Parte del contingente di militari destinato alla Sicilia vigilerà sull`ordine pubblico a Taormina e Giardini Naxos. È l`indicazione del ministro La Russa, dopo un colloquio avuto col ministro dell`Interno, Maroni, «si è attivato con il Comitato nazionale dell`ordine e della sicurezza pubblica affinchè i militari e le forze dell`ordine impegnate come pattuglie in Sicilia (e tra queste principalmente quelle destinate alla prefettura di Catania) possano svolgere la loro opera di controllo e di accresciuta sicurezza ai confini delle province di Catania e Messina, nella zona densamente popolata di Taormina e Giardini` Naxos, meta nel periodo estivo di turisti stranieri, italiani e di molti catanesi». Una richiesta in tal senso era stata presentata da dodici deputati del Pdl e formalizzata in un`interrogazione presentata ieri alla Camera al ministro Maroni “. Primo firmatario dell`interrogazione, che chiede un nuovo “Patto per la sicurezza” a Taormina e Giardini Naxos, è stato il vicepresidente del gruppo parlamentare Pdl, Carmelo Briguglio « A Taormina risultano casi di scippi, borseggi, aggressioni, contraddistinti anche da connessioni col mondo degli spacciatori e\o tossicodipendenti, alcolisti e teppisti, spesso vissuti con rassegnazione dalla cittadinanza e le vittime che talvolta sono turisti. A fronte di episodi collegabili allo spaccio di stupefacenti, non è visibile un`adeguata azione di prevenzione e contrasto, nonostante sia percepibile un consumo di massa della droga tra i giovani». Richiamata infine l`attenzione sull`assenza di un sistema di video-sorveglianza. Ma, intanto, scoppiano le polemiche e per il sindaco Mauro Passalacqua si tratta solo di «infondato e strumentale allarmismo. In realtà non esiste alcun problema tale da far gridare all`emergenza. Cosi si mette solo in difficoltà un`economia turistica già indebolita. Sul Patto per la Sicurezza ho già parlato col prefetto e insieme abbiamo fatto il punto della situazione in una città che è del tutto serena, sicura e vivibile. L`attuale presidio di Forze dell`ordine è perfettamente adeguato. Non servono pattugliamenti speciali. Forse c`è chi confonde Taormina con ben altre realtà ». E c`è il caso Giardini, dove per i deputati «è diventato “normale” il fenomeno di «decine di giovani dediti all`uso di alcool e droghe, spacciatori, e veri e propri delinquenti abituali che, all`uscita di locali notturni, danno luogo a gravi episodi di violenza, risse, aggressioni, danneggiamenti al patrimonio pubblico, beni privati e auto in sosta». «L`interrogazione - ha dichiarato il sindaco Nello Lo Turco - accoglie in pieno le nostre richieste avanzate da anni sul problema del popolo della notte. I militari arriveranno in assetto civile per controllare il territorio, e ben vengano a supporto delle Forze di polizia». Intanto saranno circa 250 i militari impiegati in Sicilia con la prima tranche di 150 militari attesa per il 4 agosto. Circa la metà del contingente sarà impiegato per presidiare i Cpt. Cinquanta soldati della sesta divisione Bersaglieri di Trapani saranno a disposizione della prefettura di Palermo per pattugliare il capoluogo al fianco delle forze dell`ordine, e saranno autorizzati ad arrestare solo in flagranza di reato. A Catania 90 militari saranno impiegati in compiti di sicurezza. A Trapani 20 bersaglieri presidieranno il Cpt «Serraino Vulpitta», mentre a Caltanissetta 80 militari circa si occuperanno in particolare del centro polifunzionale per immigrati di Pian del lago. A Lampedusa, dove si trova il centro per immigrati più grande della Sicilia, verrà invece impiegata l`aeronautica. A Siracusa, dove ha sede la commissione territoriale per le libertà civili e l`immigrazione, verranno impiegati 30 bersaglieri, mentre al momento gli altri capoluoghi (Agrigento, Enna, Messina e Ragusa) risultano scoperti.
