L´ultima notizia sul fronte della droga arriva dall´Afghanistan. La Nato ha deciso di concentrare i suoi sforzi nella lotta alla produzione di papavero. Non è l´ennesima battaglia di una guerra infinita. E´ qualcosa di più. «La produzione di oppio ha raggiunto vette altissime», spiega Antonio Maria Costa, uno dei rari italiani al vertice delle Nazioni Unite, da due anni direttore dell´Undoc, l´United Nations Office on Drugs and Crime. «Ce n´è talmente tanto che solo il 60 per cento viene trasformato in eroina. Il restante 40 per cento non sanno come venderlo. Lo immettono sul mercato senza bisogno di raffinarlo. Dieci anni fa il rapporto era esattamente opposto. Il confine tra Pakistan e Afghanistan pullula di laboratori. Abbiamo chiesto alla Nato di bombardarli. Hanno detto che si può fare. Il processo di riconversione parte da qui». Antonio Costa è l´ultimo zar antidroga. Anche se di zar, inteso come poliziotto, non ha nulla. E´ piuttosto un manager, con una lunga preparazione economica e finanziaria, che dal suo quartiere generale cerca di arginare il più grande business del mondo. E´ l´uomo più indicato con cui parlare dei nuovi traffici degli stupefacenti, dei successi e delle sconfitte di una guerra che sembra impossibile da vincere. Ci concede due ore, chiusi nel suo ufficio al 17° piano del palazzo in vetro e cemento che spicca alla periferia di Vienna. Un tavolo apparecchiato per una veloce colazione, una montagna di fogli e dossier, carte geografiche, grafici, statistiche e un messaggio che il responsabile di questa battaglia infinita lancia in modo chiaro: la droga è illegale perché è pericolosa, non è pericolosa perché illegale. «Non si tratta di un principio etico. E´ un vero allarme», sostiene il direttore dell´Undoc. Afferra uno dei documenti che campeggiano sul grande tavolo di cristallo e lo apre al paragrafo sette. «Ecco, è scritto tutto qui. Il mondo medico ha scoperto una realtà emersa solo negli ultimi tre anni. Ci sono sempre più casi, per esempio, di correlazione tra uso della cannabis e manifestazioni di schizofrenia. Tutto dipende dalle componenti che ci sono dentro la cannabis. Fino a qualche anno fa la percentuale di Thc, il delta 9 tetraidrocannabinolo, si trovava in una quantità del 2-3 per cento; oggi è del 22 per cento. Il Cbd, il cannabiloide, elemento che provoca l´euforia e viene usato, nella medicina, per attenuare il dolore, si è sensibilmente ridotto». La tesi non è nuova. Nel dibattito sulla differenza tra droghe leggere e droghe pesanti si confrontano e si scontrano spesso scuole di pensiero diverse. Ma Antonio Costa su questo sembra non avere dubbi. «Nell´ultimo rapporto, che mi ha consegnato poche ore fa un gruppo di medici di Brooklyn, gente che conosco, molto liberal, aperta, disponibile, si afferma che la proporzione tra i due elementi si è capovolta. Oggi la marijuana è prodotta in laboratorio. Si è arrivati alla sua modificazione genetica. E´ molto più forte. Con la stessa quantità si ottiene un effetto moltiplicato. E´ chiaro che non tutti gli assuntori hanno la stessa reazione. Dipende dai nostri geni. Ma questo può spiegare perché ad alcuni non fa assolutamente nulla mentre in altri provoca manifestazioni di schizofrenia». Ma la schizofrenia interessa poco ai quartieri di Johannesburg in mano alle bande di trafficanti, all´Europa invasa dalla cocaina, al Messico sconvolto da una violenza senza precedenti per gli scontri tra polizia e cartelli della droga. Si ha l´impressione che a un secolo dalla prima dichiarazione di Shangai, la guerra agli stupefacenti nel mondo segni il passo. Antonio Costa scuote la testa. Prende altri dossier, altri grafici, altri studi appena ultimati e cerca la risposta. «Ecco, guardi queste tabelle. Tutti i nostri dati ci confermano che siamo sulla strada giusta. Ci troviamo di fronte ad un business, enorme, forse il più grande del mondo, superiore