi`. Il The Guardian riferisce di un esecutivo che`stringe la morsa sugli zingari`. `Il governo italiano fa il duro sull`immigrazione` titola il Daily Mail. Decisamente moderato rispetto al passato è, invece, il parere del settimanale The Economist, che, nell`articolo `Roma vs Rom`, comunque critica il governo italiano, ponendo l`accento sul fatto che `molti immigrati clandestini non siano delinquenti, ma badanti o domestici`. Largo al cavaliere anche sul francese Le Monde. Il quotidiano d`oltralpe ricorda le critiche della Chiesa ed i ripetuti richiami della Commissione Europea. Spazio poi alla satira, con il belga Le Soir. Il vignettista Kroll smarrisce Berlusconi tra i rifiuti di Napoli, ma riesce a ritrovarlo con l`aiuto di una signorona napoletana vestita a lutto. Le critiche più energiche però, piovono dalla Spagna, culla della più convinta opposizione alla macchina arcoriana. El Paìs, El Mundo, Abc, Expansià³n i maggiori quotidiani iberici riservano ampie critiche al Cdm partenopeo. Lo scambio di accuse tra Roma e Madrid ha destato grande interesse nei giornali spagnoli. Il più duro di tutti è El Paìs. La popolare rivista attacca quasi quotidianamente quel `Rey-bufà³n` italiano. Descrive `un soggetto dai numerosi conti in sospeso con la giustizia`, che `ama circondarsi di belle donne`, più che di validi collaboratori. Un personaggio, la cui politica, è bene `contenere più che denunciare`, una `peste` che ha `corrotto il sistema politico italiano`. E` il ritratto di una democrazia malata, di uno stato `fascisteggiante`, in piena deriva xenofoba. La maggioranza corteggia le frange più intolleranti del sistema-paese, soddisfacendone le istanze irredentiste, e la cosa non desta quasi reazione. L`opposizione-ombra, infatti, si limita a recriminare la paternità  di `talune disposizioni`, rimandando alla visione del pacchetto sicurezza, nella versione-Amato ed etichetta, in definitiva, l`intera manovra come `un provvedimento inefficace`. Persino il Presidente Napolitano ha controfirmato il decreto senza obiettare su nulla. Nonostante il governo inviti a `levarceli dai coglioni`, i quasi 650.000 extracomunitari clandestini in Italia, stando ai dati forniti da Unioncamere e Istituto Tagliacarte (pubblicati in un rapporto presentato neanche due settimane fa a Roma), rappresentano una risorsa per il paese. Un introito che parla di circa 122 mila milioni di euro (circa il 9,2 del Pil, il calcolo è riferito al 2006). Inoltre, il dato è certo, la sicurezza dello stato non passa per i cpt, ma attraverso l`applicazione del diritto, la certezza della pena e, casomai, attraverso l`espulsione di cittadini stranieri irregolari, nel momento in cui questi commettano effettivamente reato. Trasformare centinaia di migliaia d`innocenti in pericolosi latitanti, non solo è un`iniziativa amorale e contraria alla storica tradizione della nostra democrazia, da sempre molto attenta alla difesa dei diritti civili di ogni essere umano, ma sortirà  l`effetto di annichilire il sistema giudiziario di un paese dove la durata media di un procedimento penale è di circa sette anni. E vai con la modernizzazione, no? Saverio Monno

Le altre vittime. Lydia Franceschi: ««Quella di Roberto è stata una morte inutile. Cosa è rimasto oggi? Individualismo e paura«»

Le lacrime che dai nostri occhi / vedrete sgorgare / non credetele mai / segni di disperazione / promessa sono solamente / promessa di lotta. Così Lydia Buticchi Franceschi e la sua famiglia risposero all`ennesimo sfregio alla lapide in memoria del figlio Roberto, con questi versi del poeta Alexandros Panagulis. La lapide era già  stata fracassata più volte, imbrattata con scritte fasciste. Ma venivano anche in tanti, i compagni e le compagne di allora, a portare un fiore o un messaggio, proprio lì davanti all`Università  Bocconi dove Roberto fu ucciso con un proiettile alla nuca e dove dal 1977 c`è un monumento dedicato a lui e a «tutti coloro che nella nuova resistenza dal `45 ad oggi caddero nella lotta per affermare che i mezzi di produzione devono appartenere al proletariato». E` la sera del 23 gennaio 1973, si dovrebbe svolgere un`assemblea. A differenza delle altre volte, il Rettore Giordano Dell`Amore impedisce ai non iscritti l`accesso all`università . Che fare? Nella folla di studenti e lavoratori assembrati