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Se la Gran Bretagna è il Far west: diecimila sparatorie all`anno

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Se cerchi una pistola per le strade di Londra o Manchester quasi certamente ti ritroverai per le mani una Baikal 8mm di fabbricazione russa modificata. Da almeno tre anni è l`arma che va per la maggiore nel sottobosco criminale del Regno Unito. Su ordinazione si puà³ poi ottenere di tutto, pistole, fucili, mitragliatori. A quanto? Una pistola Webley costa 150 sterline, mentre un`automatica “pulita”, ovvero mai usata, per esempio una Glick 9mm, è dieci volte più cara. «Ne trovi in circolazione almeno una per ogni zona malfamata nel paese, in ogni quartiere di Londra e anche di più a Manchester dove ci sono posti in cui la polizia non si avventura». A parlare è una fonte coinvolta nel giro delle armi illegali in circolazione nel paese, citata dal Guardian . La ragione per cui la Baikal è il pezzo forte in mano alle gang e a chi fa soldi con il traffico di armi è che puà³ essere acquistata per poco in Germania come pistola a gas, per poi essere modificata nel Regno Unito. La pistola viene comprata a sessanta euro “nel continente”. Passata la Manica modificarla comporterà¡ una spesa di trenta sterline. Grazie a qualche alterazione nella canna la stessa pistola è pronta a esplodere un proiettile da 9mm. Modificata costa tra le 700 e le 800 sterline. Le Baikal sono modificate a basso costo anche in Lituania e poi rivendute in Gran Bretagna. Secondo il ministero dell`Interno britannico alcune armi modificate si possono acquistare addirittura a 50 sterline. Se ha già¡ sparato, il valore di mercato di un`arma puà³ diminuire notevolmente. David Dyson, consulente in materia di armamenti, ritiente che siano centinaia questo tipo di aggeggi di morte disponibili Gran Bretagna. Armi che a centinaia verrebbero regolarmente sequestrate dalla polizia. Per fornire un`idea più precisa del business delle armi modificate, vale la pena di citare il recentissimo caso di Grant Wilkinson, 34 anni, un uomo dall`aspetto normale, di quelli appesantiti da troppa birra che vedi dall`ora di pranzo al Pub, condannato all`ergastolo la settimana scorsa. Wilkinson aveva messo su una “fabbrichetta” in cui modificava vecchie armi che rivendeva senza problemi a numerosi acquirenti. “L`imprenditore” aveva acquistato in contanti 90 fucili Mac-10 (tipo quelli usati nella guerra del Vietnam e di scarsa precisione) nel 2004, dalla Sabre Defence Industries dicendo che le armi dovevano essere usate sul set del film di James Bond Casino Royale. La stessa azienda aveva fornito armi per altri film del genere. Fucili trasformati da Wilkinson in mitragliatori a ripetizione automatica. Le armi, che costavano 500 sterline alla fonte, sono sono state rivendute modificate da Wilkinson per 2500 sterline a pezzo. Nella sua casa in un villaggio del Berkshire la polizia ha trovato i macchinari per fondere e tagliare il metallo e un vero e proprio arsenale. Arsenale che ha fornito armi risultate usate in nove casi di omicidio e almeno cinquantacinque sparatorie. Si tratta della punta di un iceberg. Perchè i delitti che si consumano tra gang di malviventi non vengono denunciati. Nonostante il raddoppio della pena per il reato di detenzione di armi, tra Inghilterra e Galles sono state registrate in un anno (marzo 2007-2008) 9803 sparatorie. A maggio il ministro dell`Interno Smith ha stanziato cinque milioni di sterline per contrastare i crimini commessi con armi e coltelli in alcune grandi città¡ ad alto tasso di reati come Londra, Manchester e Liverpool. A gennaio il ministro aveva promesso di intervenire per regolare in via restrittiva il possesso di armi disattivate, che i collezionisti possono detenere legalmente. Armi suscettibili di modifiche che le rendono letali. L`omicidio del giovanissimo Rhys Jones, un ragazzino come tanti a cui piaceva giocare a pallone, freddato con un colpo di pistola nel parcheggio di un pub a Liverpool che un anno ha scioccato il paese, è stato probabilmente commesso con una Baikal modificata. Anche se le statistiche dicono che, in via generale, il crimine è in diminuzione nel paese, coloro che risultano coinvolti in attività¡ malavitose sono sempre più giovani. Manovalanza a buon mercato indispensabile nel circolo armi-droga, cocaina in particolare, modificato negli ultimi anni dall`ingresso nel “business” anche di russi, polacchi e albanesi. Nella cospicua offerta di armi nelle strade del Regno Unito vanno annoverate anche quelle usate nelle guerre in cui è o è stato coinvolto l`esercito di Sua Maestà¡ britannica. Un esempio? Il mese scorso Duncan MacGillivray, sergente scozzese di 40 anni in