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LA STORIA: “Mio fratello Parmaliana ucciso da silenzi eccellenti” di Luciano Mirone

Se volete capire come in Sicilia si viene uccisi moralmente - e non solo di lupara - leggete questa storia che somiglia a un romanzo di Leonardo Sciascia. Se volete capire in che modo un uomo che denuncia mafia e malaffare venga considerato un eretico, leggete la storia di Adolfo Parmaliana, docente di Chimica industriale all´Università di Messina, per anni segretario della sezione ds di Terme Vigliatore. L´uomo che nel 2005, con i suoi esposti sul piano regolatore, sull´abusivismo edilizio, su certe transazioni fatte dai politici del suo paese, contribuì allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Consiglio comunale. Se volete capire cos´è il potere in quest´Isola - le sue zone grigie, le sue ramificazioni, le sue complicità dirette e indirette, i suoi legami a volte chiari a volte ambigui e sfuggenti - dovete conoscere la vicenda di questo professore di cinquant´anni che, dopo aver denunciato i rapporti fra mafia, politica e affari, è stato rinviato a giudizio per diffamazione dalla stessa Procura di Barcellona Pozzo di Gotto alla quale per anni si era rivolto. Invano.
E così, al colmo dell´esasperazione, il 2 ottobre esce di casa, prende la macchina, fa alcuni chilometri di autostrada, supera il territorio di Barcellona, arriva in quello di Patti, scende dall´auto e si lancia in un burrone. Qualche ora dopo gli inquirenti trovano una lettera scritta di suo pugno, l´ultima della sua vita: «La magistratura barcellonese e messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati». Parole dalle quali i magistrati di Reggio Calabria - competenti per le indagini sui colleghi messinesi - stanno partendo per stabilire la fondatezza delle sue accuse. Biagio Parmaliana somiglia in modo impressionante al fratello. Avvocato, 45 anni, dal 2 ottobre continua le battaglie di Adolfo, «soprattutto per i suoi nipoti Gilda e Basilio, di 18 e 22 anni». Apre un fascicolo, prende le carte e comincia a parlare: «Non c´è soltanto la lettera di mio fratello sul tavolo dei magistrati reggini. C´è soprattutto un rapporto esplosivo (si chiama «Informativa Tsunami») dei carabinieri di Barcellona sul Comune di Terme Vigliatore, frettolosamente archiviato ma oggi ripreso dal nuovo procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone: quell´informativa è fondamentale per capire il sistema di potere contro il quale si batteva mio fratello». Nelle oltre duecento pagine firmate dall´ex capitano di Barcellona Pozzo di Gotto, Domenico Cristaldi, si legge di tutto: gli affari sporchi di alcuni politici, i legami con la mafia, le vastissime ramificazioni clientelari, ma soprattutto le protezioni di cui certi amministratori avrebbero beneficiato da parte di qualche magistrato. «Quando mio fratello lesse l´informativa si rese conto che il magistrato al quale si era rivolto, il sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, lo aveva ingannato: da un lato gli mostrava piena disponibilità nel fare le indagini, dandogli addirittura la sua e-mail privata, dall´altro pensava di proteggere il personaggio contro il quale mio fratello aveva rivolto le sue denunce: l´ex sindaco di Terme Vigliatore Bartolo Cipriano, una carriera nella Democrazia cristiana, poi in Alleanza nazionale, quindi nel centrosinistra (Partito popolare e Margherita) che nel 2001 lo candida addirittura alle nazionali». Secondo il rapporto dei carabinieri, su Cipriano «si è riscontrata inequivocabilmente la sua tentacolare posizione di snodo» tra poteri economici «famelici», poteri politici «malati» e poteri istituzionali. Ma il rapporto dell´Arma su Terme Vigliatore va oltre: si sofferma sull´amicizia fra Canali (accusato di «ambiguità» anche da Sonia Alfano nella vicenda che riguarda l´assassinio del padre giornalista, avvenuta nel 1993) e colui che viene ritenuto il nuovo reggente della cosca barcellonese, Salvatore Rugolo, figlio del patriarca della mafia locale Francesco Rugolo (ucciso negli anni Novanta) e cognato del boss Giuseppe Gullotti, oggi in carcere perché condannato in via definitiva a 30 anni di carcere per essere stato il mandante dell´uccisione di Beppe Alfano. Secondo gli inquirenti, Gullotti è colui che si fece quattrocento chilometri per portare personalmente a Giovanni Brusca il telecomando per la strage di Capaci. Questo per capire cos´è la mafia contro la quale Parmaliana lottava quotidianamente. Nel rapporto si parla di almeno due talpe «molto vicine al pm Canali», che dalla Procura barcellonese informavano sia l´ex sindaco di Terme Vigliatore sia il boss di Barcellona. «Il tutto in cambio di favori», scrive l´ufficiale dell´Arma. «Nel rapporto dei carabinieri - prosegue Biagio Parmaliana - si parla di un intervento del procuratore generale di Messina, Franco Cassata, sul sostituto procuratore Andrea De Feis, titolare dell´indagine su Terme Vigliatore, per bloccare l´”informativa Tsunami”. Un fatto anomalo, considerato che il procuratore generale abita da sempre a Barcellona e qui conosce tutti, mafiosi e antimafiosi. Nel 2001, in un esposto presentato al Csm, mio fratello rivelò che alcuni anni prima aveva invitato il procuratore generale ad avocare alcune indagini su Terme Vigliatore senza ricevere alcuna risposta. Nello stesso periodo notò che il figlio avvocato aveva ricevuto degli incarichi proprio dal Comune di Terme Vigliatore». Fatti denunciati al Csm e al ministro della Giustizia - anche attraverso interpellanze dei parlamentari del Pd Giuseppe Lumia e di Italia dei valori Antonio Di Pietro - e che non hanno sortito alcun esito. Il Csm archiviò l´inchiesta, mentre Cassata, in una lettera di due mesi fa a Repubblica, ha scritto: «Non ho mai conosciuto Adolfo Parmaliana. Non ho mai curato inchieste che, in qualsivoglia modo, direttamente o indirettamente, fossero connesse alla persona del professore Parmaliana. Pertanto non vedo proprio come ci si possa lamentare di pretesi insabbiamenti e di discutibili modalità di conduzione di indagini». Biagio Parmaliana punta il dito pure nei confronti dei Democratici di sinistra e mostra una lettera del 5 febbraio 2006. Nella missiva, indirizzata al segretario dei Ds Piero Fassino e ai responsabili del partito in Sicilia, il docente universitario denuncia che in una riunione svoltasi nella sede della federazione provinciale di Messina «sono stato oggetto di intimidazioni e minacce da parte di taluni membri della direzione in riferimento a un articolo che riferisce della compartecipazione di alcuni iscritti e dirigenti del nostro partito nella vicenda riguardante la realizzazione della zona artigianale di Terme Vigliatore», vicenda cui fa riferimento il decreto di scioglimento per infiltrazioni mafiose. «Negli ultimi tempi mio fratello era molto amareggiato per essere stato rinviato a giudizio», dice l´avvocato Parmaliana. Basta leggere la lettera che il docente universitario scrive il 27 settembre a Giuseppe Lumia: «Caro Beppe? mi sento punito, messo al pubblico ludibrio per essermi battuto per la legalità, per aver contribuito a smascherare un sistema politico-mafioso che dominava nel silenzio generale». «Solo Lumia e Claudio Fava hanno preso posizione a favore di mio fratello. I vertici messinesi del partito lo hanno isolato alla grande - accusa Biagio Parmaliana - Né da Roma né da Palermo gli è pervenuta alcuna solidarietà. E pensare che Adolfo era stato consulente dell´allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, per le Problematiche ambientali. Neanche da parte del segretario del Pd è arrivata una parola». Fonte: la Repubblica-ed.Palermo, 28 dicembre 2008

