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Guerra in Congo, Medici senza frontiere: violenza ai massimi livelli degli ultimi anni

Sono nell’ordine di decine di migliaia le persone in fuga dal Nord Kivu, dove è ormai guerra aperta. Combattimenti contrappongono regolarmente dal 28 agosto la guerriglia del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) guidata dal deposto generale tutsi Laurent Nkunda alle forze armate congolesi (Fardc) nelle colline del Nord-Kivu, in violazione di una tregua sancita dall’accordo di pace di Goma firmato nel gennaio 2008. Le dimissioni ieri del nuovo comandante della missione Onu nel Paese, Monuc, hanno confermato ulteriormente le difficoltà crescenti dei caschi blu, che non riescono più a impedire i combattimenti tra la guerriglia e l’esercito.
Domani “visita d’urgenza” del commissario Michel
Il commissario europeo incaricato dello Sviluppo, Louis Michel, farà a partire da domani una “visita d’urgenza” nella Repubblica democratica del Congo per valutare le necessità causate dai combattimenti nel Nord-Kivu. Lo ha annunciato un portavoce. Nel corso della sua visita di due giorni, Michel “si concentrerà sulla situazione nel Nord-Kivu da un punto di vista umanitario”, ha precisato il portavoce, Amadeu Altafaj, “un numero senza precedenti di persone fugge dalla zona del conflitto e occorre rispondere a necessità umanitarie urgenti”. Venerdì il Programma alimentare mondiale (Pam) dell’Onu aveva ritenuto che la recrudescenza dei combattimenti nella provincia del Nord Kivu avesse messo in fuga oltre 200mila persone dalla fine di agosto. Durante la sua visita a Kinshasa, Louis Michel dovrebbe inoltre incontrare il presidente Joseph Kabila.
Medici senza frontiere: violenza ai massimi livelli degli ultimi anni
Medici senza frontiere (Msf) denuncia il fallimento della comunità internazionale di far fronte alla crisi umanitaria della provincia del Nord-Kivu, nella Repubblica democratica del Congo, sollecitando un maggiore impegno da parte delle Nazioni Unite e di tutte le agenzie internazionali, per portare aiuti a una popolazione “stremata da 10 anni di guerre e fughe”. “Il conflitto non è nuovo, va avanti da 10 anni - afferma in conferenza stampa a Roma il capo missione di Msf nel Nord-Kivu, Colette Gadenne - ma la violenza ha raggiunto i suoi massimi livelli negli ultimi anni, rendendo molto, molto difficile portare assistenza alla popolazione civile”. Difficile sì, sottolinea Gadenne, “ma non impossibile, se si attua una strategia più attiva, più dinamica” che rispecchi la situazione sul terreno, dove la popolazione si sposta di continua e spesso rimane “intrappolata in punti dove le agenzie umanitarie non riescono ad arrivare”. Secondo stime Onu sono 250.000 gli sfollati negli ultimi due mesi, a causa della ripresa degli scontri a fine agosto tra miliziani e truppe governative, che si vanno ad aggiungere agli altri 850.000 gia’ registrati nella regione. “La missione dell’Onu non sta assolvendo al suo mandato, che è quello di proteggere la popolazione civile dalla violenza - continua Gadenne - nelle zone dove lavoriamo assistiamo a una fuga continua delle persone dai propri villaggi. Le nostre unità vedono i villaggi vicini alla linea del fronte completamente abbandonati. E’ evidente che gli abitanti di questi luoghi non sono affatto protetti”. Msf è spesso l’unica organizzazione umanitaria presente nelle zone colpite dal conflitto. Di fronte a questa situazione, Msf ha deciso di lanciare “un grido alle Nazioni Unite e alle agenzie umanitarie perché incrementino la loro presenza sul territorio” e perché “il grande pubblico si renda conto delle tragedie che questo popolo vive”.