Articolo 21 della Costituzione italiana: TUTTI hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non puo' essere soggetta ad autorizzazioni o censure
“Il Mediterraneo ormai sta diventando una `tomba liquida` dove non si possono piu` contare i morti. E` necessario formare la coscienza per l`accoglienza. Non possiamo chiudere gli occhi. Se ci fosse una cultura dell`accoglienza, forse insieme potremmo trovare qualche risposta diversa da quelle di adesso. Le risposte non possono essere quelle della polizia”. Lo afferma, in una intervista a Radio Vaticana, l`arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro. “Non dobbiamo creare paure inutili, ma dobbiamo attrezzarci perche` la convivenza diventi possibile”, prosegue il prelato, “Dovrebbe migliorare il rapporto tra chi governa e le associazioni che operano come volontariato, come le Ong. Se si crea un rapporto piu` stretto puo` darsi che confluiscano tante idee nuove e diverse; se ci nascondiamo dietro le idee di `emergenza`, di `invasione`, e se le associazioni non vengono coinvolte nella gestione del significato di accoglienza, faremo sempre discorsi separati”.
E` morto in un campo di pomodori. Soffocato dal caldo, stroncato dalla fatica. Con il fondato sospetto che non sia stato aiutato di proposito per nascondere il suo contratto in nero. Radu Gheorghe, 35 anni, rumeno, è stato trovato privo di vita nelle campagne di Campomarino dove si trovava fin dalle prime ore del mattino per lavorare come bracciate. Il cadavere è stato trovato in una zona isolata, al margine dei campi coltivati in località Nuova Cliternia. Probabilmente la morte risale alle ore del mattino di martedì, ma il corpo è stato rinvenuto soltanto nel pomeriggio da alcuni passanti. Il rumeno era in Italia da tempo, viveva a Torremaggiore (Foggia) ed era in regola con il permesso di soggiorno. La sua morte è diventato un caso da trattare per la Procura di Larino. Sembrano evidenti le cause naturali del decesso. Probabilmente il caldo ha provocato un malore che ha stroncato il giovane bracciante. Il magistrato che si occupa dell`episodio ha disposto l`autopsia. Ma gli inquirenti indagano per capire se, al momento della morte, Radu Gheorghe era solo o con lui c`erano altri lavoratori o datori di lavoro che lo hanno lasciato morire senza soccorrerlo. I carabinieri di Campomarino in queste ore hanno ascoltato diversi lavoratori stranieri che erano impiegati nella raccolta di pomodori nei campi vicini al punto dove è stato trovato il corpo del rumeno. Tutti avrebbero detto di non essersi resi conto di quanto stava accadendo. Rimane il fatto che il giovane straniero era nei campi per lavorare insieme con molti altri colleghi impegnati nella raccolta dei pomodori i quali però hanno detto ai carabinieri di non essersi accorti di nulla. Sembra che ci siano già tre persone iscritte nel registro degli indagati con l`accusa di omissione di soccorso. Intanto sul campo polveroso e arido di contrada Cocciolete resta un lenzuolo bianco, guanti in lattice e una bottiglia di birra ormai vuota. Un caso analogo è avvenuto nelle scorse settimane a Viadana, nel Mantovano. Un migrante indiano fu trovato morto, ma si scoprì che fu il datore di lavoro ad averlo nascosto: ora è stato rinviato a giudizio.

Jack Folla, oggi cinquantenne, vive sulla piattaforma petrolifera Rospo Atlantico Uno situata all`imbocco dello stretto di Gibilterra, dove il Mediterraneo si scontra con l`oceano Atlantico. Venti miglia a sinistra Jack vede la Spagna e l`Europa. Venti miglia a destra, il Marocco e l`Africa. Completamente solo, è collegato con il mondo via Internet. Rospo Atlantico Uno ha ancora petrolio per rifornire 12 petroliere, una al mese per un anno, durata del suo contratto con la compagnia petrolifera algerina Staroil. Sulla torre, un faro per segnalare la presenza del Rospo ai mercantili. Per accendere il faro ogni notte e aprire un rubinetto di petrolio una volta al mese, l`ex detenuto di Alcatraz percepisce 167.532,956 dinari algerini, pari a 1690 euro mensili. Il resto del giorno pesca, legge i classici, scrive `Fuoco e fiamme` per l`Unità in cui osserva il suo ex paese, l`Italia, da questa singolare prospettiva oceanica…
FUOCO E FIAMME (Numero Zero)
“Questo è un nastro “una tantum”, l`ho registrato a mie spese, personalmente, sul Rospo Atlantico Uno (Gibraltar) e non ve ne saranno altri. Fino a quando un network nazionale non si deciderà , dopo 6 anni, a ridarmi la parola in diretta” (Jack Folla).
