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MESSINA: QUANDO LO STADIO SAN FILIPPO ERA IN MANO AI CLAN MAFIOSI DI GIOSTRA E SANTA LUCIA…

Il “pizzo” agli imprenditori e ai commercianti, ma anche a chi gestiva la ristorazione all’interno dello stadio “San Filippo” tra il 2005 e il 2007, i meravigliosi anni della serie A ormai perduta. C’è anche questo nell’atto di chiusura delle indagini preliminari dell’operazione antimafia “Case Basse 2″, il secondo filone d’inchiesta gestito dai sostituti procuratori della Dda Vincenzo Barbaro ed Emanuele Crescenti e dai carabinieri, che lo scorso 18 luglio sfociò nel blitz che smantellò un gruppo mafioso con due tronconi, operanti a Santa Lucia sopra Contesse e a Giostra, con interessi che spaziavano dalle estorsioni allo spaccio di sostanza stupefacenti. Al centro i clan della mafia emergente, capeggiati da Gaetano Barbera, Marcello D’Arrigo e Daniele Santovito, che avevano stretto un patto d’acciaio per il controllo delle attività illecite. Adesso invece ad essere coinvolti in questa tranche d’indagine sono gli imprenditori e i commercianti che hanno accettato in silenzio di pagare “il pizzo”. E ci sono anche i nomi di due collaboratori di giustizia, Salvatore Centorrino e Francesco D’Agostino, e di Giusi Puleo, la moglie del boss Gaetano Barbera. Nel corso delle indagini sull’operazione “Case basse” infatti le intercettazioni ed i collaboratori di giustizia hanno rivelato che imprenditori e commercianti si piegavano al racket, pagando somme di denaro ai clan. Ma le vittime, interrogate dagli investigatori, hanno negato, terrorizzate da ritorsioni e minacce. Il sostituto della Dda Barbaro ha chiuso le indagini fra gli altri anche per il commerciante di mobili Francesco D’Angelo e per l’imprenditore edile Rosario Di Stefano. I commercianti e gli imprenditori devono rispondere di favoreggiamento, aggravato dall’aver favorito l’associazione mafiosa, mentre i collaboratori di giustizia sono indagati tra l’altro di detenzione di una pistola e estorsione. Il sostituto Barbaro ha inviato l’avviso di chiusura indagine a Fortunato Barrile, Michele Celesti, Francesco D’Angelo, Rosario Di Stefano, Michele Galletta, Antonino Giordano, Carmelo Nostro, Carmela Pelleriti, Giusi Puleo, Giuseppe Ruocco, Letterio Ruocco, Andrea Valentini. Chiusa l’indagine anche per i collaboratori di giustizia Salvatore Centorrino e Francesco D’Agostino, e per la Puleo. Per il troncone principale dell’inchiesta, il sostituto Barbaro ha già chiesto il giudizio immediato per 29 indagati, l’udienza è fissata per l’11 gennaio prossimo. Ma c’è un capo d’imputazione molto “particolare” in questa seconda tranche dell’inchiesta, e riguarda il collaboratore di giustizia Salvatore Centorrino, che stando all’accusa tra il 2005 e il 2007 in concorso con altre due persone per cui si procede separatamente (vengono indicati i nomi «Sparacio Salvatore» e «Centorrino Franca», oltre a persone ignote), «mediante violenza e minaccia consistente nel presentarsi alle parti offese come persone vicine a pregiudicati di stampo mafioso, costringevano i titolari del servizio di ristorazione presso stadio S. Filippo di Messina a versare allo Sparacio, in occasione delle partite di calcio che si disputavano presso detto impianto sportivo, somme di denaro varianti tra i 100 e i 150 euro per ogni punto vendita, procurandosi in tal modo un ingiusto profitto con altrui danno». Ci sono poi agli atti altre estorsioni commesse tra il 2005 e il 2006, con pagamenti di centinaia o migliaia di euro, e anche richieste di assunzioni di affiliati nei cantieri edili. Un’imputazione specifica riguarda Centorrino, D’Agostino e la Puleo, che devono rispondere di associazione mafiosa e dei contatti con i boss in cella nel carcere di Gazzi. La ricostruzione storica dell’inchiesta ha un forte legame investigativo con altre altre operazioni, la “Ricarica” e la “Mattanza”, che sono strettamente connesse all’omicidio di Francesco La Boccetta, avvenuto nel 2005, un’esecuzione che all’epoca mise in luce un fatto ben preciso, è cioé come alcuni boss emergenti riuscissero ad impartire gli ordini pur essendo ristretti nel carcere di Gazzi, avendo perfino a disposizione (Barbera) un telefono cellulare. E il fatto che la “guerra” fosse sul punto di scoppiare lo dimostra, nell’aprile 2006, il ritrovamento di un arsenale, in un’officina di Zafferia, con armi da guerra (un kalashnikov), esplosivi, pistole e cartucce, di cui si occupava Daniele Santovito, indagato nel troncone principale. Nuccio Anselmo - GazzettadelSud

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