servizio, è stato condannato per possesso illegale di armi usate Iraq e Irlanda del Nord, tipo mitragliatori Ak-47 o Mk4. Quando è stato arrestato il sergente ha dichiarato che le armi erano del fratello, che aveva debiti perchè consumatore di droga. MacGillivray si occupava degli approvvigionamenti di armi delle truppe. Le armi trovate a casa sua avevano un valore di mercato di 10mila sterline. Non si tratta di un caso isolato. Nonostante nel Regno Unito vi siano state diverse “amnistie” per le armi, sembra che per ogni pistola consegnata ce ne siano almeno dieci disponibili a rimpiazzarla. Così si muore per niente. Come Sean Jenkins, professione lavavetri, freddato a 36 anni perchè aveva guardato storto il ragazzotto imbottito di droga di turno. Che aveva in mano una pistola. Francesca Marretta

La scomparsa del Polmone del Mondo: Viaggio in Amazzonia con il Wwf per riaccendere i riflettori internazionali su quest`area del pianeta

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Negli ultimi trent`anni, in Amazzonia, sono stati rasi al suolo per sempre 750 milioni di chilometri quadrati di foresta, un`area pari a due volte e mezzo quella dell`Italia. «Nella mia regione si estrae un`enorme varietà  di prodotti locali. Questo deve essere preservato perché per sviluppare l`Amazzonia brasiliana non esistono solamente il bestiame, i pascoli e la costruzione di vie asfaltate. Si sta disegnando il progetto di una strada che, dietro alla maschera del progresso, porta soltanto devastazione. Non credo in questo tipo di progresso. Questa è distruzione». Era il 25 ottobre 1985 quando il poeta brasiliano Jaime da Silva Araùjo pronunciò queste parole all`Università  di Brasilia durante il primo convegno dei `seringueiro`, i raccoglitori di lattice prodotto dalle piante che vivono nella foresta, organizzato da Chico Mendes, leader sindacale poi ucciso nel 1988. L`ultimo trentennio ha dimostrato che da Silva aveva visto giusto: quest`area del pianeta di oltre sei milioni di km quadrati, cioè venti volte l`Italia, viene distrutta a ritmi impressionanti e crescenti. L`AMBIENTE - Nella più grande foresta del pianeta vivono circa 2mila specie di pesci e altrettante di uccelli, 1.800 tipi di farfalle, 3 mila di formiche, 2.500 di api, 470 di rettili, 500 di anfibi, oltre 400 di mammiferi. A grandi linee la metà  degli animali del pianeta, compreso l`uomo, qui è rappresentata. Tra questi uno che manca è la mucca. Non era prevista dalla natura la presenza di bovini in Amazzonia. Ci ha pensato l`uomo che è arrivato in queste zone negli ultimi 40 anni: dai 90 mila capi del 1970 si è arrivati agli oltre due milioni nel 2004. Per allevarli l`uomo del progresso ha sterminato gli indios, disboscato, realizzato strade. Il risultato è che ogni dieci anni gli alberi di una superficie pari a quella dell`Italia sono stati rasi al suolo, o incendiati. I bovini all`inizio rendono bene, ma dopo pochi anni il terreno destinato a pascolo diventa sterile. Le immagini satellitari e gli studi elaborati dall`Istituto brasiliano dell`ambiente hanno confermato che le piante scompaiono a una velocità  crescente: nel triennio 2002-2004 sono stati distrutti mediamente 24 mila km quadrati di foresta; ogni minuto scompare un`area equivalente a sei campi di calcio. Il proliferare delle piantagioni di soia e mais, legato alle scelte del governo Lula sui biocarburanti, e l`intensificarsi dello sfruttamento del legname fanno il resto. Secondo lo stesso governo brasiliano il 60% del legname viene esportato illegalmente negli Usa, nella Ue e in Cina e il ministero per l`Ambiente e le Foreste, che dovrebbe svolgere i controlli, è senza fondi. Se nel 1970 la produzione di legna era di 53mila metri cubi, nel 2005 è stata di un milione e 100 mila. Secondo Greenpeace sono oltre 3 mila le segherie abusive che lavorano nella zona. L`Amazzonia brasiliana è un insieme geografico molto complesso: non è solo piante e animali. È soprattutto acqua. È il più grande bacino idrografico del mondo (7 milioni di km quadrati contro i 2,8 del Nilo) e questa risorsa primaria è minacciata dalle crescenti dighe e dall`innalzamento climatico che alza sempre di più il livello delle nevi perenni sulle Ande, che alimentano il Rio delle Amazzoni. Il rubinetto del più grande fiume del Mondo si stia progressivamente chiudendo. LE STRADE - Per facilitare la crescita economica della regione la giunta militare brasiliana già  all`inizio degli anni 70, oltre ad offrire incentivi agli imprenditori interessati allo sviluppo delle «fazendas», cominciò ad aprire quelle che venivano chiamate le «strade del progresso». Una tra tutte: la Transamazonica. Una strada lunga 5mila e 500 chilometri che dal Nordest del paese avrebbe