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IL GRANDE CIRCO DELLA TV: Domenica-In il ritorno. A distanza di sette giorni Giletti dà «La parola agli studenti»

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“Speriamo solo di essere riusciti a far capire che gli studenti dell’Università di Messina possono camminare a testa alta, hanno il coraggio dello loro azioni e non sono di certo rappresentati da coloro che anzichè parlare a di fronte a tutti preferiscono nascondersi dietro un cappuccio”. Queste alcune dichirazioni rilascateci a caldo da Mauro Prestipino appena terminata la puntata di Domenica-In. Come anticipato qualche giorno, infatti, anche questa domenica l’apertura del pomeriggio di Rai Uno è stata interamente dedicata alla nostra Università. Questa volta però gli studenti non hanno declinato l’invito e con coraggio, così come riconosciuto sia dal padrone dei casa che da tutti gli ospiti intervenuti al dibattito, hanno deciso di parlare a nome dei i ragazzi dell’Ateneo. Seduti sugli spalti dell’Arena di Domenica-In Mauro Prestipino, Ramona Arena, Nicola Barbera, Felice Panebianco e Piero Adamo dell’associazione universitaria Atrjeu. Questi i nomi dei ragazzi che si sono battuti in prima linea per difendere il loro essere studenti. E a loro che Massimo Giletti ha dato la parola, facendo però una ben precisa premessa e ribadendo di non aver mai accusato i ragazzi di omertà ma piuttosto di non aver condiviso la scleta di alcuni di loro di non partecipare alla trasmissione perché sintomo di “connivenza” ad un inutile silenzio. Un silenzio che continua ad essere mantenuto dai rappresentanti della facoltà di Veterinaria che «ancora una volta hanno declinato il mio invito» afferma Giletti, ma non da coloro che questo pomeriggio hanno deciso di metterci la propria faccia spiegando innanzitutto come quell’intricato sistema di parentele che soffoca l’Università finisca col danneggiare prima di tutto gli studenti, il cui impegno e dedizione allo studio rischia di essere definitivamente compromessa a causa di un sistema, purtroppo malato, del quale fanno parte in qualità di “proprietari” dell’Ateneo e di cui al tempo stesso sono vittime. Un presunto “vittimismo” che viene però messo sotto accusa dal mass-mediologo Klaus Davi che attacca invece proprio i ragazzi, compresi i presenti, perché con il loro atteggiamento troppo spesso “silenzioso” e di non denuncia hanno contribuito ad alimentare un sistema come quello della parentopoli universitaria. Un’affermazione cui fa eco la replica infuocata dei ragazzi in studio e dello stesso Giletti che in più occasioni prende le difese dei giovani ospiti. Proprio loro che cercano di far capire al folto uditorio, e non solo quello presente nell’Arena, come «i loro eroi non siano né il rettore Tomasello, né tantomeno i professore Cucinotta o Minniti, bensì personaggi del calibro dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino». Affermazione quest’ultima che fa ovviamente scattare uno “scontato” e più che mai sentito applauso da parte di tutto il pubblico. Uno degli studenti afferma di essere consapevole come e quanto la sua apparizione televisiva renderà più complicato il raggiungimento del traguardo laurea. Una frase che fa però balzare sulla sedia l’opinionista Alba Parietti che “accusa” lo studente di volersi solo creare un alibi a quelli che sono invece personali demeriti. Sarà poi veramente così? Va inoltre riconosciuto come le provocazioni lanciate la settimana scorsa da Giletti abbiano sortito non pochi effetti tra i corridoi dell’Ateneo di Messina, visti i numerosi ospiti presenti oggi in studio, e non solo studenti. A prendere la parola, infatti, anche diversi docenti, tra cui il professore Antonio Saitta che ha ribadito la necessità che il rettore Tomasello rassegni al più presto le proprie dimissioni in quanto «atto dovuto nei confronti di tutto l’Ateneo e sintomo di una profonda autoanalisi», come sostiene anche il rettore del Politecnico di Torino Francesco Profumo. Un attacco pesante quello riservato da Saitta nei confronti di tutta la squadra di governo universitario che qualche giorno fa, riunita in Senato Accademico, riportiamo uno stralcio del comunicato, ha stabilito: «Dopo gli interventi del Preside della Facoltà di Medicina Veterinaria, prof. Vincenzo Chiofalo, e dei rappresentanti degli studenti in seno al Consiglio della Facoltà di Medicina Veterinaria, Maria Flaminia Persichetti ed Ettore Napoli, ha deciso, dopo ampio dibattito, in considerazione dei fatti incontestabili presi in esame, di accogliere la proposta del Preside ed invitare l’Amministrazione ad adottare provvedimenti esemplari nei confronti dei dipendenti dell’Università che, intervenendo a trasmissioni televisive, hanno reso dichiarazioni lesive dell’immagine dell’Ateneo». Decisioni inevitabilmente finite nel mirino dell’Arena e a cui ha cercato di dare una spiegazione il professor Fulvio Cintioli, docente della facoltà di Economia a Messina, e che lontano dal considerare quel provvedimento come una “minaccia” nei confronti del personale docente, sarebbe piuttosto da considerare una forma di tutela dell’immagine dell’Ateneo. Ma a parlare del caso “Università di Messina” interviene telefonicamente anche la professoressa Domina, docente di ematologia clinica veterinaria proprio alla facoltà dello “scandalo,”, costretta, sostiene, ad andare in pensione a 57 anni perché intervenuta contro quel sistema. Dichiarazioni pesanti cui fanno ovviamente eco quello del professore Cintioli che anche in questa occasione interviene per “spiegare” le ragioni dell’Università e di Tomasello. Una querelle non da poco quella avuta di in diretta tv tra i due docenti e per certi versi permette di intuire come e quanto anche dall’altra parte della cattedra si celino non pochi dissapori. Le battute finali, di un acceso, accesissimo dibattito sono lasciate agli studenti, quelli presenti in studio ma, simbolicamente quelle di tutto l’Ateneo di Messina. Alla notizia della nuova puntata di Domenica-In dedicata alla nostro ateneo, ci chiedevamo proprio come sarebbero usciti da questo nuovo “scontro”, se a testa alta o con le ossa rotte, e ciascuno vedendo la puntata avrà già abbondantemente tratto le proprie conclusioni. L’Università rimane purtroppo quella dei “concorsi truccati”, ma gli studenti no, non sono più quelli dello scorsa settimana. Sono al contrario coloro che hanno rappresentato una parte “sana” della città che, decisamente a testa alta, è riuscita a “recuperare” quanto in questa lunga settimana di polemiche sembrava essere stata persa: la dignità di essere studenti dell’Ateneo messinese. Elena De Pasquale - Tempostretto.it

