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“Base Usa di Vicenza può ripartire”. Consiglio di Stato dice sì al governo

ROMA - La base militare americana di Vicenza potrà  essere ampliata. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso della presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero della Difesa contro l`ordinanza del Tar del Veneto, che il 18 giugno scorso aveva detto sì alla domanda di sospensione del progetto Dal Molin di ampliamento della base militare Usa della città  veneta. Una sentenza, quella del Consiglio di Stato, che riapre il contenzioso e rimette in moto la protesta del comitato No Dal Molin, che già  stasera scenderà  in strada a manifestare. “Il consenso prestato dal governo italiano all`ampliamento dell`insediamento militare americano all`interno dell`Aeroporto Dal Molin è un atto politico, come tale insindacabile dal giudice amministrativo”. E` questa una delle ragioni per le quali la quarta sezione del Consiglio di Stato non condivide le valutazioni del Tribunale amministrativo sull`illegittimità  dell`allargamento della base americana. Ma ci sono altri due motivi per cui il Consiglio di Stato “boccia” il Tar, che invece aveva accolto il ricorso presentato nel settembre 2007 dal Codacons del Veneto e dall` Ecoistituto Alex Langer di Mestre. Primo, perché il via libera all`ampliamento della base di Vicenza non può dipendere dall`esito della consultazione della popolazione interessata e poi perché non risultano “riscontri concreti” sui rischi di danno ambientale indicati nella ordinanza del tribunale veneto. Per quanto riguarda la consultazione popolare, che è stata uno dei punti fermi della protesta portata avanti dal comitato No Dal Molin, la nota di Palazzo Spada spiega che “non rientra nella procedura di autorizzazione ad un insediamento militare, di esclusiva competenza dello Stato”. Il documento specifica inoltre che “tanto meno essa è prevista nella procedura risultante dal Memorandum del 1995; tale consultazione è stata soltanto ipotizzata nelle dichiarazioni del ministro della Difesa pro tempore in sede parlamentare”.Le reazioni. Immediata la replica del presidio permanente che si oppone al raddoppio della base americana: “I cittadini di Vicenza continueranno nella loro opposizione alla base, vedremo se gli Usa si assumeranno la responsabilità  di imporcela comunque”, dice la leader del presidio Cinzia Bottene. Bottene, che è anche consigliera comunale, precisa che il comitato era “preparato ad una decisione del genere”, che “non cambia la sostanza delle cose”. I membri del comitato si sono dati appuntamento a stasera alle otto e mezza davanti all`aeroporto americano. Il messaggio è chiaro: “Da oggi si apre una settimana di mobilitazione. Dal 4 al 14 settembre organizzeremo il campeggio nazionale No Dal Molin: se i lavori saranno iniziati, li bloccheremo”. Soddisfatto, invece, il governatore del Veneto Giancarlo Galan: “Evviva il Consiglio di Stato e abbasso l`odioso fanatismo antiamericano”. Secondo il commissario governativo alla base di Vicenza, Paolo Costa, il pronunciamento di oggi “certifica evidentemente la legittimità  delle procedure seguite”. Ma il Codacons non è d`accordo: “Ci sembra una decisione di `ossequio`, evidentemente ai desideri di Berlusconi e del ministro La Russa”. L`associazione in difesa dei consumatori rileva che la sentenza “non dice nulla circa i gravissimi rischi ambientali denunciati dalla stessa valutazione fatta realizzare dagli americani, e quindi non sospetta”. Il sindaco di Vicenza Achille Variati non vuole “commentare gli atti giudiziari”, ma annuncia che la consultazione popolare ci sarà : “Per Vicenza non cambia nulla e i suoi cittadini si esprimeranno la seconda domenica di ottobre”. Anche per il Codacons non è detta l`ultima parola: “L`8 ottobre il Tar Veneto dovrà  decidere nel merito sugli oltre 20 motivi di ricorso presentati e valutare concretamente i gravissimi rischi ambientali connessi ad un insediamento di oltre 2.500 nuove unità  di militari che porterebbe all`utilizzo di tutta l`acqua delle falde acquifere della zona”.

L`INCHIESTA SULL`ITALIA IN GUERRA: Noi in prima linea. Il racconto, in esclusiva per `L`espresso`, di un tenente della Folgore

Se gli chiedi come si chiama, risponde così: “Qui non abbiamo nome. E nemmeno uniformi. Quando comincia la missione smettiamo di avere un`identità . Non siamo più Mario o Francesco, non siamo più parà , ranger o incursori di marina. C`è solo la tua arma e i tuoi compagni. E l`Afghanistan”. Non dice il suo nome, ma sono quelli come lui a fare la differenza. E lui è uno dei pochi che hanno fatto tanto. È un operatore delle forze speciali, definizione burocratica che nasconde i protagonisti più silenziosi delle missioni di pace. Non cercateli nei comunicati ufficiali dello Stato maggiore. Quando un nostro reggimento parte per l`estero, quando intere brigate si schierano in città  crivellate di proiettili, loro sono già  lì. Arrivano per primi, partono per ultimi. Così deve essere. Preparano il terreno, alla lettera: si caricano sulle spalle la parte più rischiosa della spedizione, sapendo che quel brivido potrà  durare anni. Senza medaglie, senza avventure da raccontare: solo silenzio. Ed è per questo che il mio interlocutore fatica nel tirare fuori quello che si porta dentro. Lui che a quarant`anni fa l`incursore già  da venti. Lui che ha visto Somalia, Balcani e soprattutto Afghanistan ha una certezza: “Hanno cercato in tutti i modi di farci dimenticare”. Poi scuote la testa e guarda lontano, come se temesse di vedere il profilo dei palazzi romani trasformarsi d`incanto nella sagoma di quelle montagne assolate. Lo sguardo è quello di un felino. E non c`è paura di cadere nel luogo comune: no, sono occhi abituati a squarciare il buio. Nel caldo di una città  narcotizzata dall`afa, non tradisce nessuna emozione. Tra poche ore ripartirà : di nuovo Kabul e poi più a sud. In Afghanistan ha già  concluso dieci missioni in cinque anni. Non ha dubbi: dal 2003 le cose vanno sempre peggiorando. Il governo Karzai è stabile solo perché ci sono loro: fuori dalla capitale non conta nulla. Il consenso popolare non è un concetto reale laggiù. Le province occidentali, dove negli ultimi anni sono stati impiegati i nostri soldati, rimangono le più difficili da gestire: “È un territorio inaccessibile dove la cultura tribale e conservatrice dei talebani è ancora la legge: i talebani non sono mai stati sconfitti, perché non sono un esercito, un`entità  definita: hai presente la nostra mafia? Qualcosa di molto simile, non si vede ma ha un potere enorme”. Cercare di scardinare questo potere, senza venirne schiacciati, è da sette anni l`impegno degli uomini mandati in quelle terre. Non è guerra, non è pace. Gli equilibri sono nuvole di polvere. Il lavoro dell`incursore diventa un`alchimia di dialogo e scontro diretto, tra politica e integralismo, tra mine e pacifiche chiacchierate davanti a un tè verde, una sottile linea tracciata dall`Intelligence tra due avversari che si studiano, si combattono, si temono. Dimenticate Rambo, dimenticate i ranger di `Black Hawk Down`. Qui non ci sono guerrieri moderni, che con armi tecnologiche danno la caccia ai talebani con turbante e barba lunga. “Passi giorni e giorni fermo in un punto, semplicemente aspettando, razionando i viveri, l`acqua, il carburante. Può far caldo o nevicare, ma tu aspetti, con l`unico scopo di non dare nell`occhio. Nel frattempo non accendi luci, non fai rumore, non ti lavi. Può durare settimane”. Quando hai visto tutto, quando hai capito, allora puoi muoverti. Contatti i capi locali, tratti, costruisci la sicurezza che servirà  a quelli che seguono per andare avanti. Ma per farlo “devi passare tempo con loro. Dopo aver diviso il pasto con te ti trattano come un fratello. Il problema è mandar giù carne di montone dura come un sasso, o bere da otri ricavati dalle mammelle delle pecore, in cui spesso nuotano ancora frammenti dell`originario proprietario, se non insetti o vermi “. Spesso è questo il lato oscuro dell`Intelligence, il sottile lavoro compiuto per conquistare la fiducia, l`amicizia, magari in vista di un`operazione alleata, o del transito di un nostro convoglio. “Sono forse un po` arretrati, ma non sono tutti cattivi come sembrano”, e mostra immagini senza tempo di volti barbuti che calzano pakòl e imbracciano micidiali razzi Rpg: “Sono uomini fieri, ancora genuini. Se uno di loro ti giura vendetta, puoi scommettere che ti ucciderà . È gente che non dimentica. Se accettano di parlare e trattare con noi, è solo perché ci guadagnano”. Guadagnano? Da cosa si può trarre vantaggio? Dalla vita degl altri. E quella più preziosa laggiù è la vita degli occidentali. “Sequestrano di continuo soldati della coalizione. Ma non li uccidono, non ha senso uccidere una mucca che può continuare a darti il latte. Così se li passano, da un capo talebano all`altro. In modo che possano guadagnarci in tanti. E noi, noi tanto continuiamo a pagare”. Esiste un vero e proprio fondo stanziato dal ministero, per evenienze simili. Ma non basta. Spesso si finisce in trappola, si cade in un fuoco incrociato, in una rete di accordi da cui è impossibile uscire senza offendere o ferire uno degli interlocutori. È accaduto anche alla coppia di operatori del Sismi, catturati un anno fa: uno non è tornato a casa. “Ne ho avuti tanti nel mirino, gente che ci aveva sparato addosso e poi aveva accettato il dialogo, naturalmente per interesse o per soldi. Soggetti che minano strade, rapiscono, terroristi stranoti alla coalizione. Gente che non meriterebbe di vivere, ma che assume un ruolo nella scacchiera dell`Intelligence, e deve continuare a giocare. Quando ti hanno sparato addosso, o hai estratto un compagno massacrato da un veicolo saltato su una mina anticarro, la tentazione di tirare il grilletto è davvero forte”. È il conflitto che gli italiani conducono dal 2003. Non se ne parla mai. Per non urtare sensibilità  interne, per non esporre attività  sul campo. Tanto nessuno ha la divisa: i guai si scoprono solo quando va veramente male. C`è voluto l`entusiasmo improvvido del neoministro Ignazio La Russa per rompere il tabù durato cinque anni e rivelare quello che tutti sanno: è una guerra e gli italiani la combattono da oltre un anno. “Io in Afghanistan non ho mai sparato un colpo. In Somalia, ho ucciso e sono stato colpito, ma tra i monti dell`Afghanistan mai. Il lavoro sporco lo fanno gli americani, che infatti attirano la maggior parte del fuoco. Di noi non si parla mai”. Eppure si combatte. Molti dei nostri fanno fuoco. Il pericolo sono le mine, contro le quali però i nuovi fuoristrada blindati Lince si stanno rivelando una manna. E le bombe improvvisate, che a dispetto del nome vengono costruite con cura formando piramidi di ordigni: un telefonino come innesco e salta tutto per aria. I proiettili sono quasi un male minore. “Se ti colpiscono, e non prendono l`osso, è come nei film: senti caldo e vedi il sangue solo molto dopo. Quando scende l`adrenalina, arriva il peggio, perché arriva anche il dolore. Il brutto, quando ti sparano addosso, è proprio che puoi non accorgertene: il rumore del colpo non lo senti, perché arriva prima il colpo. Allora devi convivere con la paura di perdere un pezzo di te, da un momento all`altro, o di vedere calare un velo nero sugli occhi e svegliarti in uno di quei pulciosi posti di medicazione, dai quali non si esce quasi mai. La realtà  è che non bisognerebbe pensarci, a essere colpiti: è questo che insegnano. Ma ti insegnano anche ad avere davanti infiniti bersagli, mentre si dimenticano sempre di spiegarti come si vince la paura di essere tu stesso, un bersaglio”. In Afghanistan si spara tanto. In una terra senza frontiere, sono le pallottole a indicare i confini ai nostri soldati che finiscono in territorio iraniano o pachistano. “Te ne accorgi subito, quando entri in Iran: un metro dopo il confine ti stanno già  sparando addosso, anche se non sanno chi sei. Idem in Pakistan”. Le montagne non hanno bandiere, difficile capire se la caccia ti porta in uno Stato straniero. Ma tanto quello che accade resta segreto. “In Italia non si viene mai a sapere nulla. Pensa all`interprete colpito durante il sequestro dei nostri: nove fucilate addosso, un braccio perso e il volto sfigurato. Lo abbiamo operato in Italia, e abbandonato. Con moglie e figli. E laggiù non può mica tornare: l`interprete è sempre il primo a cui tagliano la testa”. Nei due anni del governo Prodi il silenzio sulle azioni è diventato opprimente per le forze speciali, che si sono ritrovate in una frontiera infuocata. Sempre più rischi, sempre più successi, mai un encomio. Per la sinistra di governo i raid dei commandos erano indispensabili ma imbarazzanti. “Sono sempre stati puntuali nel rinfacciare ai paracadutisti quel che avevano fatto in Somalia, ma mai che abbiano accennato al nostro lavoro in Afghanistan. Che, ti assicuro, è stato tutt`altro che trascurabile”. Quei territori rimangono un crocevia di traffici, armi e soprattutto droga perché “l`oppio è tutto, laggiù”. Mi parla dei nostri tentativi di combattere i narcotrafficanti, “hanno provato persino con colture alternative, di recente con i cetrioli. Ti rendi conto? Cetrioli”. Dallo schermo del suo computer portatile occhieggiano campi verdissimi, con lavoratori curvi sui loro attrezzi: “Si rompono la schiena per coltivare un ortaggio che non sa di niente e che non mangia nessuno perché non lo puoi trasportare da nessuna parte. E nel campo di fianco al tuo coltivano oppio e guadagnano cento volte te: secondo te che fine hanno fatto i cetrioli?”. L`immagine verde si perde in un sorriso amaro: “Ma dimmi, tu che sei un dottore, a noi non serve, come medicina, la morfina? Potremmo comprarglielo noi, tutto quell`oppio, e farne medicine, non ti sembra?”. Sullo schermo scorrono scatti su scatti. E noto l`immagine di un ragazzo che osserva uno sterminato campo di papaveri multicolori. “Quello è uno di noi”, mi dice, “anche se ha barba e capelli lunghi. Noi non operiamo quasi mai in uniforme, tranne in pochi e selezionati casi. Anche veicoli ed armi sono modificati per non essere riconoscibili”. Avevo scambiato l`uomo in mezzo ai papaveri per un contractor, una di quelle figure a metà  tra il soldato ed il mercenario che spesso si incontrano in Afghanistan “Ma sono pochi. Sono operatori di molte agenzie, soprattutto americane. A lavorarci sono per la maggior parte ex carabinieri, ex poliziotti, personaggi così. Ci sono anche generali, che offrono una sorta di consulenza tattica, strategica, ma la loro fonte è Internet, non il territorio. I contractor offrono sicurezza e vendono informazioni. Il problema dell`Afghanistan è che non c`è niente da vendere! In Russia o in Africa ci sono petrolio, diamanti, malavita, e in quei posti ci sono aziende europee che hanno interessi forti e sono disposte a pagare informazioni che valgono. Nelle province afgane nessuno ha interessi, ragion per cui contractor non ce ne sono”. Senza divisa, i commandos sono tutti uguali. Barba lunga, capelli lunghi, scarpe da trekking: se non fosse per il mitra, assomiglierebbero a Jovanotti. Un talebano non può sapere se ha davanti un italiano, un americano o un britannico. “Gli americani ci rispettano: riconoscono il valore e la professionalità . Non li capirò mai: alternano situazioni in cui sono di un`efficienza impeccabile, ad altre in cui commettono leggerezze imbarazzanti. Impostano tutto il loro operato su algoritmi e procedure scritte, che vengono seguite dall`ultimo soldato fino al generale a tre stelle, salvo poi saltare tutto davanti a un funzionario della Cia”. La guerra della Cia, un altro capitolo di cui nessuno parla: “Hanno bracci armati non convenzionali che fanno il lavoro così sporco da risultare troppo sporco persino per le forze speciali. Loro non dialogano praticamente mai, minacciano e basta. Spesso ci siamo trovati in forte imbarazzo perché per arrivare a certi personaggi pericolosi bisognava in qualche modo premiare o ingraziarsi altri personaggi discutibili. Beh, bastava un nostro contatto per far saltare i nervi agli americani, che non hanno mai una gran diplomazia con quella gente. Inseguono, catturano, interrogano, e a volte distruggono, nulla di più. Non è facile andarci d`accordo”. Ancora peggio va con i britannici, che non celano il disprezzo verso gli italiani. L`incursore pensa all`ex collega passato al Sismi, catturato e ucciso dal fuoco amico durante un raid inglese per liberarlo. Altra vicenda chiusa nel silenzio, quella di Lorenzo D`Auria, morto nello scorso ottobre senza che nessuno cercasse di fare luce sul comportamento degli alleati nel blitz: “Se nella macchina degli ostaggi ci fosse stato il principe Carlo e non due italiani e un afgano, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente”. Noi italiani siamo diversi, non c`è dubbio. Abbiamo anche provato a costruire scuole e ospedali, in Afghanistan: li mandano avanti numerose organizzazioni non governative, “ma poi i talebani impediscono ai maestri e ai dottori di lavorarci. Lo vedi questo?” Sullo schermo del laptop appare una testa tagliata, gli occhi socchiusi su una pozza di sangue scuro: “Questo non era mica un criminale, era uno che secondo i talebani collaborava con noi. Gli hanno staccato la testa in un minuto con un semplice coltello svizzero pieghevole. Non è gente che va per il sottile”. E chi gestisce ospedali a disposizione di tutti, come Emergency? “Emergency sta lì perché paga, come fanno tutti. Non in dollari, ma paga. Curando tutti, in primis quelli che hanno il potere di concederle di restare laggiù a lavorare. Il potere è in mano ai talebani”. Altre foto. Si vede un veicolo italiano distrutto in un`imboscata. L`equipaggio se l`è cavata. E in Italia di quell`attacco non si è saputo nulla: “Chi ci gestisce non si rende nemmeno conto. Eppure i nostri politici sono a poche ore di jet da noi, potrebbero aiutarci in tempo reale. Invece vorrebbero che fosse fatto tutto e subito. Ma come si fa ad averla vinta con gente che non ha mai visto se non la guerra? Sai che cosa hanno loro che noi non abbiamo? Hanno tempo. Piazzare una mina in mezzo ad una strada ed aspettare costa poco, ma richiede tempo. Loro ne hanno in abbondanza. Basta che solo un colpo vada a segno e hanno il massimo della resa con il minimo della spesa”. L`incursore ce l`ha con chi lo manda a combattere senza metterlo in condizioni di vincere. E senza dargli nemmeno l`arma più preziosa: il tempo. “È sempre stato così: vogliono tutto e subito, come in una eterna campagna elettorale. Invece per formare gente come noi serve tempo, è un mestiere dove nessuno ti insegna nulla, se non fai esperienza. E fare esperienza è rischioso”. Essere abbandonati a se stessi, in certi posti, può fare la differenza tra la morte e la vita: “Il nostro sistema di Intelligence, e anche le nostre forze speciali, operano secondo uno schema puramente difensivo. Noi non siamo in guerra con l`Afghanistan e la nostra Costituzione ci impedisce qualunque azione offensiva”. Lui obbedisce e combatte, anche se crede sempre di meno. Sa che difendersi è ancora più rischioso: richiede gente che sappia controllare e controllarsi. In situazioni veramente estreme “siamo rimasti in pochi operativi: per ogni uomo in teatro ce ne sono mille che ingrassano in Patria. E tutti vogliono comandare: lo sai che io parto tra poco per l`ennesima missione e non ho un obiettivo da raggiungere? Parto in missione, e non ho una missione”. E allora, perché non si toglie quell`uniforme? A uno come lui le opportunità  di trovare un posto in un`azienda non mancano, è un professionista della sicurezza. “No, anche se sembra che mi lamenti, mi piace il mio lavoro. Sono vent`anni che sono in giro, ne ho viste di tutti i colori, e posso dire con certezza che sono molte più quelle che abbiamo preso di quelle che abbiamo dato. Ma nessun politico potrà  mai venire a dirmi che non ho lavorato”. di Edoardo Crainz
Edoardo Crainz è chirurgo ortopedico e tenente della riserva della Folgore, con cui è stato in missione in Afghanistan e in Iraq