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La ventiseiesima vittima dell`anno (ma alcune fonti parlano di almeno 50 morti) è stata rivenuta domenica scorsa dalla polizia: era un uomo, a cui erano stati amputati la mano destra e i genitali. In Tanzania la caccia al bianco va di moda. Se a morire fossero i veri mzungu (`bianco` in Swahili), ossia gli occidentali, la notizia avrebbe fatto il giro del mondo. Ma a cadere sotto i colpi di bande improvvisate di assassini, istigati da stregoni e sedicenti dottori, sono gli albini. O gli zeru, come vengono spregiativamente chiamati qui. A causa di un difetto genetico, gli albini non sviluppano la pigmentazione della pelle. E se in Europa la loro vita può rivelarsi estremamente difficile, vivere sotto il sole tropicale significa essere condannati a una morte quasi sicura entro i 30 anni per cancro alla pelle. Si calcola che in Tanzania, su una popolazione di 39 milioni, circa una persona su 150 sia albina. Da sempre emarginati in molte società africane (nell`800 gli albini venivano uccisi perché si riteneva fossero figli di relazioni extra-coniugali con i coloni bianchi), ora gli zeru vengono perseguitati per officiare rituali magici o per propiziare fortuna e ricchezze. Il fenomeno è talmente cresciuto da aver costretto il presidente tanzaniano, Jakaya Kikwete, ad intervenire recentemente con un messaggio pubblico alla nazione, in cui ha definito `vergognosi` gli assassinii. Alle parole del presidente sono seguiti i fatti: Kikwete ha infatti nominato parlamentare una donna albina (la prima nella storia del Paese), Al-Shymaa Kway Geer, che collabora con le autorità per tentare di eradicare il fenomeno. Secondo la Bbc, in aprile sarebbero state arrestate 172 persone, alcune delle quali avrebbero confessato di aver ucciso gli albini per impadronirsi di determinate parti del loro cadavere, da usare in rituali magici. La pratica è favorita dalla convinzione che gli albini non siano veri esseri umani, ma fantasmi, e che quindi ucciderli sia impossibile. Una credenza diffusa anche nei Paesi confinanti, e che ostacola l`azione del governo. Cadaveri di albini uccisi in Tanzania sono stati trovati in Kenya e Repubblica Democratica del Congo. Le autorità hanno annunciato di voler registrare, in ogni distretto, i curatori tradizionali, per poter monitorare la loro attività . Ma se l`azione repressiva prosegue, promuovere una politica di sostegno nei confronti degli zeru (l`uso della parola è stato proibito nel 2000) è molto più difficile, perché si scontra con le credenze redicate nella gente. Stando a quanto riferito dal New York Times, l`organizzazione per i diritti umani Tanzanian Albino Society ha un budget di appena 15.000 dollari all`anno. Cambiare le credenze della gente prenderà sicuramente molto tempo. Ma agli albini, per ora, basterebbe solo sopravvivere in pace.

