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VERITA’ SCIENTIFICHE: “LA SAPIENZA” BOCCIA IL PONTE SULLO STRETTO

Il Ponte sullo Stretto? Meglio il corridoio Berlino Palermo. E’ di oggi la notizia che la maxi-struttura, la grande opera per eccellenza, il Ponte sullo Stretto è stato bocciato dall’Università “La Sapienza”, esattamente dal Dipartimento di Ingegneria Strutturale e Geotecnica, almeno in termini di sicurezza e costi. Il fenomeno del ‘galopping’, ovvero della deformazione dell’asfalto a causa del vento, il collasso provocato dalla fatica dei materiali e il fletter, un elemento destabilizzante sempre dovuto al vento, sarebbero i principali motivi della pericolosità elencati nel pezzo firmato Antonio Caporale. Alla sentenza del prestigioso Ateneo romano si unisce il coro dei pendolari che avvertono: “l’abbiamo sempre detto che il Ponte era pericoloso e caro e non ci stanchiamo di denunciare che a prevalere sono solo gli interessi privati”. Il Comitato dei pendolari chiede al Governo e agli Enti locali che si facciano garanti, “una volta per tutte”, del diritto alla mobilità. “Bisogna invertire la tendenza - rincarano la dose - quanrti soldi sono stati sprecati in questi anni per le società che si sono occupate di Ponte e Fondi”. “Ora - concludono - rivendichiamo quel denaro che dev’essere dirottato per un servizio adeguato, magari per garanttire il corridoio Berlino Palermo. Altro che ponte”.

L’UOMO del Ponte si chiama Remo Calzona. Al dipartimento di ingegneria strutturale e geotecnica della Sapienza di Roma tutti lo conoscono. E anche a Reggio Calabria. Decine e decine di sopralluoghi tra Scilla e Cariddi e viaggi in tutto il mondo. Figura illuminata a cui prima l’Anas (1986) poi il governo (2002) hanno affidato la presidenza del comitato tecnico-scientifico per la verifica della fattibilità della grandiosa opera del Ponte sullo Stretto.
“La soluzione progettuale mi appare oggi assai costosa e per nulla immune da crisi strutturali”.
Ahi, casca il Ponte?
“Bellissima domanda alla quale rispondo con Popper (ho rubato al suo pensiero il titolo del mio ultimo lavoro): La ricerca non ha fine”.
L’uomo è fallibile.
“In Danimarca il ponte sullo Storebelt ha patìto il fenomeno del cosiddetto galopping. Il nastro d’asfalto si è andato deformando, tecnicamente è una deformazione ortogonale alla direzione del vento”.
Su e giù, come fosse un grosso serpente.
“Esattamente così. Una deformazione, dovuta al fluido dinamico che impone di bloccare per motivi di sicurezza il passaggio di cose e persone. Ma il ponte si realizza proprio per permettere il transito ininterrotto”.
Se soffia il vento a Scilla, ponte chiuso.
“Anche cento giorni all’anno”.
Lei propone di ridurre l’ampiezza delle campate da 3300 a 2000 metri.
“Ci siamo accorti che la riduzione azzera quel fenomeno”.
Ma nel 2002 era di diverso parere.
“Bellissima considerazione: mi viene in aiuto ancora Popper. La scienza misura i suoi passi sui propri errori”.
I ponti si costruiscono ma ogni tanto cadono.
“Hai voglia se cadono! Nel secolo scorso abbiamo conosciuto il collasso provocato dalla fatica dei materiali”.
Come un asinello che si stanca e stramazza al suolo.
“Carichi ripetuti sulla medesima struttura, fatica sviluppata fino al punto di insostenibilità”.
Crash.
“Con la crisi del ponte di Tacoma, sopra Los Angeles, ci siamo accorti di un altro elemento destabilizzante, chiamato fletter. Sempre causato dal vento”.
Il vento eccita, maledetto lui.
“Eccita”.
Adesso siamo di fronte al galopping.
“Fare un ponte e spendere tanti quattrini per vederlo chiuso che senso ha?”.
Ne ha parlato con la società dello Stretto di Messina?
“Pensi che l’amministratore delegato, l’ingegner Ciucci, mi ha persino diffidato a pubblicare il libro che documenta le mie nuove ragioni”.
E perché?
“E che ne so! Uno gli dice che si può fare un ponte con meno della metà dei soldi e più sicuro e si sente trattato in questo modo”.
Lo deve dire a Gianni Letta.
“Io scrivo e riscrivo. Soprattutto a Letta: guarda che così non va”.
Ma Impregilo, la ditta costruttrice, ha il suo progetto. Chiederà penali.
“Chiamassero me: la metterei in ginocchio”.
Professore: e se tra tre anni, o cinque o dieci lei scova qualche altro errore?
“Bellissima domanda: rispondo ancora con Popper. Lavoriamo sugli errori e sull’esperienza per fornire una soluzione progettuale che riduca il rischio di collasso della struttura entro limiti convenuti”.
Limiti convenuti.
“Io non sono un mago”.
ANTONELLO CAPORALE - LA REPUBBLICA

