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LA GUERRA NEGATA: La storia di due militari italiani che si erano rifiutati di aprire il fuoco durante un combattimento per timore di colpire dei civili

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La vicenda dei due elicotteristi dell`esercito italiano, rimpatriati dall`Afghanistan in quanto affetti da stress post traumatico da combattimento ` si erano rifiutati di aprire il fuoco durante un combattimento per timore di colpire dei civili ` solleva anche in Italia una questione molto spinosa: quella del riconoscimento, da parte dello Stato, della sindrome da Ptsd (Post traumatic stress disorder) per i reduci di guerra. Tartaglia: `Nessun assistenza garantita ai reduci con Ptsd`. `Nel nostro paese ` spiega l`avvocato Angelo Tartaglia, esperto di diritto militare ` lo Stato non ha mai riconosciuto questa sindrome. Manca completamente una normativa a riguardo ed è sempre mancata la volontà  politica del ministero della Difesa, di qualsiasi colore politico esso fosse, di affrontare questa realtà . Ai militari che tornano dal fronte psicologicamente traumatizzati da eventi bellici, con tanto di diagnosi da Ptsd, possono ottenere il riconoscimento della causa di servizio, quindi un risarcimento, o il congedo con pensione di invalidità , ma non ricevono dallo Stato nessuna forma di assistenza terapeutica post-traumatica. Questa è demandata all`iniziativa del singolo, che deve provvedere da solo a rivolgersi a strutture sanitarie specializzate. Il problema ` conclude l`avvocato ` è tutto politico, legato al fatto che i nostri governi continuano a parlare di ‘missioni di pace` negando la vera natura di queste missioni militari`. Gaiani: `Lo Stato ha sempre negato che i nostri militari fanno la guerra`. E` proprio questo, anche secondo Gianandrea Gaiani, esperto di questioni militari, il punto centrale di questa faccenda. `Solo ora si inizia ad ammettere che i nostri soldati in missione di pace fanno anche la guerra. Ma per anni questa realtà  è stata sistematicamente negata: il fatto che i nostri militari partecipano regolarmente ad azioni di combattimento è stato nascosto all`opinione pubblica. Quindi non stupisce che lo Stato non abbia mai voluto affrontare e gestire il problema dei reduci che tornano dal fronte con traumi mentali dovuti ad azioni belliche. E` stato così per la Somalia, per l`Iraq e per l`Afghanistan. Ora però ` dice Gaiani ` se si riconosce che i nostri militari combattono, bisogna anche garantire un`adeguata assistenza terapeutica per i casi di Ptsd, come accade negli Stati Uniti d`America e in Gran Bretagna, dove la guerra e i suoi effetti non sono tabù”. Enrico Piovesana

CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO ANCHE PER IL RETTORE TOMASELLO: INCHIESTA SULL`UNIVERSITA` DI MESSINA, ARRIVANO LE RICHIESTE PER 38

