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L`opzione Zero Rom seduce mister Hyde di Sergio Segio

Distratti e storditi dai risultati elettorali, non abbiamo fatto caso alla vera novità  politica degli ultimi tempi: la nascita di una forza inedita, il Partito dottor Jekyll e mister Hyde. La cosa ci è sfuggita forse perché il partito bifronte si è celato dietro un nome fuorviante, Partito democratico, e fors`anche perché sinora si è manifestata una sola delle due identità , quella orrenda e maligna di mister Hyde. Si ricorda infatti un`unica comparsa di Jekyll, in sede di parlamento europeo, dove in riferimento all`immigrazione e ai rom ha dichiarato: «In Italia è stato alimentato un grave clima di intolleranza e di odio». Ma prontamente Hyde ha ripreso il sopravvento, nelle vesti del sindaco di Salerno. Dopo il pogrom effettuato da napoletani perbene, con lanci di molotov e ripetuti episodi di caccia all`uomo e al bambino, al giornalista che gli domandava: «Come giudica la rivolta contro i rom di Ponticelli?», rispondeva senza esitazione: «Partiamo dalla realtà  e smettiamo di fare i poeti. La maggioranza dei rom delinque. Come vivono? La mia verifica sul territorio dice che rubano [...] Oltre ovviamente ai reati più gravi, dalle aggressioni ai tentativi di rapimento. Questi criminali vanno espulsi dall`Italia». Grazie alla sua ubiquità  e radicamento territoriale, Hyde contemporaneamente tappezzava Napoli con manifesti dello stesso tenore e rilasciava analoghe dichiarazioni a Milano e provincia, dove auspicava l`opzione `zero rom`, come dire la soluzione finale, mentre partecipava in prima persona a pattugliamenti notturni in varie città  da lui (ancora) governate. Ronde democratiche naturalmente, anche se, ad esempio a Padova, una delle abitazioni preferite da Hyde, vogliono essere definite «passeggiate notturne per la legalità  e il recupero del territorio». Alcune, per chi fosse duro d`orecchi, si fanno accompagnare da vigilantes armati, con tanto di giubbotto antiproiettile. Di fronte al clima di intolleranza e d`odio fugacemente citato dal dottor Jekyll, la reazione e i sentimenti prevalenti sono quelli dell`indifferenza, mentre il Viminale a guida leghista sceglie la tecnica di lanciare il sasso e poi lasciar fare a mister Hyde e il neoministro della Difesa vorrebbe assommare anche l`Interno, per ragioni di antica consuetudine ai raid. Poche e flebili le voci preoccupate e dissenzienti: quelle, pur prudenti e diplomatiche, di qualche vescovo e di pezzi del volontariato cattolico; quelle impotenti di una sinistra demoralizzata dal voto e paralizzata dalle rese dei conti, come storicamente e fraternamente si usa tra comunisti. Significativa la lentezza di riflessi e la mancanza di iniziativa del sociale, dei sindacati, dei movimenti. Più tempestiva e decisa la reazione europea e la denuncia di un`eurodeputata ungherese di origine rom, Viktoria Mohacsi. Dopo aver visitato a Roma i campi nomadi, ha riferito di frequenti pestaggi a opera di poliziotti e della pratica del tribunale dei minori di sottrarre i bambini rom ai loro genitori con l`accusa di accattonaggio. Che c`è di male, avrà  pensato Hyde, ricordando che, sino ai primi anni Settanta, nella ridente Svizzera alle nomadi venivano tolti i figli, rinchiudendoli poi in istituti in modo che perdessero ogni contatto con le famiglie. Questa politica era gestita dalla `Pro Juventute - Opera di soccorso per i figli della strada`, in collaborazione con polizia e autorità  locali. Insomma: il genocidio culturale operato a fin di bene. Negli stessi periodi, altri paesi europei preferivano imporre alle rom la sterilizzazione forzata. In fondo, si tratta nient`altro che di una forma efficace dell`opzione `zero rom`. Come si vede, l`Italia resta un faro di democrazia. Peccato solo che si siano perse le tracce del dottor Jekyll. Sarebbe stato interessante conoscere il suo parere sulla poesia e sui diritti umani.