MESSINA: QUANDO LO STADIO SAN FILIPPO ERA IN MANO AI CLAN MAFIOSI DI GIOSTRA E SANTA LUCIA…

Il “pizzo” agli imprenditori e ai commercianti, ma anche a chi gestiva la ristorazione all’interno dello stadio “San Filippo” tra il 2005 e il 2007, i meravigliosi anni della serie A ormai perduta. C’è anche questo nell’atto di chiusura delle indagini preliminari dell’operazione antimafia “Case Basse 2″, il secondo filone d’inchiesta gestito dai sostituti procuratori della Dda Vincenzo Barbaro ed Emanuele Crescenti e dai carabinieri, che lo scorso 18 luglio sfociò nel blitz che smantellò un gruppo mafioso con due tronconi, operanti a Santa Lucia sopra Contesse e a Giostra, con interessi che spaziavano dalle estorsioni allo spaccio di sostanza stupefacenti. Al centro i clan della mafia emergente, capeggiati da Gaetano Barbera, Marcello D’Arrigo e Daniele Santovito, che avevano stretto un patto d’acciaio per il controllo delle attività illecite. Adesso invece ad essere coinvolti in questa tranche d’indagine sono gli imprenditori e i commercianti che hanno accettato in silenzio di pagare “il pizzo”. E ci sono anche i nomi di due collaboratori di giustizia, Salvatore Centorrino e Francesco D’Agostino, e di Giusi Puleo, la moglie del boss Gaetano Barbera. Nel corso delle indagini sull’operazione “Case basse” infatti le intercettazioni ed i collaboratori di giustizia hanno rivelato che imprenditori e commercianti si piegavano al racket, pagando somme di denaro ai clan. Ma le vittime, interrogate dagli investigatori, hanno negato, terrorizzate da ritorsioni e minacce. Il sostituto della Dda Barbaro ha chiuso le indagini fra gli altri anche per il commerciante di mobili Francesco D’Angelo e per l’imprenditore edile Rosario Di Stefano. I commercianti e gli imprenditori devono rispondere di favoreggiamento, aggravato dall’aver favorito l’associazione mafiosa, mentre i collaboratori di giustizia sono indagati tra l’altro di detenzione di una pistola e estorsione. Il sostituto Barbaro ha inviato l’avviso di chiusura indagine a Fortunato Barrile, Michele Celesti, Francesco D’Angelo, Rosario Di Stefano, Michele Galletta, Antonino Giordano, Carmelo Nostro, Carmela Pelleriti, Giusi Puleo, Giuseppe Ruocco, Letterio Ruocco, Andrea Valentini. Chiusa l’indagine anche per i collaboratori di giustizia Salvatore Centorrino e Francesco D’Agostino, e per la Puleo. Per il troncone principale dell’inchiesta, il sostituto Barbaro ha già chiesto il giudizio immediato per 29 indagati, l’udienza è fissata per l’11 gennaio prossimo. Ma c’è un capo d’imputazione molto “particolare” in questa seconda tranche dell’inchiesta, e riguarda il collaboratore di giustizia Salvatore Centorrino, che stando all’accusa tra il 2005 e il 2007 in concorso con altre due persone per cui si procede separatamente (vengono indicati i nomi «Sparacio Salvatore» e «Centorrino Franca», oltre a persone ignote), «mediante violenza e minaccia consistente nel presentarsi alle parti offese come persone vicine a pregiudicati di stampo mafioso, costringevano i titolari del servizio di ristorazione presso stadio S. Filippo di Messina a versare allo Sparacio, in occasione delle partite di calcio che si disputavano presso detto impianto sportivo, somme di denaro varianti tra i 100 e i 150 euro per ogni punto vendita, procurandosi in tal modo un ingiusto profitto con altrui danno». Ci sono poi agli atti altre estorsioni commesse tra il 2005 e il 2006, con pagamenti di centinaia o migliaia di euro, e anche richieste di assunzioni di affiliati nei cantieri edili. Un’imputazione specifica riguarda Centorrino, D’Agostino e la Puleo, che devono rispondere di associazione mafiosa e dei contatti con i boss in cella nel carcere di Gazzi. La ricostruzione storica dell’inchiesta ha un forte legame investigativo con altre altre operazioni, la “Ricarica” e la “Mattanza”, che sono strettamente connesse all’omicidio di Francesco La Boccetta, avvenuto nel 2005, un’esecuzione che all’epoca mise in luce un fatto ben preciso, è cioé come alcuni boss emergenti riuscissero ad impartire gli ordini pur essendo ristretti nel carcere di Gazzi, avendo perfino a disposizione (Barbera) un telefono cellulare. E il fatto che la “guerra” fosse sul punto di scoppiare lo dimostra, nell’aprile 2006, il ritrovamento di un arsenale, in un’officina di Zafferia, con armi da guerra (un kalashnikov), esplosivi, pistole e cartucce, di cui si occupava Daniele Santovito, indagato nel troncone principale. Nuccio Anselmo - GazzettadelSud