ROMA - Ospiti delle mense Caritas di Roma in aumento costante negli ultimi mesi, con una crescita sia di stranieri richiedenti asilo ` soprattutto afghani ` sia di cittadini italiani residenti nella capitale. Un trend comune a tutte le quattro strutture della Caritas diocesana attive sul territorio. L`aumento non è verificabile in termini di pasti erogati, dal momento che i limiti di finanziamento e di budget impongono alla Caritas di non sforare comunque una quota che si aggira sui 350 mila pasti all”anno, cioè circa mille al giorno. A chi lavora sul campo risulta però evidente un aumento delle richieste di bisogno, in crescita regolare almeno da nove mesi a questa parte. Alla mensa di Colle Oppio, la principale per numero di pasti e di ospiti, nel gennaio 2007 venivano serviti su base mensile 12mila pasti: dodici mesi dopo, nel gennaio 2008, il dato è schizzato a 16mila. `A fronte dei 400 pasti serviti in condizioni ottimali ` spiega Maria Teresa Conti, responsabile dell`area mense sociali della Caritas - abbiamo interi periodi in cui si arriva a servirne anche 650, con tutti i problemi connessi: lunghe file all`ingresso, sovraffollamento, disagi per operatori, volontari e ospiti`. In queste circostanze il tentativo che si compie è quello di indirizzare gli utenti, attraverso i centri di ascolto, verso altre strutture, come quella periferica di Primavalle. Ma si tratta di un semplice alleggerimento, anche perché il problema della quantità complessiva dei pasti rimane. La Convenzione con il Comune di Roma (che riguarda gli italiani e gli stranieri in regola con le leggi sull`immigrazione) copre circa 310 mila pasti annui: con i fondi raccolti direttamente dalla Caritas diocesana sono poi coperte le spese per almeno altri 40 mila pasti all`anno. Oltre questa cifra proprio non si può andare, e l`unica soluzione allora è quella di favorire l`uscita di quanti già usufruiscono da tempo (più di sei mesi) del servizio di mensa: del resto, se nessuno si pone `in uscita`, è chiaro che si crea un effetto barriera all`ingresso per coloro che giungono per la prima volta nel nostro paese o avvertono per la prima volta la necessità di un aiuto. Per semplificare, dunque: quando la richiesta di bisogno aumenta, come avviene da qualche mese a questa parte in modo costante, e il numero dei pasti non può aumentare oltre una certa soglia, per forza di cose aumentano anche i casi in cui si è costretti a `dire di no`, o in cui si cerca di accelerare la fuoriuscita di chi già usufruisce da tempo del servizio. Fra gli ospiti delle mense gli italiani erano il 26,7% del totale degli ospiti nel novembre 2007, sono diventati il 28,3% nel maggio 2008, con circa 4mila pasti serviti a loro nella sola mensa di Colle Oppio. Secondo i dati statistici in possesso della Caritas, fra gli italiani nelle mense di Primavalle, Colle Oppio e via Marsala aumenta il numero dei residenti nel Comune di Roma: si tratta ` secondo la responsabile Caritas - soprattutto di persone singole, dal momento che per le famiglie in grave difficoltà le risposte immediate sono altre, a partire dal pacco viveri o dall`Emporio, un vero e proprio supermercato nel quale acquistare i cibi pagando con una speciale card fornita dalla Caritas. `Perché una famiglia arrivi alla mensa ` dice - la situazione deve essere davvero molto pesante: soprattutto da parte di chi ha vissuto una vita `normale`, infatti, il ricorso alla mensa è percepito come un ultimo passo, il più difficile e disperato`. A parte resta comunque un fatto: la sempre crescente fetta di italiani che vive in una situazione di disagio alimentare. Fra gli stranieri, e in particolar modo fra i richiedenti asilo, negli ultimi mesi si segnala nelle mense Caritas un incremento degli afghani, passati dalle 1597 unità del novembre 2007 alle 2261 di maggio 2008, con un numero di rumeni sostanzialmente stabile intorno a quota 2700. Aumentano anche i sudanesi (da 133 a 493) mentre è brusco e repentino il calo del numero degli eritrei, passati dai 6951 di novembre 2007 ai 1759 di maggio 2008. Numeri che risentono delle storie e delle vicende di questi paesi. (ska)

