
Che nostalgia quella Sicilia dei lenzuoli bianchi, in cui credevo, su cui scommettevo ogni giorno e su cui quotidianamente sfogliavo il mio futuro. Che Paese ferito ma vivo era quello del `92 e poi quello del `93. Era da brividi anche soltanto stringersi le mani, formare delle catene dense e danze di energie positive, era amore. Verso tutte quelle vittime che si erano succedute, ma anche e soprattutto verso la vita. Che rinasceva per magia. Era primavera. La nostra primavera. La primavera siciliana, di un Paese intero. E` stato bello, crescere, battere le mani, piangere. Tutti assieme. Collettivamente. I Siciliani, l`Isola, Alfredo Galasso, Umberto Santino e prima ancora il pianto e l`appello di Rosaria Schifani `Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare, ma loro non cambiano`, l`amarezza di Caponnetto, i giudici ragazzini, la Rete, le sentite parole di `Minchia signor Tenente` e tanto altro ancora. Ma poi qualcosa non è andato per il verso giusto. No, non in noi che abbiamo continuato a credere, lottare, scrivere, fotografare. I professionisti dell`antimafia hanno iniziato a far carriera. A diventare presidenti di tutto. A sedersi con mafiosi, paramafiosi e forze dell`ordine. A rappresentare lo Stato, favorendo nel frattempo l`antistato. A chiedere voti a chi dovevano combattere. A fare sempre più soldi da finti martiri di avversari inventati, fasulli, come loro. Hanno scritto libri, partecipato al Maurizio Costanzo Show, hanno alimentato il loro ego, senza credere in quello che facevano, ma recitando una parte che gli è convenuta (le scorte come status symbol comprese). Sono scomparsi quasi tutti. Ma dove sono? Hanno mentito e pensato che l`antimafia fosse una moda e non un credo quotidiano con cui convivere fino all`ultimo giorno della tua vita. Adesso però, cara Italia del `92 e del `93, ti saluto, ti guardo per l`ultima volta mentre vado via, mentre scatto l`ultima fotografia. Dico addio ad un sogno, al `68 dell`antimafia, alle bandiere rosse ed a quelle con i volti di Falcone e Borsellino, non più sacra sindone nelle vostre pareti ormai di cartapesta. Oggi ho vestito per l`ultima volta quella stessa maglietta che misi in quel corteo con in testa Antonio, papà  di tutti noi che ci manca come mai prima di adesso. Gli occhi di Caponnetto erano i nostri blue eyes. E` stato bello seguirti, anche se solo per lo spazio di un attimo troppo breve. Le tue lacrime erano le nostre. Pendevamo come equilibristi dalle tue dolci parole. Quel tuo `E` finito tutto` ci tolse la forza di ricominciare, sommersi dall`amarezza e lo sgomento. Ma durò qualche minuto. Poi sentimmo in tv le urla di tanti palermitani onesti che gridavano `NON CI LASCIARE` alle quali seguì la tua frase `Finché mi sostengono le mie forze, farò quello che potrò fare…`. Masticavamo coraggio, e di notte sognavamo un Paese libero, senza capi mafia, estortori, strozzini, latitanti. Ma invece di latitanti questo Paese si è popolato. Hanno cambiato casacca. Hanno preferito tradire loro stessi e gli altri. Hanno preferito non pensare più, non rischiare più. Hanno preferito far cassa, parchi senza alberi e foglie ma con fogli pieni di vuote parole, hanno deciso di `crescere`, perché credere, contestare, sognare era da bambini, da immaturi. Meglio far crescere figli annacquati, e durante qualche cena tra amici mostrare qualche foto ingiallita di quando si era stati più giovani e magari con in testa il basco. Avete mentito a voi stessi e siete già  morti. Avete tagliato le gambe di migliaia di giovani con cui camminavano le idee dei nostri eroi. Avete rimosso la parte più bella di voi, in nome di una inutile poltrona, di una lapide senza fotografia. Sentirete freddo dentro, tutte le volte che vi specchierete. Siete ormai soltanto ritagli di giornali, purtroppo ancora ospiti di format televisivi, fiori marciti sulle tombe dei nostri ideali. Ma tu, voi che avete amato, dimenticate quei volti tristi, falsi. Era amore, e non è mai un errore… ENRICO DI GIACOMO






1 commento
Mi ricordo Caponnetto e Rita Borsellino a Messina, nel ‘94, l’Aula Magna dell’Universitàstraboccanye di giovani, e poi le assemblee pubbliche, i sit-in davanti al Palazzo di Giustizia. Eravamo a Messina e sembrava di essere a Milano, a Roma, a Palermo. E noi due eravamo lì, caro Enrico. Forse ci siamo rimasti, mentre altri, come tu scrivi, facevano carriera. Eppure, anche per questa nostra strana città, le coscienze che si formarono allora sono oggi l’unica speranza. Esiste una trincea immaginaria dentro la quale un manipolo di soldati resiste. L’ultima legione, We were Soldiers, o più semplicemente ciò che resta di un sogno, ciò che resta della nostra gioventù. Ma penso pure che questa resistenza non è inutile: a tratti potrebbe sembrarlo, ma se riusciamo a non tacere, a non girarci dall’altro lato, ecco, sento che non tutto saràperduto. I giovani sono distratti da un bombardamento mediatico senza precedenti (che a noi fu risparmiato), ma in fondo hanno ancora desiderio di conoscenza. Sta a noi aiutarli a sapere, a trovare dunque nella nostra storia e nella nostra tradizione gli strumenti necessari a resistere. La notte prima o poi passerà.
1 Ottobre 2008 3:47
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