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Mafia: Procura contro condanna a Cuffaro, i pm chiedono aggravante

L`ex presidente era ed è un uomo di Cosa nostra“. Questo si legge nel ricorso in appello presentato dai Magistrati. Sarebbe stato lui Totò Cuffaro, ex Governatore, ad informare i boss delle indagini che si stavano svolgendo sul loro conto. Sempre lui a rivelare la presenza di microspie a casa del capomafia Giuseppe Guttadauro. Per tali motivi, sostengono i Pm, “torna credibile l`aggravante mafiosa”, esclusa, invece, dai giudici di primo grado che avevano condannato a 5 anni, per favoreggiamento semplice, l`ex Governatore siciliano. Cuffaro, spiegano in sintesi i magistrati, era a conoscenza dello spessore criminale del boss Giuseppe Guttadauro e sapeva anche che il suo delfino, l`assessore comunale Mimmo Miceli, frequentava abitualmente la casa del capomafia. Accanto alle motivazioni personali, dunque, secondo i pm, “Cuffaro, che il sistema di pressione e sopraffazione mafioso conosce bene, ha nutrito un`ulteriore convinzione criminosa, ben sapendo che l`individuazione della microspia presso la casa del boss avrebbe avuto quale effetto la salvaguardia di quel sistema, impedendo di fatto lo smantellamento dell`organizzazione sul territorio“.