Parole, parole, tipo questa: Giustizia. Dov`è? O forse sono io che non riesco a comprenderla?! Quante umiliazioni, quante beffe, quanti calci nel sedere, quanta sofferenza. Per che cosa? Non sono una pazza, sono una mamma, una moglie. Parlo delle famose “morti bianche”. Io nel giro di quindici mesi, ho perso due persone a me molto care. Per l`esattezza, il 28 aprile del 2000, verso le otto meno dieci, mi squillò il telefono, era mio marito. Mi disse che stavano venendo a prendermi, si era fatto male Luciano (questo è il nome di mio figlio). Arrivò un geometra, gli chiesi cosa era successo, ma lui mi disse che non sapeva niente. Non si arrivava più, la strada era lunga. Dentro di me le pensavo tutte : si è rotto una mano? Con i mezzi che ci sono oggi guarirà . Arrivai al pronto soccorso, questo geometra mi disse di aspettarlo fuori, che chiedeva se era lì. Ero rimasta un bel po` fuori ad aspettare, poi uscì e disse: non è qua. Ma nel frattempo arrivò un`altra macchina e lì c`era mio marito. Ricordo ogni singolo particolare: arrivò un ambulanza, quello dell`ambulanza si arrabbiò, perchè c`era la macchina che aveva portato me lì. Non so cosa si dissero, ma vidi quest`uomo allargare le braccia come per chiedere scusa. Ma io non sapevo che proprio in quella lettiga coperta da un qualcosa di verde c`era il mio Luciano. Quella maledetta mattina mio figlio e mio marito andarono a lavoro, perché lavoravano insieme. Dovevano ricostruire un centro per anziani a Briosco (Milano). Dovevano portare sul tetto delle travi, ma a 20/30 metri queste maledette travi si sono inclinate e sono scivolate giù. Sotto, nel cortile, c`era mio figlio e un altro suo collega, e mio marito che guidava la grù. Incominciò a urlare di spostarsi, il suo collega si salvò, invece mio figlio venne preso in pieno dalle travi, e morì sul colpo. Nel processo mi sono costituita sia parte civile, che penale. Condannarono il principale, e lui fece ricorso in appello a Milano. La condanna fu confermata, ma il carcere non l`ha mai fatto, anzi il giorno dopo era nel cantiere che continuava tranquillamente a lavorare, e io non ho ricevuto nessun risarcimento. Ancora oggi, luglio 2008, di mio figlio non ho preso un centesimo di risarcimento. Cambiarono cantiere dopo un po` di mesi, andarono a lavorare a Varese. Mio marito che aveva sempre fatto il capocantiere, dalla morte di nostro figlio Luciano, non ne volle più sapere di farlo. Un giorno era a Varese a lavorare, e mi chiamò, e mi disse: chiama l`Asl di Varese e chiedi cosa devi fare per un ponteggio che non è a norma, ma non dirgli chi sei. Io chiamai subito, ma invece gli dissi chi ero, e che non volevo che succedesse qualcosa a mio marito, visto che 15 mesi prima avevo perso mio figlio. Tre/quattro giorni dopo, io non ero in casa (ero andata a prendere un quadretto). Quando tornai a casa c`erano un po` di chiamate in segreteria. Feci il primo numero, mi rispose l`ospedale, ma siccome ero io che chiamavo continuavano a dirmi cosa volevo, e io che gli dicevo: ma non mi avete chiamato voi? Ma la risposta fu: quando sa cosa vuole richiami. Feci l`altro numero, era lo zio, io gli dissi: come mai mi chiami la mattina se sai che Gianfranco (è il nome di mio marito) è al lavoro? Lui cominciò a chiamarmi per nome: Franca, Franca!! Lì capii che c`era qualcosa che non andava, e gli dissi, fammi il nome, perché io ho altri 5 figli. Mi fece il nome di Gianfranco: misi giù il telefono e richiamai l`ospedale. Mi rispose la stessa persona, quasi scocciata, e mi disse: se non sa neanche lei cosa vuole, cosa ci posso fare io? E io gli risposi: adesso lo so, hanno portato lì mio marito. Lui mi rispose: aspetti un attimo, e mi mise una musichetta di attesa. Dopo un bel po` mi rispose un medico, dicendomi di andare subito lì perché mio marito era grave. Chiamai