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ITALIA RAZZISTA: E` guerra tra poveri! A Pianura rivolta contro gli immigrati.

Via dell`Avvenire. Nero. Non è un buon punto per guardare al futuro questa strada di Pianura, Napoli. Qui da mesi si consuma una guerra tra poveri. Che come le cronache degli ultimi giorni tornano a ricordarci, ha per sottofondo la paura del diverso. Il razzismo. Fomentato dalla destra. Sono duecento immigrati originari del Burkina Faso e della Costa d`Avorio e sono la parte della comunità  che non è stata sgomberata da via Trencia, quando la protesta degli immigrati culminò nell`occupazione del Duomo di Napoli e negli scontri con la polizia. Allora, lo sgombero avvenne dopo un incendio. Questa volta gli stranieri se ne devono andare perché c`è stato un avvallamento stradale, e l`edificio dove vivono è più pericolante di prima. Ma a provocare il danno è stata la rottura di una conduttura dell`acqua. E per gli stranieri che abitano qui da 25 anni non è stato un caso: a danneggiare le condutture, dicono, sono stati i nostri vicini italiani, quelli che da qui ci vogliono cacciare. Per questo si rifiutano di andarsene, fino a che il Comune non gli avrà  trovato un`altra sistemazione. Mercoledì a Pianura è stata una giornata faticosa. Gli immigrati hanno raccontato di aver dovuto subire diversi episodi di intimidazione, hanno visto comparire scritte contro di loro e per questo dicono che il guasto alla rete idrica è la «trappola» finale. Un mediatore culturale, Emiliano Di Marco, ha denunciato di essere stato «picchiato e minacciato di morte» e andrà  dalla polizia per mettere tutto a verbale. Aggrediti anche alcuni dirigenti e militanti della Cgil accorsi a Pianura. Lo raccontano Raffaele Porta, coordinatore regionale di Sinistra Democratica, e Arturo Scotto, componente del Coordinamento Nazionale di Sd, secondo i quali «l`aggressione squadrista a Pianura è soltanto l`ultimo di una serie di episodi che rivelano il crescente clima di intolleranza che si sta diffondendo sul nostro territorio. Si colpiscono sia i migranti sia chi ne difende i diritti - aggiungono Porta e Scotto ` Pianura è uno degli epicentri di questo nuovo clima, ispirato dalle iniziative razziste del governo Berlusconi ed armato da alcuni esponenti di spicco della destra locale». Uno di questi è il consigliere regionale Pietro Diodato. Da tempo ` come ricostruisce il Comitato No Border di Napoli ` Alleanza Nazionale attacca la comunità  immigrata di Pianura: il 9 ottobre 2007, alle 5 del mattino, il consigliere regionale Pietro Diodato, insieme a due consiglieri comunali, tutti e tre di An, avevano effettuato un blitz insieme ai carabinieri. Mercoledì sera tutti e tre erano di nuovo in prima fila a guidare le proteste dei residenti italiani. È lo stesso Diodato ad avere parole durissime contro Emiliano, il mediatore poi aggredito dai cittadini di Pianura. «Che ci faceva Diodato a guidare una protesta che non si può che definire xenofoba nelle sue modalità ?», si chiedono quelli di No Border. «Che strana operazione è questa che cerca il cono d`ombra della partita di calcio ` mercoledì sera si giocava Napoli-Palermo, ndr - e il nascondiglio della notte? Perché non si sono coordinati col Comune di Napoli, trattandosi per altro di strutture di pubblica proprietà ?». A fare un po` di chiarezza in questa vicenda è Fabio Tirelli, presidente della municipalità  di Soccavo-Pianura. Mercoledì notte anche lui era in via dell`Avvenire. E se n`è dovuto andare scortato dalla polizia. «La situazione è complessa e delicata ` racconta ` Via dell`Avvenire è fatiscente, gli immigrati vivono in condizioni indegne e va trovata una soluzione. Ma il problema ora è la strumentalizzazione politica di Alleanza Nazionale che sta gettando benzina sul fuoco. Da un lato parliamo di politica e dall`altro di camorra, ma la logica che fa muovere i Casalesi a Catelvolturno è la stessa di An a Pianura: è la logica del presidio del territorio, della spartizione del potere». Già , perché sui palazzi sgarruppati di Pianura gravitano interessi economici di un certo peso: il ministero ha stanziato 8 milioni di euro per il Contratto di Quartiere, un progetto di riqualificazione degli edifici storici. Via Trencia, via dell`Avvenire e altre zone già  sgomberate rientrano in questo programma. E i politici locali legati agli imprenditori edili hanno interesse che gli sgomberi avvengano il più in fretta possibile. Venerdì Tirelli, insieme al sindaco Iervolino, andrà  dal prefetto per discutere della questione, che è diventata ormai di ordine pubblico. I residenti italiani, intanto, continuano a ripetere di non essere razzisti: «Gli extracomunitari sono qui da vent`anni - sostengono - se fossimo razzisti non li avremmo mai voluti, invece abbiamo vissuto con loro in pace, dando loro lavoro e aiutandoli. Ma ora sono troppi, rubano le forniture di elettricità  e acqua, rendono invivibile il quartiere». Un portavoce dei duecento immigrati di via dell`Avvenire, Aboubakar Soumahoro, ha «chiesto al prefetto e al questore di Napoli di assicurarci un presidio permanente di forze dell`ordine perché temiamo per la nostra vita». Dietro gli episodi di mercoledì, secondo Soumahoro, ci sono «gruppi organizzati dietro i quali c`è una mente politica. Hanno anche impedito di riattivare l`acqua ` dice ` C`è una brutta aria e abbiamo paura».