L`EDITORIALE: LADRI DI CERTEZZE

Monta la xenofobia. In Italia come in Sudafrica. Lo straniero rappresenta un problema, una minaccia alla `roba` e all“identità `. Ma per chi crede in Cristo, l`altro è colui senza il quale vivere non è più vivere. La distanza geografica è notevole. Vicinissimi, invece, gli atteggiamenti e il clima sociale. In Italia come in Sudafrica, è sempre l“altro` a essere percepito come un problema; peggio, come una minaccia. La chiamano xenofobia, che per Adriano Sofri (la Repubblica del 20 maggio) «è anche l`invenzione del diverso e il disprezzo, l`avversione e la persecuzione del diverso». Le cronache italiche degli ultimi mesi ci dicono di un crescente fastidio nei confronti degli immigrati ` colpevoli di venire da fuori e di portare unità  culturali `altre` ` e di caccia al rom, l`etnia che vive l`ambivalente (e per molti italiani, spiazzante) condizione di essere nomade ed europea. I media raccontano anche di bande giovanili che esprimono violenza (fino all`omicidio) verso chi non è considerato sufficientemente `nella norma`, perché nero o punk, portatore di capelli lunghi d codino. A Johannesburg, capoluogo del distretto industriale per eccellenza del Sudafrica, sono finiti nel mirino gli immigrati dello Zimbabwe, un paese in preda a una profonda crisi politica ed economica. Ma chi ha ucciso e ferito decine di zimbabweani (l`ondata ha investito anche altri immigrati di origine somala, nigeriana, congolese e pachistana) non si è chiesto per quale ragione questa gente è capitata lì: è gente straniera che può consumare risorse e competere per un lavoro, e tanto basta! È possibile rintracciare ` a Napoli (e a Verona) come a Johannesburg (e a Città  del Capo) ` uno sfondo comune che consenta una lettura di questi accadimenti in cui l“altro` diventa bersaglio? C`è una pista che può aiutare a comprendere e che passa attraverso due parole, che spesso intrecciano il proprio territorio: la roba e l`identità . Il culto della roba, cioè dei beni che si possiedono, con tutto il corollario di status sociale e di consumismo, ha un peso sempre più preponderante e richiede un tale investimento di attenzioni e di energie che tutto il resto ` compreso il coltivare criteri di cittadinanza che comprendano condivisione e solidarietà  ` passa in subordine. E ciò è vero anche in Sudafrica: sono stati, sì, i poveri a far fuori altri poveri, ma, appunto, per non condividere le briciole. E il possesso della roba fa il paio con lo sbandieramento di identità  (nazionali, regionali, etniche, religiose) che si presumono sedimentate e definitive. E che promettono stabilità  per omnia secula seculorum. Tutti impegnati «a reimpacchettare il passato» (Rossana Rossanda). È il tipico sogno di un mondo che si vorrebbe immobile, mentre tutt`intorno governa la globalizzazione, con il suo turbinio di uomini e di merci, con le frontiere labili, con visioni del mondo che capitolano, con culture costrette ad annusarsi sempre più da vicino… In questo contesto, l“altro` diventa il ladro di certezze. Diventa quello che mette in crisi scenari consolidati. Diventa un sasso che agita la calma apparente del nostro mare di tranquillità  e di civiltà . Eppure, i cristiani non devono fare tanta strada per trovare vie d`uscita. Il Nuovo Testamento ci ammonisce sul ruolo del ladro. «Ecco, io vengo come un ladro» (Ap. 16,15). Il Cristo, una volta venuto `presso i suoi`, provoca una crisi e una divisione: rapisce ai `suoi` le loro sicurezze e i loro privilegi, ma per svelare il dono promesso e accordato a tutti. Anche l`insegnamento sociale della chiesa ` parte essenziale di ogni annuncio evangelico oggi ` fornisce indicazioni nitide in tema di attenzione all`altro, di solidarietà , di coesione sociale. Ma, guardando all`Italia, dobbiamo dedurre che il Vangelo non è oggetto di sufficiente riflessione e che le parrocchie e le miriadi di associazioni cattoliche non danno adeguata eco all`insegnamento sociale della chiesa? «Mai senza l`altro», ci ammonisce il teologo gesuita francese Michel de Certeau (1925-1986): «L`Altro è colui senza il quale vivere non è più vivere… Tragedia non è il conflitto, l`alterità , la differenza, bensì la confusione e la separazione. In questa stagione, dobbiamo imparare ad accettare il mistero e l`enigma di chi non conosciamo, di chi appare come l`estraneo, e non solo lo straniero. La sofferenza e la fatica della ricerca dell`unione nella differenza permangono, ma la tragedia incombe sull`uomo soltanto quando rinuncia all`altro e se ne separa. Gli altri non sono l`inferno: sono la nostra beatitudine su questa terra». da Nigrizia