dovuto tagliare tutta l`Amazzonia brasiliana fino al confine con il Perù. Il disegno era quello di portare 100mila famiglie a lavorare nei latifondi. Oggi, dopo 35 anni, è una striscia di asfalto abbandonata che viene utilizzata in alcuni tratti per gare di rally e di motocross. Ma il `progresso` non si ferma: nel 2001 è stata inaugurata l`autostrada Managua-Caracas e nel 2005 si è dato il via al progetto dell`autostrada Transoceanica, senza dimenticare la nuova «Soia highway», che dovrà  collegare Manaus con gli sbocchi al mare del Perù. LE LOTTE E LE ALTERNATIVE AL `PROGRESSO` - Chico Mendes è stato uno dei tanti sindacalisti dei seringueiros uccisi in Brasile - cinque solo negli anni `80 - ma è certamente il più famoso. È considerato l`inventore dell`«empate», cioè dell`occupazione collettiva e non violenta di una zona destinata alla deforestazione. La prima forma di lotta di questo tipo risale al 1976. Da allora, in buona parte della popolazione locale, grazie al lavoro di Mendes e dei suoi compagni, tra i quali per un periodo anche l`attuale presidente Lula, si è sviluppata la consapevolezza che questa regione brasiliana deve difendere un modello di sviluppo diverso da quello arrivato con le «strade del progresso». La ricchezza dell`Amazzonia è immensa, ma bisogna saperla raccogliere e preservare. Fino ad ora è accaduto il contrario. Le attività  estrattive naturali potrebbero evitare il fenomeno dell`emigrazione nelle favelas urbane delle popolazioni locali: dall`albero del lattice alle noci brasiliane, all`infinita quantità  di erbe e piante medicinali. La foresta in questo contesto è in grado di rigenerarsi, ma se vengono bruciati centinaia di ettari per fare agricoltura e allevamento su larga scala il suolo diventa sterile e si ottiene il deserto. Il Wwf, che insieme ad altre organizzazioni internazionali sta lanciando da tempo allarmi spesso inascoltati sulla situazione dell`Amazzonia, e sta collaborando con le popolazioni locali a progetti di sviluppo compatibile, ha deciso di riaccendere i riflettori internazionali su questa area del pianeta. Ha organizzato un giro nelle regioni brasiliane dell`Acre e di Rondonia. Corriere.it seguirà  quest`iniziativa e ne darà  conto. Stefano Rodi

IL REPORTAGE DI ETTORE MO: Nella città  peruviana di La Oroya dove la fonderia sputa veleni mortali

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LA OROYA (Perù) — «Praticamente, noi viviamo come in una camera a gas», questa l`angosciosa metafora cui ricorre l`arcivescovo di Huancayo, Monsignor Pedro Barreto, per spiegare il dramma di La Oroya, dove il grande complesso minerario siderurgico Doe Run sprigiona ogni giorno nell`aria tonnellate di polvere di piombo, ossido di zolfo, zinco e arsenico. Al punto da essere collocata al sesto posto nella graduatoria dei dieci luoghi più inquinati del mondo. Instancabile promotore di iniziative socio- economiche, il cinquantenne prelato si è anche imposto su scala nazionale come uno dei più inflessibili paladini della difesa dell`Ambiente. Ne ho avuto conferma durante un breve incontro nel Vescovado di Huncayo, dove mi ero recato per conoscere il suo parere sull`infuocato dibattito del giorno: e cioè il conflitto tra quanti sostengono che la grande azienda dovrebbe continuare la propria attività , nonostante gli effetti negativi prodotti da quei veleni sugli abitanti della regione (irritazione oculare, infiammazione delle vie respiratorie, edema polmonare, disturbi al sistema circolatorio); e quanti, al contrario, ne reclamano la chiusura immediata, non essendoci al mondo niente di più importante della salute. «Personalmente — dice il prelato, sobrio ed elegante nel clergyman grigio—, sono contro lo sfruttamento irrazionale delle risorse del pianeta. Si tratta inoltre di un problema etico oltre che scientifico e la Chiesa non può tollerare una situazione simile. Qui mi considerano un antiminero, uno che sta contro i minatori e se la fa coi padroni del vapore. Un paio d`anni fa mi minacciarono di morte». Ma Monsignor Barreto non si è neppure schierato con la multinazionale Doe Run, che è sostenuta dallo Stato, dal governo, dalle autorità  regionali e provinciali: e non riesce a contenere uno scatto d`ira quando sul giornale locale la grande Azienda afferma di avere apportato notevoli «miglioramenti ambientali » a La Oroya. «Sono veramente indignato— sbotta —. Ma come si fa a dire una sciocchezza simile? Le cose stanno peggio di 4 anni fa. L`inquinamento è aumentato. Solo pochi giorni orsono, il 13 agosto, è stata registrata un`incredibile concentrazione nell`aria di ossido sulfureo di 27 mila microgrammi per metro cubo, mentre per la legge peruviana e secondo l`Organizzazione mondiale della Sanità  