SI RICORDANO LE VITTIME DEL 1908, NELL’INDIFFERENZA PER QUELLE DI OGGI: ATTACCO SUICIDA IN AFGHANISTAN. 16 MORTI, DI CUI 14 BAMBINI.

Sedici persone, di cui 14 bambini, sono state uccise oggi e 58 altre ferite in un attentato suicida con un’autobomba nell’est dell’Afghanistan, secondo un nuovo bilancio fornito dalla Forza militare internazionale della Nato (Isaf). Stando alla ricostruzione fornita dalla polizia, l’attentatore voleva colpire un vertice di leader tribali pashtun, in corso in un avamposto di polizia e dell’esercito, dove erano presenti nche forze Usa. Il kamikaze si e’ fatto esplodere nelle vicinanze della struttura e non e’ chiaro al momento se ci siano vittime anche tra i capi tribali. Il comando Usa ha fatto sapere che non ci sono vittime tra i militari americani. Un portavoce del ministro dell’Istruzione, Asif Nang, ha precisato che sono 15 gli studenti rimasti feriti da schegge di vetro, per le finestre andate in frantumi nell’esplosione. L’attacco e’ stato messo a segno nell’ultimo giorno di scuola per il 2008. Gli studenti erano in classe per ricevere il diploma di fine anno, ha precisato Nang, mentre le insegnanti stavano consegnando libri agli studenti. Sono oltre 6.100 le persone morte dall’inizio dell’anno in azioni violente di guerriglia, stando a un conteggio dell’Associated Press.