Arrestato ex numero due del Congo. Crimini contro l`umanità  e di guerra

L`AJA - Crimini contro l`umanità  e crimini di guerra. Con queste accuse è stato arrestato l`ex vicepresidente della Repubblica democratica del Congo. Jean-Pierre Bemba è stato fermato ieri sera alla periferia di Bruxelles, su richiesta del Tribunale penale internazionale. Lo ha riferito alla France Presse Beatrice Le Fraper, consigliere del procuratore del Tribunale. “Nei prossimi giorni verrà  portato davanti a un giudice belga - ha detto il consigliere - Noi ci attendiamo che le autorità  di Bruxelles lo trasferiscano al Tribunale penale internazionale nelle prossime settimane”. Il mandato di cattura contro Bemba contiene due accuse di crimini contro l`umanità , e quattro per crimini di guerra, che avrebbe commesso nella Repubblica centroafricana. Sconfitto da Joseph Kabila nel secondo turno delle elezioni presidenziali dell`ottobre 2006, Bemba non si era rassegnato, e i suoi fedelissimi avevano ingaggiato una serie di sanguinosi scontri con le forze governative. Il 22 marzo, dopo che i suoi miliziani erano stati sconfitti in una serie di combattimenti con oltre 150 morti, Bemba si era rifugiato nell`ambasciata del Sudafrica a Kinshasa. Da lì, l`ex vice presidente era partito l`11 aprile per il Portogallo, insieme alla moglie e ai suoi cinque figli. Nel mandato di cattura emesso dal Tribunale penale internazionale, Jean-Pierre Bemba è sospettato anche di crimini sessuali commessi nella Repubblica centroafricana. “Bemba è il presidente del Movimento di liberazione del Congo (Mlc), un gruppo politico-militare che è intervenuto nel conflitto nella Repubblica centroafricana nel 2002-2003, perseguendo una strategia di terrore e di violenza contro le popolazioni civili, segnata in particolare da una campagna massiccia di stupri e saccheggi”, ha detto il procuratore del Tpi, Luis Moreno-Ocampo, in un comunicato. Secondo le accuse, le forze del Movimento di liberazione del Congo di Bemba commisero “sistematici attacchi contro la popolazione civile” rendendosi responsabili di stupri, torture e altri reati fra il 2002 e il 2003 nella Repubblica Centrafricana, dove erano state chiamate dal presidente Ange Felix Patasse per reprimere un tentativo di colpo di Stato. “L`arresto di Bemba è un avvertimento per tutti quelli che commettono o incoraggiano crimini sessuali - ha dichiarato Moreno Ocampo - non vi sono scuse per centinaia di stupri. Non vi sono scuse per la violenza su una bambina davanti ai genitori. Non vi sono scuse per comandanti che autorizzano o chiudono un occhio su stupri e saccheggi. Abbiamo prove dei crimini di Bemba”. Si tratta del primo arresto nell`ambito dell`inchiesta sulla Repubblica centroafricana da parte del procuratore Moreno Ocampo, anche se - ha sottolineato il Tpi - “l`inchiesta prosegue e questo arresto non sarà  l`ultimo”.

OGGI I FUNERALI: ADDIO A TANO CIMAROSA

Il mondo del cinema dà  l`addio a Tano Cimarosa (nella foto Di Giacomo, pubblicata ieri sul Corriere della Sera). Il grande caratterista cinematografico e teatrale messinese si è spento, poco prima dell`alba, all`età  di 86 anni, nella sua città  natale, a Casa Serena. Ha lavorato sino alla fine ed era apparso anche recentemente in sceneggiati Rai e Mediaset come, per esempio, in un episodio del fortunato serial televisivo “Don Matteo” nel ruolo di zio Carmelo, parente del maresciallo Cecchini. Proprio quest`anno aveva festeggiato i sessant`anni di carriera d`attore per aver esordito in “Sotto il sole di Roma” nel 1948. Ma la prima sua caratterizzazione di rilievo è quella del mafioso Zecchinetta ne “Il giorno della civetta”, il film tratto dall`omonima opera di narrativa di Leonardo Sciascia diretto nel 1967 da Damiano Damiani. In seguito era comparso più volte accanto ad Alberto Sordi nel ruolo del padre di una numerosa famiglia ne “Il medico della mutua”, nei panni di un emigrato in “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” e in veste di guardia carceraria in “Detenuto in attesa di giudizio”. In anni più recenti l`attore messinese era stato una presenza costante nei film di Giuseppe Tornatore (”Nuovo cinema Paradiso”, “L`uomo delle stelle”, “Una pura formalità ”). Uomo di grande generosità , dall`aspetto semplice e dai modi affabili, con la passione incondizionata per il cinema e per i pupi siciliani, Cimarosa era tornato in riva allo Stretto proprio da una decina di