L`INCHIESTA CLAMOROSA. IL PONTE DELL`11 SETTEMBRE: Il sogno del Ponte s`incrocia con gli indagati per gli attentati alle Torre Gemelli di New York, l`11 settembre del 2001

Non ci sarebbe stata solo la mafia italoamericana a volere investire milioni di euro per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Stando alle indagini della Procura di Roma, una parte dei soldi potrebbe essere stata promessa da misteriosi finanziatori arabi. Giuseppe Zappia, l`ingegnere accusato di associazione mafiosa per i lavori del Ponte, ha rivelato l`identità  di uno di essi. Si tratterebbe di uno dei congiunti della casa reale dell`Arabia Saudita. Spuntano così pericolosi trafficanti d`armi e agenti segreti, faccendieri e terroristi internazionali. E il sogno del Ponte s`incrocia con gli indagati per gli attentati alle Torre Gemelli di New York, l`11 settembre del 2001…

 

Dal Canada allo Stretto di Messina via Arabia Saudita

Non ci sarebbe stato solo il boss italo-canadese Vito Rizzuto, fedele alleato del clan dei Cuntrera-Caruana, ad aver dato l`assalto al Ponte sullo Stretto di Messina. Tra le carte dell`inchiesta denominata `Brooklin` coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, che ha individuato l`operazione di Cosa Nostra per riciclare cinque miliardi di euro nella realizzazione del Ponte, c`è pure una pista parallela che porta direttamente in Arabia Saudita. L`ingegnere Giuseppe `Joseph` Zappia, sotto processo con l`accusa di aver fatto da prestanome delle cosche italocanadesi e che aveva partecipato alla gara di pre-qualifica per la progettazione definitiva e la realizzazione del Ponte, si è difeso dando un volto differente ai suoi presunti finanziatori. `Non avevo né ho bisogno del finanziamento della mafia italo-canadese per costruire il ponte sullo Stretto di Messina`, ha dichiarato l`anziano professionista all`Ansa nel febbraio 2005. `Avevo altri canali perfettamente leciti che nulla hanno a che fare con la presunta organizzazione. E si tratta di finanziamenti che vengono da canali bancari italiani di istituti di primaria grandezza, ma anche di finanziamenti di aristocratici arabi`. Il Ponte con i dollari del petrolio dunque, anche se per i magistrati romani, la plausibile figura di un finanziatore arabo non esclude la `contestuale presenza di interessi mafiosi`. Le indagini hanno evidenziato infatti la spola tra Canada e Arabia Saudita di alcuni faccendieri vicini a Giuseppe Zappia e al boss Vito Rizzuto, i quali avrebbero intrecciato inquietanti relazioni con sovrani mediorientali e i manager di alcune delle maggiori società  di costruzione in corsa per il Ponte sullo Stretto. Sulla provenienza mediorientale dei soldi destinati al Ponte, il professionista originario di Oppido Mamertina ha rilasciato un`intervista fiume al quotidiano on-line L`Opinione diretto da Paolo Pillitteri, cognato del leader socialista Bettino Craxi e padre del legale presso cui ha sede la Zappia International (società  partecipante alla prima fase della gara per il general contractor)[3]: `Ho conosciuto a Roma nel 2003 il signor Sivalingam Sivabavanandan, cittadino cingalese; gli ho espresso interesse nel partecipare al progetto per il Ponte di Messina, ed ho richiesto potenziali investimenti da parte del Regno dell`Arabia Saudita`. Giuseppe Zappia ha aggiunto di essere entrato in relazione a fine 2004 con una società  di Ryadh, la Tatweer International Investment Company, operante nei settori dell`edilizia, dell`industria, delle telecomunicazioni, dei servizi medici e delle nuove tecnologie, e di avere incaricato l`avvocato Carlo Dalla Vedova a recarsi in Arabia Saudita per formalizzare l`accordo. `Il legale tornava a Riyadh all`inizio 2005, e con una delegazione perfezionava la proposta`, ha dichiarato l`ingegnere. `Gli arabi si impegnavano a finanziare integralmente il progetto, con piena garanzia del governo italiano per la restituzione entro 30 anni dell`investimento con un appropriato interesse`. Giuseppe Zappia ha consegnato ai magistrati copia dell`affidavit sottoscritto con la società  araba. `Il progetto che abbiamo preparato con la Tatweer International è basato su un programma `BOT`, ossia `Build own Transfer“, ha dichiarato Zappia a L`Opinione. Dietro la criptica formula lo schema classico di project financing con cui viene messa a gara la concessione di costruzione (build) e gestione (operate, own) di un`opera, con diritto di utilizzo commerciale limitato a un periodo di tempo determinato, e con obbligo finale di trasferire (transfer) al soggetto pubblico concedente il possesso delle opere o di rinnovare la concessione di gestione. `Naturalmente, le condizioni perché il `BOT` possa essere applicato riguardano soprattutto la capacità  dell`infrastruttura di produrre redditi tali da poter remunerare l`investimento, quindi è necessario che l`opera pubblica produca servizi vendibili e un reddito`, ha chiarito il professionista. Il gruppo arabo-canadese ha un modello da imitare, quello già  utilizzato per il tunnel della Manica. `In quell`occasione ` è ancora Zappia a ricordarlo - dopo una lunghissima gestazione dell`assemblaggio del pacchetto finanziario, a fronte di quattro miliardi di sterline di crediti, venne raccolto un miliardo di sterline di capitale di rischio`.[4] Stranamente l`ingegnere sembra ignorare il flop finanziario generato dall`Eurotunnel: dopo essere costato ai privati quattordici miliardi di euro e, indirettamente, ai poteri pubblici altri venti miliardi, a fine 2003 aveva accumulato nove miliardi di debiti. Al punto che la direzione generale ha dovuto minacciare il fallimento della società  nel caso in cui venissero a mancare ulteriori finanziamenti pubblici a copertura del deficit.[5]

Il gruppo Zappia si sarebbe dichiarato disponibile a mettere i capitali necessari per fare il Ponte, `senza alcun costo diretto od indiretto per il contribuente italiano`. Quasi un regalo ai siciliani per vincere il loro atavico isolamento dall`Europa che conta. `Ma inizio a credere che insistano in Italia poteri anti-italiani, che remano contro gli interessi del paese e, purtroppo, sono più forti di coloro che lavorano per costruire l`Italia migliore, quella del benessere e del lavoro`,[6] è stato però l`amaro commento dell`ingegnere Zappia dopo l`arresto per associazione mafiosa accanto al boss don Vito Rizzuto.

Il Principe Bin d`Arabia

Il nome del magnanimo saudita pronto a investire sì tanto denaro attraverso la Tatweer International Company è rimasto nell`ombra per un po` di tempo, sino a quando non è stato rivelato da Giuseppe Zappia a Il Giornale di casa Fininvest, il 2 febbraio 2006. Si sarebbe trattato, niente poco di meno che, del principe Bin Nawaf Bin Abdulaziz Al Saud, uno dei nipoti di re Fahd d`Arabia. Un colpo da teatro alla vigilia del processo che lo vede imputato accanto ad uno dei più spietati mafiosi d`oltreoceano? No, Zappia non avrebbe bleffato. Anche i reali sauditi avrebbero perso la testa per l`affare del secolo.

Come il principe Bin Nawaf Bin Abdulaziz, un altro sovrano di un petrostato si era dichiarato nel 1998 disponibilissimo a finanziare la realizzazione del Ponte. `Ma lo sa che ci hanno già  contattato delegazioni americane e giapponesi, per non parlare del sultano del Brunei, che sarebbe interessato a entrare nell`affare?`, dichiarava ad un periodico l`ingegnere Fortunato Covelli, funzionario della società  Stretto di Messina.[7] Uno degli uomini più ricchi della terra, capo del governo, ministro della difesa, delle finanze, comandante supremo delle forze armate, guida dell`Islam, capo della polizia e dei servizi segreti del minuscolo paese incastonato nell`isola del Borneo, il sultano Haji Hassanal Bolkiah è noto per essere stato uno dei cofinanziatori della Contra in Nicaragua e per i suoi stravaganti e costosissimi acquisti in mezzo mondo. Recentemente ha offerto più di 800 milioni di euro per realizzare all`Acqua Vergine di Roma, zona Prenestrina, un parco divertimenti di 150 ettari interamente dedicato alla città  sumera di Agarta. Al progetto sarebbero pure interessati l`ex segretario generale dell`Onu Perez de Cuellar, l`ex ministro democristiano Vincenzo Scotti, l`ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, e il presidente dell`Unione industriali del Lazio, Giancarlo Elia Valori.[8] Nel 1996, Haji Hassanal Bolkiah aveva pure tentato di acquistare la principesca villa Certosa che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi possiede in Sardegna. L`operazione vedeva pure protagonisti, accanto al sultano, i principi sauditi Mohamed Faruok e Mahdi (congiunti di Abdoullah Sultan, fratellastro di re Fahd), ma sfumò perché gli acquirenti s`infastidirono per l`eccessiva attenzione dei mass media alla trattativa. Berlusconi aveva acquistato Villa Certosa a fine anni `80 per poco più di tre miliardi di lire dal faccendiere Flavio Carboni.