davanti alla Bocconi si percepisce il pericolo di una provocazione. Un plotone di polizia è schierato. Quando si decide di sospendere l`assemblea, gli studenti si allontanano a gruppi. Ma la polizia carica improvvisamente. Alcuni giovani lanciano sassi raccolti per terra. Vola anche qualche bottiglia incendiaria. Dal reparto di polizia esplodono colpi di pistola. L`operaio Roberto Piacentini è ferito alla schiena. Per Roberto Franceschi è la fine. Per sua madre, suo padre e sua sorella inizia la ricerca della verità . «Se mi dovesse succedere qualcosa tu continui nella mia lotta» dice Roberto a Lydia una volta che lei gli raccomanda attenzione. Lydia ha aderito alle rivendicazioni dei giovani dal `68 in poi e condivide le idee del figlio, impegnato nel movimento studentesco. «Questa frase di Roberto è stato il filo conduttore della mia seconda resistenza - racconta Lydia - la più ardua, la più tragica, la più tormentata. Nella resistenza contro il nazifascismo eri giovane, ti sembrava che il mondo fosse davanti a te e che potevi rivoltarlo come un calzino. Invece dopo la morte di Roberto la nazione era democratica ma si uccideva ancora, e si uccidevano proprio quei ragazzi che perseguivano i valori scritti nella Costituzione, usando le forze dell`ordine in senso antidemocratico. Ciò che sognavi è chiuso dentro un cassetto di cui hai perso la chiave». Il processo penale si snoda tra inquinamenti probatori, rimozioni di giudici istruttori, oscuramento delle dichiarazioni di testimoni oculari, falsità  conclamate da parte della polizia. La sentenza finale è del 22 aprile 1985: l`imputato Tommaso Paolella, vicequestore ai tempi del delitto, è assolto per insufficienza di prove. Fino al 1979 erano stati sotto accusa anche Gianni Gallo, l`agente che aveva in dotazione la pistola da cui era partito il colpo che uccise Roberto, e il brigadiere Agatino Puglisi, perché anche dalla sua pistola si era sparato. La famiglia di Roberto rinuncia però a chiederne la condanna. Perché? «Non potevamo accettare i due agnelli sacrificali che ci avevano presentato su un piatto d`argento, non potevamo per rispetto verso Roberto e i valori che gli erano propri - dice Lydia -. Noi volevamo conoscere la verità  su una morte, sapere chi aveva sparato». «La pistola omicida appartiene al Gallo, ma a impugnarla, nella posizione descritta, poteva essere soltanto il vicequestore Paolella», è scritto nel documento consegnato alla Corte dagli avvocati dei Franceschi, che chiamano in causa le responsabilità  del capo del servizio, scrivendo tra l`altro che «le parti civili, nel rinunciare a concludere in questa sede, comunque agiranno in sede civile per il risarcimento del danno». Questo ed altri documenti sono riportati nel bel libro in cui Daniele Biacchessi ricostruisce le vicende processuali, Roberto Franceschi. Processo di polizia (Baldini e Castoldi, 2004). Con la sentenza dell`85, Lydia Franceschi si dimette dal ruolo di preside. «Dopo la morte di mio figlio [...] ho detto: il dolore è nostro, ma la verità  appartiene a tutti. Sono stata profondamente convinta di questa affermazione [...]. Oggi temo di dover aggiungere che la verità  appartiene sì a tutti, ma non al nostro Stato democratico [...] in cui si può ancora agire a livelli istituzionali con omertà  e con menzogna per sconfiggere la giustizia. In questo Stato [...] non sono più capace di tornare a scuola dai miei ragazzi e continuare ad educarli alla dignità  di cittadini», scrive nella lettera indirizzata al ministro della Pubblica Istruzione. Nel 1999 è pubblicata la sentenza del processo civile: anche se non è stato individuato l`esecutore del delitto, il colpo che ha ucciso Roberto è sparato da una persona appartenente alle forze dell`ordine e l`uso dell`arma è illegittimo. Il risarcimento devoluto dallo Stato sarà  utilizzato per la costituzione della Fondazione Roberto Franceschi, con lo scopo di mantenere culturalmente viva la sua memoria, promuovere e agire i valori cui si dedicava con tanta passione. Lo Stato ha imparato la lezione. «L`Avvocatura di Stato ha dichiarato che a Genova nel 2001 gli agenti non hanno agito in maniera costituzionale. Lo Stato non si riconosce nel loro operato e non darà  nessun risarcimento», nota Lydia. Quali strumenti ha dunque un cittadino per difendersi dalla