CATANIA, IL LABORATORIO DELLA MORTE: LA MORTE DI UN GIOVANE RICERCATORE E DI ALCUNI SUOI COLLEGHI

CATANIA - Lo chiamava “il laboratorio della morte”. A Raffaella, la sua fidanzata, a suo padre Alfredo, lo aveva detto più volte: “Quel laboratorio sarà anche la mia tomba”. Una stanza di 120 metri quadri, tre porte e tre finestre non apribili, due sole cappe di aspirazione antiche e inadeguate e tutte le sostanze killer, le sue “compagne” di studio e lavoro lasciate lì sui banconi, nei secchi, in due frigoriferi arrugginiti: acetato d’etile, cloroformio, acetonitrile, diclorometano, metanolo, benzene, con vapori e fumi nauseabondi e reflui smaltiti a mano. Lì dentro il laboratorio di farmacia dell’Università di Catania nel quale sognava di costruire il suo futuro, Emanuele, “Lele” Patanè, negli ultimi due anni aveva visto morire e ammalarsi, uno dietro l’altro, colleghi ricercatori, studenti, professori amministrativi: Maria Concetta Sarvà, giovane ricercatrice, entrata in coma mentre era al lavoro e morta pochi giorni dopo; Agata Annino stroncata da un tumore all’encefalo; Giovanni Gennaro, tecnico di laboratorio, ucciso anche lui da un tumore. E poi quella giovane ricercatrice, al sesto mese di gravidanza, che aveva perso il bambino per mancata ossigenazione. E diagnosi di tumori a raffica: per uno studente, per una docente, per la direttrice della biblioteca, per un collaboratore amministrativo. Fino a quando, nel dicembre 2003, è toccato a lui. Ad Emanuele, 29 anni, un ragazzone forte e sportivo, laureato con 110 e lode, idoneo all’esercizio della professione farmaceutica, dottore di ricerca, stroncato in meno di un anno da un tumore al polmone. Il suo diario, adesso, è finito agli atti dell’inchiesta che tre settimane fa ha portato al sequestro e all’immediata chiusura del laboratorio di farmacia dell’Università e alla notifica di avvisi di garanzia per disastro colposo ed inquinamento ambientale all’ex rettore dell’Università ed attuale deputato dell’Mpa Ferdinando Latteri e al preside della facoltà Angelo Vanella, ad altri sette tra docenti e responsabili del laboratorio di farmacia. Da anni, ha già accertato l’indagine, sostanze chimiche e residui tossici utilizzati giornalmente venivano smaltiti attraverso gli scarichi dei lavandini, senza alcuna tutela per chi in quel laboratorio studia e lavora. Adesso, dopo la denuncia dei familiari di Emanuele Patanè, alle ipotesi di reato si è aggiunta anche quella di omicidio colposo plurimo e lesioni. Per i cinque morti e i dodici ammalati che negli ultimi anni in quegli ambienti hanno vissuto. “Quello che descrivo è un caso dannoso e ignobile di smaltimento di rifiuti tossici e l’utilizzo di sostanze e reattivi chimici potenzialmente tossici e nocivi in un edificio non idoneo a tale scopo e sprovvisto dei minimi requisiti di sicurezza”. Così Emanuele comincia le cinque pagine datate 27 ottobre 2003, tre mesi prima della sua morte. È stato l’avvocato Santi Terranova a consegnare in Procura il tragico diario ritrovato nel computer del giovane ricercatore. Nei giorni scorsi, dopo aver sentito del sequestro del laboratorio disposto dal procuratore di Catania Vincenzo D’Agata, l’anziano padre di Emanuele, Alfredo Patanè, 70 anni, si è ricordato di quelle pagine lette nel pc del figlio. “Quel memoriale Lele lo voleva consegnare ad un avvocato per denunciare quello che accadeva lì dentro, che lì dentro si moriva - racconta - Ma l’avvocato a cui si era rivolto gli aveva detto che ci volevano dei testimoni perché contro i “baroni” dell’Università non l’avrebbe mai spuntata…”. Adesso saranno i sostituti procuratori Carla Santocono e Lucio Setola a valutarne la valenza. Emanuele evidentemente si rendeva conto delle condizioni di estremo pericolo in cui lavorava, ma la paura di perdere la sua opportunità di carriera deve averlo fatto continuare. E così particolarmente grande fu la sua amarezza quando il coordinatore del dottorato di ricerca, Giuseppe Ronsisvalle, (”nonché proprietario della facoltà di Farmacia”, scrive) gli negò la borsa di studio, a lui, unico partecipante al concorso, solo perché ormai ammalato di tumore. Meglio conservare la borsa di studio per l’anno successivo per un altro studente. “Io non avevo nessuna raccomandazione - scrive Emanuele - mi chiedo come sia possibile che un concorso pubblico venga gestito in questo modo, senza nessuna trasparenza, legalità, senza nessun organo di controllo”. Lele racconta così i suoi due anni trascorsi in quel laboratorio, fino al luglio 2002, quando anche per lui arrivò la terribile diagnosi. “Durante il corso di dottorato, trascorrevo generalmente tra le otto e le nove ore al giorno in laboratorio per tutta l’intera settimana, escluso il sabato. Non c’era un sistema idoneo di aspirazione e filtrazione, c’erano odori e fumi tossici molto fastidiosi e spesso eravamo costretti ad aprire le porte in modo da fare ventilare l’ambiente”. C’erano due cappe di aspirazione antiquate “quindi lavorare lì sotto era lo stesso che lavorare al di fuori di esse”. “Dopo la diagnosi della mia malattia, cioè nel 2002, una di questa cappe è stata sostituita con una nuova. Le sostanze chimiche, i reattivi ed i solventi erano conservati sulle mensole, sui banconi, in un armadio sprovvisto di sistemazione di aspirazione e dentro due frigoriferi per uso domestico tutti arrugginiti. Dopo avere trascorso l’intera giornata in laboratorio avvertivo spesso mal di testa, astenia ed un sapore strano nel palato come se fossi intossicato”. Lele aveva annotato uno per uno tutti i suoi colleghi scomparsi e ammalati: “Sono tutti casi dovuti ad una situazione di grave e dannoso inquinamento del dipartimento e sicuramente non sono da imputare ad una fatale coincidenza. La mancata accortezza nello smaltimento dei rifiuti tossici e l’utilizzo di sostanze e reagenti chimici in assenza dei minimi requisiti di sicurezza ha nuociuto e potrà ancora nuocere se non verranno presi solerti provvedimenti”. Ma nessuno, fino alla presentazione dell’esposto da parte dei familiari di Emanuele, si era accorto che quel laboratorio si era trasformato da anni in una fabbrica di morti. dai nostri inviati FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI - REPUBBLICA.IT

SEMPRE A CATANIA MA PER POVERTA’: 30enne si suicida per i debiti
Non reggeva piu’ i debiti contratti per mantenere la propria famiglia e ha deciso di farla finita. Aveva 30 anni l’uomo che questa mattina si e’ tolto la vita nel parcheggio di una scuola di Catania. Lo hanno trovato impiccato nel camioncino dei panini che qualche giorno fa ha preso in fitto, sperando di risollevare le proprie condizioni economiche. (Agr)

LE SENTENZE CHE RICONCILIANO CON LA GIUSTIZIA! Cassazione, bimbi rom che mendicano: non sempre è riduzione in schiavitù

Non è sempre è schiavitù quando i bambini rom mendicano. Il confine tra riduzione in schiavitù, maltrattamenti in famiglia o esigenze dettate dalla forte povertà è molto «labile» soprattutto quando si tratta di popolazioni rom dove i genitori «anche per tradizione culturale» mendicano per le strade assieme ai figli. A stabilirlo la quinta sezione penale della Cassazione nella sentenza n.44516 con cui è stata annullata con rinvio la sentenza di condanna per una mamma rom arrestata perché trovata a chiedere l’elemosina insieme al figlio. La corte d’appello di Napoli nel gennaio scorso aveva condannato a cinque anni di reclusione Mia V. per riduzione in schiavitù: era stata sorpresa due volte dalla polizia seduta a terra con accanto il figlio di 4 anni che per ore, in piedi, chiedeva l’elemosina ai passanti. Nel ricorso in Cassazione la difesa di Mia si era appellata alla «mangel usualmente praticata dagli zingari». Il confine tra autorità e abuso. Secondo i giudici della suprema corte non era ravvisabile il reato di riduzione in schiavitù perché occorreva tenere presente soprattutto per «genitori che hanno autorità sui figli il confine piuttosto labile tra autorità e abuso». Soprattutto quando secondo i giudici si tratta di «alcune comunità etniche dove ad esempio la richiesta di elemosina costituisce una condizione di vita tradizionale molto radicata nella cultura e nella mentalità di tali popolazioni». I giudici di merito avevano rilevato che la donna mendicava per strada solo per alcune ore, situazione ben diversa, secondo i giudici, dalla «condotta di chi comperi un bambino e lo utilizzi continuativamente nell’attività di accattonaggio appropriandosi dei guadagni». In questo caso, secondo i supremi giudici, si può parlare solo di «maltrattamenti in famiglia». Pertanto la sentenza di appello è stata annullata con rinvio ad una nuova decisione in merito alla configurazione di questo diverso reato.

Le motivazioni della sentenza sul “carcere speciale” del G8 di Genova: A BOLZANETO FU TORTURA ‘MA IN ITALIA NON ESISTE’…!

GENOVA - A Bolzaneto i detenuti vennero torturati, le testimonianze delle vittime furono circostanziate e addirittura “prudenti”, ma i giudici devono condannare in base a condotte criminose per delineate, che non possono essere influenzate dal clima politico. E’ questa in sostanza, e ad una prima lettura delle 441 pagine, il succo delle motivazioni della sentenza sul processo di Bolzaneto.

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La sentenza, quest’estate aveva deluso chi si aspettava condanne esemplari per la vergogna del carcere speciale del G8 bollato come luogo di torutra da Amnesty international. Il tribunale presieduto da Renato De Lucchi pronunciò una sentenza di condanna per 15 persone e 30 assoluzioni, comminando pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni. I reati contestati agli imputati, a vario titolo, erano abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali . Nelle motivazioni i giudici spiegano che “la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura ha costretto l’ufficio del pm a circoscrivere le condotte inumane e degradanti (che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali)”. E più avanti sottolineano che “anche in questo processo, quantunque celebrato in un’atmosfera caratterizzata da forti contrapposizioni politico-ideologiche sia sui mezzi di informazione che nell’opinione pubblica, sono stati portati a giudizio non situazioni ambientali o orientamenti ideologici, bensì, ovviamente, singoli imputati per specifiche e ben individuate condotte criminose loro attribuite nei rispettivi capi di imputazione, che costituiscono la via maestra da cui il giudicante non deve mai deviare, pena la violazione dell’altro cardine del nostro sistema di garanzie processuali rappresentato dall’art. 24 della Costituzione”.

PARENTOPOLI E NON SOLO ALL’UNIVERSITA’ DI MESSINA: LETTERA DI UN PROF AI SUOI STUDENTI

Care studentesse e cari studenti,
recentemente la nostra università è stata bersaglio di violentissimi attacchi mediatici, che hanno messo alla pubblica gogna alcune storture (forse poche o forse molte) presenti nell’università e che vanno sicuramente emendate. L’effetto per l’immagine nostra di docenti e vostra di discenti è stato assolutamente devastante e bisogna analizzare le cause che hanno portato a questo punto, i rimedi da apportare, le eventuali responsabilità e i rischi che si corrono se non si fa presto. Da universitari, eredi di Francesco Maurolico (Inter verum falsum periclitantes), dobbiamo portare avanti questa analisi con lucidità, onestà intellettuale e libertà di pensiero; dobbiamo confrontare le eventuali opinioni discordanti e trovare una sintesi costruttiva, per il bene comune. Provo a suddividere la mia analisi in più capitoli.
Parentopoli. Si è soprattutto puntato l’indice sulla cosiddetta parentopoli messinese. Senza ipocrisie, bisogna semplicemente dire che è tutto vero. Parentopoli c’è ed è indice di un malcostume odioso, perché evidenzia la mancanza di pari opportunità all’interno dell’università. Sempre senza ipocrisie, però, bisogna dire che parentopoli non c’è soltanto all’università, ma è una malattia diffusa della nostra società, che è iniqua ed immobile, specie a Messina. Quanti figli di manovale oggi possono diventare notaio, avvocato, ingegnere, ecc.? Quanti figli di professionisti lavorano negli studi o nelle imprese dei genitori senza averne né il talento né la voglia? Tuttavia per l’università c’è un’aggravante. Il sistema della formazione pubblica dovrebbe servire a ridurre le differenze sociali e realizzare i dettami dell’Art. 3 della Costituzione, che ci dichiara uguali. Parentopoli invece dimostra che l’università consolida le barriere sociali invece di abbatterle, lasciando così innumerevoli talenti inespressi ed inesprimibili. Parentopoli danneggia tutti, dunque. Ma danneggia soprattutto voi, perché si dirà che per laurearsi a Messina basta avere amici influenti, basta far parte della Messina-bene per avere brillanti carriere accademiche e non. Questa università - noi tutti cioè – ha bisogno di uno scatto d’orgoglio ed abolire tutti i favoritismi ed i privilegi interni. Questo è l’obbiettivo che devono subito darsi i docenti e le istituzioni universitarie.
Perché l’università di Messina? Non è difficile rifare gli stessi conteggi di parentele in altre università. Non sarò molto lontano dal vero dicendo che analoghi risultati valgono per tutti gli atenei italiani. Ciò non suoni come giustificazione delle nostre pecche: pensiamo a curare le nostre malattie, invece che a cercare i difetti degli altri. Ma la domanda del titolo pretende una risposta. Da decenni, ormai, tutti i governi, di qualunque orientamento politico, per tenere sotto controllo i conti pubblici, hanno scelto tagliare i finanziamenti del sistema formazione-ricerca. Ciò è in palese contraddizione con l’affermazione bipartisan che l’arma migliore per competere nel mercato globale è proprio la conoscenza. Questa progressiva riduzione dei fondi ha acceso fra le università una sorta di guerra tra poveri, per dividersi una coperta sempre più piccola. Ma non tutte le università hanno lo stesso peso specifico nel panorama nazionale. Le università più grosse e accademicamente più forti pretendono e ricevono più attenzione dai governi e dai media, a spese delle università medio-piccole. Da qui nasce, per esempio, la proposta dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, il che ufficializzerebbe che una laurea a Messina sarebbe diversa (di valore inferiore?) di una laurea a Milano. In questo scenario, si comprende come anche le principali testate giornalistiche abbiano cominciato a fare classifiche, a cercare magagne e scoops. La nostra università è apparsa subito come il bersaglio più facile e comodo, l’antilope azzoppata attaccata dalle iene. Purtroppo noi siamo nell’occhio del ciclone da troppo tempo: le vicende giudiziarie del rettore e della sua consorte, le minacce mafiose a docenti, il curioso risultato dei test d’ingresso a Medicina dello scorso anno, le sospette infiltrazioni della criminalità, il delitto Bottari mai compreso e forse dimenticato, ecc.. Certo, senza il rinvio a giudizio del rettore - guarda caso per una vicenda da parentopoli ma dalla quale, per il bene dell’università, tutti speriamo che ne esca indenne - la scelta del bersaglio sarebbe potuta pure cadere su altre università. Bisogna ammettere, senza ipocrisie benché col senno del poi, che un passo indietro del rettore avrebbe reso un po’ più difendibile la posizione dell’università di Messina, che resta comunque difficile. Oggi, però, questa circostanza manterrà accesi i riflettori su di noi per parecchi mesi ancora. Non solo, impedirà all’ateneo alcune mosse. Per esempio, non si potrà costituire parte civile nei procedimenti giudiziari in questione, qualora ce ne fosse bisogno o utilità, per rifarsi di eventuali danni patrimoniali o di immagine subiti. C’è dunque la necessità di rompere l’assedio ed è, a mio parere, altamente desiderabile una discontinuità forte anche su questo versante.
I baroni. Non è una diceria che le università italiane (tutte, non solo Messina) sono in mano a lobbies accademiche che si scambiano favori e stratificano privilegi. Questa casta invecchia ma si perpetua con il meccanismo della cooptazione di chi si asserve, con o senza meriti scientifici. Chi detiene il potere fa il possibile per mantenerlo e non vi rinuncia facilmente né spontaneamente. Il potere accademico consiste nel controllo delle carriere e dei finanziamenti per la ricerca. In buona sostanza, i baroni tengono i cordoni della borsa. Questa si apre preferenzialmente per gli amici e non per gli avversari, per i figli e non per gli estranei. Salvo che non sia davvero colma, perché in tal caso qualche spicciolo arriva a tutti, anche a chi non è protetto. Ora una politica di tagli indiscriminati - che non può essere definita riforma, perché questa al contrario richiede nuove risorse! - svuota la borsa e penalizza soprattutto chi non ha voce in capitolo, poiché chi è organico al potere accademico la sua parte piccola o grande la riceve comunque. Gli altri restano all’asciutto, se non si asservono. Questa è la principale piaga dell’università italiana, a mio avviso, e la si cura non scegliendo a sorteggio chi controlla la borsa ma togliendo il controllo della borsa alla casta.
Il merito. La vicenda parentopoli ha evidenziato che accanto ai figli di universitari che vincono i concorsi, vincono pure figli di magistrati e professionisti, e che il sistema delle “raccomandazioni alla messinese†è particolarmente capillare. Questo sistema produce una classe dirigente di qualità via via peggiore, ma potrebbe avere, e forse sta avendo già, sulle vostre lauree l’effetto devastante di cui ho già detto: nell’immaginario collettivo la vostra laurea non vale quanto quella dei vostri colleghi milanesi. Pertanto, in questa campagna di delegittimazione, non paghiamo solo noi docenti, bravi o scarsi, zelanti o fannulloni, ma soprattutto voi, perché nel tritacarne mediatico è finito anche il vostro lavoro. Anche qui ci vuole una netta discontinuità, ma per questo ci vuole il vostro contributo, non bastano i docenti. Voi dovreste pretendere rigorosissimi criteri di merito nei vostri esami. Ma molti di voi, se possono, si adagiano nel sistema delle raccomandazioni, dei favoritismi, delle amicizie. Ma c’è qualcosa in più. Quando avete superato l’esame di stato, una commissione ha certificato che voi siete in grado di prendere un libro di testo, comprenderlo e raccontarne il contenuto in buon italiano. Spesso affrontate gli esami universitari esattamente con questo stesso approccio. Ma lo studio universitario deve andare molto oltre, se l’università vuole essere il motore culturale del Paese e non un esamificio, un dispenser automatico di inutili ed insignificanti pergamene. Agli esami, voi dovreste dimostrare che siete in grado di usare ciò che avete imparato (dai libri, dalle lezioni, dalle esercitazioni, dai laboratori, dal tutoraggio e da tutte quelle opportunità didattiche che vi vengono offerte) per fare. Per raggiungere questo fine, ci vuole una università che funzioni e, soprattutto, il vostro impegno, la vostra creatività. Per contro, è molto più comodo limitarsi a totalizzare crediti, magari con la sola presenza fisica a conferenze, recite, concerti, ecc., invece che con il sudore della fronte. E quando non superate un esame, pensate di essere stati sfortunati perché vi sono capitate domande troppo difficili, o perché il docente – quel mascalzone, raccomandato, figlio di baroni - ce l’ha con voi. Purtroppo questa società vi offre dei modelli comportamentali devianti. Penso a quei programmi televisivi “spazzatura†come il Grande Fratello o L’isola dei Famosi, o quei programmi a quiz dove si vince un milione non perché si sa o si sa fare qualcosa, ma perché si indovina una risposta su 4 o addirittura se si indovina il pacco giusto. Lì la fortuna è ritenuta un valore ben più importante che non la cultura, lo studio, il lavoro. Ecco che così nascono i miti della velina o del calciatore, del calendario erotico, dei tronisti: diventare famosi per quello che si appare, non per quello che si conosce o si sa fare, perché si è belli anche se vuoti. Oggi la cultura egemone è diventata la cultura dell’apparire e non dell’essere. E allora vi chiedo: come può questa società premiare il merito e non l’immagine? Ciò che sapete fare e non ciò che sembrate? Tutto questo va cambiato ed è compito soprattutto vostro.
Conclusione. Si può uscire da questo buio labirinto in cui siamo finiti. Ciascuno deve fare la sua parte, però.
1. Noi docenti dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi; ispirare il nostro lavoro alla deontologia assoluta; orientarci verso il raggiungimento dei più alti fini istituzionali, come l’abolizione delle disuguaglianze sociali. Lo faremo?
2. Le istituzioni universitarie devono operare per rimuovere le sacche di inefficienza e di spreco; devono far ritornare l’università, nell’interesse dei nostri datori di lavoro - che siete voi studenti - l’alto opificio di cultura che è stata in passato; devono serenamente valutare se un ricambio di uomini, organismi e dirigenti possa essere il primo necessario passo per ricostruire dalle attuali macerie. Lo faranno?
3. I governi devono comprendere che il futuro del Paese sta nel nostro lavoro odierno e devono immediatamente abbandonare le attuali politiche di tagli “a pioggia†che rafforzano il potere baronale anziché ridurlo. Lo faranno?
4. Più importante di tutto: voi dovete accostarvi alla vostra università con un altro spirito. L’università è vostra e dovete difenderla e migliorarla anche voi. Ma è un enorme mammuth che si sta estinguendo, perché non sa rinnovarsi, non sa curare da solo le sue malattie. Siete voi che dovete denunciarne le storture e fornire dal basso le fresche energie che servono al rinnovamento. Perché nulla cambia da solo, nessuno rinuncia spontaneamente ai propri privilegi, ci vuole chi pretenda il cambiamento e faccia valere i propri diritti. Lo farete? È dunque il momento delle scelte e tutti, noi e voi, come diceva Francesco Maurolico, siamo in bilico fra il vero ed il falso. Bisogna semplicemente avere il coraggio di scegliere da quale parte stare. Adesso.
Un caro saluto
Beniamino Ginatempo
Professore ordinario di Fisica

Facoltà di Ingegneria
Università di Messina