Per riscuotere dall`emiro

Stando alle risultanze dell`inchiesta dei magistrati romani sulla `Mafia del Ponte`, il denaro necessario per concorrere all`esecuzione dei lavori nello Stretto sarebbe dovuto arrivare anche dalla riscossione di una ingente somma di denaro in Medio oriente da parte dell`ingegnere Giuseppe Zappia e di alcuni associati di don Vito Rizzuto. Il professionista aspirava ad entrare in possesso di un miliardo e settecento milioni di dollari corrispondenti al valore di alcuni lavori realizzati ad Abu Dhabi dalla ZMEC - Zappia Middle East Company Ltd., società  costituita nel protettorato britannico (e paradiso fiscale) delle Isole Vergini. Nel piccolo emirato arabo, tra il 1979 e il 1982, mister Zappia aveva progettato un acquedotto di oltre quattrocento chilometri ed ottenuto ben otto contratti di costruzioni civili. Sorsero però dei contrasti con gli enti committenti e la vicenda finì davanti ad un tribunale civile degli Stati Uniti d`America. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Zappia, ottenute le commesse e avviati i lavori ad Abu Dhabi, intorno alla metà  del 1982, la ZMEC si vide prima ritardare il pagamento di una tranche, poi subire il blocco dei restanti pagamenti, nonostante la società  avesse eseguito lavori `al di là  di quelli specificati in contratto`. Per rimanere solvibile, Zappia fu costretto a farsi prestare del denaro dalla Emirates Commercial Bank con condizioni particolarmente sfavorevoli. Il 10 gennaio 1983 l`ingegnere sottoscrisse un accordo con l`istituto bancario che prevedeva la sostituzione della ZMEC con un`altra società  di costruzioni, la Bovis International Limited. `Ho dovuto sottoscrivere quest`accordo perchè mi minacciarono di mettermi in prigione`, ha dichiarato Giuseppe Zappia. `Mi costrinsero a consegnare il passaporto al Ministero degli Interni di Abu Dhabi. Riuscii ad ottenerlo indietro solo alcuni mesi più tardi`. Una decina di giorni dopo la firma dell`accordo, la Emirates Commercial Bank ottenne da Sheikh Kalifa bin Zayed Al Nahyan (emiro e presidente del consiglio esecutivo di Abu Dhabi), l`autorizzazione a prorogare i tempi dei lavori a favore della società  che aveva sostituto la Zappia Company. Nel luglio 1985 l`istituto ed altre due banche dell`emirato furono ricapitalizzate e si fusero nell`Abu Dhabi Commercial Bank. La Bovis International concluse i progetti pendenti e vendette le attrezzature che, a dire di Giuseppe Zappia, erano nella titolarità  della ZMEC. Dopo aver chiesto inutilmente alle autorità  dell`emirato un congruo rimborso per i beni di cui si sarebbero `ingiustamente impossessati`, nel 1994 l`ingegnere citò di fronte alla giustizia americana l`Abu Dhabi Commercial Bank e l`Abu Dhabi Investment Authority, ente d`investimento interamente in mano all`emiro Sheikh Kalifa bin Zayed Al Nahyan.[9] I documenti prodotti dai legali di Zappia non dimostrarono tuttavia il controllo diretto dell`emiro o della famiglia reale sulla banca commerciale di Abu Dhabi, ed il giudice distrettuale rigettò il ricorso. Nel giugno del 2000 arrivò per l`italo-canadese una sentenza d`appello altrettanto sfavorevole. `Non ci sono elementi per dimostrare un sufficiente livello di cointeressenza tra la banca privata ed il sovrano, né che questi abbia abusato della propria autorità  sulla società `, dichiarò la Corte d`Appello.[10]

A questo punto, per ottenere il risarcimento, Giuseppe Zappia contattò il generale in capo dell`esercito USA ad Abu Dhabi ed alcune delle maggiori autorità  arabe, tra cui il sovrano del Marocco, il presidente siriano, il re di Giordania e il leader palestinese Yasser Arafat. Gli scarsi successi ottenuti con l`opera d`intermediazione degli illustri conoscenti, costrinsero Zappia ad affidare la questione al franco-algerino Hakim Hammoudi, personaggio che per conto del boss Vito Rizzuto stava seguendo alcuni affari della `famiglia` in vari paesi europei e mediorientali.

Hammoudi si lanciò con energia nel tentativo di riscossione del credito, convinto di poterne ricavare una soddisfacente provvigione. Per accreditarsi ad Abu Dhabi, Hammoudi si raccomandò ad un misterioso `principe` dell`Arabia Saudita, forse lo stesso che si sarebbe offerto a finanziare una parte del progetto di realizzazione del Ponte sullo Stretto. `Domani, lo incontrerò il principe, sono due che vengono, il principe che è più forte e le Cher`, comunicò telefonicamente il mediatore franco-algerino al boss mafioso Rizzato, il 29 ottobre 2002. `In Arabia Saudita in ordine di importanza, di ruolo, di gerarchia viene prima il principe e poi le Cher. Sì, va tutto molto bene lì, e anche riguardo al Ponte, il principe ha intenzione di investire, tutti metteranno qualcosa, dei soldi`.[11] Replicò Vito Rizzuto: `Sì, ma a noi interessa principalmente tutto ciò ruota intorno a Zappia, a Giuseppe!`. Hammoudi: `Lui è il primo, ciò è ufficiale, Zappia sta al primo posto, si lavora con lui, molto a stretto contatto. Stasera lo sentirò. Siamo già  d`accordo e dopo aver affrontato e sistemato i tre punti principali, è fondamentale che il principe intervenga. Ci sarà  una conferenza, si parlerà  anche con Sullavan, finalmente si potrà  fare tutto ciò di cui lui ha bisogno. C`è pure un dispositivo, un meccanismo per parlare con Siyad. Ci sarà  qualcuno domani che verrà  a raccogliere tutti i documenti necessari per Sivabavanandan, per l`Arabia Saudita`. Nove mesi più tardi, la riscossione del credito vantato da Zappia ad Abu Dhabi sembrava essere in dirittura d`arrivo. In un colloquio con il suo stretto collaboratore Filippo Ranieri, l`ingegnere italocanadese veniva a sapere che la sera precedente il faccendiere cingalese e Vito Rizzuto si erano incontrati a Montreal. `Sivabavandan ha potuto raccontare a Vito che tutto è al suo posto e gli ha detto che sta aspettando dei documenti da parte tua. E gli ha detto che i primi 100 milioni sono Ok`, affermò Ranieri. `Ma Sivabavandan gli ha detto che il Principe sta cercando di produrre degli interessi su questa somma. Sta aspettando solo la chiamata e adesso è fatto. E l`altro gli ha detto che è perfetto, ma non deve prendere ulteriore tempo di quello stabilito`. Giuseppe Zappia era tuttavia perplesso: `Ha ragione, ha ragione… Adesso se ci danno 100 milioni di dollari e poi prendono tutto il loro tempo per pagare questi 100 milioni, con tutte le spese che abbiamo affrontato, non ci rimarrà  molto. Un terzo se ne va per il Principe e con il resto bisognerà  fare il giro del gruppo`. Sì, erano proprio pochi cento milioni di dollari. Ma c`era la speranza, comune, di strappare presto una cifra maggiore. Il 19 luglio 2003, Zappia colloquiò telefonicamente direttamente con Vito Rizzuto ed Hakim Hammoudi. `Penso che stiamo arrivando alla fine adesso, o no?!`, domandò Rizzuto. `Comunque loro, da come la vedo io, vogliono dare qualche cosa ma non è abbastanza. Vediamo se possiamo prendere di più`.

Tra corsari e governatori

Intanto anche a Messina alcuni chiacchierati imprenditori in odor di mafia e politici più o meno in declino puntavano a sedere al grande banchetto all`ombra dei lavori per la costruzione del Ponte. Ad alcuni di essi ci ha pensato la Procura di Reggio Calabria a mettere i bastoni tra le ruote, con un`articolata indagine sulle loro presunte scorribande finanziarie in mezzo mondo. Gioco d`azzardo il nome in codice dell`operazione che nella primavera del 2005 ha fatto scattare decine di avvisi di garanzia, mettendo a nudo i cattivi affari di una classe politica ed economica che, partita dallo Stretto di Messina, è giunta ad acquisire la gestione e il controllo di attività  commerciali a livello internazionale (innanzitutto hotel e casinò) e numerosi appalti pubblici e privati.[12]

Uno dei principali indagati di Gioco d`azzardo opera da tempo immemorabile nell`isola di Sint Maarten (Antille olandesi). Nato a Santa Teresa Riva (Messina), nutre anch`egli il sogno di vedere realizzata nelle acque dello Stretto, l“Ottava Meraviglia del Mondo`. Rosario Spadaro, don `Saro` per gli amici, ha diretto buona parte delle attività  turistico-alberghiere e il gioco d`azzardo di Sint Maarten. Spadaro è stato pure attivissimo in altre isole dei Caraibi. Si è pure introdotto in Venezuela per programmare insediamenti turistici ed operare nel mercato dei prodotti petroliferi. Una frenetica attività  a 360 gradi che lo ha condotto a mietere successi finanziari in lungo ed in largo, ma con un cruccio o meglio, un `desiderio insoddisfatto`, come dirà  ad un giornalista della Gazzetta del Sud che lo raggiunge nelle Antille. Quello di non riuscire a portare a termine la realizzazione di un complesso immobiliare su uno dei terreni che possiede nella fascia ionica del messinese. `Ho comprato per la mia vecchiaia una grande fattoria in Canada, un posto dove non userò il telefono tranne che per fatti urgentissimi, ma in definitiva preferirei poter invecchiare nei luoghi dove sono nato`, ha spiegato il finanziere. `Quasi venti anni addietro ho programmato ad Alì Terme la costruzione di un insediamento turistico con porticciolo e impianti sportivi. Un`isola nell`isola. Sono passati vent`anni e niente si è mosso. Recentemente ho fatto vedere a mio figlio il progetto e l`ho portato con me a parlare dal sindaco. L`ho fatto per impegnarlo, perché sono convinto che io non riuscirò a realizzare questo mio sogno. Badi bene, non è una speculazione ma un sogno e voglio che almeno quando sarò morto mio figlio continui a tentare. Sono convinto che Alì potrà  avere un grande futuro turistico nel momento in cui, tra l`altro, verrà  costruito il Ponte sullo Stretto, un`opera che avrà  una grande ricaduta turistica su tutta l`isola`.[13]

Eravamo nel luglio del 1991 e la costruzione dell`infrastruttura tra le sponde di Calabria e Sicilia sembrava proprio una chimera. Lo scoppio di Tangentopoli con l`effimera ondata di arresti che colpì la cupola dei Signori delle Grandi Opere raffreddò ulteriormente l`ardore dei pontisti. Bisognava attendere i governi di centrosinistra Prodi-D`Alema-Amato perché l`idea-sogno prendesse forma e sostanza. Su richiesta del CIPE, il 19 febbraio 1999, il presidente del Consiglio Massimo D`Alema firmava una delibera con cui si procedeva alla nomina di due advisor internazionali (le associazioni di imprese Steinman International - Gruppo Parsons Transportation Group; e PricewaterhouseCoopers Consulting, Preicewaters Coopers UK, Sintra Srl, Net Engineering Spa e Certet-Bocconi) per la valutazione degli aspetti finanziari e ingegneristici dell`opera. Il costo dei due approfondimenti pesò sui conti pubblici per circa sette miliardi di vecchie lire, ma ne valse la pena, perché alla fine gli advisor certificarono la `fattibilità ` del Ponte. Ripartirono stime e progetti e il nuovo corso pro-Ponte conquistò l`attenzione dei mass media di regime e di certa imprenditoria assetata di commesse. Ovviamente ripresero con slancio e determinazione anche i piani di sviluppo turistico di Saro Spadaro & soci. L`8 dicembre 1999 l`imprenditore rientrò in Italia in compagnia dell`avvocato catanese, Giovanni Cavallaro. Obiettivo del viaggio quello di fissare una strategia finanziaria per realizzare, finalmente, un complesso termale nei terreni di Alì Terme. Fu costituita una piccola società , l`Alì 2000 Srl, strettamente collegata alla Resort of the World N.V., la cassaforte finanziaria del signore delle Antille. Per l`investimento venne fissato un impegno finanziario di ottanta miliardi di lire, sfruttando l`opportunità  offerta dalla legge 488/92 sui cosiddetti `Patti territoriali`, nel cui ambito è possibile ottenere, per l`attuazione di iniziative dirette allo sviluppo economico di determinate aree del Paese, un finanziamento pubblico a fondo perduto pari a circa il 65% delle spese sostenute. A certificare `solidità ` e `solvibilità ` della società  di Saro Spadaro, condizioni indispensabili perché il progetto termale fosse inserito nella graduatoria regionale, la Bank of Nova Scotia di Toronto.[14]

Nel settembre 2001 il programma fu ammesso a ricevere il contributo pubblico di sedici miliardi di vecchie lire, il terzo maggiore importo stanziato in ambito regionale. Archiviato con successo il capitolo terme, l`imprenditore si lanciava nell`affare porticcioli turistici, puntando alla realizzazione di due infrastrutture, la prima ad Alì Terme e la seconda a Sant`Alessio Siculo, comune quest`ultimo, dove sono in attesa di approvazione nuovi insediamenti immobiliari di Rosario Spadaro.

Campione dell`11 settembre

Gli altri due principali indagati dell`inchiesta Gioco d`azzardo sono i politici-imprenditori Salvatore Siracusano (assessore comunale Dc ai servizi anagrafici del Comune di Messina dal 1977 al 1985) e l`on. Santino Pagano, altro uomo di punta della balena bianca peloritana, parlamentare della Democrazia Cristiana, del Ccd e dell`Udeur, già  sottosegretario al Tesoro nell`ultimo governo di Giuliano Amato. In una prima fase delle indagini, era stato attenzionato pure l`architetto Alfio Balsamo, che avrebbe messo la propria competenza professionale a disposizione dei due costruttori Siracusano e Pagano (il professionista di origine catanese è stato tuttavia prosciolto dal Gip di Reggio Calabria nell`ottobre 2007). Già  assessore ai lavori pubblici del comune di Campione d`Italia ed interessato alla gestione del locale casinò, titolare della Inarc Proget con sede in Lugano, Alfio Balsamo è un potente esponente politico del Nuovo Partito Socialista, legato a Gianni De Michelis e Nanni Ricevuto, quest`ultimo per breve tempo sottosegretario alle Infrastrutture del governo Berlusconi, con delega alla realizzazione del Ponte, ed odierno presidente della Provincia regionale di Messina. A Campione d`Italia avrebbe operato contestualmente Youssef Mustafa Nada, un banchiere di origine araba ma residente nel Canton Ticino, titolare con Albert `Ahmed` Huber (cittadino svizzero convertitosi all`Islam, conosciuto per i suoi vincoli con la Germania nazista) della società  finanziaria Al Taqwa (Timore a Dio), ribattezzata il 5 marzo del 2001 `Nada Management`.[15]

L`uomo d`affari è noto alle polizie di mezzo mondo che indagano sui presunti finanziatori della rete occulta del terrorismo di matrice fondamentalista islamica, a seguito degli attentati alle Torri Gemelle di New York, l`11 settembre 2001. Appena sei giorni dopo l`attacco mortale di Al Qaeda, il quotidiano di Zurigo Blick aveva riportato le dichiarazioni del capo dei servizi d`informazione svizzeri, in merito ad un possibile legame dell`impresa finanziaria Al Taqwa con Osama bin Laden. Sempre secondo il quotidiano elvetico, uno dei membri del consiglio d`amministrazione della Al Taqwa di Lugano (filiale della finanziaria Taqwa con sede a Panama), avrebbe ammesso di avere incontrato durante una conferenza religiosa a Beirut persone vicine al leader islamico. Il 21 settembre 2001 era The Wall Street Journal ad asserire che la società  Al Taqwa era sotto indagine per presunti legami con la Fratellanza musulmana, un gruppo fondamentalista fortemente radicato in Algeria, Egitto, Giordania, Libano e Yemen, sospettato di essere entrato nell`orbita di Al Qaeda.[16]