L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE VITTIME INTERVIENE ALL’ATTACCO DEL “VERMINAIO”

L’Associazione nazionale familiari vittime di mafia è al fianco di chi denuncia per spazzare via il “verminaio messinese”. Queste le parole dei componenti dell’ Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, per voce del presidente Sonia Alfano, dopo l’intervento di alcuni onesti cittadini messinesi alla trasmissione “Domenica In”: “Dopo le dichiarazioni e le notizie apprese dalla trasmissione di Rai Uno, Domenica In, nello spazio “L’ Arena” dedicato alla parentopoli messinese, torniamo a chiedere ancora una volta che venga fatta piena luce sul criminoso sistema in vigore nella città scandalo d’Italia, Messina. Da tanti, troppi anni, Messina è affetta da un immobilismo ed un artificiosa calma creata ad hoc per permettere il tranquillo proliferare della mafia ed il pacifico proseguimento delle vita delle associazioni criminali. Il recente rinvio a giudizio del rettore dell’ ateneo messinese e la parentopoli portata all’attenzione dell’opinione pubblica dal settimanale “Centonove”, sono soltanto gli ennesimi episodi scandalosi nella vita di una città che di per sé può essere definita uno scandalo. A Messina c’è la strana consuetudine di insabbiare ogni cosa e di ricucire in fretta qualsiasi squarcio si riesca ad infliggere al velo criminale cosicché il “verminaio messinese” che coinvolge vasti pezzi delle istituzioni cittadine, della giustizia, dell’imprenditoria, del giornalismo e dell’università, possa inabissarsi nuovamente nel silenzio. L’ Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, per rispetto nei confronti di Adolfo Parmaliana, lucidamente suicidatosi nel disperato tentativo di riportare l’attenzione sul sistema Messina, ed in onore delle vittime innocenti della mafia, continuerà a denunciare a gran voce gli scandali della città di Messina fino a che non sarà fatta chiarezza ed il verminaio messinese non sarà definitivamente spazzato via. La nostra associazione, inoltre, si schiera al fianco di chi ha coraggiosamente denunciato il sistema Messina, consapevole delle gravi ripercussioni che quelle denunce avrebbero sortito, ed al fianco dei molti ragazzi messinesi stanchi di subire sulla propria pelle quel sistema. Al Procuratore Lo Forte, persona dalla luminosa carriera, chiediamo ancora una volta un’ azione seria, limpida e decisa tesa a far pulizia anche e soprattutto negli ambienti della giustizia messinese occupati da personaggi dalla deprecabile condotta etica e professionale.”

MESSINA: SI VUOL FARE IL PONTE ED INTANTO NELLE SCUOLE CITTADINE SI SFIORA LA TRAGEDIA…!

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Foto: Enrico Di Giacomo - CORRIERE DELLA SERA del 30-11-08