SIAMO TUTTI CASALESI: Le stragi e i racket. I silenzi della società  civile. Le connivenze di chi dovrebbe rappresentare lo Stato.

Questo giornale due settimane fa ha dedicato la sua copertina alle dichiarazioni di un pentito secondo il quale l`attuale sottosegretario all`Economia Nicola Cosentino sarebbe stato organicamente coinvolto nel business dei rifiuti gestiti dalla camorra casalese. E cosa succede? Il clima cittadino sembra non turbarsi. Caserta città  assorbe ogni cosa. Pigra, orgogliosa nel sentirsi periferia di Roma, lontana da Napoli. Le pagine degli scrittori Antonio Pascale e Francesco Piccolo su questa sorta di laboratorio delle peggiori contraddizioni e corruzioni sono esaustive più d`ogni inchiesta. In genere, quando si svelano i meccanismi della corruzione, la prateria prende fuoco da questa scintilla. Ma qui, oltre i titoli sui soliti giornali locali e alle relative pagine di rito, non ne è scaturita nessuna discussione, nessun dibattito, nessun allarme. La reazione da queste parti è invece stata `e allora?` oppure `ma che ti stupisci: non sai che le cose funzionano così?`. Persino il ceto dei professionisti, degli intellettuali, degli imprenditori, in breve quella borghesia che in Campania si è sempre vista come la parte nobile, appare incapace di protestare. Possibile che persino loro abbiano barattato il loro voto e il loro silenzio per una manciata di soldi come la plebe famelica e feroce dalla quale da sempre si sentono tanto diversi ed estranei? No, evidentemente non è così. E allora perché non esigono, una volta per tutte, di essere rappresentati da persone limpide e capaci, perché non chiedono di poter partecipare al mercato e allo sviluppo della loro terra in condizioni non irrimediabilmente compromesse dall`interferenza criminale che non produce altro che marcescenza e stallo? A Caserta come a Napoli, ci si sarebbe aspettati un vento di tempesta che gonfiasse onde di sdegno. Invece nulla: una grande bonaccia delle Antille, micidiale perché stringe tutto in un`immobilità  letale, rassegnata, asfissiante. Anime morte prima ancora che corpi. Avvocati, professori, ingegneri, medici, architetti, industriali, che hanno convissuto con la marea di rifiuti per mesi, rinunciando ai loro diritti minimi di cittadini dell`Europa, non provano un senso di nausea alle notizie sul ruolo di un uomo di governo nella desertificazione tossica di un territorio. La classe politica che loro hanno espresso invece volta lo sguardo altrove e tira a campare, delegando la gestione della regione a una pattuglia di personaggi sempre più invischiati nelle indagini della magistratura per ogni genere di reato, inclusi i patti con i camorristi d`ogni clan. Nessuno reagisce a nulla, nemmeno davanti agli imprenditori uccisi a catena, ai negozianti ogni settimana abbattuti per avere peccato contro la legge dei casalesi. Nessuno chiede un riscatto a Caserta, a Napoli e nemmeno a Roma.
Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l`un l`altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell`erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina
Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;
Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all`altro regno della morte
Ci ricordano - se pure lo fanno - non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti. Gli uomini impagliati.