Youssef Moustafa Nada, il 7 novembre 2001, veniva fermato dalla polizia di Lugano, condotto per un interrogatorio al Palazzo di giustizia e infine rilasciato. Contemporaneamente a Campione d`Italia, su rogatoria dell`autorità  elvetica, veniva perquisita la villa di sua proprietà . Nonostante non venissero riscontrati elementi sufficienti a formalizzarne l`imputazione per reati connessi al terrorismo internazionale, il nome del finanziere veniva inserito nell`elenco predisposto dalle Nazioni Unite relativo alle organizzazioni ed alle persone sospettate di terrorismo per cui si chiedeva l`applicazione di speciali sanzioni come il divieto di viaggiare e il blocco dei beni. Nella speciale lista nera finiva pure il direttore di Al Taqwa, Ahmed Idris Nasredin. Si apprendeva infine che i servizi segreti di Washington avevano ipotizzato sin dalla primavera del 2001 che alcune società  di Nada potevano essere state coinvolte nella raccolta di fondi in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti da destinare alla rete di Osama bin Laden e di Hamas, l`organizzazione politico-religiosa e militare attiva a Gaza e in Cisgiordania. L`elenco era lungo: Al Taqwa Prade, Property and Industry Company Ltd, poi Waldenberg AG (sede a Vaduz, Liechtenstein e Campione d`Italia); Bank Al-Taqwa Ltd.; Nada Management Organization (alias Al Taqwa Management Organization SA); Youssef M. Nada & Co. Gesellscaft M.B.H.. Le società  finivano tutte nella `Terrorist Exclusion List`, pubblicata nel febbraio 2003 dal governo statunitense per impedire agli `individui appartenenti alle organizzazioni designate e ai loro fiancheggiatori` di entrare nel territorio americano ed espellerli nel caso in cui vi avessero già  messo piede.[17]

Ma cosa sapevano del finanziere Nada i siciliani in missione a Campione d`Italia? In mano alla Direzione Investigativa Antimafia c`è la trascrizione di una conversazione intercettata il 26 settembre 2001, durante la quale Salvatore Siracusano ed Alfio Balsamo commentavano un articolo apparso qualche giorno prima sul Corriere della Sera, relativo alle indagini in Svizzera sui presunti legami tra Al Taqwa e l`organizzazione facente capo a bin Laden. Nel corso della telefonata Siracusano rivelava di conoscere l`intenzione di Nada di `aprire una banca a Nassau dieci anni prima`, la nazionalità  `siriana` della moglie di costui e la `presenza nella sua villa di sofisticati sistemi di sicurezza`. Il 7 novembre successivo, Siracusano, in compagnia di Santino Pagano, comunicava a Balsamo di aver visto in televisione il servizio relativo all`arresto di Nada. `Noi, i bigliettini di visita li abbiamo strappati tutti`, aggiungeva il costruttore messinese, invitando Balsamo a fare la stessa cosa. Il 13 novembre 2001 lo stesso Siracusano riceveva una chiamata da tale `Rino` che gli riferiva che il faccendiere egiziano, secondo il Pentagono, avrebbe finanziato direttamente l`operazione culminata con l`attacco alle Torri Gemelle. Sempre secondo il misterioso `Rino`, Nada avrebbe fatto a tempo a `cancellare e far sparire tutto` dato che `gli inquirenti avevano effettuato la perquisizione domiciliare dopo tre o quattro mesi dall`inizio delle indagini avviate nei suoi confronti`. Affermava infine che al finanziere sarebbe stata sequestrata `un`ingente documentazione per lo più scritta in arabo`. La sera stessa Siracusano raggiungeva telefonicamente Balsamo a Campione d`Italia, per parlare sempre di Nada. `Ma lo sai che gli è stata trovata, tra le carte, una fitta corrispondenza con un noto esponente politico della Prima Repubblica?`, domandava Balsamo. I due proseguivano ironizzando su chi potesse essere tale personaggio, rimandando i particolari a un successivo incontro.[18] Quattro giorni più tardi un nuovo articolo del Corriere della Sera rivelava ulteriori particolari sulla Bank Al Taqwa di Nassau: la presenza tra i suoi soci, accanto a Nada, di due investitori dai nomi sospetti, Huda Mohammed Binladen e Iman Binladen, anche se non era chiaro `se i due Binladen abbiano un rapporto di parentela con Osama`.[19]

Chiamato in causa da alcuni organi di stampa, Salvatore Siracusano dava mandato al suo legale, l`avvocato Gualtiero Cannavò (esponente massonico del Grande Oriente d`Italia, con un passato giovanile nel neofascismo), di chiarire il tenore delle relazioni tenute con il presunto finanziatore di Al Qaeda. `Il mio assistito, anni orsono, ha acquistato nel Comune di Campione d`Italia un terreno per la costruzione di edifici ad uso civile, confinante con altro di proprietà  della società  `Al Taqwa Trade, Property and Industry Co. Limited` con sede nel Liechtenstein, amministrata da tale Youssef Nada`, spiegava Cannavò. `Conseguentemente, il Siracusano ha raggiunto l`accordo per la lottizzazione con tutti i proprietari delle particelle interessate e, quindi, anche con l`amministratore della società  Al Taqwa. I proprietari dei terreni dunque, diedero incarico all`architetto Alfio Balsamo per la realizzazione della lottizzazione n. 27, a fronte di un compenso convenuto di 40.000 franchi svizzeri, che avrebbero dovuto essere versati in parti uguali dalle due società  maggiormente interessate, la Al Taqwa, e la Silcam Srl di Messina, riconducibile al mio assistito. Quest`ultima società  ha correttamente provveduto a pagare gli accordi al professionista incaricato della lottizzazione, mentre la società  Al Taqwa si è defilata rifiutando di adempiere ai propri obblighi. La Silcam, quindi, è stata costretta ad intraprendere un giudizio civile contro la società  di Youssef Nada celebratosi innanzi al tribunale di Messina`.[20]

Un mero rapporto causale dunque, finito per giunta con un contenzioso contro la maggiore delle società  del gruppo Nada entrata a far parte della `Terrorist Exclusion List` stilata dall`amministrazione Bush. In verità , come dichiarato dai giudici di Milano, `il mero inserimento di una persona nelle cosiddette black list di sospetti finanziatori del terrorismo internazionale, stilate dall`ONU e dal Consiglio d`Europa dopo l`11 settembre, non può costituire elemento di prova penalmente rilevante`, dato che l`inserimento `avviene all`interno di una procedura che muove principalmente da opzioni e proposte politiche`. Così, nel luglio 2007, il Tribunale ha archiviato il procedimento penale aperto nei confronti di Youssef Nada.[21]

Il finanziere di Campione d`Italia non è stato tuttavia l`unico partner economico arabo degli `amici del Ponte` ad essere sospettato di rapporti finanziari con la complessa rete del terrorismo islamico. Il socio saudita di Silvio Berlusconi in Mediaset, lo sceicco Al-Waleed Bin Talal (altro nipote diretto di re Fahd),[22] è risultato azionista della banca statunitense Citigroup, la più grande del mondo, anch`essa inclusa nella speciale lista nera delle entità  che avrebbero tenuto rapporti di vario genere con Al Qaeda. Casualità  vuole che nel novembre del 2007, una quota pari al 4,9% di Citigroup è stata acquisita dall`Abu Dhabi Investment Authority, l`autorità  statale dell`emirato arabo da cui l`ingegnere Giuseppe Zappia sperava di recuperare un credito da reinvestire nell`operazione Ponte sullo Stretto. Altrettanto compromettenti sono i legami con le organizzazioni dell`estremismo religioso di Sheikh Kalifa Bin Zayed Al Nahyan, l`emiro regnante di Abu Dhabi. Affascinato dal misticismo islamico e fanatico del destino divino della propria famiglia, negli anni `60 Sheikh Kalifa Bin Zayed visitò il Beluchistan pakistano sotto la protezione di un anziano funzionario dei servizi segreti di quel paese, tale `Awan`, che lo mise in contatto con molti mistici locali. Fu proprio grazie a questi contatti in Pakistan che l`emiro di Abu Dhabi incontrò l`uomo d`affari Agha Hassan Abedi, divenendone grande amico e collaboratore sul piano economico-finanziario.[23] Abedi fu il fondatore della BCCI, la Bank of Credit and Commerce International, più nota come Criminal Bank, per diversi anni il più importante centro di `lavaggio` del denaro proveniente dal narcotraffico, utilizzata dalla CIA per la conduzione di operazioni clandestine a favore dell`ex alleato Saddam Hussein, del dittatore pakistano Mohammed Zia, della Contra nicaraguese e della resistenza islamica all`occupazione sovietica dell`Afghanistan.[24] Fu proprio grazie all`amicizia con il potente emiro Zayed Al Nahyan, che la BCCI ebbe la possibilità  di aprire tre filiali negli Emirati Arabi Uniti, una delle quali proprio ad Abu Dhabi.

Grandi mercanti sauditi

Il pakistano Agha Hasan Abedi è, a sua volta, uno dei più importanti soci del miliardario saudita Adnan Khashoggi, noto trafficante d`armi e, nei primi anni ‘80, intermediario per conto dell`amministrazione USA del trasferimento di strumenti di guerra a favore del governo `nemico` di Khomeiny. Il rapporto del Senato sull`affaire BCCI, lo definisce letteralmente come `uno dei contatti chiave per l`intelligence degli Stati Uniti in Medio Oriente`. Oliver North, il tenente colonnello dei marines che coordinava le forniture d`armi clandestine, si avvalse nel 1986 di Khashoggi per far giungere componenti missilistiche alle forze armate iraniane. Determinante fu il ruolo del saudita nelle vendite di armi all`Argentina, orchestrate negli anni della dittatura militare dal cosiddetto `Comitato di Montecarlo`, vera e propria filiale internazionale della loggia P2 di Licio Gelli. Ma Adnan Khashoggi è pure ritenuto dall`Interpol come uno dei principali terminali internazionali delle organizzazioni che gestiscono i traffici di droga, l`investimento delle tangenti e delle estorsioni, lo spionaggio. Nella sua inchiesta su armi e droga, il giudice Carlo Palermo aveva ricostruito i legami affaristici tra il miliardario saudita, il faccendiere piduista Francesco Pazienza, il finanziere socialista Ferdinando Mach di Palmstein e l`imprenditore palermitano Maurizio Mazzotta, poi implicato nella vicenda Calvi-Banco Ambrosiano.[25]

Dati i suoi strettissimi legami con l`entourage della famiglia reale saudita, gli affari migliori di Khashoggi sono consistiti nel trasferimento di tecnologie militari occidentali agli Stati arabi del Golfo. Notoriamente vicini al faccendiere sono il cognato di re Faisal d`Arabia, Kamal Adham, ex direttore della BCCI ed uomo di vertice dei servizi segreti sauditi, e Gaith Pharaon, consigliere del sovrano e fondatore con Assan Abedi della Criminal Bank. Anche Gaith Pharaon è un personaggio particolarmente noto in Italia: a fine anni ‘80, dopo essere stato implicato in un presunto trasferimento di componenti nucleari alla Libia, acquisì una consistente quota del pacchetto azionario dell`allora Montedison diretta dal socialista Mario Schimberni.[26] Quest`ultimo aveva accumulato fondi neri per un valore di mille miliardi di lire presso società  con sede a Curacao, Antille olandesi.[27]

Importante partner economico-finanziario del regime dell`Arabia Saudita, perlomeno sino agli attentati terroristici dell`11 settembre 2001, era il Saudi Binladin Group (SBG), il colosso finanziario della famiglia bin Laden. Prima impresa privata dell`Arabia Saudita per fatturato (nel 1991 si stimava che il suo giro di affari fosse di trentasei miliardi di dollari), la holding ha operato nei settori delle costruzioni, della distribuzione, delle telecomunicazioni e dell`editoria.[28] Grazie all`amicizia personale con il re Abdulaziz Al Saud, fondatore del regno saudita, fu accumulato un immenso patrimonio finanziario da Mohammad bin Laden, il patriarca della famiglia morto negli Stati Uniti in uno strano incidente aereo. Amico personale di re Fahd (recentemente scomparso) era pure il primogenito Salem bin Laden, succeduto nella conduzione della holding, anch`egli vittima nel 1988 di un incidente aereo in Texas, dove si era recato per trattare affari con George Bush padre. Amministrato da Bakr bin Laden, fratello del più noto Osama, il Saudi Binladin Group è stato per lungo tempo il principale e unico cliente della famiglia regnante dell`Arabia Saudita per la costruzione e l`amministrazione dei luoghi santi del mondo islamico. Il legame economico conferma l`adesione della controversa famiglia bin Laden al `wahhabismo`, il movimento rigorista sunnita diffusosi in Medio oriente nel XVIII secolo e rilanciato dai regnanti sauditi nel Novecento. A partire dagli anni `70, l`Arabia Saudita ha investito somme notevoli per l`esportazione del pensiero wahhabita, dando vita a una pluralità  di movimenti islamisti radicali, spesso legati al fenomeno del terrorismo, nell`area afghano-pakistana, in Caucaso ed Asia centrale e nel Sud-est asiatico.[29] Si spiegano così i notevoli investimenti dei bin Laden nella Al-Shamal Islamic Bank utilizzata dal principe Mohamed Al-Faisal Al-Saud per finanziare i movimenti wahhabiti internazionali. I bin Laden sono pure azionisti di un altro istituto bancario filoradicale, la Dubai Islamic Bank di Mohamed Khalfan ben Kharbarsh, ministro delle finanze saudita.[30]

Nonostante la forte connotazione pro-islamica, il Saudi Binladin Group si è affermato nei maggiori mercati azionari mondiali, conseguendo partecipazioni in imprese statunitensi, canadesi ed europee, come ad esempio General Electric, Motorola, Nortel Networks, Iridium, Unilever, Quaker e Cadbury Schewwpes. La holding dei Bin Laden ha ottenuto il controllo della Forship Ltd, una delle maggiori società  mondiali per i trasporti a nolo, operativa in Gran Bretagna, Francia, Egitto e Canada.[31] Ad SBG sono pure stati assegnati appalti miliardari per la realizzazione delle basi militari statunitensi in Arabia Saudita e la ricostruzione del Kuwait, dopo la prima Guerra del Golfo.[32]

Rilevanti infine i vincoli con alcuni dei maggiori gruppi finanziari transnazionali: il Saudi Binladin Group ha operato congiuntamente con Goldman & Sachs, Citigroup, Deutsche Bank ed ABN Amro. Goldman & Sachs ha acquisito recentemente il 2,84% della società  Impregilo di Sesto San Giovanni, capofila dell`associazione d`imprese general contractor per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. ABN Amro, dopo essersi offerta di finanziare la realizzazione del Ponte, nel gennaio 2008 ha deciso di entrare direttamente nel capitale d`Impregilo accettando la richiesta di IGLI (la finanziaria di controllo formata dai gruppi Benetton, Gavio e Ligresti) di rastrellare sul mercato il 3% delle azioni Impregilo. Entro un anno IGLI si riserverà  l`opzione di acquisire questo pacchetto; in caso contrario ABN Amro deciderà  se restare nella società  oppure trasferire a terzi le azioni.[33] La banca olandese è pure azionista di maggioranza, con il 7,68%, del gruppo bancario italiano Capitalia (oggi in Unicredit) che detiene, a sua volta, poco meno del 2% del pacchetto azionario della holding delle costruzioni.[34]
Kabul-Messina la rotta dei capi dei servizi segreti