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Sono trentotto le persone indagate nell`ambito dell`inchiesta sull`Università  per le quali i sostituti procuratori Antonino Nastasi e Adriana Sciglio hanno depositato al gip Massimiliano Micali le richieste di rinvio a giudizio. Non è ricompresa una sola persona rispetto all`atto di chiusura delle indagini preliminari, che risale al gennaio scorso e contava 39 indagati. Si tratta del ricercatore Giovanni Lanteri, la cui posizione è stata per il momento stralciata. Praticamente identiche all`atto di chiusura ex art. 415 bis c.p.c. le contestazioni accusatorie che i due sostituti hanno formulato con le attuali richieste di rinvio a giudizio. Adesso il prossimo passaggio processuale sarà  l`udienza preliminare, che presumibilmente dovrebbe essere fissata entro ottobre. Si tratta di contestazioni di reato che vanno dalla tentata concussione all`abuso d`ufficio, dal falso del pubblico ufficiale alla tentata truffa, dai maltrattamenti al peculato. Le richieste di rinvio a giudizio depositate all`Ufficio gip riguardano il rettore Francesco Tomasello e poi una lunga lista di altre persone tra docenti e funzionari dell`Università , funzionari dell`Ausl 4 di Enna, ricercatori universitari e componenti di commissioni d`esame: il funzionario del Rettorato Eugenio Capodicasa, la moglie nonché dipendente di Unilav, Ivana Saccà ; il professore Giuseppe Piedimonte, responsabile del progetto “Lipin”, e il responsabile amministrativo dello stesso progetto, Stefano Augliera; l`ex preside di Veterinaria, Battesimo Consolato Macrì, il suo successore Giovanni Germanà , i docenti Raffaele Tommasini, Antonio Pugliese, Salvatore Giannetto, Pietro Paolo Niutta; gli altri componenti del Consiglio di facoltà  di Veterinaria Emilia Ciriaco, Santo Cristarella, Luigi Iannuzzi, Ugo Muglia, Francesco Naccari, Maria Grazia Pennisi, Antonina Zanghì, Francesco Abate, Antonio Ajello, Concetta Beninati, Francesca Conte, Massimo De Majo, Giuseppa Di Bella, Antonino Germanà , Patrizia Germana Germanà , Elisabetta Giudice, Rosaria Laurà , Marisa Masucci, Giuseppe Mazzullo, Annamaria Passantino; i componenti della commissione d`esami Claudio Petterino e Maria Teresa Capucchio; il direttore ed il funzionario dell`Ausl 4 di Enna, Calogero Sicilia e Ireneo Sferazza; la ricercatrice Michela Pugliese; i ricercatori Mirko Paiardini e Barbara Cervasi. Questa prima tranche d`indagine sull`Ateneo peloritano è sostanzialmente divisa in due tronconi. Da un lato i magistrati si sono occupati delle rivelazioni fatte nel febbraio del 2006 dal prof. Giuseppe Cucinotta, ordinario di Clinica chirurgica e patologia chirurgica a Veterinaria, che denunciò di aver subito forti pressioni per “indirizzare” l`esito di un concorso bandito dalla facoltà  a favore del figlio del preside “eletto”, all`epoca, il prof. Battesimo Macrì. E su questo versante le accuse principali al rettore Tomasello e Macrì sono la tentata concussione e l`abuso d`ufficio. Un`altra parte dell`inchiesta riguarda invece la gestione di finanziamenti erogati dalla Regione Siciliana e dall`Università  destinati al progetto scientifico “Lipin”, costato oltre 3 milioni di euro: la Procura in questo caso contesta principalmente il peculato, cioé l`appropriazione di ingenti somme da parte di chi gestiva i fondi per conto dell`Ateneo. Guardando invece da un`altra ottica l`inchiesta sono complessivamente ventisette i capi d`imputazione contestati dai sostituti procuratori Nastasi e Sciglio agli imputati. Si va dalla tentata concussione all`abuso d`ufficio, dal falso del pubblico ufficiale alla tentata truffa, dai maltrattamenti al peculato. Ecco invece il collegamento reato-indagato: Tomasello e Macrì (tentata concussione); Tomasello, Macrì, Giannetto, Pugliese, Niutta, Tommasini, Germanà , Piedimonte, Ciriaco, Cristarella, Iannuzzi, Muglia, Naccari, Pennisi, Zanghì, Abbate, Ajello, Bennati, Conte, De Majo, Di Bella, Germanà  Antonino, Germanà  Germana, Giudice, Laurà , Masucci, Mazzullo, Passantino (due casi d`abuso d`ufficio); Macrì (falso); Macrì, Petterino e Capucchio (falso e abuso d`ufficio); Pugliese Antonio (concussione e tentata truffa); Pugliese Michela (tentata truffa); Macrì, Sicilia e Sferrazza (maltrattamenti); Piedimonte e Augliera (tre casi di peculato); Piedimonte, Augliera e Saccà  (due casi di falso); Piedimonte (falso); Piedimonte, Augliera e Capodicasa (peculato); Piedimonte e Capodicasa (falso); Piedimonte, Augliera e Saccà  (peculato); Piedimonte e Saccà  (falso); Piedimonte e Augliera (peculato e falso); Tomasello (abuso d`ufficio); Piedimonte, Augliera e Paiardini (peculato); Piedimonte, Augliera e Cervasi (peculato); Piedimonte, Augliera, Saccà  e Capodicasa (due ipotesi di falso). Il 20 luglio dello scorso anno dopo oltre un anno d`indagine coordinata dal procuratore capo Luigi Croce e gestita dai sostituti Antonino Nastasi e Adriana Sciglio finirono agli arresti domiciliari il prof. Battesimo Consolato Macrì, preside “eletto” della facoltà  di Veterinaria; Eugenio Capodicasa e Ivana Saccà , funzionario del Rettorato il primo e dipendente della società  “UniLav” la seconda (marito e moglie). Un altro docente, il prof. Giuseppe Piedimonte, responsabile dell`Industrial Liaison Office e responsabile tecnico-scientifico del “Progetto Lipin”, e il segretario amministrativo del Laboratorio integrato per l`innovazione, Stefano Augliera, vennero invece raggiunti da provvedimenti di custodia cautelare in carcere. Vennero poi notificate informazioni di garanzia tra gli altri al rettore Francesco Tomasello, ai professori Salvatore Giannetto, Giovanni Germanà  e Raffaele Tommasini: nei confronti dei quattro la Procura chiese la misura interdittiva della sospensione per due mesi dalle funzioni. Il gip Genovese la dispose per il rettore Tomasello e i professori Giannetto e Germanà , mentre per quanto riguarda il prof. Tommasini rigettò la richiesta. Nuccio Anselmo