Una volta, quando mi sono domandato che cosa ho sottovalutato quando scrivevo il mio libro, ho ricordato questi versi di T. S. Eliot. Perché alla fine mi sono dato la risposta che non sono stati i clan, non è stato il loro potere e la loro ferocia. Non è stato nemmeno sapere fino a che punto riescono ad estendere il loro raggio d`azione, condizionare impresa e politica, gesti quotidiani, menti e cuori. Eppure quel che ho sottovalutato è stata proprio la zona grigia. Sarà  perché è grigia già  a partire dal suo nome, perché è sfuggente, opaca, nebulosa, perché è fatta di infinite tonalità  di grigio. Perché la massa di tutto quel grigio sfuma di fronte al rosso del sangue, perché la violenza e la ferocia nascondono quel grigio, e forse sanno istintivamente quel che nascondono, sanno che senza tutto quel grigio non avrebbero sussistenza. Solo dei neri, degli immigrati neri di Castel Volturno l`altro giorno sono scoppiati in rivolta. Di fronte alla loro rabbia, mi sono tornate in mente le parole di una canzone dei Cosang: “La Francia s`atteggia/ ma là / nun esiste sistema che pava i stipendi/ e i peggio nun stanno insieme a chi fa e` leggi”. Dicevano i rapper di Marianella che qui non poteva accadere nulla di simile alle sommosse delle banlieue francesi, perché qui ad avvolgere e controllare tutti quanti ci pensa il Sistema: in basso la manovalanza criminale cui paga gli stipendi, in alto quelli che stanno vicino a chi fa le leggi e ne ricevono qualche tornaconto. E in mezzo, rassegnati o conniventi, quasi tutti gli altri. Invece i neri di Castel Volturno li hanno smentiti. Anzi no: li hanno smentiti e hanno insieme confermato il senso di quella loro analisi scandita a ritmo di rap. Perché solo chi non aveva quasi nulla da perdere, soltanto chi ricopre l`ultimissimo gradino della catena di soprusi e sfruttamento ha saputo esprimere un moto di ribellione a questo sistema fondato sulla violenza. Soltanto quelle persone che magari non hanno il permesso di soggiorno, e come le vittime dell`agguato, lavorano in nero nei campi e nei cantieri, hanno saputo gridare `basta`, protestando la loro estraneità  e la loro innocenza. E mi è venuto da pensare che, visti coi loro occhi, forse dovevamo apparire davvero tutti uguali, tutti parte dello stesso Sistema che li sfrutta e che li opprime e che arriva persino a massacrare indiscriminatamente le loro vite. Questo è accaduto in questi giorni. Ed è anche accaduto che mentre gli altri giornali e mezzi di informazioni ne parlavano poco o pochissimo, diversi colleghi di questo giornale siano stati perquisiti per la seconda volta in una settimana. Perquisiti due volte in otto giorni per aver scritto gli articoli sulla collusione fra politici, imprenditori tra politica e camorra. Per aver violato il segreto istruttorio, secondo la magistratura. La stessa motivazione che ha determinato azioni analoghe nei confronti di Fiorenza Sarzanini del `Corriere della Sera` e di Guido Ruotolo de `La Stampa`. Entrambi rei di aver pubblicato pezzi che riguardavano le mani della `ndrangheta sui lavori dell`Expo 2015 a Milano e sui legami tra gli emissari delle cosche e i politici sari delle cosche e i politici lombardi. Qui non solo è in gioco l`astratto principio della libertà  di stampa, principio che deve misurarsi con l`esigenza di segretezza delle indagini. Qui è in gioco il diritto di capire in che paese viviamo e chi ne determina l`aspetto e le sorti, da Nord a Sud. Perché è inutile sperare che qualcosa muti, che qualcuno alzi la voce, se si cerca di imporre il silenzio a chi ha il dovere di parlare e informare. La lotta contro il marcio che trascina l`Italia sempre più in basso, sarà  destinata a non approdare a nulla, se non si potrà  continuare a rivelarne i nomi, i luoghi, i ruoli e le responsabilità . Le procure vogliono lavorare indisturbate, le procure si trovano anche loro sotto una pressione politica costante che concerne il loro operato. I pubblici ministeri avrebbero tutto l`interesse a far sapere all`opinione pubblica quel che fanno, far sapere che stanno lavorando ovunque e lavorando bene, che vanno avanti nonostante organici sempre più deboli e forze dell`ordine che faticano a trovare la benzina per le auto. Avrebbero l`interesse a denunciare la gravità  di quello su cui indagano e di quello su cui non riescono a indagare, perché non ci sono uomini, non ci sono mezzi, non ci sono computer e ogni ora in più passata dagli agenti a dare la caccia a un latitante diventa puro volontariato perché lo Stato non pagherà  mai lo straordinario di chi rischia la vita per servirlo e garantire giustizia. Dovrebbero denunciare l`assurdità  di un governo che aspetta otto morti per ordinare la mobilitazione nel territorio dei casalesi, come se le morti di Michele Orsi, Umberto Bidognetti, Raffaele Granata e le altre sei vittime cadute sotto la pioggia di proiettili della vendetta casalese dal 2 maggio in poi fossero state insignificanti. Un governo che si preoccupa di sottolineare la stretta contro gli immigrati clandestini come se la rivolta di Castel Volturno fosse l`origine del problema e non l`effetto della volontà  terroristica dei killer, come se il problema fossero le braccia che lavorano e non quelle che impugnano il kalashnikov. Quei ministri che accusano la magistratura di mandare i mafiosi agli arresti domiciliari, nel rispetto del garantismo processuale che ispira la loro visione della giustizia, e poi negano a carabinieri e polizia le risorse minime per potere vigilare sui quei potenziali assassini perennemente in attesa di giudizio grazie alla foresta di norme che stravolgono ogni efficacia dei processi. Quando il giornalismo lavora per fare emergere l`illegalità  ha la consapevolezza di adoperarsi per un fine superiore, garantito dalla Costituzione. Lo stesso compito che è proprio dell`attività  inquirente. Non può esserci conflittualità  tra queste missioni. E non posso fare a meno di pensare al vecchio proverbio `fra i due contendenti il terzo gode`. Ma soprattutto dovremmo tutti renderci conto che né media né magistratura saranno mai in grado di produrre da soli alcun cambiamento, fino a quando questo non sia richiesto e sostenuto da una larga parte dei cittadini. Per questo bisogna che loro sappiano e bisogna consentire di far conoscere e sapere quel che succede. Diceva Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori di quegli Stati Uniti d`America per i quali l`idea di democrazia era qualcosa di assai più vasto di un sistema politico di poteri e rappresentanze formalizzate: “Il nostro primo obiettivo dovrebbe essere dunque, di lasciare aperte all`essere umano tutte le vie che portano alla verità ”. ROBERTO SAVIANO
2008 by Roberto Saviano
published by arrangement with Roberto Santachiara
Literary Agency