Ci sono poi altre vicende in cui gli interessi dei congiunti dell`uomo più ricercato del pianeta s`incrociano con le spericolate operazioni dei sovrani sauditi. Yeslam bin Laden, altro fratello di Osama, compare alla guida della Saudi Investment Company (SICO), società  finanziaria creata nel maggio 1980 a Zurigo con lo scopo di amministrare una parte dei profitti del SBG. Grazie alla SICO i bin Laden hanno eseguito i lavori di ristrutturazione delle moschee della Mecca e Medina, e costruito aeroporti, autostrade, centrali elettriche e palazzi in Arabia Saudita, Cipro, Giordania e l`immancabile Canada.[35] Una sezione periferica della SICO ha sede a Curacao, isola delle Antille olandesi dove il finanziere Saro Spadaro si è occupato della gestione di alcuni hotel con annessi casinò. La Saudi Investment Company è pure una delle società  sospettate di essere stata utilizzata dalla CIA per finanziare la resistenza afghana, quando l`ancora giovane Osama bin Laden era il fedele alleato di Washington nella lotta contro gli occupanti sovietici. Da comandante dei mujahidin in Afghanistan, bin Laden aveva ottenuto ingenti finanziamenti da re Fahd e dai servizi segreti pakistani. Il suo diretto referente nella famiglia reale era al tempo il principe Turki bin Faisal al-Saud (uno dei figli di re Faisal nonché nipote dello stesso re Fahd), per oltre vent`anni a capo dei servizi segreti sauditi, da cui venne misteriosamente esautorato il 31 agosto 2001, undici giorni prima cioè dell`offensiva terroristica contro gli Stati Uniti d`America.[36] Sarebbe stato proprio il suo antico e solido legame di amicizia con Osama bin Laden la causa dell`improvvisa uscita di scena di Turki bin Faisal, su pressione USA. Eppure il principe si era costruito una solida reputazione di professionalità  ed efficienza nella conduzione dell`intelligence saudita. Considerato uno dei più brillanti strateghi politico-militari della famiglia regnante, dal 1977 era stato il principale anello di congiunzione tra i servizi segreti arabi filo-occidentali e gli omologhi di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Fu così che Turki bin Faisal divenne `l`uomo di contatto` per le operazioni saudite (e statunitensi) in Afghanistan e nell`Asia Centrale dopo l`invasione sovietica del 1979. Nel corso degli anni ‘80, il capo dei servizi segreti incontrò più volte Osama bin Laden per convincerlo a sostenere la lotta contro l`occupazione sovietica. Nel 1993 il principe Turki fece persino da mediatore tra le differenti fazioni in guerra in Afghanistan.[37] La sua innegabile simpatia, tuttavia, andava verso il gruppo islamico radicale dei Talibani, al punto che il nome del capo dell`intelligence saudita fu associato sempre di più ad Al Qaeda. Stando a Turki bin Faisal, le sue relazioni con Osama bin Laden si sarebbero interrotte nel momento in cui quest`ultimo fu dichiarato `nemico pubblico` di Riyadh e gli fu cancellata la cittadinanza saudita. Sembrerebbe invece che il principe Turki visitasse regolarmente il quartier generale di Kandahar dove vivevano Mullah Mohammed Omar e Osama bin Laden almeno fino al 1996, anno in cui i Talibani conquistarono Kabul. Secondo il periodico francese Paris Match, i servizi segreti sauditi sarebbero però rimasti in contatto con i leader di Al Qaeda sino alla vigilia dell`11 settembre. All`ingresso delle truppe statunitensi in Afghanistan nel 2001, presso l`ambasciata saudita a Kabul funzionava ancora un servizio di logistica destinato ai combattenti di Al Qaeda. A occuparsene, la fondazione al-Haramain, promossa dal ministero della religione saudita e finanziata da ambienti wahhabiti e dalla famiglia reale.[38] Per tutto questo i familiari delle vittime dell`attentato alle Torri Gemelle hanno promosso una causa civile contro Turki bin Faisal ed il principe Sultan bin Abdul Aziz al-Saud, ministro della difesa saudita, richiedendo un risarcimento multimilionario per aver `finanziato direttamente, con banche e associazioni caritative, i terroristi coinvolti negli attacchi`.[39] Sembra incredibile, ma con tutti i suoi discutibili trascorsi, nel 2005 l`ex capo dei servizi è stato nominato ambasciatore dell`Arabia Saudita a Washington. Ancora più incredibile invece la storia dell`uomo chiamato a sostituire Turki bin Feisal ai vertici dell`intelligence saudita, undici giorni prima, ripetiamo, dell`attacco aereo ai grattacieli di New York. Si tratta del principe Nawaf bin Abdul Aziz Al Saud, zio del suo predecessore, figlio di re Abd al-Aziz e fratello del principe Abdullah oggi sovrano d`Arabia.[40] Fresco di nomina, Nawaf bin Abdul Aziz in compagnia di Abdullah, partecipava il 19 settembre 2001 ad un summit a Riyadh con i vertici dei servizi segreti pakistani rientrati da una missione in Afghanistan presumibilmente finalizzata a `neutralizzare` Osama bin Laden e `disfarsi` del regime dei Talibani. Nulla di compromettente, anzi per certi versi in linea con l`inversione delle alleanze dopo gli attentati negli Stati Uniti. Il summit seguiva però una misteriosa visita lampo che il principe Abdullah aveva effettuato in Pakistan il 22 agosto 2001. Secondo l`accreditato periodico Asia Times, il saudita, in compagnia degli uomini a capo dei servizi segreti pakistani, si sarebbe incontrato proprio con il leader Mullah Omar per `tentare di convincerlo che gli Stati Uniti erano prossimi a sferrare un attacco in Afghanistan`; era pertanto opportuno che bin Laden raggiungesse l`Arabia Saudita `dove sarebbe stato tenuto in custodia senza possibilità  di essere consegnato a paesi terzi`. Sempre secondo Asia Times, Abdullah, definito un `segreto supporter di bin Laden`, si sarebbe mosso proprio con l`obiettivo di salvare il leader di Al Qaeda. La proposta sarebbe stata tuttavia rifiutata da Mullah Omar.[41]
L`epilogo è contraddittorio. Dopo aver sostituito di gran corsa il pluridecennale capo dei servizi segreti con un congiunto senza alcuna esperienza d`intelligence, l`Arabia Saudita è divenuta una fedele partner degli Stati Uniti nella lotta a bin Laden e nella caccia agli estremisti islamici. Un ruolo pagato caro, dato che il Paese si è trasformato in uno dei bersagli privilegiati del terrorismo di marca islamica. Nel solo biennio 2003-2004 l`Arabia Saudita è stata vittima di ventidue attentati nei quali sono stati uccisi 90 civili e 39 poliziotti.[42] L`incapacità  di prevenire quest`ondata di sangue è stata duramente stigmatizzata dagli stessi alleati USA, che alla vigilia del vertice internazionale sul Terrorismo di Riyadh (2005) hanno chiesto un forte impegno per il rilancio dei servizi segreti, le cui capacità  erano andate `deteriorandosi` con la sostituzione di Turki bin Faisal.[43] Una decina di giorni prima del vertice, il principe Nawaf bin Abdul Aziz rassegnava le proprie dimissioni per assumere l`incarico di membro del Comitato Supremo del Centro per le scienze e la tecnologia `King Abdulaziz`. D`obbligo spiegare come mai ci si sia soffermati a lungo su personaggi e vicende che nulla sembrerebbero compartire con i Padrini del Ponte. Ricordate i misteriosi `amici` arabi che dovevano intervenire a soccorso di mister Zappia per contribuire al finanziamento dell`opera di collegamento nello Stretto di Messina? Interrogato dai magistrati romani, l`ingegnere italo-canadese aveva fatto il nome di un principe saudita, `Bin Nawaf bin Abdulaziz Al Saud, uno dei nipoti di re Fahd d`Arabia`. Se non fosse per un bin di troppo e una leggera difformità  nella trascrizione del nome, si potrebbe giurare che si tratti dello stesso `Nawaf bin Abdul Aziz Al Saud`, assunto a capo dei servizi segreti sauditi alla vigilia dell`11 settembre. O eventualmente di uno dei suoi più stretti congiunti. Esiste poi un`altra `coincidenza`: un altro strettissimo familiare del `principe`, Mohammed bin Nawaf bin Abdul Aziz Al Saud, ha ricoperto dal 1995 al 2005 l`incarico di ambasciatore dell`Arabia Saudita in Italia e Malta. Successivamente il diplomatico è stato destinato a rappresentare il regime arabo in Gran Bretagna ed Irlanda, sostituendo proprio l`ex capo dei servizi segreti Turki ben Al Feisal. Eletto presidente del consiglio di amministrazione del Centro Culturale Islamico di Roma, nel settembre 1997 Mohammed bin Nawaf aveva coordinato la visita ufficiale in Italia dell`allora vice primo ministro e capo del dicastero della difesa e dell`aviazione saudita, principe Sultan bin Abdul Aziz Al Saud. Premier Romano Prodi, l`Arabia Saudita si affermò in quell`anno come il principale destinatario dell`export di armi `made in Italy`.[44] Con un`ulteriore inquietante `coincidenza`: il figlio del principe Sultan, Bandar, ha ricoperto dal 1983 il ruolo di ambasciatore saudita negli Stati Uniti, ma già  due anni prima, da addetto militare a Washington, aveva svolto una determinate azione di lobby sul Congresso perché approvasse multimilionari trasferimenti di armi pesanti USA all`Arabia Saudita. `Più tardi, da ambasciatore, Bandar si sdebitò trasferendo dall`Arabia Saudita 10 milioni di dollari in una banca del Vaticano, così come lo ha raccontato The Washington Post; il denaro, depositato su richiesta di William Casey, al tempo direttore della CIA, fu utilizzato dalla Democrazia Cristiana in Italia contro il Partito Comunista. Successivamente, nel giugno 1984, Bandar avviò il pagamento di 30 milioni di dollari proveniente dalla famiglia saudita a favore del colonnello Oliver North per l`acquisto di armi diretto alla contra del Nicaragua…`.[45] Il racconto è di un testimone diretto, l`agente segreto Robert Baer, ventun`anni a servizio della CIA principalmente come ufficiale di campo in Medio Oriente.

Il cavaliere nero dell`Apocalisse

Un altro membro della dinastia saudita, Abdullah bin Saleh Al Obaid, è il fondatore della Lega islamica mondiale, con sedi in 120 paesi. In Europa, la Lega ` che ha come fine il proselitismo religioso - ha al suo attivo, tra l`altro, la costruzione delle moschee di Copenaghen, Madrid e Roma.[46] Con un costo complessivo di cinquanta milioni di dollari (soldi forniti tutti dalla famiglia saudita), la grande moschea di Roma è stata realizzata a metà  anni ‘90 da un`impresa italiana, la Federici, poi acquisita dal colosso Impregilo.[47] Nell`ottobre del 1996, alla stessa Impregilo (in associazione con la Rizzani de Eccher di Udine) è stato affidato invece il primo lotto di lavori per la realizzazione della più grande moschea del mondo (500 mila metri quadrati di superficie), quella di Abu Dhabi. Il megacomplesso religioso è stato voluto e finanziato dallo sceicco Kalifa bin Zayed Al Nahyan, lo stesso che aveva affidato alla Middle East Company dell`ingegnere Zappia, la realizzazione di importanti opere pubbliche nel piccolo emirato.[48]

Attraverso la controllata Fisia Italimpianti, Impregilo ha realizzato ad Abu Dhabi sette dissalatori. Proprio di recente la società  ha sottoscritto con l`emirato un contratto per un nuovo dissalatore della capacità  di cento milioni di galloni al giorno ed una centrale elettrica di 1.500 MW a Shuweihat, lungo la costa del Golfo Persico. Altri dissalatori sono stati realizzati da Fisia-Impregilo in Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrain (3) e Dubai (4). Ad Abu Dhabi è presente pure una sede operativa di Grandi Lavori Fincosit, altra società  con cui sarebbe entrato in contatto l`ingegnere Zappia in vista della gara per il Ponte. Fincosit ha inoltre costruito in Arabia Saudita il Centro direzionale Al Nowaisser di Gedda e la strada per la Mecca della lunghezza di 169 chilometri. L`emirato di Abu Dhabi è stato il destinatario finale di una partita di cannoni svizzeri `Oerlikon` trattata nei primi anni ‘80 da tale Rosario Cattafi, avvocato originario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Militante di estrema destra nei primi anni `70 accanto a Pietro Rampulla, l`artificiere della strage di Capaci, Cattafi è stato `compare d`anello` del boss Giuseppe Gullotti, rappresentante di Cosa Nostra nel barcellonese. I documenti sulla transazione di materiale bellico a favore di Abu Dhabi furono scoperti nel corso di un`inchiesta della procura di Milano interessata a verificare se dietro un viaggio del Cattafi a Saint Raffael c`era l`obiettivo di `stipulare per conto della famiglia Santapaola un accordo con la famiglia dei Greco per la distribuzione internazionale di stupefacenti`. Le indagini consentirono di accertare che il Cattafi aveva avuto accesso a numerosi e cospicui conti correnti in Svizzera e che lo stesso aveva tenuto `non meglio chiariti` rapporti con presunti appartenenti ai servizi segreti.[49] Rapporti con il variegato mondo degli 007 a cui ha fatto accenno pure il collaboratore catanese Maurizio Avola, ex killer di fiducia del clan Santapaola. Nel corso di un`intervista rilasciata ai giornalisti Roberto Gugliotta e Pietro Suber, Avola ha definito Rosario Cattafi una `persona molto potente`. `Per noi ` ha aggiunto il collaboratore ` Cattafi era più importante degli altri uomini d`onore perché eravamo convinti che fosse legato ai servizi segreti e anche alla massoneria. Cattafi rappresenta l`anello di congiunzione tra la mafia e il potere occulto`.[50]

Nei primi anni `80, l`ambiguo personaggio era stato ritenuto dagli inquirenti uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano responsabile del sequestro, avvenuto nel gennaio 1975, dell`imprenditore Giuseppe Agrati, successivamente rilasciato in cambio di un riscatto di due miliardi e mezzo di lire. All“organizzazione` fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle `famiglie` mafiose siciliane. Cattafi e gli altri indagati furono però prosciolti in istruttoria.[51] A sottolineare il rilevante ruolo di Cattafi ci ha pensato pure Angelo Epaminonda, indiscusso padrone delle bische clandestine di Milano. Nell`inverno del 1984, interrogato sulle modalità  di penetrazione della mafia nella gestione dei casinò del nord Italia, Epaminonda dichiarò: `Fui contattato un anno fa da Rosario Cattafi. Mi disse che agiva come emissario di Santapaola e mi propose di gestire insieme alcune attività  legate al casinò di Saint Vincent. Io però non ero interessato e rifiutai`. Il tentativo di scalata della mafia fu accertato nell`indagine che seguì al cosiddetto blitz della notte di San Valentino contro i colletti bianchi di Milano. E vide protagonisti il finanziere palermitano Carmelo Gaeta ed il cambista Maurizio Monticelli, uomo di fiducia del clan dei marsigliesi, poi trasferitosi a Sint Maarten per gestire il casinò `Il rosso e il nero` con don Saro Spadaro. Otto anni più tardi, Rosario Cattafi venne arrestato nell`ambito dell`inchiesta sui traffici di armi e droga dell`autoparco di Milano. Dopo una pesante condanna in primo grado, la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni presso l`autoparco di via Salomone.[52]

Sempre nel 1992, Cattafi aveva incrociato le sue disavventure giudiziarie con lo stesso signore delle Antille. Cattafi e Spadaro furono coinvolti in un`inchiesta dei giudici di Messina (Arzente Isola) su un traffico di armi prodotte da alcune imprese italiane ed inviate a paesi sottoposti ad embargo. Indagato pure il faccendiere Filippo Battaglia, altro personaggio originario del messinese, successivamente trasferitosi in Perù. Amministratore unico della Battaglia Holding, della Corpelia S.A. e della Rami S.A., società  finanziarie registrate all`estero, Filippo Battaglia aveva voluto Cattafi come proprio testimone di nozze.