I bambini della III A dell’elementare Tommaseo devono ringraziare i loro angeli custodi. Se i detriti piovuti dal soffitto non fossero caduti di notte, ma durante il normale orario di lezione, a quest’ora staremmo raccontando di una tragedia, come quella vissuta al liceo di Rivoli, in Piemonte, qualche giorno fa. E devono sentirsi “miracolati” anche gli alunni delle altre classi del primo piano del plesso scolastico di viale Europa, perché crolli si sono verificati in più di un’aula e anche nei bagni. Conseguenze del maltempo che ha flagellato Messina nella giornata di venerdì? Assolutamente no. Il cedimento dei controsoffitti aveva avuto precise avvisaglie nelle scorse settimane ed è semplicemente scandaloso il fatto che questa scuola era stata da meno di un anno sottoposta a un intervento di “maquillage” interno, con i lavori di ristrutturazione appaltati dalla giunta Genovese. Interventi che non sono serviti a nulla, perché il problema dei vecchi pluviali (risalenti agli anni Trenta) non è stato risolto, visto che la loro sostituzione era stata prevista in una successiva fase, quando si sarebbero dovuti rifare la facciata e il sistema di raccolta e di scolo delle acque piovane. Ed è incredibile come non ci possa sentire sicuri neppure in una scuola appena ristrutturata (ma vi rendete conto che quei pannelli di cartongesso e quei calcinacci avrebbero potuto seppellire decine di bambini?), figuriamoci in quei plessi – e sono quasi il 40 per cento in città, secondo le stime della Cgil – che non hanno neanche il certificato di agibilità. E così, dopo i crolli e le inchieste del passato più o meno recente, si “riscopre” l’emergenza edilizia scolastica, che in realtà non è mai tramontata, perché la situazione resta drammatica anche quando i riflettori sono spenti. E vi sono altri “fronti di guerra”, come quelli denunciati dal consigliere della III Circoscrizione Libero Gioveni, che fa riferimento alle preoccupazioni crescenti dei genitori degli alunni della scuola elementare Gentiluomo di Camaro o della Principe di Piemonte. Ma casi più o meno gravi sono facilmente riscontrabili in tutto il territorio cittadino e provinciale. Il sindaco Giuseppe Buzzanca, appresa la notizia del crollo, si è recato di prima mattina alla “Tommaseo” e, assieme al dirigente scolastico Placido Vitale, ha effettuato un sopralluogo alle aule del primo piano (dichiarate inagibili dai vigili del fuoco) e ai cantinati sommersi da acqua, fango e calcinacci. «Apriremo un’indagine amministrativa, verificheremo se ci siano state o meno responsabilità nella progettazione e nella realizzazione degli interventi», assicura Buzzanca. Subito dopo è arrivato l’assessore alla Pubblica istruzione Salvatore Magazzù, il quale ha confermato che gli alunni della “Tommaseo” saranno trasferiti temporaneamente nei locali dell’Istituto Antoniano (ma si dovrà inevitabilmente ricorrere ai doppi turni). E nel pomeriggio è intervenuto anche l’assessore regionale Antonello Antinoro: «La prossima settimana – ha annunciato l’assessore – incontrerò il sottosegretario e capo del Dipartimento della protezione civile, Guido Bertolaso, al quale esporrò la necessità assoluta di ottenere maggiori risorse da destinare alla sicurezza degli edifici scolastici. Già domani contatterò il sindaco ed il presidente della Provincia di Messina, con i quali pianificherò tutte le azioni da compiere». Lucio D’Amico - GazettadelSud

C’era chi aveva già previsto tutto…
Due milioni 553 mila euro: questo l’importo a base d’asta stanziato dal Comune per il progetto di manutenzione straordinaria della scuola elementare Tommaseo, della vicina media Manzoni e della media e materna Vann’Antò. Un appalto complessivo, aggiudicato alla ditta catanese Pappalardo, con interventi progettati da due professionisti esterni, gli ingegneri Francesco Celeste e Luigi Pellegrino. Dovendosi dividere le somme tra le quattro scuole, per la “Tommaseo” sono rimaste disponibili solo quelle per la ristrutturazione interna. L’allora assessore Liliana Modica (giunta Genovese) aveva previsto una seconda tranche di lavori, che avrebbe dovuto comprendere il rifacimento dei prospetti e del sistema di raccolta delle acque piovane. Qualcuno, però, aveva previsto quanto accaduto ieri (fortunatamente senza drammatici esiti). Carmelo Cardillo, componente del consiglio scolastico provinciale e dirigente sindacale, nel 2007 aveva preso carta e penna e scritto all’assessore Modica, denunciando, tra le altre cose, «l’inesistenza del solaio tra le tegole e il cartongesso sul quale sono state collocate le plafoniere, con grave pericolo per l’incolumità di alunni e docenti alla minima infiltrazione d’acqua». Facile Cassandra, si direbbe oggi. La risposta dei progettisti non si era fatta attendere: «Come da progetto – scrivevano gli ingegneri Celeste e Pellegrino, rivolgendosi al responsabile del procedimento, l’arch. Danilo De Pasquale – è prevista la revisione totale della copertura. Saranno presi tutti gli accorgimenti per realizzare il lavoro a perfetta regola d’arte». Evidentemente quegli “accorgimenti” non sono bastati. E oggi l’inchiesta della magistratura (un fascicolo è stato immediatamento aperto dalla Procura della Repubblica) e l’indagine amministrativa preannunziata dal sindaco Buzzanca dovranno fare chiarezza sulle eventuali responsabilità. Perché se il crollo di ieri non ha avuto tragiche conseguenze, lo si deve solo alla dea bendata o, per chi crede, alla protezione della Madonnina.(l.d.)