`IL DOVERE DI INFORMARE` DA ESPRESSO.IT
Per due volte nel giro di otto giorni i giornalisti Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi e la redazione de `L`espresso` sono stati perquisiti su ordine della Procura di Napoli.
Mai era accaduto qualcosa di simile: il sequestro ripetuto dei computer, l`utilizzo di decine di militari della Guardia di Finanza, entrati nella direzione de `L`espresso`, il decreto che dispone controlli indiscriminati nella redazione. Ai due giornalisti è stato formalmente intimato di farsi interrogare, minacciando l`accompagnamento forzato a Napoli, nonostante la legge riconosca il diritto al segreto professionale e la facoltà  di tacere in quanto indagati. La Procura di Napoli persegue `L`espresso` per le due inchieste di copertina (`Così ho avvelenato Napoli` e `Gomorra al Nord`) sul potere della camorra casalese e sulla devastazione ambientale della Campania. Sono articoli basati sulle dichiarazioni di Gaetano Vassallo, l`imprenditore che per vent`anni ha gestito il traffico di rifiuti tossici per conto dei padrini, e di Domenico Bidognetti, esponente di punta dell`omonimo clan. Nei verbali ci sono accuse pesantissime contro due parlamentari, il sottosegretario all`Economia Nicola Cosentino e il leader campano del Pdl, Luigi Cesaro. La collaborazione con i magistrati di Vassallo e Bidognetti è stata rivelata da mesi, in seguito a provvedimenti presi proprio dalla Procura di Napoli, e questo giornale ha pubblicato solo i nomi di personaggi già  arrestati, sotto processo o parlamentari. Questo perché, come sempre in passato, vogliamo esercitare il diritto di cronaca senza compromettere l`attività  di indagine. In un momento decisivo per il Paese, le accuse (si badi bene: le accuse) a un esponente di governo a cui viene affidata la gestione di risorse enormi non possono essere taciute. Così come non possono essere taciute le connivenze che hanno permesso per vent`anni di trasformare una parte della Campania nella discarica dei rifiuti tossici di tutta Italia e che hanno messo a repentaglio la salute di milioni di cittadini e distrutto l`immagine del nostro Paese. Oltre al reato di violazione del segreto istruttorio la Procura di Napoli ha contestato ai giornalisti addirittura l`aggravante della finalità  di agevolazione del clan dei casalesi. Questa accusa è un insulto alla storia de `L`espresso`, alla sua tradizione di giornalismo d`inchiesta, a tutto quello che è stato fatto negli ultimi anni, da quando abbiamo denunciato la degenerazione della politica in Campania e la minaccia del clan dei casalesi. Quello che abbiamo pubblicato non ha suscitato la reazione della classe politica, dove maggioranza e opposizione non sono interessati a discutere l`opportunità  o meno che parlamentari sotto inchiesta per legami con il più sanguinario gruppo mafioso restino in incarichi di governo. Quello che è accaduto con la duplice perquisizione di abitazioni, auto e persino motorini dei giornalisti, con i sequestri nella redazione e negli uffici della direzione, con le perquisizioni anche a collaboratori come Claudio Pappaianni estranei alla stesura degli articoli, rappresenta un attacco alla libertà  di stampa e un atto intimidatorio nei confronti del diritto di cronaca. Per noi la cronaca non è un diritto ma un dovere. Per questo proseguiremo il nostro lavoro, senza lasciarci impressionare da accuse insensate e provvedimenti smentiti in passato da ogni genere di sentenza italiana ed europea. Noi andiamo avanti, forti della stima dei lettori, del sostegno che ci hanno trasmesso in tutti i modi, grati della solidarietà  che ci è arrivata da colleghi di tanti giornali e dalle associazioni di categoria e della fiducia del nostro editore. Perché in gioco c`è la libertà  di stampa, che è l`essenza di ogni democrazia.

Ecco le accuse al sottosegretario Nicola Cosentino
Il sottosegretario Nicola Cosentino è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Napoli. Le accuse contro di lui nascono dalle dichiarazioni di Gaetano Vassallo, imprenditore delle discariche che per vent`anni ha smaltito rifiuti tossici per conto della camorra. `L`espresso` ha pubblicato le frasi di Vassallo, iscritto a Forza Italia, su Cosentino, indicato sin dagli anni Ottanta come “candidato dei casalesi” e attivo nel settore dei rifiuti. Cosentino è deputato, coordinatore campano del Pdl e sottosegretario all`Economia con delega alla gestione di fondi ingenti: ha respinto le accuse e annunciato querele. `L`espresso` ha pubblicato anche le accuse di Vassallo all`onorevole Luigi Cesaro, reggente regionale del Pdl. Cesaro, ex funzionario della Asl di Caserta, viene indicato come referente del clan Bidognetti in due grandi speculazioni edilizie. Anche lui ha respinto le accuse. Infine `L`espresso` ha pubblicato le dichiarazioni di Vassallo e quelle del pentito Domenico Bidognetti, cugino del padrino Francesco Bidognetti ed esponente di punta dell`omonimo clan, contro Nicola Ferraro, leader casertano dell`Udeur e consigliere regionale. Ferraro, imprenditore del settore dei rifiuti e cugino di un presunto boss, viene indicato come referente dei casalesi in più attività  illecite. Il consigliere regionale è stato già  arrestato a gennaio per altri reati, ma resta al suo posto nella maggioranza che sostiene il governatore Antonio Bassolino.

PONTE SULLO STRETTO: Le lobby del cemento, dell`acciaio, dell`Impregilo, del movimento terra e le organizzazioni criminali, sono in referente attesa.