L’INCHIESTA: Battesimo di fuoco in Mali per Africom, il Comando delle forze armate USA per l’Africa

Dal 3 al 20 novembre 2008 la Repubblica del Mali, in Africa occidentale, sarà sede di un’imponente esercitazione militare (“Flintlock 2008â€) che sancirà l’esordio operativo del comando per le operazioni delle forze armate statunitensi in Africa (Africom), insediatosi a Stoccarda (Germania). All’esercitazione, oltre a Stati Uniti e Mali, parteciperanno militari di alcuni paesi africani alleati della regione; è inoltre previsto lo schieramento nell’aeroporto di Bamako, degli aerei da trasporto C-130 “Hercules†e dei nuovissimi velivoli a decollo verticale CV-22 “Osprey†del Comando per le Operazioni Speciali dell’Us Air Force, già sperimentati in Iraq. Flintlock è la principale delle esercitazioni militari che gli Stati Uniti realizzano nell’ambito del Programma Trans-Sahara Counterterrorism Partnership (TSCTP), l’iniziativa del Dipartimento di Stato e del Pentagono per “prevenire i conflitti†ed “assistere i governi islamici moderati e le popolazioni della regione nella lotta contro l’ideologia estremista ed il terrorismoâ€. Secondo il Comando Africom, “il principale scopo di Flintlock 2008 sarà quello di assistere le nazioni partner a stabilire e sviluppare l’interoperabilità militare e il rafforzamento delle relazioni regionali, in supporto di future congiunte operazioni umanitarie, di peacekeeping ed intervento in caso di disastriâ€. Già lo scorso anno, nei mesi di agosto e settembre, il Mali aveva ospitato l’edizione 2007 di “Flintlock†condotta dal 3° Special Force Group dell’Us Army con sede a Fort Bragg (Nord Carolina), a cui avevano partecipato militari di Algeria, Burkina Faso, Ciad, Francia, Gran Bretagna, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Olanda, Senegal e Tunisia. Flintlock 2007 doveva limitarsi all’addestramento preventivo ma uno strano “incidente†avvenuto il 13 settembre ha rivelato come le forze armate statunitensi siano invece il direttamente coinvolte nel conflitto che vede contrapporsi nella regione settentrionale del Mali, l’esercito nazionale ed i movimenti Tuareg della cosiddetta “Alleanza per il cambiamentoâ€. Allora un velivolo Usa C-130, “utilizzato per sostenere le unità anti-insorgenti del Mali†– secondo quanto poi ammesso dal Pentagono – ingaggiò un combattimento contro le forze Tuaregâ€. L’Hercules fu pure colpito alla carlinga, ma poté fare rientro a Bamako. Non si trattò di un evento isolato: proprio nei giorni della grande esercitazione multinazionale, i militari del Mali sferrarono diversi attacchi contro i ribelli Tuareg nella regione desertica al confine tra Algeria e Niger. Vere e proprie operazioni di guerra dunque, giustificate dalla lotta a tutto campo contro il “terrorismo islamicoâ€, anche se l’Alleanza al cambiamento dei Tuareg è un’organizzazione che in più di un’occasione ha operato d’accordo con il governo di Algeri contro il Gruppo Salafista per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), ritenuto da Washington e dai partner Nato come l’entità pro-al Qaeda più pericolosa nella regione.
Il Mali trampolino di guerra degli Stati Uniti
L’asse militare Usa-Mali è uno tra i più consolidati nel continente africano. Negli ultimi due anni, il Pentagono ha trasferito al paese tecnologie militari per un valore di 7.727 milioni di dollari, mentre grazie al programma “ATA Anti-Terrorism Assistanceâ€, la polizia del Mali è stata equipaggiata con armi leggere per un valore di 564.000 dollari. Dal 2006 lo scalo aereo di Senou, Bamako, è stato messo a disposizione delle forze armate statunitensi come “base operativa avanzata per il combattimento, la sorveglianza ed altre operazioni militariâ€. I primi contingenti degli Stati Uniti sono giunti in Mali nel 1992, dopo la fine della prima Guerra del Golfo: si trattò allora della Guardia Nazionale dell’Alabama e del Tennessee che fu impiegata nell’addestramento delle forze armate locali. L’anno di svolta fu il 1997 quando gli Stati Uniti effettuarono in Mali due esercitazioni bilaterali e la prima esercitazione multinazionele “Flintlockâ€, sotto il coordinamento del 96° battaglione Us Army di Fort Bragg. Nello stesso anno, l’Us Air Force assicurò il trasporto di 680 soldati maliani in Liberia nell’ambito della controversa operazione di “peacekeeping†nel paese