Dopo secoli di progressivo distacco dai bisogni primari del suo popolo, la sfera piu’ altolocata della Chiesa comincia a scendere per davvero sulla terra, questo Natale, sembra accorgersi che esiste un grande vuoto, e da troppo tempo. Un vuoto nel quale lavorano in silenzio intere generazioni di preti coraggio, uomini e donne impegnati nel servizio agli altri, religiosi o laici, che incarnano il cristianesimo evangelico e con la loro parola, tradotta in fatti concreti, provano ogni giorno a colmarlo, quell’abisso fra il popolo e la sua chiesa, a riempirlo di fratellanza, solidarieta’, amore. Dopo le iniziative del cardinale Crescenzio Sepe a Napoli – un importante segnale, ma finora ancora in bilico tra sostegno vero ed elemosina caritatevole – la notte della Vigilia uno squarcio nel muro del distacco l’ha aperto, nel duomo di Milano, il cardinale Dionigio Tettamanzi: non basta parlare, occorre fare qualcosa di concreto, subito, ha detto. E lo ha fatto, stanziando un fondo di solidarieta’ da un milione di euro, tanto per cominciare, in favore di chi non ha nulla o sta perdendo tutto. Non prediche, non chiacchiere: denaro vero per chi precipita nel baratro della miseria e della malattia, prelevato «dall’otto per mille e da offerte pervenute in questi giorni», ha detto il cardinale, ma soprattutto «da scelte di sobrieta’ della diocesi e mie personali». Una autentica «primavera sociale». Che esempio, che grande lezione: ora la strada e’ aperta. Non si potra’ piu’, nelle parrocchie, in cattedrale, ai piedi di San Pietro, «non sapere da che parte incominciare». Fare per primi la propria parte non sara’ piu’ un eventuale atto di carita’, sara’ un dovere. E sara’ forse anche un modo – ma non vorremmo volare troppo con la fantasia – per ridicolizzare i nababbi che ci governano e le loro elemosinevoli card: invece di tuonare dai pulpiti di Palazzo Chigi o dei loft, comincino ad allentare le loro tasche e ad aprire le loro opulente magioni all’accoglienza. Stona percio’, mentre una parte autorevole della chiesa si porta finalmente in avanti, sentire dal papa un discorso di Natale incentrato sui pericoli del «terrorismo». Che cos’e’ il «terrorismo», Santita’? E’ la difesa del diritto ad esistere da parte dei popoli invasi proprio in nome di quella stessa logica della sopraffazione che per giustificarsi agli occhi del mondo ha dovuto inventarselo, il termine «terrorismo»? E’ quel mostro in nome del quale sono rimasti massacrati e senza sepoltura quasi un milione di bambini e di esseri umani dall’Afghanistan all’Iraq? E’ quella paura globalizzata che hanno gli occidentali di un mondo arabo che, dopo secoli di sterminio “legalizzato”, comincia a prendere coscienza della propria dignita’ umana? Questo, Santita’, per tanti di noi, laici o cristiani, questo e’ il «terrorismo». E questo avremmo voluto ascoltare dalla sua voce, mentre una crisi economica epocale travolge il nostro mondo, nella notte di Natale. di Rita Pennarola - laVoce delle Voci