il livello massimo avrebbe dovuto essere di 364 microgrammi, uno stato d`emergenza durante il quale la popolazione avrebbe dovuto tappare porte e finestre e tenere i piccoli in casa. Ma nessuna regola fu rispettata. Le strade erano piene di gente, i bambini giocavano sui marciapiedi come niente fosse». Situata sulla cordigliera andina a 3.750 metri, La Oroya, quando la vedi per la prima volta venendo da Lima e sbucando giù dal Passo Tiglio (che è a quota cinquemila) ti mette addosso tristezza. È in fondo a una vallata piuttosto angusta, in mezzo a dorsi di montagne brulle e il pennacchio di fumo bianco che sbuca dalla sommità  della ciminiera (alta 170 metri) comincia subito a raccontarti storie di ricchezza e di miseria: fin da quando, nel 1922, la multinazionale americana Pasco Copper Corporation costruì la fonderia destinata a processare, in grande quantità , minerali impuri — oro, argento, piombo, rame, zinco—nascosti nelle viscere della terra. La valle si riempì di fumo nero mentre una pioggia velenosa devastava i campi e culture. Le cronache del tempo e un prezioso libro di Josh De Wind dal titolo (traduco direttamente dall`inglese) «I contadini divennero minatori» riferiscono di stragi di capi di bestiame e devastazioni agricole per migliaia di ettari. Ma anche quando, 50 anni dopo, la Pasco Corporation cedette la fonderia al governo peruviano, molto poco venne fatto per ridurre e contenere l`inquinamento. Nel 1977, il presidente della multinazionale Doe Run che acquistò il mastodontico complesso, Bruce Neil, sosteneva con orgoglio che l`inquinamento dell`aria era stato ridotto del 25 per cento, mentre quello dell`acqua fino al 90 per cento. Riduzioni che erano state imposte in seguito ad un accordo tra l`azienda privata e il governo peruviano. Ma è un fatto—assicurano gli uomini di scienza, permanentemente allergici, per indole, alla favole — che la raffineria ha continuato a pompare gas tossici e ossidi letali. Oggi, passeggiando per La Oroya vecchia, il cui fascino è decisamente maggiore di quella nuova, l`odore, quel particolare odore, continua ad aggredirti alle narici e ad «appesantirti », col risultato che anche la camminata si fa più lenta e faticosa. Commossa davanti alla mia gracilità  senile, un`anziana signora— il volto e il collo avvolti in un gomitolo di trecce grigie — consiglia il «maté», l`infuso di foglie di coca che a quell`altitudine fa miracoli. Quando piove la sensazione di malessere è maggiore: è anche peggio quando tira «el viento malo», il vento cattivo, e i bambini vanno a barricarsi in casa per sfuggire alla sue raffiche. Sono proprio loro—i bambini al di sotto dei 6 anni—le prime e maggiori vittime dell`inquinamento. Sui 20 mila abitanti di Oroya la vecchia, la popolazione infantile è di circa tremila e anche i neonati, dice il dottor Ugo Billa, neurologo presso l`ospedale locale, «hanno il piombo nel sangue, che la madre gli ha trasmesso». Una condizione, aggiunge, che, quando il livello del piombo sia molto alto, «può avere gravissime conseguenze sullo sviluppo psichico e fisico del bambino e anche provocare la morte». Il medico, un veterano pediatra, si occupa del problema fin da quando—anni Sessanta — non si era ancora capita la gravità  del male, tanto che, ricorda, «ci si limitava a fare l`esame sui capelli invece che sul sangue». Ammette di essersi trovato in mezzo a «questa faccenda» senza una competenza specifica, senza dottorati o titoli accademici, e «tutto quello che so l`ho imparato sul campo, giorno dopo giorno». Lamenta che il ministero della Sanità  si sia accorto troppo tardi del «fenomeno» e non si sia mai preoccupato di accertare se l`inquinamento avesse aggredito con la stessa violenza altre località  della zona e della valle minacciate dalla ciminiera. A chi si chiede quale conclusione potrà  avere il conflitto in corso tra la necessità  di tenere in vita la miniera-fonderia e la presenza di condizioni ambientali che garantiscano la salute della popolazione, lo scrittore Amador Pérez Mandujano dà  una risposta amara: «Il futuro di La Oroya è incerto. La gente sta un poco sulle spine per il suo avvenire. La città  di La Oroya, così come la si vede oggi, dipende dall`Impresa e il giorno in cui la Fonderia scomparirà , scomparirà  la città . Questo è quanto. È vero che i fumi hanno fatto ammalare la gente, ma è anche vero che l`Impresa non ha fatto nulla per porvi rimedio. La soluzione, a questo punto, non è di chiuderla, ma piuttosto di rinnovarla e modernizzarla. I giovani se ne vanno perché non ci sono opportunità . Occorrono nuove strutture economiche che comportino lavoro. Da questo dipende il futuro di La Oroya». È questo, in definitiva, l`obbiettivo del Mosado — Movimento per