Cassata procuratore generale. L`avvocato Repici replica: `Barcellona si è messa in pugno Messina`

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Barcellona Pozzo di Gotto

`Barcellona si è messa in pugno Messina`. In questa breve frase è contenuto il commento dell`avvocato Fabio Repici (nella foto) che non ha dubbi sulla nomina di Franco Cassata a procuratore generale di Messina, e spiega: `abbiamo un sindaco che è di Barcellona, Giuseppe Buzzanca, così come il politico dominante, Domenico Nania e ora anche il procuratore generale. Se non ricordo male tutti e tre erano iscritti al circolo culturale paramassonico `Corda frates`, di cui era riverito socio il boss Giuseppe Gullotti`. Cassata è stato nominato dal plenum del Csm con 12 voti favorevoli, 3 contrari e 5 astenuti, e il suo insediamento avverrà  in autunno. `Il Csm ` conclude Repici ` con la nomina di Cassata conferma il trend seguito nel 2008: i magistrati scomodi al potere vengono puniti, quelli comodi premiati`. Le dichiarazioni dell`avvocato Fabio Repici seguono le dure prese di posizioni che nei mesi scorsi l`allora ventilata nomina di Cassata aveva suscitato. A cominciare dal senatore Beppe Lumia e dell`onorevole Antonio Di Pietro, leader di Italia dei Valori. da tempostretto.it

RTV MESSINA ALL`ULTIMA SPIAGGIA: STA PER CHIUDERE LA TV `USA E GETTA`

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Gianluca Rossellini, direttore di RTV Messina