`Le opportunità  offerte dal Quadro Strategico Nazionale 2007/2013 (QSN) e dal Programma Operativo Nazionale (PON) ‘Reti e Mobilità ` 2007-2013 assumono una grandissima rilevanza per affrontare il problema del gap infrastrutturale italiano, in particolare delle regioni del Mezzogiorno`. È quanto ha affermato il Presidente dell`Anas Pietro Ciucci, intervenendo oggi a Napoli alla giornata di studi sul tema: `Il PON reti e mobilita` 2007-2013 nel segno della continuità `. Nell`ambito del precedente Programma Operativo Nazionale Trasporti 2000-2006, che prevedeva risorse per investimenti infrastrutturali in sei regioni del Mezzogiorno (Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna) per un importo complessivo di 4.520 milioni di euro, all`Anas erano stati assegnati 1.407 milioni di euro (di cui circa il 45-50% a carico del Fondo europeo di sviluppo regionale FESR e il restante finanziato dal Fondo di Rotazione ex lege 183/87), pari a una percentuale di oltre il 31%. Secondo Ciucci, l`Anas è al lavoro con grande determinazione per recuperare il gap infrastrutturale del Mezzogiorno, le cui regioni rappresentano una piattaforma logistica strategica per i traffici del Mediterraneo, anche in funzione dei corridoi europei 1 Berlino-Palermo e 8 Bari-Varna`. In particolare l`Anas è impegnata a completare entro il 2012-2013 l`autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria e, attraverso la società  partecipata Stretto di Messina, è impegnata a realizzare il Ponte sullo Stretto. Per il ponte inutile il Presidente Ciucci auspica un contributo europeo in quanto l`opera è anello essenziale nell`ambito del Corridoio europeo n. 1 Berlino-Palermo`. Sembra evidente quindi che soldi in prospettiva non ce ne siano. Però è strano questo ponte. Per il corridoio 1 Palermo / Berlino l`Italia insiste sul ponte `Berlusconi` ma nei piani europei non se ne parla da nessuna parte e non è prevista alcuna spesa europea per la struttura, mentre per il corridoio 8 tra Bari e Varna si parla, correttamente, di potenziamento dei porti. Quello che sarebbe ovvio fare anche in in Sicilia e Calabria. Già  dalla seconda metà  del 2008 è stato dato inizio ad una serie di azioni propedeutiche al riavvio dell`opera, fra le quali: l`aggiornamento dei corrispettivi contrattuali con il General Contractor (Impregilo Spa), il Monitore ambientale (Fenice Spa) e il Project Management Consultant (Parsons Transportation Group), nonché l`aggiornamento della convenzione con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e del piano finanziario. Siccome questa struttura SpA è formata da aziende pubbliche, paga … pantalone. `Il nostro programma - ha concluso Ciucci - è di dare avvio il prossimo anno alle attività  di progettazione definitiva, con l`obiettivo di cantierare i lavori entro la metà  del 2010 e di inaugurare la nuova opera entro il 2016″. Intanto questo ponte che non doveva costare nulla agli italiani secondo Berlusconi, ci costerà  molto e già  senza aver chiaro il quadro generale dei finanziamenti necessari, la Società  del Ponte ha cominciato a sperperare denaro pubblico. Le lobby del cemento, dell`acciaio, dei grandi gruppi finanziari del nord Italia, dell`Impregilo e aziende collegate, del movimento terra e le organizzazioni criminali, sono in referente attesa. La torta, per un progetto inutile, pazzesco e costosissimo è grande. C`è spazio per tutti. Aspettate gente, aspettate! Che si faccia o no questo ponte comunque è una gallina dalle uova d`oro. Si spreca denaro pubblico perché in definitiva chi paga è il cittadino con tasse e gabelle. Osservatorio Sicilia

UN PAESE SEMPRE PIU` DISUMANO E FASCISTA: Dieci cpt, nuovi di zecca. Costo: 78 milioni di euro.