la salute di La Oroya — nato nell`aprile 2002 e composto da una ventina di membri. Lo dirige una signora di mezza età , Rosa Amaro, che vado a trovare nel suo quartier generale, un polveroso sgabuzzino pieno di libri. Suo marito sta dormendo, annichilito, sull`unica poltrona disponibile: ma di lui sembra esserci molto poco nella tuta da lavoro che indossa. «Ha 36 microgrammi di piombo nel sangue — informa la donna —, 26 in più del livello stabilito dall`autorità  sanitaria, che è di dieci. E poiché le disgrazie non vengono mai da sole, abbiamo un figlio che all`età  di cinque anni aveva nel sangue 58,3 microgrammi di piombo». Per la signora Rosa, l`Impresa continua a mentire quando sostiene che c`è stata, negli anni, una riduzione delle sostanze velenose che la ciminiera ha vomitato su La Oroya dal `97 ad oggi. All`epoca, limitare la contaminazione con un impianto di acido solforico sarebbe costato 120 milioni di dollari: il prezzo pagato dalla Doe Rum per l`acquisto del complesso. Dovrebbe rallegrare la notizia dell`ultima ora, secondo cui quel magico impianto entrerà  in funzione il mese prossimo. L`arcobaleno, dopo anni di tempeste. Ma la malattia più diffusa a La Oroya è lo scetticismo: ed è questo il piombo che ha nel sangue. «Il fatto curioso — dice Meliton Rivera, un minatore di 41 anni, licenziato per aver fatto ricorso, insieme ad altre 65 persone, alla Corte interamericana dei diritti umani — è che noi lo dobbiamo pagare, in un modo o nell`altro: e che allo stesso tempo ci condannano a vivere e a morire per la fabbrica». Per andarlo a trovare, nella sua casupola con il balcone alto sui tetti, ho dovuto fare 141 gradini, una gran bella fatica: inoltre, già  spompato dopo i primi dieci, sono stato oggetto di ironico compatimento da parte di chi scendeva e bisbigliava, con un sorriso andino: dai nonno, prendi fiato. Meliton ha quattro figli, due dei quali ricoverati in un ospedale di Lima per un esame approfondito del sangue, su cui già  gravano 37 microgrammi di piombo ciascuno. «Non sono in condizioni di ridermela—aggiunge —. Ho l`affitto da pagare, accetto qualsiasi lavoro che mi venga offerto, imbianchino, sguattero,manovale, uomo della vasura: appena ieri ho fatto le ore piccole in un forno del pane». La notte, quando le luci gialle e forti della raffineria si fondono con quelle più deboli e variopinte sparse intorno sulle montagne, Oroya l`antigua si anima moderatamente lungo i viali e le gradinate: gente che va, gente che viene, figure di vecchine ingobbite sotto grandi scialli e cappelli che scompaiono inghiottite dal buio. Finita la giornata, i minatori che sono riusciti a rimanere sul libro- paga, insieme agli amici e colleghi disoccupati, si ritrovano all`osteria: piccoli angusti locali invasi dal fumo e dalla musica assordante del Juke-box. Uno dei motivi più gettonati è Bolero cantinero, condensato dell`allegria, malinconia e nostalgia dell`uomo del Sud. Li senti ridere, parlare, discutere ad alta voce: finché qualcuno stramazza sul pavimento come un sacco di farina, il sangue avvelenato non dal piombo ma da ettolitri d`aguardiente. Tranne qualche irriducibile votato al suicidio, la popolazione ha optato per una soluzione morbida del conflitto. Ha prevalso la filosofia accomodante di José Mogrovejo quando ha asserito che, in fondo, «con 70 milligrammi di piombo nel sangue si vive benissimo». E anche il neurologo dottor Billa, che ha i piedi per terra ed ha contatti quotidiani con la comunità , sostiene che bisogna assolutamente garantire la sopravvivenza dei tremila dipendenti della fonderia (1800 i minatori veri e propri, il resto impegnato, senza contratto, in mansioni di contorno) che lavora ininterrottamente giorno e notte, sette giorni la settimana. Argomento incandescente, questo, per Annibal Carhuapoma, che è stato segretario generale del Sindacato dei lavoratori metallurgici dal 2 gennaio 2007 al luglio del 2008, quando venne licenziato in tronco, per comportamento scorretto. La direzione della Doe Run lo aveva ritenuto responsabile di uno sciopero selvaggio avvenuto mentre lui era al vertice dell`apparato sindacale. «Con l`assenso del mio avvocato—dice ora—ho contestato la decisione dell`azienda perché a scioperare eravamo in tanti e solo io ero il punito. In realtà , ero il classico sassolino nella scarpa della Doe Run, che se lo è tolto per camminare più spedita». Quarantatré anni e 19 di miniera, non poteva tollerare, Annibal, che l`Azienda si considerasse e comportasse da «padrona assoluta », anche dello stesso sindacato. Scuro di pelle, un volto dai tratti decisi disegnato da una mano intollerante di sfumature e tenerezze, il minatore-sindacalista ha deciso di battersi con tutte le sue forze per tornare