lacerato dal conflitto civile. Nel 2000, grazie ad un contratto sottoscritto dal Pentagono con un contractor statunitense privato, furono consegnati i primi aiuti militari alle forze armate del Mali (armi e componenti elettroniche per gli aerei DC3). L’anno successivo, il Mali ospitò l’edizione annuale di Flintlock, a cui parteciparono ancora una volta i reparti speciali dell’esercito Usa e una componente dell’Us Navy inviata dal Comando navale Usa di Napoli. Nel marzo 2004, militari del 10° Gruppo Aviotrasportato delle Forze Speciali dell’Us Army (di stanza a Fort Carson, Colorado e Stoccarda), addestrarono in tre località del paese (Bamako, Gao e Timbouctu) le forze armate di alcuni paesi del Sahel, in operazioni “guerra al terrorismoâ€. Quanto appreso fu messo immediatamente in pratica in occasione di un’azione congiunta sferrata nell’aprile 2004 dalle truppe di Ciad, Mali e dalla “Joint Task Force JTF Aztec Silente†(la forza Usa d’intelligence, sorveglianza terrestre, aerea e navale con sede a Sigonella, Sicilia), contro il Gruppo Salafista per la Predicazione e il Combattimento. Nei combattimenti al confine tra Algeria e Mali persero la vita 43 presunti salafisti. È stata realizzata in Mali quella che è considerata come la più imponente delle esercitazioni eseguite dagli stati Uniti nel continente africano dopo la seconda guerra mondiale. Nel giugno 2005, ancora una volta sotto le insegne di “Flintlockâ€, oltre 700 militari del 20° Gruppo Speciale della Guardia Nazionale (Alabama) e delle forze speciali dell’esercito giunti direttamente dall’Iraq, conducevano l’addestramento delle truppe d’elite di Algeria, Ciad, Mali, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal. Nel novembre 2006, la località di Kali ha pure ospitato un training di tre settimane del 10° Gruppo delle Forze Speciali dell’Us Army e dei reparti di volo del 352° Special Operations Group dell’Us Air Force di base a Mildenhall (Gran Bretagna). Si tratta, quest’ultimo, del gruppo che potrebbe essere trasferito a medio termine in Spagna o in Italia a supporto delle future operazioni di Washington nel continente africano.
Neoliberismo ed economie di guerra
Agli interventi militari di routine in Mali, l’amministrazione Bush ha affiancato un milionario piano di “aiuti allo sviluppo†coordinato da USAID, l’agenzia per la cooperazione degli Stati Uniti che riveste il ruolo di componente “civile†del Comando Africom. Oltre ad operare nella prevenzione e nella lotta all’Aids e alla malaria, USAID finanzia la costruzione di scuole e centri sanitari e l’installazione di centinaia di emittenti radio. Tutte infrastrutture gestite da privati, ovviamente, nel nome del neoliberismo più sfrenato. “Sul fronte economico – scrive soddisfatto Alex Newton, direttore USAID in Mali – l’economia sta crescendo di circa il 5% l’anno, in larga parte grazie alle politiche di alleggerimento incoraggiate da USAID, come lo smantellamento di molte grandi imprese statali e l’introduzione di nuove varietà di riso e più recentemente di grano e sorgoâ€. “Sotto il nuovo programma IICEM di USAID – aggiunge Newton - stiamo lavorando con piccoli imprenditori e il governo per sviluppare in nuove aree le coltivazioni destinate all’esportazione, come ad esempio fatto con il mango destinato principalmente all’Europa, la cui produzione è raddoppiata. Con la recente impennata mondiale nel prezzo del cibo, cosa positiva per i produttori nazionali, e lo stimolo che ciò può dare alla produzione, il Mali potrebbe divenire un esportatore di vertice di cereali alla regioneâ€. Il Mali è inoltre tra i paesi prescelti da Washington per il Millennium Challenge Corporation, il piano per “l’affermazione della libertà economica in Africaâ€, e sta ricevendo 461 milioni di dollari per un dissennato programma d’irrigazione di circa 15.000 ettari di terreno convertiti alla produzione intensiva di riso, congiuntamente all’ammodernamento dello scalo aereo di Bamako per consentire il trasferimento della produzione risicola al mercato internazionale. Aiuti vincolati allo smantellamento dell’industria statale e alle monocolture per l’esportazione dunque, in un paese che è già il trampolino avanzato delle forze armate (e del capitale) statunitense in Africa occidentale, mentre il 60% della popolazione è condannata alla morte per fame. ANTONIO MAZZEO