giorni. Nato a Messina l`1 gennaio del 1922 ` fratello dei meno conosciuti attori Michele e Giovanni ` iniziò la sua attività  cinematografica con regolarità  nei primi anni Cinquanta quando, lasciata la sua amata Sicilia, giunse a Roma e cominciò a lavorare assieme ai grandi protagonisti dell`epoca impersonando, quasi sempre, lo stereotipo del siciliano medio, istintivo e sanguigno passando con grande versatilità  dai ruoli comici a quelli drammatici. La sua carriera si pregia di interpretazioni indimenticabili a fianco di alcuni dei maggiori attori italiani e stranieri: da Ugo Tognazzi a Nino Manfredi, da Claudia Cardinale, a Philippe Noiret da Jean Paul Belmondo, a Gérard Depardieu, da Sergio Castellitto a Franco e Ciccio Ingrassia. Ma era stato al fianco di mille altri attori famosi e sotto la guida dei più ragguardevoli registi del cinema internazionale degli ultimi cinquant`anni: Zampa, Polanski, Damiani, Tornatore appunto. Negli anni Settanta Cimarosa tentò anche la carriera registica, realizzando tre film: il thriller “Il vizio ha le calze nere” (1975), il poliziesco “No alla violenza” (1977) e il film sul mondo della mafia “Uomini di parola” (1980). Più di cinquant`anni di cinema italiano, trascorsi a lavorare ininterrottamente, hanno consentito all`attore di dimostrare di essere uno dei più apprezzati caratteristi italiani per la sua duttilità  e la sua capacità  di essere incisivo. Cimarosa aveva recentemente lavorato, come già  detto, in un episodio di “Don Matteo” con Terence Hill e il conterraneo Nino Frassica e aveva preso parte, assieme ad altri noti attori siciliani, tra cui Mario Opinato, Gilberto Idonea, Tony Sperandeo e Loredana Cannata, al film “Buonanotte Fiorellino” diretto proprio dal nipote Salvatore Arimatea, che lui ebbe tanto caro e che gli è stato vicino durante gli ultimi anni della sua vita. In “Buonanotte Fiorellino” Tano Cimarosa ha lasciato la sua ultima interpretazione carica di umanità  e di tenerezza accanto a una giovane disabile. Due anni fa è stato pubblicato inoltre un libro su di lui dal titolo “Il mondo di Tano Cimarosa” scritto da Luigia Minivecchi, nota sceneggiatrice e tra gli amici più cari dell`attore, libro che costituisce oltretutto l`unica biografia finora dedicata al compianto artista messinese. I funerali di Cimarosa si svolgeranno oggi a Messina, alle ore 16, nella chiesa del Carmine.

L`INCHIESTA ESCLUSIVA: Come la borghesia mafiosa si organizza in vista dei lavori del Ponte

Da anni vengono lanciati preoccupati allarmi sui tentativi della criminalità  organizzata di mettere le mani sull`affare del Ponte sullo Stretto di Messina. Il grande potere criminogeno della mega-opera è stato confermato da numerose indagini che hanno evidenziato, da una parte, come le cosche locali puntino ad inserirsi nei sub-appalti, nelle opere secondarie e nell`imposizione di pizzo; dall`altra, come la grande mafia internazionale abbia provato a finanziare direttamente l`opera, grazie alle enormi disponibilità  economiche in suo possesso.
Obiettivo cantieri
`Circa il 40 per cento delle opere potrebbe teoricamente alimentare i circuiti mafiosi`. È lo scenario che emerge da uno studio sull`impatto criminale del Ponte commissionato al Centro Studi Nomos del Gruppo Abele di Torino dall`Advisor della Società  Stretto di Messina. Gli interessi mafiosi potrebbero manifestarsi nella fase di scavo e realizzazione delle fondazioni e della movimentazione terra, ed in questo caso imprese mafiose ` già  esistenti o più probabilmente costituite ad hoc ` potrebbero rivendicare una partecipazione diretta ai lavori. Identico rischio di penetrazione criminale per quanto riguarda le strutture di ancoraggio dei cavi di sospensione, per le quali è previsto un volume di 328.000 metri cubi in Sicilia e di 237.000 in Calabria. Se si tiene inoltre conto che per la realizzazione del manufatto occorrono in totale circa 860.000 metri cubi di calcestruzzo, il rischio criminalità  appare di gran lunga più elevato, data la tradizionale specializzazione dei gruppi mafiosi in Calabria e Sicilia nel cosiddetto `ciclo del cemento`. Ma è nell`ambito dei lavori per i collegamenti ferroviari e stradali, in buona parte previsti in galleria e nelle rampe di accesso al Ponte, che il rischio criminalità  è ancora più alto ed evidente. Un altro settore particolarmente sensibile alla penetrazione mafiosa è quello relativo all`offerta di servizi necessari per il funzionamento dei cantieri. Oltre alla tradizionale funzione di guardianìa - secondo il