«Conviviamo ogni giorno con la paura»
«Noi della Tommaseo siamo sempre stati fortunati. Queste cose qui succedono o nella notte o all’alba». Rosina Valenti insegna da quindici anni nella scuola di viale Europa e un mese fa è stata costretta a fare lezione nei corridoi del primo piano. In una delle sue classi il controsoffitto rischiava di crollare proprio a causa delle infiltrazioni d’acqua, esattamente com’è accaduto ieri mattina nell’aula accanto. Ma sia lei che le sue colleghe ricordano bene tutte le volte in cui alla Tommaseo si è sfiorata la tragedia. «Questa non è la prima volta – dice Francesca Murabito, da più di quindici anni in questo istituto – ma la terza, la quarta, la quinta che succede una cosa come questa. Ogni anno, all’arrivo delle piogge, si verifica un crollo». Ogni anno un crollo, dunque, nonostante un intervento di ristrutturazione eseguito soltanto l’anno scorso e nonostante, a vederla da dentro, questa scuola sia tornata come nuova. Non del tutto evidentemente. E le testimonianze di chi da tempo ci lavora ne sono la prova. Francesca Murabito ricorda bene quando, intorno al 2001, vennero realizzati alcuni interventi sempre a causa dell’umidità nei controtetti. In quell’occasione la vecchia dirigente, Giovanna Bertè, la nominò responsabile della sicurezza per conto dell’istituto: «Scuola dichiarata per qualche tempo inagibile e crollo del controsoffitto – racconta l’insegnante - e la colpa era sempre dei pluviali». Problemi che quindi si trascinano per decenni senza mai trovare soluzione. Fino a ieri, con l’ennesimo crollo. «Quando abbiamo aperto la classe – racconta uno dei bidelli – abbiamo avuto l’impressione di rivedere le immagini della televisione della tragedia di una settimana fa». La mente è corsa subito a quanto accaduto a Rivoli, dove per il crollo di un controsoffitto uno studente di 17 anni ha perso la vita. E adesso cosa accadrà alla Tommaseo? Il dirigente scolastico, Placido Vitale, ha già adottato dei provvedimenti perché «dobbiamo sapere se possiamo entrare vivi in questa scuola e possiamo uscirne vivi». Da lunedì sette classi verranno ospitate all’istituto Antoniano, dove sia la materna sia le elementari saranno costrette a fare i doppi turni. Le lezioni nell’istituto di viale Europa continueranno solo in tre aule al piano terra, dove non esiste alcun pericolo. Arrabbiati ma soprattutto preoccupati i genitori dei piccoli studenti che ieri mattina ricordavano quanto accaduto il mese scorso, con una classe costretta a fare lezione nei corridoi per una settimana intera. Intanto, la Flc della Cgil denuncia: il 35 per cento degli edifici scolastici di Messina e provincia non ha la certificazione di agibilità. «Lo avevamo detto nella conferenza stampa di inizio anno scolastico il 16 settembre – dichiara la responsabile, Graziamaria Pistorino – e avevamo anche chiesto alle amministrazioni competenti, Provincia e i Comuni, l’istituzione di un Tavolo tecnico permanente per affrontare insieme questo ed altri problemi, prima che capitasse qualche incidente. Nonostante le molte sollecitazioni, nessuna convocazione è mai arrivata». La segretaria provinciale si è poi soffermata su altri due scuola a rischio sul fronte della sicurezza: l’istituto Giovanni XXIII e il Cesare Battisti. Giovanna Cucé

FASCISTOPOLI: LA DENUNCIA DI UNA STUDENTESSA SULLO ‘STATO DI POLIZIA’ ALL’INTERNO DELL’UNIVERSITA’ DI MESSINA!

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Occuparsi dei disastri dell’università di Messina ultimamente sta diventando un hobby, e non mi riferisco nè a voi nè a Santoro, ma a chi si permette di accusare la totalità degli studenti di quest’ateneo di omertà quando è palese che siano le vittime assolute di questo sistema. Penso che in questo contesto sarebbe ancora più significativo parlare dei fatti di ieri. Vi faccio un breve riassunto. In vista dello sciopero nazionale del 12 dicembre, il movimento studentesco cittadino contro la legge 133 aveva organizzato un corteo di protesta nelle vie del centro fino ad arrivare alla stazione. I lavoratori dell’atm, l’azienda trasporti pubblica, in lotta da tempo per la mancata corresponzione di tre mensilità, avrebbero dovuto partecipare al corteo e nella giornata di ieri, tra le 4 e le 10 del mattino, hanno attuato una forma di protesta piuttosto radicale, occupando i traghetti e le linee ferroviarie. Forse per evitare che l’episodio si ripetesse, malgrado fosse impossibile bloccare qualcosa che era già bloccato da ore per il maltempo (a testimonianza si potevano chiamare in causa gli autisti dei 400 tir bloccati in coda per le strade della città dal mattino), forse per le linee politiche di repressione del dissenso del nuovo vicequestore cittadino, al corteo, che si svolge pacificamente sotto una pioggia torrenziale che determina un’affluenza ridotta (circa 50 persone), le forze dell’ordine superano di gran lunga il numero dei partecipanti. Giunti all’università centrale, il corteo si scioglie e si indice un’assemblea in un’aula della facoltà di giurisprudenza (contigua al rettorato), il cui uso da parte del movimento era stato garantito in precedenza proprio dal rettore e dai suoi portavoce. Poco dopo l’inizio dell’assemblea, una decina di poliziotti entra nell’aula intimandoci di lasciare quei locali, poichè l’autorizzazione ricevuta è in contrasto con la tesi di un delegato del rettore che asserisce di essersi appena consultato con il Magnifico e che lui abbia espresso chiaramente la volontà di non concederci lo spazio. A quel punto gli studenti decidono di chiedere chiarimenti al rettore stesso su questo repentino, quasi umorale, cambiamento d’opinione. Serpeggia il sospetto che sia legato all’intenzione del movimento di prendere una posizione unitaria sulle vicende giudiziarie che coinvolgono proprio il Magnifico in un’assemblea pubblica. Ma è evidente che non è possibile aprire un dialogo sull’argomento, posto che, oltre a seguirci e tentare di mimetizzarsi in mezzo a noi, la polizia, ma soprattutto il vicequestore di Messina, sceso in prima linea contro questi 20 o 30 studenti facinorosi bagnati come dei pulcini e tremanti per il vento freddo, blocca tutte le porte del rettorato e anche i cancelli laterali che ne permettono l’uscita. Siamo in trappola nel cortile, sotto il diluvio perchè non ci è permesso entrare nei locali della nostra università, ma nemmeno uscirne. Se la Chiesa ha rinnegato il limbo è evidente che la questura di Messina vuole ripristinarlo, non concependo alternative a quel ridicolo sequestro di fatto che ci lascia sulle scale (nè fuori, nè dentro). Alla nostra richiesta di spiegazioni sull’ostruzione di ogni porta tale da non consentire l’ingresso dei dipendenti dell’università, nè l’uscita dei partecipanti ad un convegno che nel frattempo si svolge nei locali della facoltà di giurisprudenza, ci viene risposto che il rettore non “ci vuole e non ci può ricevere”. Intanto la situazione degenera (sempre e solo dialetticamente) fino all’affermazione di un poliziotto secondo cui per entrare all’università abbiamo bisogno di “un’autorizzazione scritta del rettore e della polizia!”. A questo punto, convinti che quella forma di controllo/persecuzione sia legata ad un fraintendimento sulle sorti del corteo che la polizia crede sia ancora in corso, proclamiamo ufficialmente sciolto il corteo e decidiamo di disperderci artificiosamente in modo da non avere più bisogno, nè diritto, a quello straordinario schieramento di forze dell’ordine. Il ragazzo, che prima cercava di dialogare, dopo essere stato minacciato viene seguito e fatto oggetto di identificazione per due volte consecutive.Quando torniamo alle porte la polizia resiste sulle sue posizioni e al secco rifiuto stavolta si accompagna la chiusura delle porte stesse. Quindi, con un gruppo ulteriormente sfoltito, decidiamo di recarci al convegno organizzato dal Cesv di Messina su integrazione e solidarietà con le minoranze straniere.Tanto per cambiare, ci viene negato l’accesso anche li. I casi sono tre: o l’Italia non è più un Paese libero, o l’Università ha già smesso di essere pubblica, o siamo in uno stato di polizia senza palesi dichiarazioni ufficiali in merito. Non solo non possiamo transitare all’interno dei locali della sede centrale nemmeno per usufruire dei servizi igienici (a me personalmente viene richiesto di “cercare una soluzione alternativa”), ma non ci è data la possibilità di seguire un convegno che dovrebbe essere destinato a noi. Anche li, la polizia chiude le porte d’ingresso. D’altronde già in precedenza ci era stato bloccato l’ingresso al rettorato, proprio il giorno di un’assemblea generale d’ateneo autorizzata, per cui abbiamo dovuto sfruttare un ingresso laterale chiuso dagli agenti dopo qualche minuto con catena e lucchetto. Una ragazza telefona a suo padre, uno dei relatori dell’incontro, il prof.Mantineo, chiedendogli di scendere a prenderci, dato che per qualche motivo non siamo autorizzati a prendere parte ai lavori. Il prof viene all’ingresso e inizia a parlare con il vice questore davanti a noi, ma quest’ultimo provvede tempestivamente a far sbarrare la porta tra noi e la discussione con Mantineo. Sarà proprio l’intervento del professore, che si reca a colloquio con il magnifico rettore per ricordargli caldamente che l’Università è degli studenti, che verremo ammessi, chiaramente scortati fin dentro l’aula, alla conferenza, dopo la quale saremo portati fuori dove ancora aspettano le camionette e gli agenti in tenuta antisommossa. Spero che qualcuno saprà dirmi non solo che democrazia c’è in questo sistema ma anche in quale parte gli studenti del movimento risultano silenziosi, omertosi o conniventi. UNA STUDENTESSA

VERITA’ SCIENTIFICHE: “LA SAPIENZA” BOCCIA IL PONTE SULLO STRETTO

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Il Ponte sullo Stretto? Meglio il corridoio Berlino Palermo. E’ di oggi la notizia che la maxi-struttura, la grande opera per eccellenza, il Ponte sullo Stretto è stato bocciato dall’Università “La Sapienza”, esattamente dal Dipartimento di Ingegneria Strutturale e Geotecnica, almeno in termini di sicurezza e costi. Il fenomeno del ‘galopping’, ovvero della deformazione dell’asfalto a causa del vento, il collasso provocato dalla fatica dei materiali e il fletter, un elemento destabilizzante sempre dovuto al vento, sarebbero i principali motivi della pericolosità elencati nel pezzo firmato Antonio Caporale. Alla sentenza del prestigioso Ateneo romano si unisce il coro dei pendolari che avvertono: “l’abbiamo sempre detto che il Ponte era pericoloso e caro e non ci stanchiamo di denunciare che a prevalere sono solo gli interessi privati”. Il Comitato dei pendolari chiede al Governo e agli Enti locali che si facciano garanti, “una volta per tutte”, del diritto alla mobilità. “Bisogna invertire la tendenza - rincarano la dose - quanrti soldi sono stati sprecati in questi anni per le società che si sono occupate di Ponte e Fondi”. “Ora - concludono - rivendichiamo quel denaro che dev’essere dirottato per un servizio adeguato, magari per garanttire il corridoio Berlino Palermo. Altro che ponte”.