VISTI DA DESTRA: Ponte sullo Stretto e Casinò, due vicende parallele…

Messina - Tra i temi che nella festa regionale dell’Mpa hanno avuto specifico e ampio spazio di dibattito con due tavole rotonde, il Ponte sullo Stretto e il Casinò di Taormina. Due questioni aperte, che presentano un comune tortuoso quanto interminabile iter. Si tratta di due vicende caratterizzate da un percorso simile anche se per la grande opera di ingegneria il percorso legislativo si è abbondantemente esaurito mentre per la casa da gioco è tutto da scrivere. Però, di entrambe si parla da decenni; per tutte e due si è assistito in questo ultimo mezzo secolo a ricorrenti ventate di ottimismo come se si fosse prossimi all’avvio; per poi precipitare puntualmente nella delusione. Argomenti su cui la “Gazzetta del Sud” ha incalzato il presidente della Regione Raffaele Lombardo, nell’intervista che ha chiuso la tregiorni di dibattiti in Fiera, sgombrando subito il campo dalla falsa questione mafia e invitando a fare attenzione ai “poteri forti” che hanno difatti prevaricato lo stesso Statuto. E sul Ponte, opera che il Governo Berlusconi ha ripreso inserendola tra le priorità, dopo l’abbandono dell’esecutivo Prodi, tutto fa ritenere che si stia pe riaccendere i motori: progetto definitivo entro il 2009, avvio dei cantieri nel 2010. Sarà vero? Lo stesso Piero Ciucci, presidente dell’Anas e della società Stretto di Messina è stato ottimista e cauto al contempo, perché dipenderà dalla ricerca di risorse sul mercato internazionale, una volta aggiornata l’analisi costi alla luce dei prezzi delle materie prime schizzati nel borsino oltre ogni prevedibile piano di massima. Senza considerare la probabile resistenza di gruppi economici del Nord che pure nell’ultimo consiglio dei ministri hanno esercitato influenza dirottando verso il Settentrione oltre un miliardo di euro sottratto alle regioni del Mezzogiorno. Parallela la vicenda casinò. Vi sono nuove proposte di legge a firma dei deputati dell’Mpa, l’ultima dell’on. Roberto Commercio, supportata da altre iniziative in sede legislativa regionale (presentate da Leanza e altri) che riaccendono l’interesse; si è mobilitato il Comune di Taormina; il presidente della Regione considera sacrosanta la rivendicazione della casa da gioco in Sicilia; destra e sinistra concordano: ma forse proprio per questo i quattro casinò si stanno compattando per ergere una barriera di difesa e ostacolare qualsiasi “turbamento” del mercato. Fatto sta che dopo essere stati penalizzati allora (nel ‘61 quando Guarnaschelli riuscì ad aprire Villa Mon Repos e far girare la roulette), la storia si ripete col rischio che ancora una volta abbia ragione Raffaele Lombardo: la battaglia non è tra destra e sinistra ma fra Nord e Sud. Lo Statuto, speciale sulla carta, nei fatti non lo è stato; e con onestà si deve ammettere che la responsabilità è di chi lo ha tradito per decenni. Lo dimostra anche il caso Saint Vincent, quando davanti al decreto del presidente della regione autonoma Valle d’Aosta (che istituiva il casinò) il governo De Gasperi preferì lasciar correre e far finta di nulla, legittimando di fatto quella casa da gioco, spegnendo così sul nascere la minaccia di quella Regione di promuovere un referendum per farsi annettere dalla Francia. Insomma ottanta anni dopo, tra Nord e Sud il gap prosegue, anzi aumenta e neppure il codice penale è uguale per tutti. Su questo scenario si inizia a giocare adesso una partita nuova che dovrà riscattare la Sicilia dalla condizione di emarginazione che su diversi profili e per lungo tempo ha inciso nello sviluppo dell’isola e nel benessere dei suoi cittadini. ma. cav.