sociologo Rocco Sciarrone - `i mafiosi cercheranno con molta probabilità  di inserirsi nelle fasi di installazione e organizzazione dei cantieri, e successivamente anche nella gestione dei loro canali di approvvigionamento. È dunque ipotizzabile il tentativo di controllare il rifornimento idrico e quello di carburante, la manutenzione di macchine e impianti e la relativa fornitura di pezzi di ricambio, il trasporto di merci e persone`. Nelle mani di mafia e ‘ndrangheta, in più, potrebbero finire cemento, ferro, finanche il catering e gli alloggi per gli operai. Questa è però una visione `minimalista` che non tiene conto delle evoluzioni dell`impresa mafiosa e della sua forza finanziaria e di inserimento nei mercati `legali`. Nella relazione trasmessa al Parlamento nel novembre 2005, la Direzione Distrettuale Antimafia (Dia), affermava che `la mafia è pronta a investire il denaro del narcotraffico nella costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina`. Nello specifico, le indagini avrebbero accertato che `ingenti capitali illecitamente acquisiti da un`organizzazione mafiosa a carattere transnazionale sarebbero stati reinvestiti nella realizzazione di importanti opere pubbliche, con particolare riguardo a quelle finalizzate alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina`. Il primo allarme degli inquirenti sugli interessi delle organizzazioni mafiose nella realizzazione dell`infrastruttura risale comunque al 1998. Anche allora fu la Dia a denunciare la `grande attenzione` di ‘ndrangheta e Cosa Nostra per il progetto relativo alla realizzazione del Ponte. La Dia approfondiva il tema nella sua seconda relazione semestrale per l`anno 2000. Soffermandosi sulla ristrutturazione territoriale dei poteri criminali in Calabria e in Sicilia, si segnalava come le indagini avessero evidenziato che `le famiglie di vertice della ‘ndrangheta si sarebbero già  da tempo attivate per addivenire ad una composizione degli opposti interessi che, superando le tradizionali rivalità , consenta di poter aggredire con maggiore efficacia le enormi capacità  di spesa di cui le amministrazioni calabresi usufruiranno nel corso dei prossimi anni`. Nel mirino, secondo l`organo investigativo, innanzitutto i progetti di sviluppo da finanziare con i contributi comunitari previsti dal piano Agenda 2000, stimati per la sola provincia di Reggio Calabria in oltre cinque miliardi di euro nel periodo 2000-2006. `Altro terreno fertile ai fini della realizzazione di infiltrazioni mafiose nell`economia legale ` aggiungeva il rapporto - è rappresentato dal progetto di realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, al quale sembrerebbero interessate sia le cosche siciliane che calabresi. Sul punto è possibile ipotizzare l`esistenza di intese fra Cosa Nostra e ‘ndrangheta ai fini di una più efficace divisione dei potenziali profitti`.
Dal Canada allo Stretto di Messina via Arabia Saudita
Intanto alcuni faccendieri lanciavano l`assalto, per conto delle più potenti cosche mafiose d`oltreoceano, alla gara per il general contractor del Ponte di Messina. L`intrigata ragnatela di interessi è venuta alla luce il 12 febbraio 2005, quando la stampa dava notizia dell`emissione di cinque provvedimenti di custodia cautelare per associazione per delinquere di stampo mafioso e delle perquisizioni in diverse città  italiane. I provvedimenti venivano notificati al boss Vito Rizzuto, capo dell`organizzazione legata ai mafiosi Cuntrera-Caruana e sospettato di rappresentare in Canada la `famiglia` Bonanno di New York, all`ingegnere Giuseppe Zappia (residente in Canada ma arrestato a Roma), al broker Filippo Ranieri (originario di Lanciano in Abruzzo), all`imprenditore cingalese Savilingam Sivabavanandan e all`algerino Hakim Hammoudi. L`inchiesta (denominata `Brooklin`), coordinata dal capo della Dda di Roma Italo Ormanni e dal pm Adriano Iassillo, sulla base di numerose intercettazioni, individuava un`operazione concepita da Cosa Nostra per riciclare 5 miliardi di euro provenienti dal traffico di droga nella realizzazione del Ponte. Ad ordire le trame il boss Vito Rizzuto, originario di Cattolica Eraclea, figlio di Nicola `Nick` Rizzuto, personaggio eminentissimo della mafia internazionale. Stando alle accuse dei magistrati romani, il mafioso italo-canadese si sarebbe avvalso dell`imprenditore Giuseppe Zappia che aveva capeggiato una cordata partecipante alla gara preliminare per il general contractor, avviata dalla Società  Stretto di Messina il 14 aprile 2004. Sei mesi più tardi, tuttavia, la `cordata Zappia` e un non precisato raggruppamento di aziende meridionali venivano escluse nella fase di pre-qualifica, perché non in possesso dei requisiti richiesti. Zappia ha negato i contatti con la criminalità  italo-canadese e a sua difesa ha prodotto un affidavit, una sorta di accordo sancito con una società , in mano ad uno dei principi della famiglia reale dell`Arabia Saudita. I soldi per il Ponte, cioè, dovevano venire dagli immensi profitti del petrolio. In realtà  i faccendieri internazionali avevano fatto la spola tra Canada e Arabia Saudita, intrecciando inquietanti relazioni tra mafiosi e sovrani mediorientali, ed avviando i contatti con i manager delle maggiori società  di costruzione in corsa per il Ponte sullo Stretto. La mafia, consapevole delle loro difficoltà  a reperire capitali freschi per avviare i lavori, si era offerta a metterceli lei e per intero. Come ha evidenziato Stefano Lenzi, responsabile dell`Ufficio istituzionale del WWF Italia, `l`attuale salto di qualità  vede la holding mafiosa mettere sul tavolo dei suoi rapporti con le imprese il suo ruolo di ‘intermediatore finanziario`, con enormi disponibilità  economiche. Un mediatore che non ha nemmeno bisogno di condizionare il general contractor per realizzare l`opera ‘con qualsiasi mezzo`, ma tenta, addirittura, di diventare esso stesso (attraverso le necessarie coperture) l`elemento centrale di garanzia del GC, che dovrà  redigere la progettazione definitiva ed esecutiva e realizzare l`infrastruttura`. Ma più di tutto, l`establishment criminale aveva colto l`alto valore simbolico del Ponte, comprendendo che con il finanziamento e la realizzazione della megaopera era possibile ottenere nuova legittimazione istituzionale e sociale. `Quando farò il ponte ` dirà  in una telefonata l`imprenditore Zappia ` con il potere politico che avrò io in mano, l`amico (il boss Rizzuto ndr) lo faccio ritornare…`. Dal 19 marzo 2006 è in corso presso il Tribunale di Roma il processo contro i protagonisti dell`operazione Brooklin. In esso, incomprensibilmente, la Società  Stretto di Messina ha scelto di non costituirsi parte civile. Indipendentemente da quello che sarà  l`esito giudiziario, un verdetto storico è inconfutabile: in vista dei flussi finanziari promessi ad una delle aree più fragili del pianeta, è avvenuta la riorganizzazione di segmenti strategici della borghesia mafiosa in Calabria, Sicilia e nord America. Ma non solo. Dietro tanti dei Padrini del Ponte, infatti, si celano i nomi più o meno noti di mercanti d`armi e condottieri delle guerre che insanguinano il mondo. Quasi a voler enfatizzare il volto `moderno` del capitale. Saccheggiatore di risorse naturali e dei territori; generatore prima, beneficiario dopo, di ogni conflitto bellico.
Infiltrazioni criminali sui lavori autostradali
In attesa del Ponte, la criminalità  organizzata ha scelto di sedere attivamente al banchetto dei lavori di ammodernamento dell`autostrada Salerno-Reggio Calabria (oltre 1.200 milioni di euro), lavori appaltati proprio ad alcune delle grandi società  italiane di costruzione che guidano l`Associazione temporanea d`imprese `Eurolink`, general contractor per la progettazione definitiva e la realizzazione del `Mostro sullo Stretto`. Per l`ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria, mafia e ‘ndrangheta avrebbero riscosso il pizzo da quasi tutte le aziende coinvolte. Lo ricorda l`ultimo rapporto su criminalità  e imprenditoria di Sos Impresa/Confesercenti. Impregilo, ad esempio, capofila Eurolink, `aveva insediato nelle società  personaggi che, secondo gli inquirenti da sempre avevano avuto a che fare con esponenti della criminalità  organizzata e con imprese di riferimento alle cosche`. Lo stesso sarebbe accaduto con la Società  Italiana per Condotte d`Acqua S.p.a., partner del gruppo di Sesto San Giovanni nella costruzione del Ponte sullo Stretto. Il modus operandi delle due società  è stato delineato dall`inchiesta condotta nel luglio 2007 dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ha portato all`arresto di quindici persone, tra cui gli esponenti di spicco dei clan Piromalli di Gioia Tauro, Pesce di Rosarno, Condello di Reggio Calabria, Longo di Polistena e Mancuso di Vibo Valentia. Per i lavori autostradali nel tratto compreso tra gli svincoli di Rosarno e Gioia Tauro, le cosche avrebbero imposto ad Impregilo e Condotte l`assegnazione dei lavori e la fornitura di materiali e servizi ad imprese a loro vicine, più una tangente del 3% sul valore delle commesse. Spiega Confesercenti: `La scelta da parte di entrambe le imprese di investire personaggi discussi della carica di capo aerea della Calabria, secondo gli investigatori non era casuale ed a testimoniarlo vi sarebbero delle conversazioni intercettate e le indagini pregresse che avevano già  portato ad inquisire due professionisti. Nelle intercettazioni risalta la piena consapevolezza delle regole mafiose imposte dalle organizzazioni criminali e l`adeguamento ad esse da parte delle grosse imprese, le quali recuperavano il famoso 3% da destinare alle cosche mediante l`alterazione degli importi delle fatture`. Ogni intervento sui cantieri era già  stato attribuito a tavolino alle varie cosche, secondo rigide regole territoriali: ai Mancuso è toccata la competenza nel tratto Pizzo Calabro-Serra San Bruno, ai Pesce quello tra Serre e Rosarno, ai Piromalli l`area tra Rosarno e Gioia Tauro. `Le procedure di subappalto erano state avviate ancor prima dell`autorizzazione dell`ente appaltante, il tutto a scapito delle imprese pulite estromesse dalle gare in quanto non gradite all`ambiente`, conclude Confesercenti. La prefettura di Reggio Calabria aveva sempre negato la certificazione antimafia alle ditte sospette, ma puntualmente esse erano riammesse ai subappalti grazie alle benevoli sentenze del Tar della Calabria. Destino beffardo quello dei lavori autostradali: il 1° aprile 2005 il consorzio Impregilo-Condotte aveva firmato con la Prefettura di Reggio Calabria e l`ANAS, un protocollo d`intesa per la `prevenzione dei tentativi di infiltrazione mafiose durante la realizzazione dell`opera`. Le due società  si erano impegnate, in particolare, ad `adottare tutte le misure del caso atte ad evitare affidamenti ad imprese sub-appaltatrici e sub-affidatarie nel caso in cui le informazioni antimafia abbiano dato esito positivo`, e ad effettuare `controlli, verifiche e monitoraggi per scongiurare l`intromissione di imprese irregolari, forme di caporalato o lavoro nero`. Chissà  cosa faranno per il Ponte…
E il certificato antimafia?
Nell`euforia generale post-elezioni dove vincitori e sconfitti preannunciano il riavvio dell`iter progettuale ed esecutivo della megainfrastruttura tra Scilla e Cariddi, è finita nell`oblio una vicenda inquietante che in uno Stato di diritto, perlomeno avrebbe dovuto imporre a forze politiche, imprese, organizzazioni sindacali e sociali, organi giudiziari, una pausa di riflessione sull`intero sistema delle Grandi Opere. Nella primavera 2008, infatti, è stato negato il certificato antimafia alla società  Condotte, terza in Italia per fatturato e in gara ` oltre al Ponte ` per l`Alta Velocità  ferroviaria e il Mose di Venezia. Il fatto è stato reso noto direttamente dall`allora ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro. `Nei giorni scorsi - ha spiegato il ministro - avevo segnalato al ministero dell`interno come dalle indagini della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria e di altri organi investigativi era emerso uno stretto legame tra la società  e la criminalità  organizzata calabrese, in particolare in merito alla gestione di alcuni cantieri dell`autostrada Salerno-Reggio Calabra e della nuova strada statale 106 Jonica`. `Alla mia segnalazione - ha proseguito Di Pietro - il ministro Amato ha risposto rendendomi noto che a seguito del parere del comitato per l`alta sorveglianza, attivo presso il dicastero dell`interno, il prefetto di Roma ha adottato, lo scorso 20 marzo un provvedimento di diniego della certificazione antimafia nei confronti della società  Condotte`. `Tutto questo ho tempestivamente comunicato all`ANAS - ha concluso il ministro - oltre che agli altri organi competenti, affinché adottino tutti i provvedimenti del caso, in merito ai cantieri della A/3 e della 106, ma anche in relazione ad eventuali altri rapporti contrattuali, gestiti da controllate o dalle concessionarie autostradali`. Il nulla osta antimafia è richiesto nelle distinte fasi dell`appalto e non solo all`inizio e serve per ottenere i pagamenti in ogni fase di avanzamento dei lavori. Anche se ogni prefettura è autonoma nella valutazione discrezionale sul provvedimento, buon senso impone che le altre prefetture vi si adeguino, negando la certificazione per gli altri appalti ricadenti nella loro giurisdizione. Il provvedimento di revoca del certificato antimafia è stato pure commentato dal prefetto Bruno Frattasi, alla guida del Comitato di sorveglianza sulle grandi opere. Frattasi, in particolare, ha fatto riferimento a `numerose verifiche del gruppo interforze di Reggio Calabria, che ha visitato più volte i cantieri trovando un contesto ambientale inquinato`. Si è pure appreso che sempre in data 20 marzo 2008, la stessa Prefettura di Roma ha provveduto ad invitare la capofila Impregilo a `procedere alla estromissione, con eventuale sostituzione, della Società  Italiana per Condotte d`Acqua S.p.a. dalla propria compagine sociale` nel termine di trenta giorni, pena il `recesso del contratto ai sensi dell`art. 11, comma tre, del DPR 3.6.1998, n° 252. A seguito della comunicazione del ministero delle Infrastrutture, l`ANAS ha provveduto in data 2 aprile alla `revoca di tutti i contratti con Condotte`, ma il diniego è stato poi tamponato con un ricorso della società  di fronte al Tribunale amministrativo regionale del Lazio, che l`11 aprile ha concesso la sospensiva del provvedimento, in attesa della causa di merito. Al colosso delle costruzioni italiane non è comunque mancata la piena solidarietà  dell`associazione di categoria dei general contractor, l`AGI (Associazione Grandi Imprese). Un suo comunicato recita che `la revoca dei contratti avrebbe effetti di devastante gravità  per una delle maggiori, più antiche e più qualificate imprese del settore`. Per la cronaca, vicepresidente di AGI è l`ingegnere Duccio Astaldi, vicepresidente di Condotte d`Acqua. Con la mafia, parole dell`ex ministro delle Infrastrutture Lunardi, si deve pur convivere. Così, forse, nessuno richiederà  più il certificato antimafia a chicchessia. Oggi, di certo, nessuno ritiene tuttavia ingombrante sedere accanto ad un`impresa fortemente censurata dall`autorità  giudiziaria e dai ministri di un esecutivo. Nelle isole Eolie, ad esempio, Condotte d`Acqua ha costituito da poco una società  mista con il comune di Lipari, la `Porti di Lipari S.p.a.`, per la realizzazione di un devastante programma di porti e porticcioli. Grande sponsor dell`iniziativa l`intero stato maggiore di Alleanza Nazionale nella provincia di Messina. L`assedio allo Stretto continua. ANTONIO MAZZEO

IL CINEMA E` IN LUTTO: ADDIO AD UN ARTISTA VERO. SI E’ SPENTO L`ATTORE MESSINESE TANO CIMAROSA.

Alle 5 e 30 di questa mattina, si è spento a Casa Serena nella sua tanto amata Messina, dove era voluto ritornare prima di morire, il grande attore siciliano Tano Cimarosa (nelle foto Di Giacomo, durante una sua visita nella città dello Stretto). I funerali si terranno nella Chiesa del Carmine lunedì alle 16. Fratello dei meno conosciuti attori Michele e Giovanni, dalla natia Sicilia si sposta a Roma dove nei primi anni `50 del XX secolo inizia la carriera di attore grazie ai grandi dell`epoca (Alberto Sordi, Franco e Ciccio, Nino Manfredi), impersonando quasi sempre lo stereotipo del siciliano medio, istintivo e sanguigno, dai ruoli comici a quelli drammatici. La prima sua caratterizzazione di rilievo è quella del mafioso Zecchinetta ne Il giorno della civetta diretto nel 1967 da Damiano Damiani. In seguito compare accanto ad Alberto Sordi nel ruolo del padre di una numerosa famiglia ne Il medico della mutua, nel ruolo di un emigrato in Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata e infine nel ruolo di una guardia carceraria in Detenuto in attesa di giudizio. Negli anni `70 tenta anche la carriera registica, realizzando tre film: il thriller Il vizio ha le calze nere (1975), il poliziesco No alla violenza (1977) e Uomini di parola (1980), film sul mondo della mafia. In anni più recenti è stata una presenza costante nei film di Giuseppe Tornatore (Nuovo cinema Paradiso, L`uomo delle stelle, Una pura formalità ). Tano, che ha lavorato ininterrottamente da quasi cinquant`anni, ha dimostrato di essere uno dei più grandi caratteristi italiani per la sua duttilità e la sua capacità di essere incisivo sia quando è alle prese con ruoli drammatici, sia quando tratteggia personaggi convenzionali come quelli del mafioso o del siciliano geloso in film comici. Recentemente ha lavorato in un episodio del fortunato serial televisivo Don Matteo con Terence Hill e Nino Frassica e ha preso parte insieme ad altri grandi attori Siciliani tra cui Mario Opinato, Gilberto Idonea, Tony Sperandeo e Loredana Cannata al film `Buonanotte Fiorellino` diretto proprio dal nipote Salvatore Arimatea che lui ebbe tanto caro e che gli è stato vicino durante gli ultimi anni della sua vita. Lascia proprio in questo film la sua ultima interpretazione carica di umanità e tenerezza accanto ad una giovane disabile. Normanno.it