L’UOMO del Ponte si chiama Remo Calzona. Al dipartimento di ingegneria strutturale e geotecnica della Sapienza di Roma tutti lo conoscono. E anche a Reggio Calabria. Decine e decine di sopralluoghi tra Scilla e Cariddi e viaggi in tutto il mondo. Figura illuminata a cui prima l’Anas (1986) poi il governo (2002) hanno affidato la presidenza del comitato tecnico-scientifico per la verifica della fattibilità della grandiosa opera del Ponte sullo Stretto.
“La soluzione progettuale mi appare oggi assai costosa e per nulla immune da crisi strutturali”.
Ahi, casca il Ponte?
“Bellissima domanda alla quale rispondo con Popper (ho rubato al suo pensiero il titolo del mio ultimo lavoro): La ricerca non ha fine”.
L’uomo è fallibile.
“In Danimarca il ponte sullo Storebelt ha patìto il fenomeno del cosiddetto galopping. Il nastro d’asfalto si è andato deformando, tecnicamente è una deformazione ortogonale alla direzione del vento”.
Su e giù, come fosse un grosso serpente.
“Esattamente così. Una deformazione, dovuta al fluido dinamico che impone di bloccare per motivi di sicurezza il passaggio di cose e persone. Ma il ponte si realizza proprio per permettere il transito ininterrotto”.
Se soffia il vento a Scilla, ponte chiuso.
“Anche cento giorni all’anno”.
Lei propone di ridurre l’ampiezza delle campate da 3300 a 2000 metri.
“Ci siamo accorti che la riduzione azzera quel fenomeno”.
Ma nel 2002 era di diverso parere.
“Bellissima considerazione: mi viene in aiuto ancora Popper. La scienza misura i suoi passi sui propri errori”.
I ponti si costruiscono ma ogni tanto cadono.
“Hai voglia se cadono! Nel secolo scorso abbiamo conosciuto il collasso provocato dalla fatica dei materiali”.
Come un asinello che si stanca e stramazza al suolo.
“Carichi ripetuti sulla medesima struttura, fatica sviluppata fino al punto di insostenibilità”.
Crash.
“Con la crisi del ponte di Tacoma, sopra Los Angeles, ci siamo accorti di un altro elemento destabilizzante, chiamato fletter. Sempre causato dal vento”.
Il vento eccita, maledetto lui.
“Eccita”.
Adesso siamo di fronte al galopping.
“Fare un ponte e spendere tanti quattrini per vederlo chiuso che senso ha?”.
Ne ha parlato con la società dello Stretto di Messina?
“Pensi che l’amministratore delegato, l’ingegner Ciucci, mi ha persino diffidato a pubblicare il libro che documenta le mie nuove ragioni”.
E perché?
“E che ne so! Uno gli dice che si può fare un ponte con meno della metà dei soldi e più sicuro e si sente trattato in questo modo”.
Lo deve dire a Gianni Letta.
“Io scrivo e riscrivo. Soprattutto a Letta: guarda che così non va”.
Ma Impregilo, la ditta costruttrice, ha il suo progetto. Chiederà penali.
“Chiamassero me: la metterei in ginocchio”.
Professore: e se tra tre anni, o cinque o dieci lei scova qualche altro errore?
“Bellissima domanda: rispondo ancora con Popper. Lavoriamo sugli errori e sull’esperienza per fornire una soluzione progettuale che riduca il rischio di collasso della struttura entro limiti convenuti”.
Limiti convenuti.
“Io non sono un mago”.
ANTONELLO CAPORALE - LA REPUBBLICA