L’INCHIESTA: CENT’ANNI DI SOLITUDINE. LE FAVELAS DI MESSINA di Giusi Viglianisi

Dici “Ponte sullo Stretto†e loro ridono e ti mostrano una passerella di legno tirata su per superare un rigagnolo di fogna a cielo aperto che separa due blocchi di capanne: il Ponte di Messina con vista sul liquame. Sono tremilatrecentotrentasei le baracche costruite dopo il terribile terremoto – magnitudo 7,2 della scala Richter – che all’alba del 28 dicembre del 1908 distrusse la città dalle fondamenta, si portò via le vite umane, le case e anche buona parte di una cultura millenaria. Si trovano nei quartieri di Giostra, Camaro e Fondo Fucile e ci vivono ancora più di tremila famiglie, dunque anche tanti bambini. Non rappresentano l’emergenza abitativa di un’ondata migratoria, ma sono cupe dimore italiane. Baracche con lastre di eternit per tetto, pareti in cartongesso ricoperte da muffa e umidità, che si affacciano su strade-cunicoli circondate di spazzatura, spesso senza acqua corrente, con impianti elettrici di fortuna. Cento anni esatti. E in queste favelas italiane nel cuore della città, insieme ai topi che rappresentano ormai una buona parte della popolazione, vive la terza generazione di messinesi. Ci vivono, lavorano (quando il lavoro c’è), pagano le tasse, e votano i politici di turno e le loro promesse mai mantenute. Da cento anni. Come quegli ammalati che, essendo ammalati da troppo tempo, hanno sviluppato una sorta di rassegnazione al loro stato, non ne concepiscono più un altro diverso. I primi rifugi per i senzatetto furono costruiti tre anni dopo il terremoto, con gli aiuti provenienti da tutto il mondo e Messina diventò tutta di legno. Nel ventennio fascista si costruirono le prime baracche in muratura, le “casette ultrapopolari a uso provvisorio” in attesa della costruzione delle abitazioni vere e proprie in cemento armato. Che non arrivarono mai. Nel secondo dopoguerra, con il prosperare del potere democristiano, si radicò la cultura della baracca, quella cultura, cioè, dell’assistenzialismo e del clientelismo che fece considerare lo status di “baraccato” come una condizione auspicabile per avere diritto alla casa popolare. Le istituzioni che avrebbero dovuto collaborare fra loro per la ricostruzione, non riuscirono mai a trovare un accordo politico e così, in questa enorme, quasi grottesca attesa, i quartieri delle baracche di Messina diventarono fecondi serbatoi di voti e, italianamente, il partito migliore rimase - ed è ancora - quello del non far niente. Diciotto anni fa, nel 1990, l’ultima legge in ordine di tempo previde la riqualificazione del territorio mettendo a disposizione 500 miliardi di lire per il periodo 1990-94 con l’ambizioso proposito di smantellare tutte le baraccopoli e di trasferire tutta la popolazione in alloggi di civile abitazione. Di quei 500 miliardi ne sono stati usati solo 150. Gli altri, svaniti. Perduti chissà come, finiti chissà dove. I piani particolareggiati per il risanamento sono stati approvati solo nel 2002 e nel 2004 la regione Sicilia ha stanziato altri 70 milioni di euro, ma gli espropri, le demolizioni e le nuove costruzioni non sono mai partite. A nulla è valsa anche l’interrogazione parlamentare che ha fatto il 16 luglio del 2007 Rita Borsellino sulle “Ragioni del mancato smantellamento delle baraccopoli realizzate a seguito del terremoto che colpì la città di Messina nel 1908â€. Così, per disperazione o per assuefazione, alcune famiglie di Messina ormai fanno le terremotate a vita. Senza grandi ribellioni. In queste baracche che sembrano trincee, in questi tuguri infestati dai topi: ogni tanto viene fuori un gesto di dispetto e un sorcio finisce preso a colpi di scopa. L’amianto cancerogeno delle tegole di eternit continua a sgretolarsi e dai tetti continua ad infiltrarsi acqua piovana e rassegnazione. Cento anni, e le capanne dei terremotati di Messina sono ancora lì, specchio distorto di una terra placidamente sfinita dalle false promesse, dalla sottrazione dei diritti e dallo smarrimento della capacità d’indignazione. Provvisorie. All’infinito.