in «fucina», come lui definisce quei cunicoli di terra nera dove i giorni sembrano mesi e i mesi anni e secoli. «Ho la solidarietà  di tutti i miei colleghi — afferma senza esitazione — perché sono stato sempre un lavoratore onesto. Io sono religioso e rispetto la legge. Inoltre, ciò che mi sostiene nella vita è l`amore per il prossimo». Sulla Doe Run il suo giudizio è severo: «Non è mai stata un`Impresa trasparente — dice quasi sillabando l`aggettivo —. I profitti finivano tutti in tasca ai padroni, i quali non hanno mai pensato a una equilibrata ridistribuzione della ricchezza, come avviene in alcune delle più illuminate industrie moderne. Per quanto riguarda la crisi attuale, per me il problema non è l`inquinamento. La Doe Run è d`accordo col governo peruviano sulla questione dell`ambiente, anche se il flusso immane dei veleni non è affatto diminuito. Ma coi lavoratori non c`è mai stato un tentativo d`intesa. L`impresa ci nega il diritto di sciopero e a fatto di tutto per dividere il movimento sindacale, per asfissiarlo. Questa è la verità ». I giornalisti—sento dire—non sono graditi a La Oroya, che intende restare estranea ai pettegolezzi economo-politici internazionali: ma se qualcuno ci mette piede, l`ordine e di ridurre al minimo la pioggia dei veleni durante la loro permanenza. Ordine perfettamente rispettato in occasione della visita, qualche tempo fa, di una troupe della Cnn: solo che, essendo ripartita con un giorno di ritardo rispetto al previsto (e all`insaputa degli 007 della Doe Run), i telecronisti americani hanno corso il rischio di essere travolti dal diluvio universale.

La tagliola del sorvegliare e punire di Nichi Vendola

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La società  del divieto s`interseca alla società  dei consumi. Le alchimie dell`ideologia dominante sono anche fabbriche di paradossi: stimolano e poi reprimono, eccitano e poi puniscono, e con speciale accanimento (terapeutico, s`intende) precipitano sulle vite, sui corpi, sui desideri delle giovani generazioni. Tutto è plausibile nel circuito onnivoro della mercificazione, ma molto di quel tutto è localizzato oltre quella soglia che indica i fascinosi territori del proibito. Un ragazzino che varchi quel confine rischia molto, molto più del sette in condotta. Mai l`Italia repubblicana era apparsa, come in questa cupa stagione delle destre, una terra così livida, così povera di libertà , così avara di trasgressioni, così marzialmente ossequiosa ad ogni sorta di conformismo. Vedo un cerchio incantato che si chiude sulla coscienza civile di un Paese per metà  bulimico e per metà  anoressico, adrenalinico nelle sue pulsioni perbeniste ma indolente ad ogni richiamo di legalità , garantista con chi è già  garantito e giustizialista per chi è già  giustiziato (ma è solo una questione di stile, diciamo una `questione di classe`). Tutto e tutti sembrano arruolati, soldati al servizio dell`ordine costituito. Anche quel giudice che, terminale intelligente di un complesso dispositivo di legge e ordine, si occupa di un adolescente e lo scippa alle cure materne che non ne avevano interdetto la militanza in Rifondazione, quel giudice che somiglia un po` ai versi di Fabrizio De Andrè, anche lui è un eroe del nostro tempo. Si comincia a intravedere il disegno generale di chi governa: e non solo Palazzo Chigi! Ecco la filigrana di un`egemonia culturale che affida alla paura le incombenze del riordino simbolico e materiale della nostra esistenza. All`inizio furono i poveri: scandalo per antonomasia in una società  che ha fatto dell`opulenza il proprio credo e la propria legge. E siamo scivolati in questo Medioevo postmoderno in cui si combatte il povero (non la povertà ), il precario (non la precarietà ), il clandestino (non la clandestinità ). In tutte le epoche di transizione e di crisi si preparano sventure per i border-line, per gli out-sider, per i poveri cristi di cui neanche la Chiesa ufficiale ha mai voglia né tempo di occuparsi. Ma al centro di ogni egemonia c`è la `questione giovanile` che non è banalmente la storia del conflitto tra generazioni (conflitto quasi abolito dall`assenza di relazione tra vecchi e giovani): ma è il tema persino drammatico del futuro, della sua preparazione o della sua profanazione, e di come il futuro vive il suo rapporto col passato (e col nostro presente) dentro gli apparati della formazione-informazione, dentro i gangli vitali (o mortali) della produzione di coscienza, dentro i flussi di immaginario organizzati, persino nelle loro apparenti spontaneità  o nella loro irruenza scenografica, da un`industria culturale largamente televisiva e nordamericana. Come nel american way of life anche i nostri adolescenti vivranno appesi