violenza di Stato? Lydia è secca: «a questo punto dico: nessuno». Perché? «Manca la coesione tra la gente. E perché come società  civile non abbiamo mai preso seriamente in considerazione come si costruisce la mentalità  delle forze dell`ordine. Dovremmo invece capire bene come una persona può diventare uno sbirro e non un lavoratore di polizia». Lydia si è impegnata molto in questa direzione. Ha cercato di comprendere come un essere umano possa considerare un altro un mero bersaglio. «Ero vista come una visionaria, o come una che tradiva il proprio figlio. Eppure questo è un campo di battaglia che si potrebbe vincere». Per farlo, bisognerebbe essere tutti e tutte cittadini, non sudditi. Ecco il ruolo della scuola, dove Lydia ha lavorato tanti anni. «Formare la coscienza civile: è lì che la scuola ha fallito». Da dove passa la coscienza civile? «Dal modo di rapportarsi degli adulti, dall`attenzione dei docenti agli adolescenti, al loro crescere che indubbiamente è molto difficile perché i modelli proposti agiscono come una droga sulla loro intellettualità ». Sulla presunta passività  dei ragazzi di oggi si fanno molti discorsi. «E` come il risultato di una moltiplicazione: dipende dai fattori che ci metti dentro. Quanto fa zero per zero?» Appunto. «Il ragazzino come la democrazia è simile a una pianta che ha bisogno di cura e dedizione. Se non le hai perdi sia la persona che la democrazia». I valori che hanno mosso Roberto e la sua generazione Lydia li rivede nei ragazzi di oggi? «Si. Sono disinformati, ma quando vai a parlare ai giovani senza retorica, senza doppi fini, avendo pagato per le idee che proponi loro, allora hai credibilità . Gli è stata tolta, perché hanno di fronte maschere e non persone». Quando Lydia si dimette da preside, legge agli studenti la lettera che avrebbe spedito al ministro. Alla fine un ragazzino alza la mano e, rosso in viso, dice: «a me dispiace molto che lei l`anno venturo non sarà  più con noi, però capisco che se lei dovesse rimanere sarebbe proprio una suddita e non una cittadina, come ci dice sempre». «Quella di Roberto è stata una morte inutile - dice Lydia - perché non c`è stata una semina dopo. Cosa abbiamo seminato? Competizione, individualismo, paura. Sono i frutti di un modo di vivere superficiale, alla giornata, dove il tuo bisogno è il centro del tuo pensiero. Io voglio essere, non apparire. Ecco perché non darò la mia foto per questa intervista, come non l`ho data per nessun`altra». Lydia nasce a Odessa, un primo maggio di tanti anni fa. Suo padre, socialista, è stato cacciato dalla Russia per non aver accettato il corso che Stalin ha dato alla Rivoluzione d`Ottobre. Sua madre, russa, rompe ogni legame con la ricchissima famiglia d`origine, scegliendo l`amore e il socialismo. Muore pochi giorni dopo la nascita di Lydia per motivi ignoti. Il dubbio che gliel`abbiano uccisa non abbandonerà  mai suo padre. In Italia, Lydia è tra le poche bambine a sapere che prima del fascismo esisteva un parlamento e che si votava, ma le donne non ne avevano il diritto. Conosce il Psi, la scissione a Livorno, cosa è diventato il comunismo. «Mio padre mi diceva che le religioni sono l`oppio dei popoli, ma i partiti sono l`oppio degli uomini». Non mancano le perquisizioni in casa e le notti in galera del padre, che muore lasciandola ragazzina. Ma fa in tempo a seminare in lei il seme della consapevolezza. Chiedo a Lydia se oggi riveda un clima fascista: «dal punto di vista dei valori senz`altro, ma è un fascismo rielaborato. E` fascismo il fatto di non leggere, non approfondire, che tutto sia apparenza, il non accettare un diverso. Il fascismo è in agguato dentro di noi, è lì il primo lavoro da fare. Oggi tanta gente che vota a sinistra ha una mentalità  fascista». Roberto era apprezzato dai suoi professori e amato dai compagni per la sua generosità . «Era un ragazzo di cultura vastissima, esigente con se stesso, coerente e attento ai bisogni della povera gente e per questo aveva scelto di studiare Economia, convinto che gli errori nelle scelte economiche fossero sempre i più deboli a pagarli - dice Lydia -. Era il seme che andava avanti…». In sua memoria è lo spettacolo di Daniele Biacchessi, Il sogno e la ragione. Cronache del `68 , questa sera, martedì 27, alla Camera del lavoro di Milano con un dibattito.