RESISTENZA ANTIMAFIA: LAMPI NEL BUIO di Salvatore Borsellino

Da 16 anni, dal 19 luglio del 1992, i manovratori delle luci hanno fatto calare le tenebre attorno alla scena della strage. Sono rimasti solo i riflettori accesi sul numero 19 di via D`Amelio. Con una luce forte, accecante, in maniera che gli occhi, colpiti da quella luce, non riescano a distinguere quello che succede attorno, in mezzo alle tenebre. Buio sul castello Utveggio, su via dell`Autonomia Siciliana, buio sul golfo di Palermo, sull`Arenella, sull`Acquasanta, le tenebre coprono tutto, si può solo sentire ogni giorno, alle 17, il suono delle sirene che arriva da via dell`Autonomia Siciliana, le macchine blindate che sbucano d`improvviso da quelle tenebre in una via che dovrebbe essere sgombra, dove dovrebbe essere vietato fare sostare le macchine e che invece ne è tanto piena che, una volta entrati, se ne può uscire solo a marcia indietro. Ogni giorno, alla stessa ora, il giudice scende dalla macchina lasciando la sua borsa di cuoio sul sedile posteriore, deve solo suonare il campanello della casa di sua madre e dirle di scendere perché deve accompagnarla dal cardiologo. Tutti gli uomini e l`unica donna della sua scorta scendono insieme a lui e gli si fanno attorno, non hanno che il loro corpo per proteggerlo. Il giudice suona il campanello e non si capisce se riesce a pronunciare qualche parola prima che l`esplosione di centinaia di chili di tritolo, anzi di Semtex, l`esplosivo usato dai militari, scateni l`inferno. Antonino Vullo, l`autista della macchina del giudice, è restato dentro l`auto, sta facendo la manovra per essere pronto a ripartire appena il guidice ritornerà  tenendo per il braccio la madre. Un`onda di calore lo sbalza all`indietro ma la macchina è blindata e resiste all`onda d`urto. Ogni giorno, alla stessa ora, scende ferito e intontito dalla macchina e camminando sente sotto i piedi delle cose molli, sono i pezzi dei suoi compagni, cammina con i piedi in mezzo alle pozzanghere, è il sangue dei suoi compagni, del suo giudice, insieme ai quali, da allora, continuerà  a desiderare di essere morto per non dovere rivivere ogni giorno ed ogni notte, nei suoi terribili sogni, sempre la stessa scena. Il giudice viene tagliato in due, il troncone del suo corpo viene sbalzato tra quel che rimane della cancellata e la facciata crollata del palazzo. Dei corpi dei ragazzi che lo proteggevano non rimane quasi nulla, una mano vola ogni giorno in alto, in una sequenza senza fine, e si ferma su quello che è rimasto su un balcone del quinto piano. La madre del giudice sa che è scoppiata quella bomba che tutti sanno, da due mesi, servirà  per eliminare, dopo l`altro giudice, anche suo figlio, ma, per pietà , il suo cervello le fa credere che siano scoppiate le tubature del gas ed allora, a piedi nudi, corre per le scale, cerca di arrivare all`esterno, scende per quattro piani in mezzo alle macerie, alle vetrate distrutte, ma arriva giù senza un graffio. Forse suo figlio, prima di andare via per sempre, la prende in braccio e la porta giù, dolcemente e, quando passa vicino al suo corpo, le chiude gli occhi per non farle vedere quello che è rimasto di lui, quello che è rimasto di Emanuela, di Agostino, di Claudio, di Vincenzo, di Walter. In ospedale, dove la porta un pompiere che la raccoglie dalle braccia del giudice, dirà  di non avere visto niente di quell`inferno che c`era davanti al numero 19 di via d`Amelio, di non avere visto il corpo di suo figlio, di non avere visto il sangue che riempiva la strada. Ogni giorno alla stessa ora, qualcuno, dal Castello Utveggio, vede distintamente il giudice che sta per premere il pulsante del citofono e preme il pulsante del telecomando che scatena l`inferno, il castello ora è immeso nelle tenebre ma da lassù l`ingresso del numero 19 di via D`Amelio si distingue chiaramente, illuminato dalla luce accecante dei riflettori ed è facile sincronizzare il comando al momento in cui viene premuto il campanello e non lasciare scampo al giudice ed agli uomini della sua scorta. Ogni giorno, alla stessa ora, il Cap. Giovanni Arcangioli si avvicina alla Croma blindata del Giudice e prende la borsa di cuoio che contiene l`agenda rossa, o è qualcuno a porgergliela, in mezzo alle fiamme ed al fumo non si distingue bene, ma poi si allontana con passo sicuro, guardandosi intorno, verso via dell`Autonomia Siciliana dove c`è qualcuno ad aspettarlo Quell`attentato è stato preparato anche per potere avere in mano quell`agenda. Nell`allontanarsi dalla macchina calpesta gli stessi pezzi di carne, lo stesso sangue che ha calpestato l`agente Vullo, ma dal suo viso non traspaiono emozioni, forse ha un preciso incarico da compiere, è come essere in guerra, e in guerra le emozioni devono essere controllate. Arriva in Via dell`Autonomia Siciliana ma qui le luci dei riflettori che illuminano la scena della strage non arrivano, c`è il buio, il buio assoluto e non si riesce a vedere a chi il Cap. Arcangioli consegna la borsa e chi ne estrae l`agenda rossa del Giudice. Vediamo solo, ancora sotto la luce dei riflettori, qualcuno che un`ora dopo riporta la borsa, ormai vuota di quell`agenda che potrebbe inchiodare gli assassini del Giudice e chi aveva interesse ad eliminarlo,, sul sedile posteriore della macchina blindata. Sono passati 16 anni e ogni anno, al 19 di luglio, arrivano i padroni dei tecnici delle luci, portano delle corone, le appoggiano alle cancellate, si fanno fotografare, e intanto sorvegliano che tutto vada come previsto, che i riflettori siano sempre accesi con la loro luce accecante sul luogo della strage e che tutto intorno sia tenebra, che niente si riesca a vedere di quello che è successo, di quello che succede, intorno al luogo della strage. Ma i tecnici delle luci possono controllare solo i riflettori, non possono controllare il cielo e ogni tanto, nel buio, qualche lampo arriva a squarciare le tenebre e lascia intravedere anche se solo per un attimo, quello che loro non vogliono farci vedere, quello che non dobbiamo, non possiamo vedere, non possiamo sapere perché su di esso sono fondati gli equilibri e i ricatti incrociati che tengono in piedi questa seconda repubblica, questo nuovo regime fondato sul sangue delle stragi del 1992. Ecco un lampo che squarcia le tenebre. Sono le 7 del mattino del 19 luglio, in via Cilea, a casa del Giudice che è in piedi dalle 5, arriva una telefonata del suo capo, Pietro Giammanco. Non gli ha mai telefonato a quell`ora, e di domenica, non lo ha avvisato di un rapporto del Ros in cui si rivelava che era arrivato a Palermo un carico di tritolo per l`attentato al Giudice che ha potuto conoscere la circostanza per caso, all`aereoporto, incontrando il ministro Scotti, e che sui motivi di questa omissione con il suo capo, ha avuto un violento alterco. Non gli ha ancora concesso, da quando è rientrato da Marsala prendendo le funzioni di Procuratore Aggiunto a Palermo, la delega per condurre le indagini in corso sulle cosche palermitane e, in conseguenza, la possibilità  di interrogare senza la sua espressa autorizzazione, pentiti chiave come Gaspare Mutolo. Ora, il 19 luglio, quando la macchina per l`attentato è già  posteggiata davanti al numero 19 di via D`Amelio, gli telefona per dirgli che gli concede quella delega e gli dice una frase che, oggi, suona in maniera sinistra “così si chiude la partita”. La moglie del Giudice, Agnese, lo sente urlare al telefono e dire “no, la partita comincia adesso” e lo stesso giudice, qualche tempo prima, aveva confidato al maresciallo Canale, che lo affiancava nelle indagini, che “in estate avrebbe fatto arrestare Giammanco perché dicesse cosa conosceva sull`omicidio Lima”, dal recarsi ai funerali del quale lo stesso Giammanco venne dissuaso solo all`ultimo momento da un procuratore. Ecco un altro lampo, è ancora il 19 Luglio e si vede il Giudice nella casa in cui si trasferisce in estate, a Villagrazia di Carini che invece di dormire per una mezzora, come è solito fare dopo aver mangiato, continua a fumare nervosamente tanto da riempire un portacenere di mozziconi, e intanto scrive sulla sua agenda rossa, poi prende la sua borsa di cuoio, vi mette dentro l`agenda e il pacchetto di sigarette, saluta i suoi, e parte con la scorta verso il suo ultimo appuntamento, quello con la morte che, dopo la morte di Giovanni Falcone, ha sempre saputo che sarebbe presto arrivata, tanto da continuare a dire a sua madre e a sua moglie “devo fare in fretta, devo fare in fretta”. Ecco un altro lampo e in mezzo alle tenebre che circondano il castello Utveggio si vede qualcuno in attesa, ecco che arriva una telefonata sul suo cellulare ed allora punta il binocolo sul portone al numero 19 di via d`Amelio, vede scendere il giudice dalla macchina blindata, lo vede alzare la mano verso il pulsante del citofono e allora preme un altro pulsante di un telecomando che stringe nella mano e subito si vede una colonna di fumo e si sente un boato ed allora, dopo avere osservato in mezzo al fumo, per un attimo, gli effetti dell`esplosione, prende il cellulare fa un numero e dice appena qualche parola. Poi il baleno provocato dal lampo finisce e tutto ripiomba ancora nelle tenebre. Ecco un altro lampo, e si vede una barca nel golfo di Palermo, è piena di uomini, ma non sono persone qualsiasi, appartengono tutti ai servizi segreti così che le loro testimonianze potranno, dovranno essere tutte concordi. E` quasi l`ora dell`attentato e tutti sono in silenzio, sembrano attendere qualcosa. Poi si ode, attutito dalla distanza e dalla montagna un tremendo boato, e dalla parte di Palermo verso il monte Pellegrino si vede alzare una alta colonna di fumo e quasi subito dopo arriva una telefonata. Il giudice è morto, quel maledetto ostacolo sulla via della trattativa è eliminato. Dai telefoni cellulari sulla barca partono altre telefonate concitate poi il motore viene acceso e la barca riparte velocemente verso il porto. Per chiunque, in Italia, sono passate dalle quattro alle cinque ore prima di sapere che il giudice era morto, che quella morte annunciata era arrivata, ma per chi stava su quella barca sono bastati solo centoquaranta secondi per sapere tutto. Ma ora il baleno provocato dal lampo è finito e tutto è ripiombato nelle tenebre. Un altro lampo, ma stavolta è troppo di breve durata per capire se è veramente Bruno Contrada quell`uomo che si aggira in via D`Amelio subito dopo la strage come due capitani del Ros, Umberto Sinico e Raffaele del Sole affermano di avere saputo dal funzionario di polizia Roberto Di Legami che riportava a sua volta una relazione di servizio, poi distrutta, di alcuni agenti accorsi sul lugo della strage. Ancora un altro lampo che squarcia per poco tempo le tenebre. È la fine di Giugno e si riesce a vedere Vito Cianciminio che consegna al Cap. De Donno e al Col. Mori un foglio scritto a mano, il papello di Riina, con le dodici richieste del capo della cupola per fermare l`attacco al cuore dello Stato. Un altro lampo, è il 1 di Luglio e si vede il giudice al ministero, davanti alla porte di Mancino, per un incontro a cui è stato chiamato dallo stesso ministro mentre stava interrogando Gaspare Mutolo. Il giudice ha annotato questo appuntamento nella sua agenda: 1 Luglio, ore 19: Mancino, ma la luce provocata dal lampo si esaurisce e non riusciamo a vedere chi c`e` dietro quella porta ad aspettarlo e che cosa gli viene detto. Dall`agitazione del giudice quando torna ad interrogare Mutolo si può solo immaginare che gli viene detto che lo Stato ha deciso di aderire alla richieste contenute nel papello e la reazione del giudice che deve essere stata violenta e sdegnata tanto da non lasciare spazio, per concludere la trattativa, ad altra possibilità  se non quella di eliminarlo, ed eliminarlo in fretta, ma le tenebre sono troppo fitte per vedere qualcosa e solo Mancino ci potrebbe dire, se guarisse improvvisamente dalle sue amnesie, che cosa accadde veramente in quella stanza. Altrimenti potremo solo aspettare, se mai avverrà , che una serie continua di lampi squarci le tenebre ed allora potremo veramente vedere quali e quanti mani, tra quelli che oggi godono i frutti dei nuovi equilibri raggiunti, siano lorde del sangue delle stragi del 92 e di quelle altre stragi che, nel 93, furono necessarie prima che la trattativa venisse conclusa.

Il commissario di Governo Costa: l`area del Dal Molin di Vicenza da oggi ai militari Usa

Da oggi l`area dell`aeroporto Dal Molin di Vicenza “viene consegnata al comandante militare italiano della base che la rende disponibile agli Stati Uniti” ma “non diventa territorio Usa”. Lo afferma in un`intervista al `Corriere della Sera`, il commissario di Governo, Paolo Costa, che aggiunge: “sull`area varranno sia il diritto italiano sia quello americano”. Per quanto riguarda il referendum di domenica, Costa ritiene sia “una consultazione inutile” e annuncia che “i lavori andranno avanti, non si fermano”. Infine, sulla possibilita` che da Vicenza partano aerei per missioni di guerra, il commissario risponde “lo escludo: alla Ederle 2 gli americani verranno solo a riposarsi”.

COMPRATE QUESTO OTTIMO LIBRO! L`ITALIA SEMPRE PIU` MENO LIBERA: L´ex br Valerio Morucci, `Da Stato totalitario negarmi la parola`


SILVIO BERLUSCONI, UOMO SIMBOLO DEL TOTALITARISMO

ROMA - L´ex terrorista presenta il libro in un centro culturale del Comune di Roma. Il parente di una vittima delle Br protesta e chiede al sindaco Alemanno perché il municipio abbia ospitato un ex brigatista. La polemica fra Valerio Morucci, postino delle Br durante il sequestro Moro, e Bruno Berardi, figlio del poliziotto Rosario ucciso nel 1978, è scoppiata ieri quando nella «Casa delle Letterature». Morucci ha presentato il suo «romanzo di formazione» “Patrie galere, cronache dall´oltrelegge”. Gli organizzatori hanno ribattuto che «il municipio ha concesso lo spazio non sapendo di concederlo a Morucci». Per l´ex br invece «nessuno può impedire a qualcun altro di parlare o scrivere libri». «C´è qualcuno in questo Paese - ha aggiunto - anche tra le più alte cariche, che ha pronunciato queste frasi. Per me è un anticipo di Stato totalitario, perché solo negli Stati totalitari ed etici esiste una censura a monte».

INFORMAZIONE FASCISTA: Bimbi rom, l`Arci: «Falsi i dati di Bruno Vespa, il 50% è promosso»

Bruno Vespa aveva diffuso dei dati falsi sui bambini rom promossi tra quelli che vanno a scuola. L`Arci lo ribadisce e diffonde i dati veri: «Il 50% dei bambini rom inseriti nel progetto di scolarizzazione gestito dall`Arci solidarietà Lazio viene promosso al termine dell`anno scolastico». Nella sua relazione sulla propria attività annuale nei campi nomadi della capitale a lei assegnati all`interno di un progetto finanziato dal Comune, l`Arci Solidarietà ha voluto rispondere con forza alle cifre sulla scolarizzazione dei bambini rom recentemente diffusi da Bruno Vespa nelle anticipazioni del suo ultimo libro, che parlano di percentuali inferiori sia sulle promozioni che in merito alla frequenza. «Sono falsi per quanto riguarda il numero degli iscritti e dei promossi - ha detto il presidente di Arci Solidarietà , Sergio Giovagnoli -, stiamo studiando la possibilità di intentare causa a Vespa e chiedergli un risarcimento danni al momento dell`uscita del suo libro». I dati falsi riportati da Vespa sono stati successivamente ripresi da alcuni quotidiani, con conseguente danno d`immagine per l`Arci. «Il 50% dei bambini rom sui quali lavoriamo viene promosso - ha spiegato Sergio Giovagnoli - l`ultimo bando prevede interventi complessivamente su 2027 bambini: noi gestiamo 4 lotti, per un totale di 7 campi e 2 piccoli insediamenti». In questi campi, secondo i dati diffusi dall`Arci, sono circa 860 i bambini direttamente gestiti dall`associazione dedita ai servizi sociali, al progetto di scolarizzazione dei rom lavorano 60 operatori dell`Arci e 25 volontari impiegati nel servizio civile. «Coloro che percepiscono un compenso per le attività svolte nel progetto guadagnano una media di 750 euro al mese - ha aggiunto Giovagnoli - anche per quanto riguarda i dati sui trasporti vogliamo precisare che ciascun bambino cosa 1038 euro all`anno, pari a 4,50 euro al giorno». Giovagnoli ha spiegato inoltre che l`Arci ha chiesto da mesi un incontro con l`assessore alle Politiche scolastiche del Comune di Roma, Laura Marsilio «fino ad ora siamo riusciti a parlare solo con una sua assistente che ci ha riferito della volontà di effettuare un monitoraggio dell`opera che svolgiamo. Noi diciamo ben venga questo monitoraggio». Poco dopo, è giunto l`annuncio da pare dell`assessore alle politiche scolastiche del Comune che un ente esterno monitorerà le frequenze scolastiche dei bambini rom. Sempre in riferimento ai dati sulla presenza scolastica l`Arci ha spiegato che per quanto riguarda il campo nomadi Tor de` Cenci lo scorso anno 13 bambini hanno frequentato le scuole dell`infanzia, 52 le elementari e 37 le scuole medie. Di questi 8 hanno avuto presenze medie e regolari nella scuola dell`infanzia, 9 sono stati bocciati alle scuole elementari mentre 7 minori hanno ottenuto il passaggio alle scuole medie, tra coloro che hanno frequentato le scuole medie, invece, sono stati 3 i minori ammessi alle superiori.

L`APPELLO: L`uranio impoverito che uccide e impoverisce. Altre due militari italiani morti (sono già  168 i decessi!)…

Mentre i ministri La Russa e Maroni sorridono compiaciuti della loro fiammante tuta da piloti, in attesa d`imbarcarsi sul nuovo jet militare Aermacchi M345 (come da decine di foto pubblicate sulle maggiori testate) vi informiamo che nel giro di 5 giorni l`Osservatorio Militare ci ha inviato due comunicati. Il primo annunciava la morte di Amos LUCCHINI, aveva 53 anni ed era un colonnello medico dell`esercito italiano impegnato in varie missioni internazionali. Il secondo si chiamava Andrea Orsetti aveva solo 26 anni e in quell`esercito sperava di trovare soddisfazioni che avrebbero appagato il suo desiderio di pace visto che gli era stato promesso che in missione ci andava solo per quella e invece, come Lucchini, ha trovato la morte. L`anomala presenza di metalli pesanti riscontrata nel suo corpo non lascia dubbi: il serial killer uranio impoverito ha colpito ancora. Lucchini è ufficialmente la vittima n. 167, Orsetti la n. 168, le fonti parlano di 2538 casi clinici. Non si sta qui a snocciolare numeri come se fossero grani di rosari con la differenza che mentre quelli servono a meditare su una ventina di misteri, questi servono esclusivamente a ricordarci che in questa tragedia i misteri non ci sono, ma vengono costruiti ad hoc dagli uomini delle stanze dei bottoni. Commissioni d`inchiesta, proposte di moratorie contro il depleted uranium, interpellanze di governi che chiedono risposte, campagne, appelli accorati di genitori, mogli e figli dei morti e degli ammalati ad oggi non hanno ottenuto che qualche promessa e briciole d`illusioni mentre nelle zone di guerra si procede esponenzialmente ad avvelenare terra e aria con quelle polveri maledette lasciate libere di poter uccidere chi le respira. Coloro che voltano la faccia dall`altra parte sostenendo di essere antimilitaristi e dunque i soldati che vanno alla guerra si devono assumere le loro responsabilità , sappiano che tutti i proiettili inesplosi (centinaia di tonnellate) giacciono sul terreno pronti col tempo a rilasciare nelle falde e nell`aria il loro materiale cancerogeno che arriverà  alle porte di tutti noi. Invitiamo pertanto i lettori, ancora una volta, a documentarsi sui devastanti effetti dell`uranio impoverito con particolare attenzione alle storie raccontate da chi direttamente o indirettamente si è trovato coinvolto. Domenico Leggiero, responsabile dell`Osservatorio Militare, ex maresciallo dell`Esercito, da anni lotta contro l`ostinata tesi `negazionista` sulla responsabilità  del d.u. nelle patologie di parecchi soldati italiani rientrati dalle missioni in Bosnia, Kosovo e ora anche dall`Iraq. Non demorde e continua a sperare, man mano che i nostri governi si succedono, che un sussulto di dignità  istituzionale, un minimo di civiltà  diano il coraggio ai responsabili di ammettere gli errori tentando seriamente di porvi qualche rimedio, almeno per quanto riguarda l`attuazione di severa e doverosa prevenzione. Ed è perciò che chiede un immediato confronto con il ministro La Russa per trovare forme e sistemi idonei in tal senso oltre che protocolli di assistenza adeguati. Che da lassù - sia in cielo che a palazzo Chigi - La Russa e Maroni l`ascoltino.
Fonte: PEACELINK - Nadia Redoglia