invano l`ufficio dove lavorava mio marito, ma non ebbi risposta. Verso mezzogiorno rispose il geometra. Io ero molto arrabbiata, e gli dissi: non vi siete neanche presi la briga di chiamarmi, ma nel frattempo arrivò anche un cugino di mio marito, gli dissi di venire con me. Mi portò al cantiere, lì c`erano già quelli del sindacato, e gli dissi: vi prego, non lasciatemi sola, devo fargliela pagare. E questo geometra continuava a dirmi che non sapeva dov`era l`ospedale. Ma quelli del sindacato mi dissero: la portiamo lì noi. Vidi il cartello rianimazione, e entrai. Mi chiesero cosa volevo, e gli dissi: hanno portato qua mio marito. Mi risposero: qua oggi non è arrivato nessuno. Subito dopo qualcuno mi disse: vieni qua. Ancora pronto soccorso, entrai in una stanza, c`era una barella e una sedia a rotelle. Il medico mi girò verso la sedia e allargò le braccia: non ce l`ha fatta. Destino crudele, stessa ora, stessa telefonata, quel dannato ponteggio aveva portato via anche mio marito. Quando me l`hanno fatto vedere era già dentro una cella frigorifera. A dieci giorni dalla morte di mio marito, mi diedero i 5 milioni di lire che mi spettavano di liquidazione di mio figlio. Quando è morto mio figlio (il 28 aprile del 2000), abbiamo scoperto che era in nero. Il suo datore di lavoro è andato ad assicurarlo il 2 o il 3 maggio del 2000. L`assicurazione risponde, io non le do niente, perché il giorno che è morto non era assicurato. A 4 mesi dalla morte di mio marito il datore di lavoro dichiara fallimento. Un giorno al processo gli ho chiesto se lui di notte riusciva a dormire tranquillamente, e con la sua aria di strafottente mi ha detto: certo signora, perché non dovrei dormire. Due anni e mezzo fa il processo di mio marito era quasi finito. Sentenza finale: troppi colpevoli, tutto fa rifare. Il 23 luglio ha fatto 7 anni che mio marito è morto, ma il processo è tutto da rifare. C`è la prescrizione, e i miei avvocati dicono che a sette anni e mezzo, sti signori, per non dargli un termine diverso, non verranno mai giudicati, né puniti. L`Asl di Varese mi fece una lettera, scusandosi perché non avevano personale, e non avevano potuto mandare nessuno a controllare il cantiere. E` questa la nostra bella Italia, uno va sul posto di lavoro per portare a casa il pane quotidiano, e invece ti portavano via in una cassa, anzi in due, nel giro di 15 mesi: stessa impresa. Io mi chiedo: anni di processo per cosa??? Io ho pagato sulla mia pelle le mie disgrazie (anche a livello economico). Lo so che non potrò più riavere mio figlio e mio marito, ma pretendo giustizia. Vorrei rivolgere delle domande a quelli molto in alto: Perché devono succedere queste cose? Perché oltre la disgrazia devi pagare anche per poter avere giustizia? E molto salato, per non arrivare mai ad una conclusione? Perché durante i processi stai lì tutta una giornata per sentirti dire: rinviato a dopo 3/4 mesi? I morti sul lavoro sono degli eroi. Sono stanca, perché non sono mai arrivata a dire: sì, la giustizia funziona, sì, la giustizia c`è: mio figlio Luciano aveva solo 22 anni, e mio marito Gianfranco solo 41. Certe cose ti cambiano la vita, e la mia si è proprio ribaltata, ma devi andare avanti per i tuoi figli, perché queste cose non accadano più, invece accadono tutti i giorni. Se ci fossero più controlli e meno agevolazioni, secondo me ci sarebbero meno morti e infortuni sul lavoro. Se ci fosse una punizione giusta, forse ci penserebbero due volte prima di rifare l`errore. Il mio appello: controlli, controlli, controlli, severità . Non dire mai la prossima volta, ma punirli severamente da subito, perché quello delle morti sul lavoro è un bollettino di guerra. Vi giuro che fino a quando avrò fiato, mi batterò con tutte le mie forze per avere giustizia. Ringrazio tanto quelli che avranno la pazienza di leggere la mia lettera. Non voglio pietà , ma una vera giustizia, allora sì che potranno riposare in pace anche i miei cari. Franca Mulas