tra l`hot dog gigante e il salutismo paranoico. Negli Usa uno studente di liceo rischia la galera se beve o si fa uno spinello ma non ha molta difficoltà  a comperarsi al supermercato un`intera artiglieria e a fare la sua spettacolare strage nella sua domestica scuola. Ubriachi e disidratati. Spinti a godere della velocità  senza limiti della secolarizzazione, salvo restare impigliati in un autovelox, in una pattuglia, in una ronda, in una tele-predica. In Italia oggi tuo figlio può inciampare in una tagliola del `sorvegliare e punire` e rischiare la vita. Punirne uno per educarne mille. Punirli a scuola, in discoteca, per strada, punirli ora ma anche in prospettiva, precarizzati e incastrati in una lunga teoria di divieti. Tra non molto tempo dovremo occuparci - con più competenza, come chiede giustamente don Gino Rigoldi - della solitudine giovanile, dei giovani, anzi di una gioventù in oscillazione permanente tra le lusinghe del consumare tutto e subito (quello che non hai, quello che vorresti avere, quello che occulta la tua noia o il tuo dolore, quello che ti appaga, quello che ti dona una momentanea sazietà ) e le forche caudine di un proibizionismo globale. Abitiamo questo tempo paradossale, appunto: siamo tutti giovanilisti, siamo tutti assassini di giovani. Non riuscendo ad essere più genitori o maestri, siamo diventati i cannibali dei nostri figli. Questa è la polpa succosa della egemonia vittoriosa della destra, che ha vinto a destra ma anche a sinistra. Nichi Vendola

PAESE ITALIA: Padre Pio, la fabbrica dei miracoli (a orologeria)

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La speranza di una grazia finisce alle sette di sera. Chiudono i cancelli, al santuario di San Giovanni Rotondo. Una giornata è finita, ma nella fabbrica dei miracoli costruita attorno alla figura di Padre Pio, non c`è tempo da perdere. E così, quando le luci della chiesa ancora non si sono spente e i pellegrini ancora non sono tornati a casa, dietro un muro si inizia a smontare la scenografia: i ceri ` che si possono acquistare ad un distributore automatico che garantisce «lunga durata» - vengono raccolti e gettati in sacchi neri. Che fine fanno? «Li portiamo dentro», spiega un giovane addetto alle pulizie. «Dentro», si scopre poco dopo, è un magazzino fatiscente che sta a pochi metri di distanza. Più a lato, due ragazze si affannano a togliere dalle mani di una statua i rosari che i devoti hanno aggrovigliato attorno. «Ce ne hanno messo d`impegno!» sembrano inveire contro i pellegrini premurosi. Quelli che le loro speranze le hanno avvolte con dovizia, e forse preferirebbero non vedere con i loro occhi che le loro preghiere hanno le ore così contate. Ma sono le sette di sera, non c`è tempo da perdere con la devozione. La religione che scopre il business non è certo una novità , né una prerogativa di questo paese arroccato sul Gargano. Ma a San Giovanni Rotondo l`affare ha da poco nuova linfa: è la salma del santo, riesumata il 24 aprile scorso. San Pio è lì, nella cripta in cui è custodito dal 1968, spolverato e imbellettato ad uso e consumo dei fedeli. Che, diciamolo, non hanno ritegno. Flash e luci di qualsiasi aggeggio elettronico disponibile sul mercato immortalano la salma del frate di Pietrelcina. Pochi pregano, meditano, riflettono. Quasi nessuno sta zitto, insomma, come quanto meno la pietà  umana consiglierebbe di fare di fronte al corpo di un morto. Attorno è tutto un brulicare di telefonini, e chi dovrebbe sorvegliare la quiete della cripta, non fa nulla per disincentivare questa smania, questa voglia di dire «io c`ero»: «Una foto e proseguire», dicono gli addetti alla vigilanza, come se stessero regolando il traffico in strada. E i pellegrini ubbidiscono, uno scatto e via. Qualche metro più avanti c`è una teca dove i fedeli lasciano fotografie e lettere. I neo genitori buttano bavagli di bambini da benedire. Qualcuno, forse sprovvisto o semplicemente avaro, opta per un pannolone. Per fortuna, non è usato. La riesumazione di Padre Pio è nuova linfa anche per i proprietari degli oltre 140 hotel e affittacamere che affollano San Giovanni Rotondo: un centinaio sono stati costruiti in deroga al piano urbanistico nell`anno del Giubileo, nell`illusione del miracolo perenne. In realtà , otto anni dopo, tre quarti di loro sono sul lastrico: il pienone dura tre o quattro giorni l`anno, per il resto sono pochi grandi hotel a fare cassa. Colpa delle «soprastimate attese giubilari» e del «deleterio meccanismo delle realizzazioni in deroga», si legge nel Documento per la formazione del piano urbanistico generale, che spiega come dal 1998 si sia determinato «un sostanziale triplicamento dell`offerta nel giro di cinque anni». E chi aveva investito