Filippo l`Augusto

`Ho svolto l`attività  di casellante all`autostrada Messina-Catania, per la precisione allo svincolo di Roccalumera. Dopo tre mesi venni trasferito negli uffici con mansioni superiori, fino a diventare poi il direttore del servizio del centro elettronico. Rimasi alla A-18 fino al 1978`. Esordisce così Filippo Battaglia in un`intervista rilasciata alla Gazzetta del Sud dopo un tentativo di acquisto nei primi anni ‘90, misteriosamente naufragato, della società  calcistica del Messina. Il faccendiere era pure stato insignito del passaporto diplomatico: `Il ministro degli Interni del Perù mi ha nominato rappresentante all`Unfdac, la sezione dell`ONU di Vienna che si occupa della lotta al narcotraffico. Io ho combattuto per ottenere dal governo peruviano donazioni di mezzi per combattere il narcotraffico nel Sud America`.[53] Battaglia divenne così l`intermediario privilegiato per l`acquisto di armi e mezzi militari da parte dei governi di Perù e Venezuela. Per conto dell`Agusta Spa, una delle protagoniste del mercato mondiale degli elicotteri da guerra e delle inchieste sui traffici di armi gestiti da faccendieri, mafiosi e piduisti,[54] Filippo Battaglia ha pure trattato, nella primavera del 1992, la vendita di dodici elicotteri CH47 per il trasporto truppe ed armamenti alla Guardia nazionale dell`Arabia Saudita. Comandante al tempo dell`istituzione militare, Abdullah bin Abdul Aziz, il principe (oggi sovrano saudita) che abbiamo incontrato accanto al congiunto Nawaf bin Abdul Aziz, aspirante finanziatore del Ponte. Il trasferimento dei mezzi da guerra targati `Agusta` al regime di Riyadh vide scendere in campo gli uomini di punta del governo arabo. Nel corso di una telefonata del 15 giugno 1992 tra Filippo Battaglia e Domenico Maria Ruiz, direttore generale dell`industria bellica, il faccendiere forniva l`identità  del suo diretto interlocutore: `È lo sceicco Hassan Hennany a tenere le fila con re Fahd. Hennany è il segretario del principe Feisal ben Fahd, il figlio del sovrano d`Arabia, e può darci una mano a vendere elicotteri anche al Marocco`. Il mese precedente, Filippo Battaglia, in compagnia di Felice Cultrera (un finanziere domiciliato a Marbella frequentatore di don Saro Spadaro), del commerciante catanese Aldo Papalia e di tale Gianni Meninno, era stato ospite del saudita a bordo del suo yacht ormeggiato a Cannes. I particolari di quell`incontro erano stati raccontati dal Papalia, responsabile per le relazioni estere di Forza Italia, al direttore commerciale di Pubblitalia-Fininvest Alberto Dell`Utri. `In questi giorni sapremo le date, te le comunico e ci incontriamo. Ok?`, chiedeva il Papalia. Poi aggiungeva: `Se per caso il tuo presidente, se potesse venire per dire… un incontro. Perché c`è pure in grande pompa magna quell`Hennany. Alberto, io non ci sto dormendo la notte!`. L`identità  del `presidente` prendeva forma nel corso di una telefonata intercorsa il 3 giugno 1992 tra il Cultrera e il Papalia, oggetto un appuntamento molto importante fissato da lì a cinque giorni. `Scusami Aldo, noi lunedì c`incontriamo. Possiamo parlare con questo Berlusconi o no?`, domandava Cultrera. `Gioia mia, mi auguro di sì. Io non te lo posso dire in questo momento e neanche lui me lo sa dire`, replicava Papalia. E Cultrera: `Sì, ma va bene. Sai perchè è importante. Non perché voglio parlare con lui, è che di solito, quando c`è un filtro non è la stessa cosa`.[55]

Nella trattativa con gli arabi non poteva far mancare il suo contributo il trafficante d`armi Adnan Kashoggi, socio d`affari dei sovrani sauditi e del padre di Osama bin Laden.[56] Il 13 aprile 1992, Filippo Battaglia e l`amico Roberto Ricciardi si recarono all`aeroporto di Catania Fontanarossa per accogliere il Dc9 privato in cui viaggiavano Kashoggi, la moglie Azam, il figlio Kabilia e tre mercanti d`armi di fama internazionale: il siriano Marwan Hamwik, l`americano Robert Shaneen (un ex ufficiale dell`esercito USA, da tantissimi anni braccio destro del miliardario saudita), il belga Josef Rogmans. Nella sala vip dello scalo siciliano, Battaglia formalizzò al saudita la proposta di vendita dei CH47 prodotti in licenza dall`Agusta. Alla vigilia della firma del contratto, Filippo Battaglia ricevette perfino una chiamata del chiacchierato uomo d`affari libanese Albert Chamad, ricercato dall`Interpol per l`omicidio del connazionale Samir Traboulsi, avvenuto nel 1982 a Parigi.[57] Traboulsi aveva lavorato alle dipendenze di Kashoggi sino alla seconda metà  degli anni settanta, per poi mettersi in proprio e trasferirsi nella capitale francese. Le triangolazioni belliche del gruppo Cultrera-Battaglia finirono sotto indagine dalla procura di Catania che, grazie alle intercettazioni e al racconto di alcuni collaboratori, ipotizzò pure l`investimento di presunti capitali mafiosi per la realizzazione di cinquemila appartamenti a Tenerife. I faccendieri siciliani avrebbero pure tentato di acquisire le società  che gestivano alcune case da gioco ad Istanbul, Mamunia (Marocco) e Praga. Tra il 1992 e il 1994 il sodalizio avviò la trattativa per rilevare parte del patrimonio di Roberto Pasquale Memmo, l`immobiliarista e finanziere noto per dirigere l`omonima `Fondazione per l`arte e la cultura`, con sede a Roma nel prestigioso Palazzo Ruspoli. In particolare, dal tenore di una telefonata tra il Meninno e il Cultrera, si evince che i due personaggi erano particolarmente interessati all`acquisto delle quote dei casinò di Malta e Montecarlo di proprietà  del Memmo che, secondo quanto riferito dal Meninno, `sarebbe anche in società  con il Principe Ranieri di Monaco`. Scrive il Gip di Catania nell`ordinanza di custodia cautelare contro Cultrera e soci: `Memmo invita il Meninno e il Felice Cultrera a Montecarlo per una cerimonia (forse un vernissage) di una `Fondazione` da lui creata. All`affermazione di Meninno, che potrebbe essere questa l`occasione per presentarlo a Memmo e per fargli conoscere Pedro Poiares, Cultrera replica che preferirebbe portare Alberto, poi identificato per Alberto Dell`Utri. Nel corso della telefonata i due lo descrivono come un ottimo manager, ben inserito in un gruppo imprenditoriale serio e molto stimato dal Memmo. Il Cultrera, continuando a parlare dell`affare che debbono concludere con Memmo, specifica di voler fare mettere i soldi a quelli di Hong Kong>>.[58]

Le armi, l`acqua, il ponte

Rinviati tutti a giudizio per violazione delle normative sul commercio delle armi, Felice Cultrera, Filippo Battaglia e soci vennero successivamente assolti dal Tribunale di Catania, l`1 ottobre del 2003. Ma al di là  dell`esito finale del procedimento, la lettura delle informative e della documentazione allegata fornisce uno spaccato dei vasti interessi dentro cui si muovevano i protagonisti della vicenda. Compreso ` dieci anni prima della svolta decisiva ` il progetto del Ponte sullo Stretto. Nel 1992, anno della trattativa per il trasferimento degli elicotteri Agusta al regime saudita, Filippo Battaglia diede vita ad un`operazione finanziaria tesa all`acquisizione della maggioranza del pacchetto azionario della `SICOS ` Azienda Regionale Siciliana, Costruzioni e Servizi`, costituita appositamente a Palermo in previsione della costruzione del Ponte e dell`autostrada Catania-Gela e il cui pacchetto era detenuto dall`ESPI, l`Ente Siciliano per la Promozione Industriale di Palermo. Amministratore della SICOS era al tempo Armando Di Natale, strettamente legato al Battaglia. Per il rilevamento della SICOS si pensò di utilizzare come schermo una società  in forte crisi di liquidità , la S.A.IN. (Società  Appalti Internazionali), facente capo al costruttore Gioacchino Del Din. Del Din era entrato da qualche tempo in rapporti d`affari con i siciliani; in particolare, grazie all`intermediazione di Felice Cultrera e Gianni Meninno, la società  da lui rappresentata aveva sottoscritto un contratto di joint venture con la AMEC International di Londra per partecipare alla gara d`appalto per la costruzione di un tratto autostradale tra Cuneo e Borgo San Dalmazzo. In tale affare Battaglia aveva assunto la vece di procuratore speciale per conto della S.A.IN.. Successivamente Cultrera e Meninno avevano proposto a Del Din di entrare in società  per l`acquisto di alcuni terreni a Vigo e il compimento di una serie di speculazioni immobiliari in altre località  della Spagna; per di più Del Din aveva preso parte nell`aprile del 1992 ad una delle riunioni svoltesi a Nizza sul panfilo dell`emiro saudita Hassan Hennany.[59]

In vista dell`acquisizione della SICOS, Filippo Battaglia e Armando Di Natale si attivarono per usufruire di cospicui stanziamenti regionali. Tali iniziali stanziamenti sarebbero ammontati a dieci miliardi di lire ed erano finalizzati ad avviare nel frattempo un servizio agro-meteorologico regionale per il controllo a terra dei corsi d`acqua, la riutilizzazione delle acque reflue e il coordinamento delle risorse idriche delle dighe esistenti, quindi programmi di nuove dighe e nuovi lavori. Allo scopo Battaglia si recò a Palermo per incontrare l`allora presidente della Regione Siciliana. `La SICOS ha delle spese di gestione bassissime perché utilizza del personale regionale che è stato messo in parcheggio e che quindi non viene pagato dalla società `, spiegava in una telefonata il Battaglia a Del Din. Il messinese aggiungeva che il costo di rilevamento si aggirava sui 300 milioni più un costo aggiuntivo che gli avrebbe detto in separata sede.[60]

Battaglia operava pure in stretto contatto con l`allora presidente dell`ESPI, Francesco Pignatone, cointeressato unitamente a Di Natale al `CEOM Scpa`, il Centro Oceanologico Mediterraneo costituito agli inizi degli anni ‘90 dall`ENI e dalla Regione Siciliana per lo studio e lo sfruttamento delle risorse marine. Altro importante punto di contatto di Filippo Battaglia a palazzo dei Normanni, l`allora assessore regionale all`Industria Franco Sciotto, leader socialdemocratico originario di Milazzo (affiliato alla loggia massonica `La Maestra` del Grande Oriente d`Italia), successivamente transitato nel Ccd di Pier Ferdinando Casini. Sino al novembre 1986 Franco Sciotto aveva pure ricoperto il ruolo di amministratore unico della IDC-Italian Drinks Company, una società  a responsabilità  limitata con sede a Barcellona Pozzo di Gotto interessata alla `produzione e commercializzazione in Italia e all`estero di bibite, vini, latte e prodotti affini`, di proprietà  di Rosario Cattafi. Come accertato dal GICO della Guardia di finanza di Firenze, negli stessi mesi in cui Filippo Battaglia era sceso in campo per l`acquisizione della società  pro-Ponte, il compare Cattafi tempestava di telefonate le utenze fisse ed i cellulari intestati alla Regione Siciliana, alla Presidenza di tale Ente e all`assessorato all`Industria. `Particolare non trascurabile ` aggiunge il GICO - è che tutti e tre i soggetti (Battaglia, Cattafi e Sciotto N.d.A.) avevano a loro volta rapporti telefonici con l`onorevole Dino Madaudo, sottosegretario al Tesoro`.[61] Deputato nazionale del Psdi, poi sottosegretario alla Difesa, Madaudo è stato indicato dal collaboratore di giustizia Antonino Calderone come persona che avrebbe cercato di impossessarsi dell`eredità  elettorale del ministro Giuseppe Lupis: nel 1979 si sarebbe rivolto alla cosca Santapaola per ottenere il suo appoggio in vista delle imminenti elezioni politiche; a dire del collaboratore i voti non gli sarebbero stati dati perché ritenuto poco affidabile.[62]

Conclusa l`esperienza parlamentare, Dino Madaudo si è dedicato prioritariamente alla produzione e commercializzazione di vini ed attualmente risulta pure cointeressato alla gestione di alcune sale Bingo tra Messina e Catania. Nel mese di maggio 2007, il suo nome è comparso nella lista degli `indagati a piede libero` della cosiddetta operazione Montagna sugli interessi economici delle cosche mafiose dell`area dei Nebrodi.[63] Pur frequentando i tavoli del centrosinistra peloritano, quando ne ha l`occasione Dino Madaudo non fa mancare il suo sostegno a favore dei paladini del progetto di collegamento stabile Calabria-Sicilia. Filippo Battaglia, invece, rientrato in Sicilia qualche mese prima della provvidenziale assoluzione del tribunale di Catania al processo per la vendita di armi pesanti ad Arabia Saudita e Marocco, fu contrattato nell`estate 2003 dai manager dei Cantieri navali Rodriquez per avviare una trattativa con il governo di Hugo Chavez per la realizzazione di acquastrada e pattugliatori guardiacosta in joint venture con Dianca, l`azienda navale della Marina da guerra venezuelana. In occasione della visita in Sicilia dei militari latinoamericani, a Filippo Battaglia fu pure consegnato il grest del Comune di Messina, quale riconoscimento per il suo `impegno a favore dell`economia locale`. A fare gli onori di casa l`allora presidente del Consiglio comunale Umberto Bonanno e l`assessore di Forza Italia, Elvira Amata. Altro instancabile sostenitore del Ponte sullo Stretto, Umberto Bonanno (che è pure braccio destro del socialista Nanni Ricevuto), è stato arrestato nel gennaio 2007 nell`ambito dell`inchiesta Oro Grigio, su alcune gravissime speculazioni edilizie che hanno devastato il territorio del Comune di Messina. Altrettanto sfortunato il Battaglia, che negli stessi giorni veniva condannato ad un anno e otto mesi di reclusione per abusivismo edilizio: aveva realizzato su una collina della Panoramica dello Stretto di Messina una villa-fortino di 350 metri quadrati di superficie. I guai non sarebbero finiti. Stando al settimanale Centonove, Filippo Battaglia sarebbe sotto processo per evasione fiscale dopo un`indagine della Guardia di finanza che avrebbe svelato un giro di assegni e versamenti su conti correnti da società  o imprese collegate per sei milioni di euro, `effettuati da soggetti vicini a Battaglia`.[64] Il finanziere sarebbe inoltre indagato ` ancora una volta - per `traffico internazionale d`armamento`, relativamente al trasferimento al Venezuela, via Toscana, di imbarcazioni da combattimento (forse `gommoni d`assalto`). Qualche analogia con la trattativa delle unità  navali per cui il Battaglia è stato insignito dell`alta onorificenza del Comune di Messina?

ANTONIO MAZZEO 



[1] Il presente saggio è tratto dalla ricerca condotta dall`autore per conto del Centro siciliano di documentazione `Giuseppe Impastato` di Palermo, di prossima pubblicazione. Vi si rievocano alcune inchieste giudiziarie non ancora conclusesi. Tutte le persone coinvolte e/o citate a vario titolo, sono da ritenersi innocenti fino a sentenza definitiva.

[2] Diario, n. 10, 11 marzo 2005.

[3] L`Opinione è tra i pochi organi di stampa non siciliani a sostenere senza tentennamenti la campagna a favore del Ponte. L`Opinione ha pure ospitato una lunga intervista all`amministratore delegato della Società  Stretto di Messina, Pietro Ciucci. Cfr.: L. Tentellini, `Stretto di Messina, non sparate su quel ponte`, L`Opinione, Edizione n. 86 del 16 aprile 2005.

[4] R. Capone, `L`intervista - Il Ponte sullo Stretto possibile, raccontato da Giuseppe Zappia`, L`Opinione, 11 febbraio 2006.

[5] A. Mangano, A. Mazzeo, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte, Edizioni Punto L, Ragusa, 2006, p. 58.

[6] R. Capone, `L`intervista - Il Ponte sullo Stretto possibile`, cit..

[7] Cfr.: Qui Touring, XXVIII, 6, giugno 1998, p. 67.

[8] Corriere della Sera, 5 marzo 2004.

[9] L`Abu Dhabi Investment Authority è titolare del maggiore fondo d`investimenti statale del mondo, pari a 875 miliardi di dollari. L`Abu Dhabi Investment Authority, nel novembre 2007, ha acquistato il 4,9% di Citigroup, la principale banca internazionale; inoltre possiede il 25% dell`Arab Banking Corporation. Un altro 26% delle quote dell`Arab Banking Corporation è in mano alla Central Bank of Lybia del colonnello Gheddafi. L`Arab Banking Corporation possiede a sua volta circa il 5% delle azioni del gruppo bancario Capitalia (oggi in Unicredit), il 7,5% dello Juventus Football Club, il 2% della Fiat e il 9% di Fin.Part..

[10] U.S. 2nd Circuit Court of Appeals, Zappia Middle East Construction Company Limited, v. The Emirate of Abu Dhabi, Abu Dhabi Investment Authority, and Abu Dhabi Commercial Bank, Argued: December 14, 1999. Decided: june 12, 2000. Docket No. 99-7272.

[11] I testi delle intercettazioni telefoniche ed ambientali riportate sono tratti da: Tribunale Penale di Roma, Ordinanza di custodia cautelare in carcere e di arresti domiciliari nei confronti di Vito Rizzuto + 4, Proc. Pen. N. 6332/04 GIP, Roma, 22 dicembre 2004.

[12] Originariamente gli indagati di Gioco d`azzardo erano 63. Il 16 ottobre 2007, con decreto del Gip di Reggio Calabria, è stata archiviata la posizione di 41 persone. Escono così dal procedimento alcuni dei personaggi che vengono citati nelle pagine successive. Si tratta in particolare di Alfio Balsamo, Filippo Battaglia, Rosario Cattafi, Luigi Cavallaro, Felice Cultrera, Gioacchino Vincenzo Del Din, Armando Di Natale.

[13] R. Labate, `Ma vorrei trovare un jeans della mia taglia`, Gazzetta del Sud, 9 luglio 1991.

[14] Tribunale di Reggio Calabria ` Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, Ordinanza di applicazione di misure cautelari nei confronti di Siracusano Salvatore + 22, N. 2836/02 RGNR, Reggio Calabria, 2005, p. 169.

[15] W. Goobar, Osama Bin Laden el banquero del terror, Editorial Sudamericana, Buenos Aires, 2001, p. 179. Secondo The Wall Streat Journal (21 settembre 2001), Youssef Nada è stato pure componente di una commissione delle Nazioni Unite che si occupava dei rapporti con il mondo islamico e di cui facevano parte, fra gli altri, diversi membri del governo italiano, il senatore democratico Gary Hart e il consulente del Dipartimento di Stato americano Edward Luttwak. Sempre negli Stati Uniti, il banchiere è risultato essere particolarmente legato all`ex funzionario Onu, Giandomenico Picco, già  alto dirigente del Gruppo Ferruzzi.

[16] R. Labévière, Les dollars de la terreur, Grasset, Parìs, 1999.

[17] A. Morigi, Multinazionali del terrore, Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 2004, pp. 68-69.

[18] R. Gugliotta, G. Pensavalli, Messina campione d`Italia, Edizione IMGPress, Messina, 2005, pp. 162-164.

[19] Nello stesso articolo si asseriva che molte delle società  di Youssef Nada con sede a Vaduz, erano state costituite con l`assistenza della Asat Trust, società  `in passato legata alla famiglia del principe del Liechtenstein`. Alcune di esse si sarebbero pure appoggiate alle strutture della Fimo, la finanziaria di Chiasso accusata di aver riciclato miliardi per conto del clan mafioso dei Madonia con la collaborazione di Giuseppe Lottusi, poi condannato a 20 anni di carcere. (Cfr.: V. Malagutti, `Due Bin Laden e un italiano tra i soci di Al Taqwa`, Corriere della Sera, 17 novembre 2001).

[20] Gazzetta del Sud, 6 novembre 2003.

[21] Nel giugno 2005 anche la Procura federale svizzera ha deciso l`archiviazione dell`inchiesta contro la Bank Al Taqwa, non avendo raccolto prove sufficienti sui legami con Al Qaeda. In Egitto le cose sono andate diversamente: nel febbraio 2007, Youssef Nada è stato deferito a un tribunale militare con le pesantissime accuse di finanziamento al terrorismo, riciclaggio di denaro sporco e tentativo di sovvertire le istituzioni dello Stato. Nel procedimento compaiono i nomi di altri 43 presunti dirigenti o finanziatori dei Fratelli Musulmani, tra cui un altro cittadino italiano, Ali Ghaleb Himmat, di origine siriana, vice-presidente della Bank Al Taqwa (Cfr.: Corriere della Sera, 24 luglio 2007).

[22] Al-Waleed Bin Talal è considerato uno degli uomini più ricchi del mondo. Possiede enormi partecipazioni nelle transnazionali Citigroup Inc. (dove sono presenti pure i bin Laden), Apple Computer, AOL Time Warner e nella catena di alberghi di lusso Four Season. Nel giugno 1994 ha acquisito circa il 24% del pacchetto azionario di Euro Disney, investendo oltre 500 milioni di dollari nel megaparco giochi alle porte di Parigi. Al Waleed è stato pure indicato come azionista della società  immobiliare `Vetus`, il cui amministratore unico è Giuseppe Maranghi fratello dell`ex amministratore delegato di Mediobanca, Vincenzo Maranghi (Cfr.: La Repubblica, 26 agosto 1998).

[23] C. Palermo, Il quarto livello. 11 settembre 2001 ultimo atto? Dalla rete nera del crimine alla guerra santa di Osama bin Laden, Editori Riuniti, Roma, 2002, p. 86.

[24] Fu la National Bank of Oman a trasferire il denaro della Cia, via Pakistan, ai Mujaheddin e al giovane Osama bin Laden. Questo istituto era controllato per un 29% dalla BCCI.

[25] M. A. Calabrò, Le mani della Mafia. Vent`anni di finanza e politica attraverso la storia del Banco Ambrosiano, Edizioni Associate, Roma, 1991, pp. 100, 139, 197 e 202.

[26] La Repubblica, 10 ottobre 1994.

[27] I conti segreti dell`Eni presso la finanziaria di Curacao furono scoperti nel 1993 dalla procura di Milano a seguito dell`arresto del manager Montedison, Lino Cardarelli (Cfr.: La Repubblica, 15 dicembre 1993). Superato il ciclone di Mani Pulite, nel 2002 Lino Cardarelli entrò a far parte del consiglio d`amministrazione della Società  Stretto di Messina, concessionaria statale per la realizzazione del Ponte. Alla fine della seconda guerra del Golfo, l`ex manager Montedison è stato nominato vicedirettore del PMO (Program management office), l`organismo sotto controllo degli Stati Uniti che si occupa degli aspetti economici, finanziari e industriali della ricostruzione in Iraq.

[28] Middle East Economic Digest, September, 4, 1998.

[29] R. Redaelli, Il fondamentalismo islamico, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze, 2005, p. 76.

[30] W. Goobar, Osama Bin Laden el banquero del terror, cit., pp. 36-43.

[31] J. Brisard, G. Dasquiè, La verità  negata. Una voce fuori dal coro racconta il ruolo della finanza internazionale nella vicenda Bin Laden, Marco Tropea Editore, Milano, 2002, p. 92.

[32] Anche l`ingegnere italocanadese Giuseppe Zappia ha concorso alla realizzazione negli Emirati Arabi di campi base utilizzati dalle forze armate Usa per sferrare l`attacco all`Iraq durante la prima guerra del Golfo.

[33] (P. Stefanato, `Impregilo, IGLI <<si prenota>> per crescere`, Il Giornale, 17 gennaio 2008). Negli ultimi mesi Impregilo è stata al centro di convulsi scambi azionari che ne hanno modificato sostanzialmente l`assetto societario. Usciti definitivamente la finanziaria Gemina della famiglia Romiti, il gruppo italoargentino Rocca ed Efibanca (merchant bank di BPI - Banca Popolare Italiana, ex banca Popolare di Lodi), importanti quote societarie sono state acquisite attraverso diversi fondi di gestione risparmio dai colossi bancari statunitensi Morgan Stanley International (8,01%) e JP Morgan Chase & Co. (2,08%). In Impregilo ha pure fatto ingresso la britannica Theorema Asset Management Ltd. (2,21%). Theorema ha sede a Londra e filiali nelle isole Bermude e Cayman; ed è stata fondata nel dicembre 2000 da Emanuele Antonaci e Giovanni Govi, due consulenti finanziari di origine italiana. Oltre ad IGLI (29,9%), altri importanti azionisti d`Impregilo sono Deutsche Bank (3,3%), le Assicurazione Generali (3,1%) e la Banca Popolare di Milano (3%) presieduta da Roberto Mazzotta, membro del Cda di Aedes Spa, la finanziaria immobiliare socia in Sicilia della famiglia Franza (gli oligopolisti del traghettamento privato dello Stretto). Durante la breve stagione di Mani Pulite, al tempo della sua presidenza della Cariplo, Roberto Mazzotta fu arrestato e processato per una storia di tangenti a Dc e Psi. Dopo una condanna in primo grado, è stato assolto in appello grazie alla modifica dell`art. 513 del codice di procedura penale che impedisce l`utilizzo delle accuse in fase istruttoria se non ripetute in aula.

[34] Capitalia controlla MCC-Medio Credito Centrale, già  advisor finanziario della Società  Stretto di Messina per uno studio sulle modalità  di acquisizione dei capitali privati necessari alla realizzazione del Ponte.

[35] J. Brisard, G. Dasquiè, La verità  negata, cit., p. 39.

[36] `Head of Saudi Arabia`s Intelligence Service Is Replaced`, Agence France-Presse, 8/31/2001

[37] S. Henderson, `The Saudis: Friend or Foe?,` Wall Street Journal, October 22, 2001.

[38] A. Morigi, Multinazionali del terrore, cit., p. 125.

[39] BBC, `Prince Turki al-Faisal, who is set to become Saudi ambassador to the US, is a former head of foreign intelligence`, London, 20 July 2005, http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/4700589.stm. Il controverso ruolo del principe Turki bin Faisal alla vigilia degli `attentati` dell`11 settembre, è pure al centro dello straordinario documentario di Michael Moore, Fahrenheit 911, dove viene pesantemente messa sotto accusa l`amministrazione Bush.

[40] Il principe ereditario Abdullah governava di fatto l`Arabia Saudita sin dal 1995, quando re Fahd, suo fratello, era stato colpito da un ictus.

[41] Asia Times, 8/22/2001.

[42] Corriere della Sera, 8 febbraio 2005.

[43] A. H. Cordesman, N. Obaid, Saudi Counter Terrorism Efforts: The Changing Paramilitary and Domestic Security Apparatus, Center for Strategic and International Studies, Washington, February 2, 2005, Pages 32-33.

[44] Il figlio del ministro della difesa saudita, Khaled bin Sultan bin Abdul Aziz Al Saud, già  comandante in capo delle forze saudite durante la prima guerra del Golfo, fu fermato nel luglio 1995 dalla Guardia di Finanza mentre era in vacanza con il suo yacht a Capri, perché trovato in possesso di un vero e proprio arsenale militare: una trentina di mitragliette, fucili da guerra, pistole e oltre quattro mila munizioni. Le armi furono poi restituite al principe che potè riprendere indisturbato la sua crociera nel Mediterraneo (Cfr.: I. De Angelis, `Le mille armi dello sceicco`, La Repubblica, 24 luglio 1995).

[45] R. Baer, `The Fall of the House of Saud`, Atlantic Monthly, May 2003.

[46] J. Brisard, G. Dasquiè, La verità  negata, cit., p. 66.

[47] Gazzetta del Sud, 8 febbraio 1993.

[48] Il valore della commessa assegnata ad Impregilo è stata di 120 milioni di dollari. Cfr.: A. G. Wright, `In Abu Dhabi, Sheikh Zhayed Builds A House for the Holy`, ENR - Engineering Nes Record, 3/15/2004.

[49] M. Torrealta, La trattativa. Mafia e Stato: un dialogo a colpi di bombe, Editori Riuniti, Roma, 2002, p. 126.

[50] R. Gugliotta, P. Suber, `E non chiamatemi pentito!`, Sette ` Corriere della Sera, 10 marzo 1997.

[51] Commissione Parlamentare d`inchiesta sul fenomeno della criminalità  organizzata mafiosa o similare, Relazione finale di minoranza, Relatore on. Giuseppe Lumia, Roma, gennaio 2006.

[52] Rosario Cattafi è stato indagato (e prosciolto) anche nell`ambito dell`inchiesta sui cosiddetti Sistemi Criminali relativa ai presunti mandanti della strategia stragista del biennio 1992-93, conclusasi con l`archiviazione del Tribunale di Palermo. Secondo un rapporto della D.I.A. del 1994, sarebbero stati rilevati contatti telefonici fra le utenze utilizzate da Cattafi `con soggetti riconducibili a Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie fra la fine del 1991 e gli inizi del 1992`. Nella stessa indagine sono stati pure indagati e prosciolti il finanziere messinese Filippo Battaglia, strettamente legato da amicizia ed affari a Cattafi, i boss mafiosi Totò Riina e Nitto Santapaola, il commercialista massone Giuseppe Mandalari e l`ex parlamentare reggino Paolo Romeo.

[53] F. Pinizzotto, `Filippo Battaglia: non ho scheletri nell`armadio`, Gazzetta del Sud, 4 settembre 1993.

[54] L`Agusta Spa ha un fatturato di oltre 2,5 miliardi di euro ed un portafoglio ordini per oltre 7,6 miliardi. L`Agusta opera in joint venture con la britannica Westland ed è controllata da Finmeccanica (ex IRI), società  di cui è stato amministratore delegato l`ex Ad di Impregilo, Alberto Lina. Lina è oggi vicepresidente di Sirti, società  ex azionista di IGLI-Impregilo, produttrice di sistemi avanzati di telecomunicazione militare. Anche l`attuale presidente del Cda di Impregilo, Massimo Ponzellini, è stato consigliere di Finmeccanica. Un altro ex consigliere d`amministrazione di Finmeccanica è stato pure il dott. Pietro Ciucci, odierno amministratore delegato della Società  Stretto di Messina, nonché presidente di ANAS, l`ente che è azionista di riferimento della concessionaria pubblica per la realizzazione del Ponte. Un ex consigliere dell`Agusta, il professore Emmanuele Emanuele, cavaliere del Santo Sepolcro, è stato membro sino all`aprile 2005 del consiglio d`amministrazione della Società  Stretto di Messina.