al petrolio, alle armi, al traffico umano, all´industria del sesso. Parliamo di 321 miliardi di dollari. Se questa massa di denaro fosse stimata come pil, il grande affare della droga si piazzerebbe al 14° posto nella classifica mondiale dei paesi più ricchi. Subito dopo la Svezia». «E non si tratta», aggiunge con passione, per essere più convincente, «di rapporto tra domanda e offerta. Perché la domanda è stabile. Sono la produzione e la diversità degli stupefacenti offerti, alcuni di ultimissima generazione, che crescono. Molti paesi hanno diminuito l´uso di droghe, altri vivono momenti drammatici. Fa parte di un ciclo che coinvolge ogni singolo Stato. Questione di scelte politiche, di condizioni economiche e di sviluppo in cui si trovano i paesi. Ma anche di mode, di informazione, di coscienza, di battaglie sanitarie, preventive». «Il nostro ufficio», aggiunge Costa, «ha tre emergenze. La nascita e la diffusione di nuovi stupefacenti, il cambio delle rotte del traffico, l´irruzione di masse enormi di denaro sporco in alcuni stati». La più grave? Il direttore dell´Undoc risponde di getto. «Le pasticche. Il mercato è invaso da anfetamine e eccitanti. La cocaina, nonostante le apparenze, è in calo ma ha modificato le sue rotte di traffico. Con le conseguenze, economiche, finanziarie, geopolitiche di intere aree un tempo totalmente immuni a questo fenomeno. Il 40 per cento della coca è diffuso negli Usa, un altro 40 in Europa. Il restante 20 è concentrato in Africa. E´ la spia di un cambiamento. L´Africa non ne fa uso, è diventata il terminale per la distribuzione. Un grande silos all´aria aperta. Il caso della Guinea-Bissau è illuminante. Prima la cocaina arrivava dal Sudamerica alle isole di Capo Verde. Adesso, dopo che è stato segnalato il problema, il traffico si è trasferito nell´arcipelago davanti alla Guinea. Molte isole, pochi controlli. Centinaia di milioni di dollari da distribuire. Nel 2000 erano stati sequestrati 97 chili, l´anno scorso 6.458. Il paese ha un pil di 125 milioni di dollari ma registra investimenti per 304 milioni. Tanto denaro corrompe, compra, cambia, altera l´economia di uno Stato e condiziona quella dei vicini». L´Africa è sotto tiro? Il direttore dell´Undoc indica la cartina dell´Africa segnata da cerchi concentrati. «Queste sono le quantità di droga sequestrate. Sono aumentate del 400 per cento. L´Africa rischia di esplodere sul business della droga. Soprattutto l´Africa occidentale». Difficile, davanti a questa realtà , indicare i successi. Antonio Costa preferisce parlare di stabilizzazione del fenomeno droga. «Un secolo fa», ricorda, « il mondo doveva fare i conti con l´oppio. Nella sola Cina c´erano 50 milioni di consumatori: un quarto della popolazione. Oggi chi fa uso di droga rappresenta lo 0,6 per cento della popolazione sul pianeta: 25 milioni su quasi 7 miliardi di abitanti. Il fenomeno si è stabilizzato ma non risolto. In Australia, come in Svezia, in Svizzera, perfino negli Usa, si consuma meno cocaina. Il calo è netto. Ma viene sostituita dalle anfetamine e dai nuovi prodotti chimici». L´opposto dell´Italia che è invasa dalla polvere bianca. «L´Italia come la Russia sta vivendo quell´ondata che altri paesi hanno già vissuto. Oggi fa i conti con la cocaina». Le due ore sono passate. Il tavolo che ci ha ospitati è ancora sparpagliato di mappe e grafici. Il direttore le raccoglie, pensieroso. «Abbiamo sottovalutato la diversificazione degli stupefacenti», ragiona con tono critico, «le conseguenze dell´espansione del mercato nero, usato troppa repressione e poca prevenzione sanitaria. Il primo problema per le Nazioni Unite è la salute. Il drogato, per noi, è un ammalato e va curato. Come chi soffre di diabete. Ci vuole una grande campagna informativa, di educazione, di assistenza. L´ignoranza, nello sballo anche saltuario, provoca la morte. L´Italia, su questo, ha ancora molto da fare».