sul turismo religioso, ora sta facendo di tutto per far accorciare i tempi per il cambio di destinazione d`uso, riconvertendola da turistica ad abitativa. Solo tra venticinque anni, infatti, le stanze d`albergo deserte potranno trasformarsi in appartamenti e negozi. Basta che non facciano troppa concorrenza ai distributori automatici di medagliette e ceri posizionati nel santuario. A pochi metri dalla salma c`è anche la pesca ` gli incassi, spiegano, serviranno a sostenere i percorsi di vocazione di nuovi frati ` , c`è il bollettino postale per finanziare la costruzione di una «Casa di riposo per sacerdoti anziani di tutto il mondo» - il tariffario va dai 30 euro per un mattone, ai 650 per un tavolino per refettorio, ai 500 mila euro per la fornitura dell`infermeria. C`è anche una bacheca dove ritirare il modulo prestampato per scrivere una «Lettera a San Pio». I Frati Cappuccini invitano a buttare giù qualche riga quando «sei triste, scoraggiato, abbattuto, sfiduciato». Per trovare l`ispirazione, basterebbe una giornata in questo supermercato della fede, dove la cassa chiude alle sette di sera. di Paolo Zanca

Vibo Valentia, fermato proprietario di circo: schiavizzava sei immigrati indiani

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Quando i Carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia insieme al Corpo forestale dello Stato hanno fatto irruzione all`interno del circo `Mavilla` da qualche giorno attendato in viale della Pace della città  capoluogo, non credevano ai loro occhi. In un angolo sei cittadini indiani, ridotti in un vero e proprio stato di schiavitù, trattati a dir poco come bestie. Il proprietario Laerte Mavilla, 53 anni, di Reggio Calabria, con precedenti specifici è stato immediatamente arrestato. All`operazione hanno partecipato 20 uomini tra militari dell`Arma, tra cui gli uomini delle unità  cinofile del Gruppo Operativo Calabria. Dopo aver svegliato tutti gli artisti circensi che si trovavano ancora dentro le roulotte, hanno avviato una minuziosa perquisizione di tutto l`accampamento. Gli uomini della Stazione di Vibo Marina non hanno impiegato molto a trovare i 6 cittadini indiani nascosti tra le baracche e le roulotte sparse ovunque nel piazzale. I 6, che a mala pena capivano italiano e vivevano in condizioni igieniche a dir poco da film horror, all`inizio hanno tentato di nascondersi al personale delle forze di polizia che si aggirava tra le tende, ma in breve sono stati tutti rintracciati ed identificati. Gli asiatici erano costretti a dividersi gli spazi angusti di un camion al cui interno erano improvvisate alcune brande stracolme di insetti e sudice oltre ogni immaginazione. Addirittura uno dei clandestini è stato costretto a dormire su di un materasso completamente divorato dagli insetti e coperto di spazzatura, accantonato nel cassone di carico di un camion adibito al trasporto del cibo per gli animali. C`era totale assenza di qualsiasi tipo di autorizzazione sanitaria al trasporto degli animali sui camion e, soprattutto, allo smaltimento delle tonnellate di rifiuti che mensilmente producevano e che venivano semplicemente fatti sparire senza dare troppo nell`occhio. Violazioni che sono costate al proprietario del circo una forte contravvenzione di diverse migliaia di euro e l`obbligo di avviare immediatamente le procedure per la concessione delle autorizzazioni sanitarie. L`unico operaio indiano in grado di parlare in italiano ha dichiarato come lui ed i suoi compagni fossero da 2 anni alle dipendenze del circo ed il Mavilla, da sempre, li aveva costretti a vivere in quei pochi metri quadrati costringendoli a svolgere turni di lavoro massacranti che partivano alle 6 di mattina per concludersi ben oltre la mezzanotte di ogni giorno: ore in cui si occupavano da soli dello smontaggio e del montaggio di tutta la struttura del circo, della cura degli animali - comprese le tigri - e della predisposizione dei posti per gli spettatori. Un lavoro massacrante e che non riconosceva loro alcuni diritto, nemmeno al riposo, ed il tutto per soli 150 euro al mese, senza nessun tipo di assicurazione e senza nessuna misura di sicurezza. Tanto che uno di loro, alcuni mesi fa, mentre il circo si trovava nel Lazio, era morto proprio a causa di un incidente sul lavoro, incidente evitabile con qualche minima misura di sicurezza. Mavilla è ritenuto responsabile di favoreggiamento della permanenza di immigrati clandestini sul territorio nazionale ed assunzione di lavoratori in nero. L`uomo, dopo gli atti di rito, è stato trasferito presso il carcere di Vibo Valentia in attesa dell`udienza di convalida. Per i clandestini sono invece state avviate le procedure di espulsione dallo Stato e di rimpatrio in India.