[55] A. Carlucci, `Siamo sicuri che Silvio verrà ?`, L`Espresso, 3 febbraio 1995.

[56] Relativamente alle relazioni di affari intercorse da Kashoggi, la famiglia reale dell`Arabia Saudita e i bin Laden si consulti il volume di Ronald Kessler, Kashogui. El ombre mà¡s rico del mundo, Ediciones B, Barcelona, 1987.

[57] Tribunale di Catania ` Ufficio del giudice per le indagini preliminari, Ordinanza custodia cautelare in carcere nei confronti di Cultrera Felice + 8, N. 6975/93, Catania, 5 maggio 1995, pp. 77-78.

[58] Ibidem, pp. 22-23.

[59] Tribunale di Catania, Ordinanza custodia cautelare in carcere nei confronti di Cultrera Felice + 8, p. 34.

[60] Guardia di Finanza - Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità  Organizzata, Gruppo Interprovinciale di Firenze, Rapporto alla Procura della Repubblica presso il tribunale di La Spezia, Procedimento Penale Nr. 876/95/21-3 R.G.N.R., Roma, 3 aprile 1996.

[61] Ibidem.

[62] Tribunale di Reggio Calabria, Ordinanza di applicazione di misure cautelari nei confronti di Siracusano Salvatore + 22, cit., p. 262

[63] Cfr.: G. Lazzaro, `Politici, funzionari e imprenditori tra i 57 indagati della Dda`, Gazzetta del Sud, 10 maggio 2007. L`operazione Montagna ha svelato le ramificazioni del clan Rampulla di Mistretta nella gestione di `imprese idonee ad acquisire appalti pubblici costituendo anche cartelli d`impresa finalizzati all`illecita gestione dei lavori relativi alle opere pubbliche, riuscendo inoltre a spartire gli appalti tra gli imprenditori `amici` mediante il sistema del subappalto`.

[64] A. Serio, `L`ultima Battaglia`, Centonove, 18 luglio 2008.

Messina calcio, Cazzaniga non presenta alcuna fideiussione. I tifosi nello sconforto

Sembrava fatta ed invece… L`ottimismo che fino alla mattinata di ieri regnava nei cuori dei tifosi del Messina ha dovuto lasciare il posto ad un pessimismo che ormai sembra aver preso nettamente il sopravvento. Pare infatti che lo staff di Cazzaniga abbia formalizzato l`iscrizione senza però depositare alcuna fideiussione, bensì richiedendo la rateizzazione dei settecento mila euro necessari per aderire al Lodo Petrucci e ripartire dalla C2. Nel pomeriggio, dopo che la notizia si era diffusa tra i sostenitori giallorossi presenti a Palazzo Zanca, il presidente del club cittadino GioventຠGiallorossa Nino Martorana è stato ricevuto dal sindaco Giuseppe Buzzanca, il quale ha contattato telefonicamente l`amministratore delegato del gruppo Cazzaniga, Ernesto De Carolis. Quest`ultimo, ha confermato che al momento l`imprenditore milanese non ha versato alcuna fideiussione e che questa mattina verrà  esposta la posizione ufficiale attraverso un comunicato. Cazzaniga non sarebbe convinto di dover sborsare una cifra che ritiene “un furto”, sia perché eccessiva rispetto alle somme pagate in passato da società  come il Torino per la B, sia perché preferirebbe spendere tale cifre per la squadra e non per “garanzie”. La sua intenzione, nonostante la richiesta di rateizzazione, si presume sia quella di far scendere l`importo, ipotesi assolutamente non percorribile. Ma dietro questa decisione, praticamente una rinuncia annunciata, ci sono diversi interrogativi da chiarire. La scelta di chiudere l`operazione e non depositare neanche la fideiussione da cento mila euro, ha sorpreso tutti, visto che praticamente fino a poche ore prima sembrava che almeno la prima parte della somma necessaria per il Lodo fosse garantita. Invece niente. Le perplessità  dell`imprenditore milanese sarebbero poi anche legate all`appoggio “sterile” manifestato dall`amministrazione comunale, che avrebbe potuto sposare la causa della cordata milanese magari tramite un contributo o comunque manifestare maggiore entusiasmo per l`operazione. Anche ieri sera il primo cittadino, invece di invitare gli impreditori ad investire, a chiedere il perché di tale scelta, si è limitato a chiedere a De Carolis: “Vi siete ritirati? Cosa devo dire ai tifosi?”. Noi invece ci domandiamo, c`è qualcosa sotto? Dopo Campolo e Aliotta, entra ed esce dalla scena una nuova vittima di qualche sistema? Risposte che, come sta già  facendo, dovrà  accertare eventualmente la magistratura. Intanto per quanto riguarda il Messina calcio le speranze sembrano essere ridotte al lumicino. La Federazione in realtà  avrebbe concesso ancora tempo al gruppo per versare la quota e potrebbe addirittura dare l`ok per il dilazionamento dei settecento mila euro, ma non è detto che questo basti. Intanto la riunione della commissione della Figc prevista per ieri, è stata rimandata all`1 agosto a seguito delle dimissioni dalla stessa di Mario Macalli, arrivate nei giorni scorsi probabilmente per via delle vicende legate al ripescaggio in B dell`Avellino. Si riunirà  invece giovedì 31 il Consiglio Federale. In tarda serata sono infine arrivate le dichiarazioni di Giuseppe Rodi, colui che aveva “inizialmente” presentato la documentazione per l`adesione al Lodo. Questo quanto scritto attraverso il nostro sito: “Un cordiale saluto a tutti i lettori. Vorrei, intanto, informarvi che, questo pomeriggio, in via cautelare (essendo ritenuto un atto dovuto), ho formalmente chiesto l`iscrizione dell`FC SPORTING MESSINA alla Seconda Divisione Pro (ex Serie C2) in quanto non credo che tutto sia perso. Non so, a questo punto, se le dimissioni di Mario Macalli, uno dei tre sagi della ex Serie C, ha effettivamente un significato. Chiaramente, nel dire ciò, non posso offrire speranze tra i tifosi e la cittadinanza in mancanza di certezze. Non è mia abitudine diffondere illusioni. Sono e rimarrò realista. Se mi consentite un pensiero personale, personale, prima di addossare delle responsabilità  a questo oppure a quel personaggio, aspetterei la parola fine che, come si sa, spetta al Consiglio Federale. Per quanto mi riguarda, sicuramente, sul profilo procedurale e amministrativo credo di aver fatto quanto nelle mie possibilità ”. Emanuele Rigano - www.tempostretto.it

LA LOBBY DEL PONTE IN TOUR. CIUCCI E BUZZANCA: ««Uno sviluppo complessivo per l`area dello Stretto«»

Grande interesse, varie richieste, e una certa cautela, da parte degli enti locali messinesi rispetto alle prospettive legate alla realizzazione del Ponte e soprattutto allo sviluppo virtuoso dell`Area dello Stretto e dell`intero territorio comunale e provinciale. Li hanno manifestati ieri pomeriggio, al presidente dell`Anas Pietro Ciucci, il sindaco Giuseppe Buzzanca ed il presidente della Provincia, Nanni Ricevuto. Il primo cittadino ha sottolineato che «l`area dello Stretto e il rapporto con le città  che vi si affacciano è uno dei temi prioritari della nuova amministrazione comunale che guarda con profondo interesse a tutte le possibili convergenze sulla vicenda del Ponte sullo Stretto». E si è soffermato sulle questioni relative al pedaggio tra le due sponde, alla necessità  della seconda canna dello svincolo Giostra-Annunziata, alla variante per la cittadella universitaria e al minisvincolo di Papardo, «richieste ` afferma Buzzanca ` sulle quali Ciucci ha confermato la massima attenzione e che saranno oggetto di esami in sede tecnica». E ancora «si dovrà  affinare la concertazione delle amministrazioni locali per poter definire gli interessi della comunità  dello Stretto, così influenzati dai lavori e dall`impatto che la costruzione dell`opera determinerà . Solo con un interlocutore forte, ed interprete unitario delle istanze dell`area dello Stretto, si potranno conseguire utili avanzamenti nei rapporti con la società  Stretto, il Governo e con tutti gli organi interessati al collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria». Il presidente della Provincia Ricevuto ha rimarcato l`importanza del disegno strategico complessivo connesso al Corridoio 1, Berlino-Palermo, e quindi al Ponte purché rappresenti, il volano propulsivo dell`intero sistema infrastrutturale di trasporto che da Messina va in direzione tanto di Palermo quanto di Catania, sia sul piano ferroviario che su quello autostradale con una seconda tangenziale a Messina e una serie di nuovi svincoli per sgravare il traffico delle “statali” e valorizzare il territorio. Con la seconda tangenziale cittadina si offrirebbe un nuovo tracciato a monte dell`attuale che non soffrirebbe dell`incremento del traffico proveniente dall`infrastruttura Ponte. Ricevuto ha evidenziato infine quanto la creazione di nuovi svincoli, la cui necessità  è già  evidente, diverrà  con il Ponte e con la nuova Area dello Stretto ancora più decisiva: «lungo la “A20″ a Torregrotta-San Pier Niceto, Furnari, Portorosa, Capo d`Orlando, Naso-Caronia e sulla “A18″ a Alì e Capo S. Alessio». Alessandro Tumino

LA LOBBY DEL PONTE IN TOUR: Ciucci conferma l`impegno dell`Anas per l`ammodernamento della rete stradale

In campo di infrastrutture siamo all`anno zero o giù di lì. E se negli ultimi decenni le promesse a ripetizione avessero trovato risposta concreta, anche in minima parte, certamente la situazione - specie quella viaria, oltre quella ferroviaria e comunque della mobilità  in genere - sarebbe stata diversa. Ne avrebbe guadagnato ogni comparto produttivo-commerciale, ma soprattutto avrebbero avuto risparmiato la vita centinaia di automobilisti morti a causa di incidenti stradali determinati da condizioni infami di strade antiquate e non più rispondenti alle esigenze della modernizzazione dei tempi. Hanno parlato anche di questo il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo e il presidente dell`Anas Pietro Ciucci, in un faccia a faccia che si è svolto presso la sede catanese della Regione. Colloquio assolutamente cordiale quanto necessario, per confrontarsi, per rilanciare, fare il punto sullo stato dell`arte delle opere e soprattutto su quelle da realizzare e che potrebbero cambiare il volto della nostra Isola. «E l`Anas - dice il presidente Ciucci - ha in programma cinque miliardi di euro di investimenti in Sicilia, di cui quasi due già  in corso. Ci sono i lavori della Catania-Siracusa che «procedono benissimo»; e poi quelli della Porto Empedocle-Agrigento-Caltanissetta, già  avviati. Nonchè i bandi di gara per la Palermo-Agrigento, da Bolognetta a Lercara Friddi. Insomma, assicura il presidente dell`Anas, «l`Anas è impegnatissima in Sicilia. L`isola rappresenta la regione più importante per la nostra attività  visto che oltre il 20 per cento della rete italiana si trova qui». E non è tutto. Perchè c`è un project financing da ottocento milioni per la Catania-Ragusa e, spiega Ciucci, è stato scelto il gruppo di promotori, che comprende anche imprese siciliane. L`obiettivo è di partire con la fase finale di gara entro la fine dell`anno. E tre lotti sono ormai in fase di progettazione definitiva per la nord-sud, da Santo Stefano di Camastra a Gela, mentre si stanno risolvendo gli ultimi problemi di valutazione di impatto ambientale, di prescrizioni e di adattamenti: «Per questi lotti - annuncia ` bandiremo la gara entro fine anno». Un pacchetto di opere e investimenti cui presta molta attenzione il presidente della Sicilia, Raffaele Lombardo, per il quale è pure di «fondamentale importanza «la realizzazione di una seconda tangenziale a Catania che completi la prima. L`avevamo pensata quando ero presidente della Provincia, poi l`Anas si è detta favorevole. Ma più che chiedere la realizzazione della nuova tangenziale pensiamo di inserirla in un piano da finanziare con risorse che ci spettano o nostre». Per il governatore se non si aggiunge un «semicerchio concentrico» che unisce San Gregorio e il ponte Primo sole passando da Paternò e Misterbianco, «si rischia di uccidere il traffico nelle zone affollatissime dei centri commerciali». Peraltro esiste per la tangenziale di Catania uno studio dell`Anas per realizzare una terza corsia. Nel dettaglio 3 miliardi riguardano opere già  in corso di realizzazione o che verranno avviate entro la fine del 2008; 815 milioni la Ragusa-Catania e 1,1 miliardi ulteriori interventi in fase avanzata di progettazione. La Direzione regionale dell`Anas è il gestore principale della rete viaria dell`Isola, con oltre 4.200 km di strade statali e autostrade. Gli investimenti in corso in Sicilia da parte dell`Anas ammontano a circa 1.310 milioni di euro, tra nuove opere e interventi di manutenzione straordinaria. Tra i lavori in esecuzione, Ciucci ha citato l`autostrada Catania-Siracusa che prevede un investimento di oltre 700 milioni di euro. Per quanto concerne il primo tratto della Agrigento-Caltanissetta, la gara è stata aggiudicata a dicembre 2007. A gennaio 2008 l`Anas ha consegnato al contraente generale le attività  relative ad un tratto di 44 chilometri, per un investimento di circa 500 milioni. L`obiettivo è ultimare la progettazione esecutiva entro agosto, avviando immediatamente i lavori che saranno completati entro il 2011-inizio 2012. Gli altri due interventi in corso, per un importo di 40 milioni di euro, riguardano un tratto della strada statale 115 «Sud Occidentale Sicula» e un tratto della strada statale 118 «Corleonese Agrigentina», con ultimazione dei lavori prevista nel novembre 2009. Numerosi lavori sono in fase di prossimo avvio, per un importo complessivo di circa 600 milioni di euro, e tra questi c`è il primo stralcio funzionale della variante di Caltagirone della strada a scorrimento veloce Licodia-Eubea (il cui bando di gara è stato pubblicato il 21 luglio scorso), i lavori di realizzazione del lotto 1 della strada statale 284 «di Bronte» (in fase di appalto), nonchè il tratto Bolognetta-bivio Manganaro della Palermo-Agrigento (il cui bando di gara è stato pubblicato 4 luglio scorso), per un importo complessivo di 500 milioni. «Non mi stancherò mai di ripeterlo ` ha detto il presidente della Regione Raffaele Lombardo al termine dell`incontro ` che il Ponte è il motore di tutte le infrastrutture. Saremo attenti ed in prima fila affinchè il governo nazionale restituisca le coperture finanziarie stornate. Abbiamo ricevuto assicurazioni in merito, ma certo non molliamo la presa». «Con Ciucci abbiamo anche parlato dei tempi previsti per la realizzazione dell`opera, ma soprattutto di quegli interventi viari che si rendono indispensabili per abbattere drasticamente i tempi di transito da un capo all`altro della nostra terra. La rete stradale siciliana ` ha proseguito Lombardo ` ha bisogno di interventi strutturali da concordare con il governo nazionale. È quindi assolutamente indispensabile un`opera di “sollecitazione” nei confronti in particolare del ministero delle Infrastrutture e del ministero dell`Economia, sostenuta e supportata dall`intero esecutivo regionale».