Un aumento dei `clandestini` del 60 percento. Quindi, via libera alla costruzioni di dieci nuovi Cpt, centri di permanenza temporanea (quelli con sbarre e filo spinato). Che, nel frattempo, si sono sottoposti a una cosmesi e ora si chiamano Cie, Centri di identificazione ed espulsione. Poi, giro di vite sui ricongiungimenti familiari e sui richiedenti asilo. Roberto Maroni ha avuto l`approvazione dal Consiglio dei ministri. `Sui richiedenti asilo c`è una normativa più stringente ` ha sottolineato il titolare del Viminale- visto che l`aumento degli sbarchi di immigrati riguarda soprattutto i richiedenti asilo, con oltre 14.000 domande di cui la metà  accolta. C`è la necessità  di provvedere a definire meglio le procedure, per evitare un abuso delle domande d`asilo come scorciatoia per rimanere in Italia`. Infatti, testuale del ministro, `il clandestino che arriva viene messo in un centro di identificazione chiuso e controllato da cui non può uscire, mentre un richiedente asilo viene messo in una struttura senza obbligo di permanenza e senza possibilità  di essere controllato`.La ricetta del ministro delle impronte digitali costerà  settantotto milioni di euro in tre anni per la costruzione di nuovi cpt per gli immigrati e per l`ampliamento di quelli già  esistenti.L`obiettivo e` aggiungere mille posti, raddoppiando quasi l`attuale ricettivita` che e` di 1.160. Gli sbarchi lungo le coste nazionali, si legge nella relazione illustrativa del Viminale, “rendono urgente adeguare le strutture di trattenimento degli stranieri da espellere alle dimensioni e all`entita` del fenomeno in atto. Per quanto concerne gli sbarchi, infatti, rispetto l`anno precedente si e` verificato un aumento di oltre il 60 percento del numero degli stranieri clandestini arrivati sulle coste nazionali. Alla data dell`11 settembre scorso, gli stranieri sbarcati sono stati 23.604. Nel corrispondente periodo del 2007 e del 2006 erano stati rispettivamente 14.236 e 15.999″. Di qui la necessita` di “un piano straordinario di ampliamento della ricettivita` dei centri di identificazione ed espulsione per garantire la migliore funzionalita` delle procedure di espulsione attraverso la costruzione di nuove strutture di trattenimento”. L`italiano dalla sintassi contorta del ministero è tutto qui: dieci nuovi centri di detenzione, e le restrizioni di cui sopra. L`opposizione è tiepida, a dir poco ( d`altronde le responsabilità  in materia iniziarono proprio dalla cosiddetta `Turco-Napolitano`). Immediato ilcomunicato dell`Arci: la costruzione di nuovi dieci Cie non ha alcuna giustificazione. È solo «propaganda», utile solo ad «orientare l`opinione pubblica verso la criminalizzazione degli immigrati», creando solo humus per forme di razzismo, dice Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell`Arci. «Non si capisce - dice - la motivazione di Maroni. Non è che con altri Cie ci saranno più espulsioni. Gli sbarchi sono aumentati ma i Cie non sono fatti per chi sbarca ma per chi deve essere espulso ed in attesa di identificazione. La maggior parte delle persone presenti nei Cie sono ex detenuti e in molti ci sono posti liberi». Inoltre, «la percentuale delle persone espulse tramite i centri, rintracciate irregolarmente non supera il 4 percento».

LA RECENSIONE: “Io, killer della mafia, uccidevo per piacere” di Stefano Zurlo


MAURIZIO AVOLA (Foto di Enrico Di Giacomo)