Eleonora Cirant

MESSINA: IL VIOLINO DEI POVERI HA SUONATO LE ULTIME NOTE A `ZECCHINETTA` TANO CIMAROSA

L`avevo voluto conoscere. Ero cresciuto col mito di Franco e Ciccio e con una certa attrazione verso quegli attori che avevano percorso la strada del successo vivendo una vita artistica, ma non solo, da `mediani`, verso chi aveva vissuto `all`incrocio dei venti ed è rimasto bruciato vivo`. Le seconde linee, le spalle, tanto per intenderci. Personaggi che per una regola mai scritta, spesso finivano per essere ricordati quanto o più degli attori protagonisti. Per la fortuna di sapersi caratterizzare come nessuno. Tano Cimarosa era uno di questi. Il giorno della civetta, Il medico della mutua, Per grazia ricevuta, Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata, Detenuto in attesa di giudizio, Pane e cioccolata, L`esorciccio e i capolavori di Peppuccio Tornatore lo avevano portato al successo. E attraverso lui avevano portato, all`interno di tutte le sale cinematografiche d`Italia, la sicilianità , la messinesità . Un amico in comune mi diede il suo numero di cellulare e lo chiamai. Sembrò di parlare da subito con un uomo semplice ma mai banale, uno di casa. Mi invitò a `salire` a Roma per poterci scambiare delle parole in libertà . Non me lo feci ripetere più di una volta e alla prima occasione ci incontrammo in un bar che era diventato la sua seconda casa, una sorta di personalissima alcova di parole, a pochi passi dalla stazione Termini, vicino alle sede romana del quotidiano La Repubblica. Mi comparve davanti come l`avevo immaginato e come l`avevo visto in tante sue interpretazioni. Seduto accanto ad un vecchio amico e regista, sorseggiava un bicchiere di `non so che è`. Mi offrì da bere e da subito la voglia di raccontare il suo passato, dei suoi colleghi attori, registi, della vicinanza ai conterranei Franco e Ciccio. Mi indicò la casa di Ciccio Ingrassia, poco distante da dove ci trovavamo. Mi parlò della sua piccolissima casa, dei suoi Pupi siciliani (ne aveva realizzati decine e di tutte le dimensioni), e mi mostrò alcune foto del suo monolocale tappezzato di locandine di film che lo avevano visto protagonista e immagini di Pupi ad altezza d`uomo. Imponente ma piccolo, di carattere ma fragile, mi invitò a casa sua per una cena e una intervista che non siamo più riusciti a fare. Oggi i suoi amici lo hanno voluto salutare all`interno di una piccola chiesa. Non erano tanti, ma chi c`era lo aveva davvero amato nel corso della sua lunga e piena vita. Mancava però la città . Con coerenza lo ha voluto dimenticare anche da morto, nel giorno del suo saluto `ufficiale` alla vita. Mancavano le autorità , mancavano gli `intellettuali` dello Stretto, famosi e stimati soltanto all`interno dei loro condomini e di qualche studio di tv locale. Mancavano gli esperti in materia all`Università  e i critici cinematografici da corriere dei piccoli. Ma forse è stato meglio così. Accarezzato dalle parole del grande amico di una vita Massimo Mollica e dagli occhi lucidi del suo erede Nino Frassica, se ne è andato tra gli applausi tristi di chi lo ha conosciuto e di chi lo ha visto contare i suoi ultimi giorni in povertà  e in solitudine. Grazie Tano e scusa per essere nato in questa città  senza memoria e riconoscenza.
Enrico Di Giacomo