Esplode ordigno: due soldati canadesi uccisi
Due soldati canadesi e due afgani sono morti per lo scoppio di un ordigno lasciato lungo una strada nella provincia meridionale di Kandahar. Feriti un altro soldato canadese e un interprete afgano. Secondo l’agenzia France Presse, quest’anno in Afghanistan, in missioni della coalizione o della Nato, sono morti 290 soldati stranieri, a fronte dei 230 del 2007.

IL GRANDE REPORTAGE DI ETTORE MO: Aspettando la Bestia, il treno dei desperados. In Messico, fra gli immigrati clandestini che sognano il Paradiso Nordamericano

ARRIAGA (Chiapas, Messico) — L’immigrazione clandestina non costituisce più un reato: così ha stabilito il governo federale del Messico con una legge entrata in vigore l’estate scorsa. Allo stesso tempo le cronache informano che ogni anno 150 mila stranieri vengono inflessibilmente deportati nei Paesi d’origine. Qui, nello Stato del Chiapas inondato da legioni di centro-americani del Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua, il clima è torrido. Tutta questa gente s’è data convegno nella città messicana di Tapachula e, soprattutto, di Arriaga per intraprendere la prima fase del lungo viaggio verso la frontiera settentrionale che si dovrebbe concludere, successivamente, nei paradisi urbani del Nord America: luoghi che si pronunciano con ansia e venerazione, come San Diego, Los Angeles, Las Vegas, Miami, New York. Un sogno che, presumibilmente, solo pochi riusciranno a realizzare. A me, purtroppo, è consentito solo di raccontare le ansietà, la pazienza, gli isterismi, gli scazzi e anche una non vaga sensazione di angoscia nelle ore che precedono la partenza del treno-merci che da Arriaga porta a Ixtepec tonnellate di cemento. Perché il protagonista della vicenda è proprio il convoglio che ormai tutti chiamano La Bestia: definizione che non si merita, data la sua totale e incontestabile innocenza. È infatti l’inconsapevole strumento di una tragedia umana che si consuma ogni giorno sui tetti infuocati dei suoi vagoni: presi quotidianamente d’assalto da migliaia di disperati che strappano un «passaggio» verso il Nord, convinti che solo lì si possa trovare un lavoro e conseguire una minima possibilità di sopravvivenza. Non può quindi sorprendere la tenacia di un ragazzo che sta per ore sotto il sole a una temperatura che tocca i 40/45 gradi in attesa dello sbuffo nero della locomotiva e così giustifica la sua pazienza quando gli chiedi dov’è diretto: «Come tutti gli altri — risponde —, io sto andando dove ci sono i dollari». Insieme al fotografo Luigi Baldelli, ho vissuto per ore l’illusione e l’inquietudine di questi giovani (e meno giovani) emigranti nel momento di avventurarsi verso l’ignoto. La notte dormono accucciati sulle cataste di legno nero o sull’erba nana delle rotaie abbandonate. Nella vicina Casa del Migrante c’è sempre un pasto caldo, ma nessuno ne approfitta, anche se lo stomaco vuoto rumoreggia, per il timore che La Bestia si metta improvvisamente in marcia lasciandolo solo in quello straccio di terra che diventerà il suo Limbo permanente. «Nel mio cervello ormai — dice un ragazzo fuggito da El Salvador — non c’è spazio che per il treno». E automaticamente si porta la mano alla tempia e l’accarezza con le dita come sentisse le vibrazioni dello stantuffo e fosse già in corsa verso la terra promessa. Due guatemaltechi — 34 il primo, 20 il secondo — vorrebbero tornare in California, a Sacramento, da cui vennero deportati solo un anno fa. Ma sono rimasti senza un soldo. «Gli ultimi dollari — confidano — li abbiamo dati ai polleros e ai coyotes che ci hanno aiutato a varcare il confine meridionale del Messico». Ancora più drammatica la vicenda di George che, dopo due anni di carcere, venne deportato dall’Alaska, accusato di violenze domestiche contro la moglie: «Tutta colpa mia — ammette —: vorrei tornare per chiederle perdono, a lei e ai nostri figli. Sono di El Salvador, dove ho combattuto nella guerra civile. Ho raggiunto il Messico attraverso il Guatemala, quasi sempre a piedi. Sono su questo binario da quattro giorni. Ho fame, è vero, ma è meglio morir di fame che perdere questo treno». Come per tanti altri, George ha lasciato il suo Paese per ragioni politiche e sfuggire a un regime che definisce «intollerante, barbaro, oppressivo». L’attuale dramma dell’emigrazione — sostiene Mercedes Osuna, nostra solerte accompagnatrice nei territori del Chiapas — dev’essere attribuito in gran parte alle condizioni socio-politiche dell’America Centrale: ognuna delle sue quattro Regioni è afflitta «dalla povertà e dalla disoccupazione». Opinione pienamente condivisa da Padre Battista Scalabrini (di cui parleremo diffusamente nella prossima corrispondenza), che accusa quei regimi di «costringere la propria gente ad emigrare e se ne lava le mani». Se si parla di frontiere, il presidente dell’Associazione Avvocati del Chiapas, José Manuel Blanco Urbina, ritiene che quella tra Guatemala e Messico sia «molto più pericolosa» di quella fra Messico e Stati Uniti. «Intanto lassù — precisa — c’è molto più controllo che lungo i 970 chilometri del nostro confine meridionale fluviale col Guatemala, filtrabilissimo, coi traghetti che fanno indisturbati la spola tra una sponda e l’altra». Un taccuino, il mio, che s’è riempito in questi giorni di tragedie, grandi e piccole. C’è la storia di Mario Justino Alonzo Miguel, 22 anni, ricoverato all’Albergo Buen Pastor di Tapachula. La gamba destra gli è stata tranciata dal treno in corsa sotto il ginocchio, quando, come tanti altri suoi compagni, era piombato sfinito sulle rotaie. Si era imbarcato sulla Bestia il 29 agosto di quest’anno e sognava di raggiungere la sua famiglia a Los Angeles. Un sogno brutalmente spezzato e infranto nel sangue. Ora sta seduto sulla sedia accanto al suo lettino d’ospedale e racconta senza enfasi e con una certa riluttanza di quel «piccolo» incidente che gli impedirà per sempre di trascorrere un’esistenza normale. Anzi, al contrario, è carico di un sentimento di sfida e di rivincita: che conferma, saltellando sulla gamba «buona», come se niente fosse. «Amico mio — dice stringendomi il braccio con la mano —, ci puoi contare. Io a Los Angeles ci tornerò! La considero la mia città e non c’è alcun altro luogo al mondo dove voglia e possa vivere. Ci andrò anche se mi tagliassero l’altra gamba». Ma c’è pure chi soccombe alla seduzione del sogno americano. A Ciudad Hidalgo, sulla sponda del fiume Suchiate, confine liquido tra Guatemala e Messico, tocca ai ragazzi dei traghetti informarti sul flusso dei turisti o sul traffico, altrettanto importante, delle merci: e nessuno potrebbe escludere che in mezzo a tanta povera gente in cerca di lavoro potrebbero transitare consistenti partite di droga a reciproco beneficio di « drug dealers » di ambedue le contrade e dei barcaioli che, in questo caso, sparano tariffe siderali. Mario Morales, 18 anni, ha cominciato a lavorare sui «gommoni» del Suchiate quando era un bambino di otto e non sembra avere alcun motivo per lamentarsi della propria esistenza. Però il ricordo dell’America è una spina costante nel suo cuore. Ma finora ha sempre respinto l’invito degli zii, che lo vorrebbero di nuovo a Dallas, nel Texas, dove ha vissuto tre anni della propria infanzia. Ai suoi coetanei, increduli e allibiti, che farebbero la strada a piedi pur di sbarcare nel pianeta Usa, spiega con semplicità le sue ragioni: «Qui — dice — mi trovo a mio agio, sto fra la mia gente, ne parlo la lingua e, soprattutto, non saprei rinunciare alla tortilla, che è il mio piatto preferito e ha il sapore della mia terra». Cammino su e giù per gli acciottolati di San Cristóbal de Las Casas, che è l’essenza del Messico, con le sue case arroccate su uno sperone di montagna a oltre duemila metri. Sono giorni di festa per la Virgen morena di Guadalupe, con fiumane di gente in marcia sulla scalinata del Santuario che sembra inaccessibile, stagliato così com’è con le sue cupole bianche contro un cielo che più azzurro e limpido non potrebbe essere. Siamo travolti da una liturgia festosa biblica e pagana che accomuna il suono delle chitarre, delle trombe e dei mortaretti agli inni religiosi e alle canzoni eroiche e agrodolci della rivoluzione di Pancho e Zapata, dove si canta di un soldato che nella guerra ha perso il suo amore, Adelita. Quando, tantissimi anni fa a Madrid, ricordai quei pochi versi e quelle poche note a Dolores Ibárruri, alla «pasionaria» e indomita «sardinera » delle Asturie che s’era ribellata al regime di Franco alla fine degli anni Trenta («No pasarán ») vennero le lacrime agli occhi. Ben lontana dallo scenario cruento della guerra di Spagna, Arriaga sta tuttavia vivendo ore di tensione. Dopo che l’uragano Stan distrusse completamente, nel 2005, la linea ferroviaria che da Tapachula conduce fino a qui lungo la costa del Pacifico, questa località è diventata uno dei «passi» più transitati dagli emigranti del Centro America. Che qui devono per forza confluire, se vogliono abbarbicarsi al solo treno, La Bestia, che li potrebbe in qualche modo avvicinare a Città del Messico. Da dove, comunque, la terra promessa è ancora lontana anni luce: distanza che presuppone una riserva di spirito e pazienza pari a quella che animava, nel Medio Evo, i pellegrini in marcia verso i Santuari di Canterbury e Santiago de Compostela. Assicurarsi un posto sul treno ad Arriaga resta quindi il primo impegno di qualsiasi aspirante- emigrante. Sembra non esserci conflitto diretto tra i vari gruppi e le varie nazionalità in attesa dell’arrembaggio. Si ha tuttavia l’impressione, dalle voci che corrono, che quelli dell’Honduras rappresentino la compagine più compatta e determinata, contro cui è opportuno coalizzarsi. Li definiscono «catracho», gente dalla testa dura, pugnaci, pronti a menar le mani. Definizione che trova conferma in uno dei primi che s’è arrampicato sul treno e dice subito con un ghigno di sfida a chi lo guarda dal basso in alto: «Io ho dodici fratelli e alcuni di loro sono già stati negli States, dove quei bastardi dagli occhi azzurri degli Yankees li hanno arrestati e deportati. Adesso è venuto il mio turno e non mi tiro indietro». Per l’avvocato Urbina, l’emigrazione rimane il problema più grave del Messico e riconferma che il flusso di clandestini del Centro America negli Stati Uniti si aggira sui 150 mila l’anno. Sulla parete, nella Casa del Migrante di padre Rigoni, è appeso un cartello dove sono indicati i percorsi e le distanze che gli eventuali emigranti dovrebbero coprire per arrivare a destinazione. Cifre da brivido. Per giungere nella Grande Mela, New York (forse la più ambita), occorre coprire 4.375 chilometri; 2.930 per Houston; 3.678 per Chicago, e via pedalando. Non sono in grado di stabilire quanta strada dovrà fare George, se mai tenesse fede al suo proposito di tornare in Alaska per rappacificarsi con l’adorata consorte. Un risvolto allarmante, e insieme commovente, riguarda il mini-esercito di ragazzini e adolescenti che, lasciati a casa coi nonni, vorrebbero ora raggiungere i genitori stabilitisi definitivamente in America. A noi anziani torna subito in mente il racconto strappalacrime di De Amicis nel Cuore, Dagli Appennini alle Ande: ma anche in questi casi di ricongiungimenti familiari ci sono procedimenti e meccanismi legali estremamente complicati che ritardano e rinviano le soluzioni, provocando interminabili angosce. Se Arriaga è la porta d’ingresso — per quanto distante — alla Holy Land degli Stati Uniti, Tapachula (270 mila abitanti) è la prima tappa d’obbligo per chi voglia tentare quella straordinaria avventura. La ricostruzione della linea ferroviaria devastata dal ciclone Stan e ora ad una ditta cinese (gli operai sono già al lavoro con un salario di circa 40 dollari al giorno) contribuirà a rianimare la città che è stata sempre un grosso centro commerciale. Come ovunque, il narcotraffico (frenetico ma invisibile) convive con lo squallore, visibile, dei mendicanti e dei marciapiedi ingombri di larve umane. E il continuo flusso migratorio dal Centro America aggrava problemi già gravi. «Tapachula — dice il delegato dell’Ufficio Emigrazione, Jeorge Umberto Yzar — è un luogo di intenso conflitto. Tre autobus al giorno, ciascuno con più di 30 persone a bordo, deportano i clandestini, ragazzi, ragazze e adulti, nel loro Paese d’origine ». Un altro problema che turba gravemente la vita urbana è quello dello sfruttamento sessuale dei bambini, in continuo aumento, a un punto tale da definire la città «la capitale della prostituzione infantile del Messico». La corruzione dilaga a tutti i livelli, dai ministri ai bidelli di scuola, mentre la polizia locale è ritenuta «la più corrotta del mondo». Poco aggiunge, per definire le dimensioni del degrado incontenibile del luogo, una visita al Basurero Municipal, l’immondezzaio pubblico: una discarica immensa dove 150 camion al giorno travasano rifiuti, contesi da cani e da stormi famelici di falchi, corvi, avvoltoi. Una signora ci lavora dall’alba al tramonto raccogliendo bottiglie di plastica e pezzi di latta per un salario giornaliero di pochi dollari. Mercedes, la nostra guida, ci fa notare che la donna profuma di gelsomino: ma non è per vanità, aggiunte «è per scacciare il cattivo odore della spazzatura che le è penetrato nella pelle». Il solo dato positivo in questo dramma immane dell’emigrazione è che le rimesse degli emigranti negli Stati Uniti alle loro famiglie costituiscono un forte impulso economico per i Paesi boccheggianti del Centro America. Nel 2006 ad esempio — ha rivelato un esperto del mondo finanziario internazionale — il totale delle somme mandate in Honduras dai suoi lavoratori all’estero equivaleva a un quinto del prodotto lordo nazionale. Pecunia non olet — sentenzia imperturbabile il saggio di turno - , il denaro non puzza: anche se arriva dalle auree riserve degli Yankees del Nord America.

LO SCOOP SUL CORRIERE DELLA SERA: IL BOTTA E RISPOSTA TRA IL RETTORE TOMASELLO E GIAN ANTONIO STELLA

…Non sono stato ad alcuna colazione con i fratelli Pizza nell’occasione evidenziata dall’articolo nè in nessuna altra circostanza a Roma o in altro luogo. Alla fine di giugno ho invitato, come Rettore, ufficialmente all’Università di Messina il sottosegretario on. Pizza… Dopo quell’occasione ufficiale non ho mai più incontrato il sottosegretario nè tanto meno il fratello. Posso dimostrare di non avere avuto modo nè necessità di chiedere all’on. Pizza alcunchè, ancor meno i fantomatici ‘favori’ di cui si vagheggia. Pertanto, non capisco come possa essere accreditato un falso così clamoroso, a prescindere dalle altre notizie che riguardano i fratelli Pizza in rapporto alla mia asserita presenza alla colazione a Roma, e che, per quanto si riferisce a me, hanno un carattere certamente diffamatorio. Prof. Francesco Tomasello, Messina

LA RISPOSTA DI GIAN ANTONIO STELLA: Prendiamo atto della smentita del professor Tomasello anche se la nostra fonte non era buona, ma ottima. Diremmo anzi: ‘IMMANENTE’. E’ anche se nella nota non ci pare di aver bollato quel pranzo come una ‘notitia criminis’. Quanto al resto, rimandiamo alle notizie ANSA. G.A.S.

LA SCOMPARSA DI 12 MILIONI DI EURO DAL CONSORZIO AUTOSTRADALE DI MESSINA: BLITZ DELLA PROCURA

Blitz della magistratura al Consorzio Autostradale di Messina. Dopo la denuncia della presidente del Cas, Patrizia Valenti, la Procura ha disposto l’acquisizione della documentazione relativa ai pagamenti del Consorzio negli ultimi dieci anni. La Valenti ha chiesto all’assessore ai Lavori Pubblici la nomina di un ispettore. Si indaga sul mistero dei 12 milioni di euro scomparsi dai conti sui quali il Banco di Sicilia ha documentato non avere responsabilità. Fonte: Centonove

MASSONERIA, IL GRANDE ORIENTE D’ITALIA: L’AVVOCATO MESSINESE CELONA GRANDE ORATORE UFFICIALE?

Un messinese ai vertici nazionali della massoneria. E’ l’avvocato Francesco Celona del GOI. il grande Oriente d’Italia, ad essere candidato per la carica di grande oratore ufficiale. L’elezione è prevista tra marzo e aprile a Roma. Fonte: Centonove