MESSINA: QUANDO LO STADIO SAN FILIPPO ERA IN MANO AI CLAN MAFIOSI DI GIOSTRA E SANTA LUCIA…

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Il “pizzo” agli imprenditori e ai commercianti, ma anche a chi gestiva la ristorazione all’interno dello stadio “San Filippo” tra il 2005 e il 2007, i meravigliosi anni della serie A ormai perduta. C’è anche questo nell’atto di chiusura delle indagini preliminari dell’operazione antimafia “Case Basse 2″, il secondo filone d’inchiesta gestito dai sostituti procuratori della Dda Vincenzo Barbaro ed Emanuele Crescenti e dai carabinieri, che lo scorso 18 luglio sfociò nel blitz che smantellò un gruppo mafioso con due tronconi, operanti a Santa Lucia sopra Contesse e a Giostra, con interessi che spaziavano dalle estorsioni allo spaccio di sostanza stupefacenti. Al centro i clan della mafia emergente, capeggiati da Gaetano Barbera, Marcello D’Arrigo e Daniele Santovito, che avevano stretto un patto d’acciaio per il controllo delle attività illecite. Adesso invece ad essere coinvolti in questa tranche d’indagine sono gli imprenditori e i commercianti che hanno accettato in silenzio di pagare “il pizzo”. E ci sono anche i nomi di due collaboratori di giustizia, Salvatore Centorrino e Francesco D’Agostino, e di Giusi Puleo, la moglie del boss Gaetano Barbera. Nel corso delle indagini sull’operazione “Case basse” infatti le intercettazioni ed i collaboratori di giustizia hanno rivelato che imprenditori e commercianti si piegavano al racket, pagando somme di denaro ai clan. Ma le vittime, interrogate dagli investigatori, hanno negato, terrorizzate da ritorsioni e minacce. Il sostituto della Dda Barbaro ha chiuso le indagini fra gli altri anche per il commerciante di mobili Francesco D’Angelo e per l’imprenditore edile Rosario Di Stefano. I commercianti e gli imprenditori devono rispondere di favoreggiamento, aggravato dall’aver favorito l’associazione mafiosa, mentre i collaboratori di giustizia sono indagati tra l’altro di detenzione di una pistola e estorsione. Il sostituto Barbaro ha inviato l’avviso di chiusura indagine a Fortunato Barrile, Michele Celesti, Francesco D’Angelo, Rosario Di Stefano, Michele Galletta, Antonino Giordano, Carmelo Nostro, Carmela Pelleriti, Giusi Puleo, Giuseppe Ruocco, Letterio Ruocco, Andrea Valentini. Chiusa l’indagine anche per i collaboratori di giustizia Salvatore Centorrino e Francesco D’Agostino, e per la Puleo. Per il troncone principale dell’inchiesta, il sostituto Barbaro ha già chiesto il giudizio immediato per 29 indagati, l’udienza è fissata per l’11 gennaio prossimo. Ma c’è un capo d’imputazione molto “particolare” in questa seconda tranche dell’inchiesta, e riguarda il collaboratore di giustizia Salvatore Centorrino, che stando all’accusa tra il 2005 e il 2007 in concorso con altre due persone per cui si procede separatamente (vengono indicati i nomi «Sparacio Salvatore» e «Centorrino Franca», oltre a persone ignote), «mediante violenza e minaccia consistente nel presentarsi alle parti offese come persone vicine a pregiudicati di stampo mafioso, costringevano i titolari del servizio di ristorazione presso stadio S. Filippo di Messina a versare allo Sparacio, in occasione delle partite di calcio che si disputavano presso detto impianto sportivo, somme di denaro varianti tra i 100 e i 150 euro per ogni punto vendita, procurandosi in tal modo un ingiusto profitto con altrui danno». Ci sono poi agli atti altre estorsioni commesse tra il 2005 e il 2006, con pagamenti di centinaia o migliaia di euro, e anche richieste di assunzioni di affiliati nei cantieri edili. Un’imputazione specifica riguarda Centorrino, D’Agostino e la Puleo, che devono rispondere di associazione mafiosa e dei contatti con i boss in cella nel carcere di Gazzi. La ricostruzione storica dell’inchiesta ha un forte legame investigativo con altre altre operazioni, la “Ricarica” e la “Mattanza”, che sono strettamente connesse all’omicidio di Francesco La Boccetta, avvenuto nel 2005, un’esecuzione che all’epoca mise in luce un fatto ben preciso, è cioé come alcuni boss emergenti riuscissero ad impartire gli ordini pur essendo ristretti nel carcere di Gazzi, avendo perfino a disposizione (Barbera) un telefono cellulare. E il fatto che la “guerra” fosse sul punto di scoppiare lo dimostra, nell’aprile 2006, il ritrovamento di un arsenale, in un’officina di Zafferia, con armi da guerra (un kalashnikov), esplosivi, pistole e cartucce, di cui si occupava Daniele Santovito, indagato nel troncone principale. Nuccio Anselmo - GazzettadelSud