Maurizio Avola, sicario del clan Santapaola, racconta i suoi 80 omicidi: “Mi sentivo come un rigorista alla finale dei mondiali, adoravo quel lavoro”. “Ricordo l`uomo che mi implorò di lasciarlo vivere, ma io lo finii con tre colpi”Milano - La prima volta, anche per un mafioso, è dura. Col tempo diventerà  un killer senz`anima, ma il battesimo di sangue, quello non se lo scorderà  più. Maurizio Avola, cresciuto nel perimetro violento di una Catania in balia di Cosa nostra, ricorda come un incubo la prima volta in cui la famiglia di Nitto Santapaola, il suo mito, gli chiese di uccidere un uomo: «Si chiamava Andrea Finocchiaro; la sua unica colpa era di essere vicino all`onorevole Salvo Andò, uno dei politici più in vista della Sicilia». Un uomo indifeso che non sospettava minimamente quel che gli sarebbe accaduto: sembrava facile, fu terribile. «Iniziai a sparare, il silenziatore già  inserito, ma ero teso. Con i primi due colpi lo ferii ad un fianco e ad un braccio». Lui, con un piede già  nella fossa, provò a salvarsi: «Lasciami vivere: ho moglie, bambini, non faccio del male». Passarono pochi secondi. «Tre, quattro, cinque, cento, impossibile dirlo. Lui che continuava ad implorarmi, a guardarmi. Lo finii con tre colpi alla testa. E poi rimasi a fissarlo stupefatto». Qualche minuto dopo, Maurizio Avola, vomitò l`anima: «Ah, la coscienza. Che problema, eh Maurizio?», gli sussurrò Aldo, un altro picciotto. Sì, la coscienza poteva essere un problema, ma solo all`inizio: «Guarda che anche i migliori la prima volta vomitano», gli spiegò l`amico, più esperto. È proprio così, ci racconta il killer, arrestato nel `93, oggi pentito e detenuto in un carcere del Sud (almeno fino all`anno prossimo, quando potrebbe ottenere gli arresti domiciliari). Col tempo uccidere diventò una professione, la sua, la sua specialità : Avola ha ammazzato 80 persone, una più una meno, e alla lunga ha smarrito la contabilità  esatta di questo cimitero, arrivando a confondere nomi e numeri. Una storia che affiora in tutta la sua crudezza nel libro appena pubblicato da Fazi: Mi chiamo Maurizio sono un bravo ragazzo ho ucciso ottanta persone, firmato a quattro mani da Roberta Gugliotta e Gianfranco Pensavalli. Avola ci riporta a ritroso nel tempo, a cavallo fra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta. E ci descrive la vita paranoica di un killer: a Catania in quel periodo si moriva per un nonnulla e spesso la famiglia Santapaola affidava l`incarico a lui. «Come sempre, prima di un omicidio o di una rapina, mi sentivo un rigorista ad una finale dei mondiali. Affrontare una giornata da killer è un`eccitazione che pochi sperimentano. In tutta onestà , io amavo quella sensazione. Le persone che mi passavano di fianco per strada mi sembravano così piccole, e non lo sapevano, mentre io ero il padrone delle loro vite». Avola uccide piccoli mafiosi, che hanno compiuto qualche sgarro, e personaggi famosi come il giornalista Pippo Fava. Un giorno gli affidano il compito di far cadere in trappola Saro, un traditore. Per tre settimane Avola si guadagna la fiducia della futura vittima: gli prospetta la possibilità  di compiere una rapina insieme. Saro abbassa la guardia e finisce nella rete: «Mi sentivo una spia… Ti fai amico un tizio e dopo un po` lo uccidi. Era lavoro». Lavoro che passava attraverso la tortura: «Prendemmo sotto le ascelle Saro e lo portammo in un`altra stanza, dove c`erano le armi, lo legammo alla sedia, cominciammo a interrogarlo per farci dire se era un confidente della polizia. «Tradire l`organizzazione… che minchia ti sei messo in testa?… Estrassi dalla pistola tutti i proiettili tranne uno, girai il tamburo e iniziai a premere il grilletto con la canna puntata alla sua testa. C`era un silenzio glaciale. Mentre ero piazzato davanti a lui e continuavo con la mia bella roulette russa, la prima a cedere fu la sua vescica. Prima gli colorò i pantaloni, poi il pavimento». Saro implora Maurizio: «Darei qualsiasi cosa per farmi perdonare. Non uccidermi, ti prego…». Il killer che la prima volta aveva esitato e vomitato l`anima, si commuove. Ma alla maniera di Cosa nostra: «Strano a dirsi, mi impietosì, e lasciai gli altri a strangolarlo. Quando lo ammazzarono mi trovavo nella stanza accanto. Il cadavere venne avvolto in una coperta e bruciato in campagna. L`auto di Saro venne poi guidata fino a Catania e consegnata ad un rottamaio per essere “tagliata”». Questa era la Catania dei Santapaola. Con una media, all`inizio degli anni Novanta, di tre omicidi al giorno. E una ferocia cinematografica che non ammette confronti, non solo con i classici come Il padrino, ma nemmeno con le pellicole più truci: «Turi e Melo furono uccisi perché Santapaola non si fidava più di loro. Dopo essere stati strangolati furono gettati dentro un porcile. Per stimolare i maiali, i cadaveri furono tagliati all`altezza del ventre, e sul sangue i suini si avventarono, sotto lo sguardo compiaciuto dei presenti». Così si moriva e si muore nel «regno» di Cosa nostra. da www.ilgiornale.it

INTERESSA A QUALCUNO?: Massacro in Kenia. Almeno 300 giovani uccisi!

Alcune centinaia di giovani, 300 o forse addirittura 500, appartenenti alla setta dei Mungiki, un gruppo religioso keniano, sono stati uccisi da squadroni della morte. Lo denuncia la Commissione nazionale per i diritti umani in Kenia, in un rapporto pubblicato il 23 settembre. Secondo la Commissione le squadre omicide sarebbero controllate dai servizi segreti di Nairobi e godrebbero della protezione di politica e polizia. I giovani sarebbero stati fermati nel corso di massiccie retate e caricati su camion. Di loro non si sono più avute notizie fino al ritrovamento dei cadaveri, stipati in fosse comuni. Quasi tutti presentavano segni di torture, mutilazioni, segni di annegamento e un colpo d`arma da fuoco alla testa.