RTV, l`emittente nata appena sette mesi fa, starebbe per chiudere i battenti. Per mancanza di soldi, di sponsor, ma soprattutto perchè ha già  esaurito il compito per la quale era nata. E cioè quello di seguire da vicino le campagne elettorali di due degli `editori peloritani` (la sede principale della Tv ha infatti sede in calabria): Francesco Squadrito, poi trombato alle elezioni comunali e già  nominato in pectore assessore nella nuova squadra, poi perdente, dell`ex sindaco Genovese, e Giuseppe Picciolo, più fortunato perchè eletto deputato regionale ad aprile, ma con la spada di damocle del ricorso del primo dei non eletti, l`esponente del Pd Francesco Calanna (Picciolo è anche indagato dalla procura come autore di lettere anonime ad amministratori pubblici). L`esito probabilmente a settembre (per poi non citare un altro editore `fantasma`, come l`ex presidente dell`Istituzione ai Servizi Sociali, Elio Sauta). Insomma, il destino di questa emittente era strettamente legato all`esito elettorale. Perso Genovese, si chiuderebbe. La `Tv usa e getta` per intenderci. Che tristezza, che schiaffo, che utilizzo immorale di un mezzo `magico` come la TV. Peccato che a rimetterci, come sempre, ci sono tanti giovani che hanno creduto ingenuamente, fin da dicembre, in questa avventura. Giovani sottopagati che adesso si troverebbero senza un lavoro dopo aver sacrificato intere giornate per portare (sempre puntuali e con professionalità ) all`interno delle (poche) case le notizie dell`ultima ora. Tutte o quasi. Perchè non va dimenticato un aspetto che offende chi fa questo mestiere onestamente e rischia la propria vita (e di esempi in Italia ce ne sono). Quello delle censure (o per meglio dire autocensure) imposte dal giovane direttore dell`emittente Gianluca Rossellini, già  addetto stampa dell`ex assessore Squadrito (editore in questo caso, ma soprattutto medico e ricercatore del Policlinico), corrispondente dell`Ansa e addetto stampa della più grande azienda di Messina, il Policlinico appunto. Censure verso tutte le notizie che mettevano in cattiva luce l`operato dei medici e dei dirigenti dell`Azienda (indagini, morte di pazienti etc), censura su tutte le vertenze che avevano come protagonisti i lavoratori del Policlinico come parte lesa (provate ad ascoltare le edizioni passate che dovreste trovare su messinawebtv e confrontatele con le news di quei giorni…). E` comunque un periodo triste per i cittadini di questa città  che vedrebbero ancora una volta persa un`occasione per trovare quell`angolo di libertà  di stampa ormai (dopo il ridimensionamento di Tremedia, con i consequenziali licenziamenti) sempre più stretto. E` lo specchio di una crisi sociale che, con il gruppo dirigente che ci governa e con una classe imprenditoriale miope, difficilmente troverà  una soluzione. Buona fortuna e tanta solidarietà  a chi è stato preso in giro per un piatto di lenticchie. Enrico Di Giacomo

LA STORIA SIAMO NOI: La destra vuole riscrivere la strage di Bologna

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Alla vigilia del 28esimo anniversario della strage alla stazione di Bologna, la destra prova a riscrivere la storia. Arrivando ad attaccare direttamente la Procura di Bologna. Altro che Mabro, Fioravanti e Ciavardini, estremisti di destra condannati con sentenza definitiva. I veri esecutori della strage del 2 agosto vanno ricercati tra i palestinesi. Una lettera al Guardasigilli Angelino Alfano (che sarà  a Bologna il 2 agosto a rappresentare il governo nella cerimonia di commerazione) firmata dal deputato del Pdl Enzo Raisi e da altri parlamentari del centrodestra, per chiedere che il ministro della Giustizia «verifichi se effettivamente la Procura di Bologna stia attentamente e scrupolosamente indagando sulle importanti novità  emerse nella Commissione bicamerale Mitrokhin e relative alla strage del 2 agosto 1980», quando una bomba nella stazione di Bologna provocò oltre ottanta vittime. Le novità  le spiega lo stesso Raisi: nelle ultime dichiarazioni pubbliche di Francesco Cossiga, del terrorista Carlos e dalle conclusioni dei due relatori della Commissione Mitrokhin si evince che la strage di Bologna ebbe origine dal trasporto di esplosivo consentito al Flp dal nostro Paese per ottenere in cambio che l`Italia restasse immune da attentati. «Perché il sostituto procuratore Giovagnoli non ha ascoltato Cossiga? Perché non ha fatto una rogatoria a Parigi per ascoltare Carlos? Qual è stato il ruolo di Kram, che sicuramente nasconde qualcosa?», dice ancora Raisi. Il deputato di An chiede ad Alfano che, «di fronte a documenti e prove schiaccianti», si faccia «garante sull`atteggiamento incomprensibile e provocatorio della Procura di Bologna», per andare «fino in fondo» sulla strage di Bologna. A dar manforte ai colleghi, arriva direttamente il vicepresidente dei deputati del Pdl, l`ex An Italo Bocchino: «Con l`onorevole Raisi abbiamo presentato un dossier che fa emergere delle chiare lacune rispetto alle indagini sulla strage di Bologna. Si tratta di un dossier documentato, ora ci aspettiamo delle risposte dagli organi competenti». A rispondere alla destra ci pensa il segretario del Pd di Bologna Andrea De Maria: «Come puntualmente accade, anche quest`anno, a pochi giorni dall`anniversario della strage alla stazione di Bologna, si tornano ad intorbidare le acque, riproponendo fantasiose nuove piste sull`origine di quell`orrendo massacro». De Maria ricorda a «tutti, ma in primo luogo ai sempre solerti onorevoli Enzo Raisi e Fabio Garargnani, che ripetute sentenze hanno posto la parola fine ad ogni eventuale interrogativo sugli esecutori del massacro e che sarebbe quindi necessario concentrare l`attenzione e gli sforzi sulla ricerca dei mandanti». «Da questo punto di vista - prosegue De Maria - giudico positivo e pertinente che il governo sia autorevolmente rappresentato dal ministro della giustizia Angelino Alfano, dal quale ci aspettiamo che, lungi dal prestarsi a fare eco ai presunti nuovi elementi, si impegni a fare completa luce su chi quella orrenda strage ha concepito e fatta eseguire, impegnandosi in primo luogo nell`abolire il segreto di Stato nei reati di strage. Mi auguro pertanto che, come ha opportunamente sottolineato il presidente Bolognesi, il prossimo 2 agosto tutto si possa svolgere con la compostezza che la circostanza richiede, in modo che Bologna possa ancora una volta stringersi attorno ai familiari delle vittime, ai quali va tutta la nostra solidarietà , e che tutti possano testimoniare un forte impegno per la ricerca della verità  e la ferma condanna di ogni forma di terrorismo».

Palio di Siena e sagre paesane, quando il sangue è un`attrazione

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In attesa del palio del 17 agosto, in quello del 2 luglio a Siena, tutto è filato liscio. Solo una caduta ma nessun cavallo, nessun fantino feriti. In passato (senza andare nemmeno troppo in là  nel tempo) non è andata però sempre così: dal 1970 al 2007, sono 48 i cavalli rimasti uccisi (durante la gara o abbattuti subito dopo, lontano dalle telecamere) e molti altri sono rimasti feriti. In media tre cavalli morti ogni anno: ecco perchè, quella che da sempre è considerata una manifestazione di grande rilievo storico-culturale è diventata oggetto di critiche e forti polemiche. Dietro una parvenza di festa si cela infatti una gara rischiosa, fatta di cavalli veloci ma troppo fragili e delicati (i mezzosangue e non più i robusti toscani usati nelle prime edizioni) e per questo dopati e “drogati” da farmaci, di curve strette e spigolose che solo dopo innumerevoli proteste sono state rese - in parte - meno pericolose, di tempi di percorrenza sempre più rapidi (da tre a un minuto) per rendere la corsa spettacolare. Il risultato è, ogni anno, un terno al lotto per la sorte degli animali. Il Palio di Siena non è l`unico nell`occhio del ciclone per le accuse di maltrattamento. Solo due anni fa un`altra analoga corsa a Ferrara si è trasformata in una gara insanguinata con due cavalli morti e uno ferito a causa del terreno inadatto per la competizione. Proprio il 2006 è stato sicuramente l`annus horribilis per corse e palii: un cavallo morto al Palio di Floridia (Siracusa) durante la gara su asfalto; al Palio di Belpasso (Catania) è morto un cavallo schiantatosi contro un`auto in sosta, ferendo anche alcuni spettatori; in quello di Piazza Armerina (Enna) un cavallo è morto e un altro è rimasto ferito; nella corsa per la Giostra del Saracino al Palio di Fucecchio (Firenze) un cavallo morto così come a quello di Servigliano (Ascoli Piceno); due, infine i cavalli che hanno fatto una pessima fine al Palio di Feltre (Belluno). Da competizioni spettacolari le corse si trasformano quindi in gare all`ultimo sangue: al Sud, poi, il fenomeno è aggravato dalla presenza della criminalità  organizzata e da scommesse clandestine. Non sono però solo i cavalli gli sfortunati protagonisti di questo fenomeno: soprattutto nei piccoli paesi, altri animali come asini e buoi (assolutamente inadatti) sono costretti a cimentarsi in corse su terreni impervi, con percorsi lunghi e faticosi, trasportando pesi ingenti e non di rado pungolati o picchiati dal pubblico in visibilio. Sono manifestazioni quasi sempre legate a sagre dedicate a patroni e santi: è il caso, ad esempio, della tristemente famosa corsa di Chieuti (in provincia di Foggia) ad aprile. In occasione dei festeggiamenti per San Giorgio Martire, coppie di buoi sono costrette a correre (contrariamente alla loro natura mite e lenta) per un percorso di cinque chilometri trainando un carro del peso di oltre 200 chili, pungolati ripetutamente con lunghi bastoni. Per i buoi di Mirabella Eclano (in Provincia di Avellino) c`è stata invece la svolta: per anni nel giorno della Festa del Carro (il terzo sabato di settembre, in onore della Madonna Addolorata) sei coppie di bovini hanno trascinato carri stracolmi di fieno e paglia con il tempo sostituiti da un gigantesco obelisco del peso di 100 quintali. Dopo innumerevoli proteste, al posto degli animali (destinati sempre al macello perchè dopo la corsa perdevano circa cinquanta chili a causa dello sforzo) adesso ci sono i trattori. Cavalli, asini, buoi: nemmeno il migliore amico dell`uomo, però, si salva dalla follia scatenata da sagre che ricordano l`epoca medioevale. Solo lo scorso 22 giugno, infatti, a Riva di Chieri in provincia di Torino, in occasione della festa di S. Albano, due pastori tedeschi sono stati costretti a trascinare un carro su un percorso lungo più di due chilometri. Un`altra polemica ormai decennale è quella che riguarda la Festa della Palombella di Orvieto. Si tratta di una rievocazione antichissima: da secoli il giorno della Pentecoste a mezzogiorno nella Piazza del Duomo di Orvieto una colomba bianca viva viene fissata in una raggiera metallica circondata da fumogeni. Al segnale del vescovo la colomba viene fatta scorrere a forte velocità  per 300 metri dal campanile della Chiesa di San Francesco fino al sagrato del Duomo: al suo arrivo, migliaia di petardi vengono fatti esplodere terrorizzando l`animale che per natura è particolarmente sensibile. Anche in questo caso, come per Mirabella Eclano, le proteste hanno sortito qualche piccolo risultato: la colomba nelle ultime edizioni non è più legata ad ali aperte ma è inserita in un tubo di plexiglass trasparente. Fumogeni e petardi però restano, così come il frastuono e la paura cui è sottoposto l`animale. In certe occasioni, poi, l`animale viene ucciso appositamente per la sagra: come nella Giostra Medioevale di Tonco, in provincia di Asti, nella quale alcuni uomini a cavallo muniti di bastoni cercano di colpire un tacchino morto appeso a una fune cercando di staccarne la testa, il “trofeo” della gara. Il vincitore che riesce a decapitarlo per primo potrà  poi ulteriormente infierire sul cadavere. Solo pochi anni fa il tacchino era vivo e moriva dopo le sofferenze e lo strazio dei colpi inferti mentre adesso si “preferisce” ucciderlo pochi muniti prima dell`inizio della Giostra. Il fatto che l`animale sia già  morto fa sì che - anche in questo caso - non valgano più le disposizioni sui maltrattamenti previste dalla legge 189 del 2004. In base alla normativa infatti è punito con la reclusione (da tre a diciotto mesi) chi causa la morte di un animale per crudeltà  o senza necessità , con una multa (da 3mila a 15mila euro) o la reclusione (da tre mesi a un anno) chi causa una lesione o lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili o ancora somministra sostanze stupefacenti o sostanze vietate; e, infine, chi organizza o promuove spettacoli o manifestazioni che comportino sevizie o strazio per gli animali è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni e con la multa da 3mila a 15mila euro. In realtà  però (come accade spesso), “fatta la legge, si è trovato l`inganno”. Adducendo la scusa dell`importanza storico-culturale, le amministrazioni comunali riescono a bypassare qualsiasi divieto normativo e continuano a inferire sugli animali con anacronistici riti sacri e pagani. E quindi non resta che sperare che si accorgano di non essere più nel Medioevo… Roberta Marino