CATANIA, IL LABORATORIO DELLA MORTE: LA MORTE DI UN GIOVANE RICERCATORE E DI ALCUNI SUOI COLLEGHI

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CATANIA - Lo chiamava “il laboratorio della morte”. A Raffaella, la sua fidanzata, a suo padre Alfredo, lo aveva detto più volte: “Quel laboratorio sarà anche la mia tomba”. Una stanza di 120 metri quadri, tre porte e tre finestre non apribili, due sole cappe di aspirazione antiche e inadeguate e tutte le sostanze killer, le sue “compagne” di studio e lavoro lasciate lì sui banconi, nei secchi, in due frigoriferi arrugginiti: acetato d’etile, cloroformio, acetonitrile, diclorometano, metanolo, benzene, con vapori e fumi nauseabondi e reflui smaltiti a mano. Lì dentro il laboratorio di farmacia dell’Università di Catania nel quale sognava di costruire il suo futuro, Emanuele, “Lele” Patanè, negli ultimi due anni aveva visto morire e ammalarsi, uno dietro l’altro, colleghi ricercatori, studenti, professori amministrativi: Maria Concetta Sarvà, giovane ricercatrice, entrata in coma mentre era al lavoro e morta pochi giorni dopo; Agata Annino stroncata da un tumore all’encefalo; Giovanni Gennaro, tecnico di laboratorio, ucciso anche lui da un tumore. E poi quella giovane ricercatrice, al sesto mese di gravidanza, che aveva perso il bambino per mancata ossigenazione. E diagnosi di tumori a raffica: per uno studente, per una docente, per la direttrice della biblioteca, per un collaboratore amministrativo. Fino a quando, nel dicembre 2003, è toccato a lui. Ad Emanuele, 29 anni, un ragazzone forte e sportivo, laureato con 110 e lode, idoneo all’esercizio della professione farmaceutica, dottore di ricerca, stroncato in meno di un anno da un tumore al polmone. Il suo diario, adesso, è finito agli atti dell’inchiesta che tre settimane fa ha portato al sequestro e all’immediata chiusura del laboratorio di farmacia dell’Università e alla notifica di avvisi di garanzia per disastro colposo ed inquinamento ambientale all’ex rettore dell’Università ed attuale deputato dell’Mpa Ferdinando Latteri e al preside della facoltà Angelo Vanella, ad altri sette tra docenti e responsabili del laboratorio di farmacia. Da anni, ha già accertato l’indagine, sostanze chimiche e residui tossici utilizzati giornalmente venivano smaltiti attraverso gli scarichi dei lavandini, senza alcuna tutela per chi in quel laboratorio studia e lavora. Adesso, dopo la denuncia dei familiari di Emanuele Patanè, alle ipotesi di reato si è aggiunta anche quella di omicidio colposo plurimo e lesioni. Per i cinque morti e i dodici ammalati che negli ultimi anni in quegli ambienti hanno vissuto. “Quello che descrivo è un caso dannoso e ignobile di smaltimento di rifiuti tossici e l’utilizzo di sostanze e reattivi chimici potenzialmente tossici e nocivi in un edificio non idoneo a tale scopo e sprovvisto dei minimi requisiti di sicurezza”. Così Emanuele comincia le cinque pagine datate 27 ottobre 2003, tre mesi prima della sua morte. È stato l’avvocato Santi Terranova a consegnare in Procura il tragico diario ritrovato nel computer del giovane ricercatore. Nei giorni scorsi, dopo aver sentito del sequestro del laboratorio disposto dal procuratore di Catania Vincenzo D’Agata, l’anziano padre di Emanuele, Alfredo Patanè, 70 anni, si è ricordato di quelle pagine lette nel pc del figlio. “Quel memoriale Lele lo voleva consegnare ad un avvocato per denunciare quello che accadeva lì dentro, che lì dentro si moriva - racconta - Ma l’avvocato a cui si era rivolto gli aveva detto che ci volevano dei testimoni perché contro i “baroni” dell’Università non l’avrebbe mai spuntata…”. Adesso saranno i sostituti procuratori Carla Santocono e Lucio Setola a valutarne la valenza. Emanuele evidentemente si rendeva conto delle condizioni di estremo pericolo in cui lavorava, ma la paura di perdere la sua opportunità di carriera deve averlo fatto continuare. E così particolarmente grande fu la sua amarezza quando il coordinatore del dottorato di ricerca, Giuseppe Ronsisvalle, (”nonché proprietario della facoltà di Farmacia”, scrive) gli negò la borsa di studio, a lui, unico partecipante al concorso, solo perché ormai ammalato di tumore. Meglio conservare la borsa di studio per l’anno successivo per un altro studente. “Io non avevo nessuna raccomandazione - scrive Emanuele - mi chiedo come sia possibile che un concorso pubblico venga gestito in questo modo, senza nessuna trasparenza, legalità, senza nessun organo di controllo”. Lele racconta così i suoi due anni trascorsi in quel laboratorio, fino al luglio 2002, quando anche per lui arrivò la terribile diagnosi. “Durante il corso di dottorato, trascorrevo generalmente tra le otto e le nove ore al giorno in laboratorio per tutta l’intera settimana, escluso il sabato. Non c’era un sistema idoneo di aspirazione e filtrazione, c’erano odori e fumi tossici molto fastidiosi e spesso eravamo costretti ad aprire le porte in modo da fare ventilare l’ambiente”. C’erano due cappe di aspirazione antiquate “quindi lavorare lì sotto era lo stesso che lavorare al di fuori di esse”. “Dopo la diagnosi della mia malattia, cioè nel 2002, una di questa cappe è stata sostituita con una nuova. Le sostanze chimiche, i reattivi ed i solventi erano conservati sulle mensole, sui banconi, in un armadio sprovvisto di sistemazione di aspirazione e dentro due frigoriferi per uso domestico tutti arrugginiti. Dopo avere trascorso l’intera giornata in laboratorio avvertivo spesso mal di testa, astenia ed un sapore strano nel palato come se fossi intossicato”. Lele aveva annotato uno per uno tutti i suoi colleghi scomparsi e ammalati: “Sono tutti casi dovuti ad una situazione di grave e dannoso inquinamento del dipartimento e sicuramente non sono da imputare ad una fatale coincidenza. La mancata accortezza nello smaltimento dei rifiuti tossici e l’utilizzo di sostanze e reagenti chimici in assenza dei minimi requisiti di sicurezza ha nuociuto e potrà ancora nuocere se non verranno presi solerti provvedimenti”. Ma nessuno, fino alla presentazione dell’esposto da parte dei familiari di Emanuele, si era accorto che quel laboratorio si era trasformato da anni in una fabbrica di morti. dai nostri inviati FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI - REPUBBLICA.IT

SEMPRE A CATANIA MA PER POVERTA’: 30enne si suicida per i debiti
Non reggeva piu’ i debiti contratti per mantenere la propria famiglia e ha deciso di farla finita. Aveva 30 anni l’uomo che questa mattina si e’ tolto la vita nel parcheggio di una scuola di Catania. Lo hanno trovato impiccato nel camioncino dei panini che qualche giorno fa ha preso in fitto, sperando di risollevare le proprie condizioni economiche. (Agr)