A MESSINA UNA TARGA PER GRAZIELLA CAMPAGNA: Tante emozioni per Graziella e tutte le vittime della Mafia

È stata scoperta stamani nella piscina comunale di Messina una targa, realizzata da Cecilia Caccamo e dedicata a Graziella Campagna, 17 anni, assassinata dalla mafia. “Graziella Campagna - ha detto il procuratore capo Luigi Lo Forte, presente alla cerimonia - ha pagato con la vita il suo essere una ragazza onesta e libera, e quindi una persona che la mafia temeva. Se lei come altre vittime della mafia sono morte è perché noi non siamo stati abbastanza vivi e capaci di scandalizzarci abbastanza nelle ingiustizie”. “Una grande giornata per Graziella e tutte le vittime della Mafia - ha detto pure il fratello di Graziella, Pietro Campagna- Speriamo serva ad evitare altre vittime”. Le associazioni che hanno organizzato la manifestazione ricordano che, “nonostante da 11 anni la piscina sia intitolata alla ragazza di Saponara, purtroppo le varie amministrazioni non hanno mai provveduto a mettere un’insegna o una targa che potesse essere memoria e denuncia contro la mafia”. In città è anche il giorno di Padre Alex Zanotelli presente alla cerimonia. Il padre comboniano, noto per le sue missioni umanitarie in Africa e per il suo impegno sociale e politico.

Trapani: In manette anche i politici assieme all’avvocato a servizio dei mafiosi Francesca Adamo

Parlava con in boss latitanti, procurava “teste di paglia” ai mafiosi e conosceva anche uno dei nascondigli del capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. E’ quanto emerge dall’inchiesta di carabinieri e polizia di Trapani che hanno arrestato politici locali, mafiosi e l’avvocatessa Francesca Adamo, finita in carcere con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Era proprio lei, intercettata dalle microspie mentre parlava con i boss di Trapani, a rivelare di essersi incontrata più volte con il latitante, Cosimo Raccuglia, il numero di Cosa Nostra dopo Matteo Messina Denaro. E di questi rapporti l’avvocatessa se ne vantava pure dicendo di essere in grado anche di procurare “manovalanza” da mettere al servizio dei boss trapanesi. Undici i provvedimenti cautelari di vario tipo emessi dal gip presso il Tribunale di Palermo. Tra i destinatari dei provvedimenti cautelari il reggente della famiglia mafiosa di Alcamo, Ignazio Melodia, detto “u rizzu”, finiti agli arresti, e il consigliere provinciale dell’Udc, Pietro Pellerito, sottoposto all’obbligo di firma. Altri dieci indagati sono stati interessati da perquisizioni e contestuale notifica di informazioni di garanzia. Tra i delitti commessi, tutti aggravati per essere stati commessi con il “metodo mafioso”, figurano, oltre alle numerose estorsioni, anche l’interposizione fittizia di alcune società, reati di falso, danneggiamenti, attentati incendiari, simulazione di reato ed altro. Tra gli indagati Vito Turano, padre dell’attuale presidente della Provincia di Trapani Mimmo Turano dell’Udc, e per anni sindaco democristiano di Alcamo: è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo le intercettazioni l’avvocato, parlando con alcuni indagati, avrebbe detto che incontrava ad Altofonte (Palermo), il latitante Domenico Raccuglia. Avrebbe parlato anche di Matteo Messina Denaro e di Bernardo Provenzano come se avesse già avuto contatti con loro. Nell’ambito dell’operazione antimafia nel trapanese che ha fatto luce sulle estorsioni e sui rapporti tra Cosa nostra e politica, il gip di Palermo ha disposto il sequestro della “Medi Cementi” di Alcamo, riconducibile al boss Diego Melodia, arrestato in nottata insieme al nipote Ignazio Melodia. In base alle indagini la famiglia mafiosa era riuscita ad ottenere il sostanziale monopolio per la fornitura del calcestruzzo per tutti gli appalti pubblici e privati sul territorio di Alcamo. Dopo aver eliminato tutte le altre ditte concorrenti, gli arrestati, attraverso una serie di attentati e danneggiamenti, avevano imposto a tutte le imprese operanti nel settore di approvvigionarsi unicamente presso lo stabilimento sequestrato. I rapporti tra l’avvocatessa ed i boss vengono definiti dal pm, Paolo Guido, “inquietanti”. “Appare quindi evidente, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il ruolo rivestito dall’avvocato Francesca Adamo, non è certo quello proprio di un avvocato, ma bensì quello di un consigliere fidato, a conoscenza di ogni aspetto delle dinamiche criminali che interessano le famiglie “d’onore” del territorio alcamese, la quale ragiona e suggerisce la adozione di misure dalla tipica connotazione mafiosa, laddove induce Liborio Pirrone a coinvolgere nella propria società dei personaggi palermitani di sicuro peso criminale al fine di coartare la volontà della famiglia Melodia, secondo un tipico modo di agire della criminalità organizzata locale”.
di FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI