
Il sostituto procuratore di Patti Gaetano Scollo ha chiuso l’indagine sull’incendio che il 22 agosto del 2007 distrusse l’agriturismo di Patti “Il rifugio del falco”, dove persero la vita sei persone. Il magistrato ha scagionato i fratelli Valerio e Mariano La Mancusa, pastori, originari di Montalbano Elicona, rimasti indagati solo per il reato di un incendio doloso, diverso da quello che raggiunse l’agriturismo. Indagato di omicidio colposo, invece, Santi AnzĂ , proprietario della struttura e sotto inchiesta per non aver rispettato le prescrizioni di legge riguardanti prevenzione, sicurezza e la salute sul posto di lavoro. I fratelli La Mancusa vennero arrestati due giorni dopo l’incendio, in una operazione congiunta dei carabinieri della compagnia di Patti e della polizia del locale commissariato, ma vennero scarcerati nelle settimane successive grazie ad una perizia del prof. Giovanni Bovio, che escluse collegamenti fra il rogo verificatosi a San Cosimo il 21 agosto 2007 (per il quale sono accusati i pastori) con quello dell’agriturismo avvenuto il giorno successivo ed estesosi sino alla contrada Litto, dove si trovava il “Rifugio del falco”.
Dieci avvisi di garanzia sono stati emessi dal sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) Francesco Massara nei confronti di amministratori e professionisti coinvolti a vario titolo nella gestione e controllo della Ato Me2 Spa, per falsita’ nei bilanci e nelle comunicazioni sociali. Nel corso delle indagini condotte dai militari della Compagnia di Milazzo della Guardia di Finanza e’ stato compiuto un esame approfondito degli atti della societa’, sin dalla sua nascita, e dei bilanci d’esercizio relativi agli anni 2005 e 2006. Le indagini, durate quasi un anno, hanno evidenziato che le persone denunziate, intervenute a vario titolo nella redazione, controllo e revisione della contabilita’ e dei bilanci, avrebbero fatto apparire la societa’ in condizioni economiche e finanziarie ben diverse da quelle reali. Infatti, e’ stato accertato che la situazione di equilibrio di bilancio rappresentata e’ stata “raggiunta” mediante l’iscrizione di crediti ed attivita’ nella realta’ inesistenti per un valore complessivo di quasi 15 milioni di euro, circa 5 nel 2005 e circa 10 nel 2006. La Guardia di Finanza di Milazzo ha accertato, inoltre, che gli amministratori, gia’ prima dell’entrata in funzione della societa’, erano riusciti a conseguire debiti per circa un milione di euro. Debiti conseguiti con l’erogazione di compensi, a se stessi ed ai soggetti incaricati del controllo contabile, per circa 500.000 euro l’anno, tanto nel 2003 quanto nel 2004, anni durante i quali la societa’ non aveva ancora intrapreso il servizio per il quale era stata costituita. Un documentato rapporto e’ stato inviato anche alla Corte dei Conti.
Federico, figlio dell’Altero ministro delle Infrastrutture e giovane aviatore dell’Alitalia, era destinato alla cassa integrazione. Invece è diventato pilota della Cai scavalcando colleghi titolati per anzianitĂ aziendale, etĂ ed esperienza.
Qualcuno nasce con la camicia, qualcuno con le ali ai piedi. Federico Matteoli, figlio dell’Altero ministro alle Infrastrutture, può vantare di avere sia le ali, sia la camicia: almeno quella con i gradi di pilota della Cai di Roberto Colaninno & Company, che il giovane aviatore è riuscito a strappare di dosso a colleghi più titolati per anzianità aziendale, età , esperienza e figli a carico. Come ha fatto? Matteoli junior era già stato graziato una volta: nella defunta compagnia di bandiera era entrato solo nel 2002, unico e ultimo assunto a tempo indeterminato, con le assunzioni chiuse da mesi. Il papà allora era ministro all’Ambiente. E il suo partito, An, nella vecchia Alitalia contava su Silvano Manera, poi nominato direttore generale dell’Ente per l’aviazione civile (Enac), e Luigi Martini, ex parlamentare, oggi consulente personale di Rocco Sabelli, l’ad della nuova compagnia. Questa volta però il Federico volante sembrava destinato alla cassa integrazione, anche perché l’aereo che guida, l’Md80, finirà in pensione. Invece ecco il colpo di scena: i manager di Colaninno-Sabelli-Martini hanno inventato una graduatoria di anzianità a parte a Milano, la città dove Matteoli junior era stato assunto. E così il figlio del ministro ha potuto scavalcare centinaia di colleghi davanti a lui. Un buon inizio per un’operazione che già ci costa 3 miliardi e 300 milioni: 55 euro di debiti per ciascun italiano, compresi i bambini. F. G.

Sono complessivamente 32 le persone coinvolte nell’operazione ‘Pozzo’ del Ros dei carabinieri di Messina, che ha portato in cella 12 presunti esponenti della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. A tutti gli indagati vengono contestati i reati di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, detenzione e porto abusivo di armi, usura, spendita di moneta falsa. L’inchiesta era partita nel 2007 come prosecuzione delle indagini che negli anni precedenti avevano giĂ colpito numerosi esponenti delle famiglie di Cosa Nostra di Mistretta e Barcellona Pozzo di Gotto, nonchĂ© dei gruppi mafiosi dei cosiddetti ‘Batanesi’ e ‘Mazzarroti’, attivi rispettivamente a Tortorici e MazzarrĂ Sant’Andrea. Secondo i carabinieri a capo dell’organizzazione sgominata oggi c’era Carmelo D’Amico che aveva preso il posto di Giuseppe Gullotti e Salvatore Di Salvo, condannati nell’ambito del processo Mare Nostrum. L’inchiesta ha consentito di accertare l’interesse dell’organizzazione per i lavori pubblici in corso di realizzazione nella fascia tirrenica della provincia, attraverso l’imposizione nei contratti di subappalto e forniture di materiali da parte di imprese controllate, anche mediante la consumazione di attentati intimidatori nei confronti di imprenditori concorrenti. Altro rilevante settore d’interesse dell’organizzazione si è rivelato, secondo i carabinieri, quello connesso al controllo degli stabilimenti balneari e dei locali notturni presenti nell’area milazzese, funzionale alla gestione del gioco d’azzardo, nonchĂ© di attivitĂ usuraria nei confronti dei giocatori maggiormente gravati dai debiti di gioco. In tale ambito, le attivitĂ di riscontro hanno consentito il deferimento in stato di libertĂ di 35 soggetti per concorso in gioco d’azzardo, mentre nel corso di alcune perquisizioni nei confronti di altri indagati sono state sequestrate banconote contraffate per oltre 5mila euro. Secondo i carabinieri, inoltre, l’organizzazione criminale avrebbe offerto sostegno all’ex-sindaco di Santa Lucia del Mela, Santo Pandolfo, destinatario di un avviso di garanzia in occasione delle consultazioni amministrative del 2002. L’amministrazione avrebbe ricambiato con l’approvazione della sanatoria di un fabbricato abusivo di proprietĂ di un esponente di vertice della famiglia ed il rilascio di una concessione per gestirvi un esercizio pubblico. Sono state infine accertate le minacce degli esponenti di vertice della famiglia barcellonese nei confronti dei familiari di un collaboratore di giustizia, finalizzate a dissuaderlo dal rendere ulteriori dichiarazioni. Secondo i carabinieri l’operazione ‘Pozzo’ costituisce “l’ennesimo intervento nei confronti di uno dei sodalizi criminali piĂą qualificati della Cosa Nostra messinese, concorrendo a ripristinare le essenziali condizioni di legalitĂ e di libero mercato in importanti settori dell’economia dell’area tirrenica”. Gli altri arrestati sono Leonardo Arcidiacono, catanese di 39 anni, Antonino Bellinvia, barcellonese di 55 anni, Tindaro Calabrese, trentaseienne di Novara di Sicilia, Antonino Calderone, barcellonese di 34 anni, Gaetano Chiofalo, trentaseienne di Milazzo, Mariano Foti, barcellonese di 39 anni, Santo Gullo, quarantaseienne di Falcone, Francesco Ignazzitto, quarantenne di Barcellona, Ottavio Imbesi, barcellonese di 38 anni, Salvatore Micale, trentacinquenne di Barcellona e Salvatore Puglisi, cinquantaquattrenne di Fondachelli Fantina.
Chiusa l’inchiesta sul fallimento della “Savena srl”, un’impresa del settore della cantieristica navale, che aveva portato nelle scorse settimane alla misura interdittiva della sospensione per due mesi dall’attivitĂ d’impresa dell’ex amministratore di fatto, Gianfranco Romano, 51 anni. La decisione era stata adottata dal gip Daria Orlando su richiesta del sostituto procuratore Vito Di Giorgio, il magistrato che sta seguendo l’inchiesta insieme alla guardia di finanza ed ha inviato l’avviso ex art. 415 bis c.p.c.; un avviso di chiusura delle indagini preliminari che che oltre a Romano riguarda anche un altro ex amministratore, Gaetano Di Bella, 51 anni. Stralciata invece la posizione di un terzo indagato iniziale, Giovanni Occhipinti, nei suoi confronti si va verso l’archiviazione poichĂ© non sono emerse responsabilitĂ a suo carico. La “Sa.ve.na. srl” è stata dichiarata fallita dal Tribunale il 5 ottobre 2007. Secondo quanto hanno ricostruito i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria e secondo quanto scrive il magistrato, da sempre «dominus» dell’impresa cantieristica fu il Romano, che per un certo periodo si avvalse come prestanome nella gestione della societĂ del Di Bella. Ecco le principali contestazioni accusatorie a carico dei due, in un arco di tempo che inizia nel 1993 e si spinge sino alla dichiarazione di fallimento, sostanzialmente si tratta di bancarotta. In particolare dal 1993 al 2004 il Romano fu amministratore unico, mentre dal 2004 e sino al fallimento al Romano subentrò formalmente il Di Bella, e il primo per quest’ultimo periodo viene definito dall’accusa come «amministratore di fatto». Nel corso di un lungo periodo di gestione tra il 1999 e il 2007 i due avrebbero distratto 408.000 euro, e il solo Romano altri 193.000 euro. Sempre nello stesso periodo i due, allo scopo di arrecare pregiudizio ai creditori, avrebbero falsificato ad arte le scritture contabili, questo per non rendere possibile una ricostruzione dettagliata del patrimonio e del movimento degli affari. Con un’altra operazione il 312 dicembre del 2006 contabile Romano e Di Bella avrebbero distratto 220.000 euro con un’operazione di storno contabile, con cui annullarono il credito vantato dalla “Sa.ve.na. srl” nei confronti della “Cantieri Navali Savena srl”. Ed ancora sempre i due indagati avrebbero distratto 53.000 euro con uno storno contabile, con cui annullavano il credito vantato dalla societĂ nei confronti dei due soci a titolo di parte (i 7/10) delle quote sociali ancora da versare in seguito all’aumento di capitale deliberato dall’assemblea straordinaria del 5 maggio 1999. Al Romano veniva inoltre originariamente contestato un capo d’imputazione singolo, l’aver occupato abusivamente, nell’aprile del 2006, in qualitĂ di amministratore unico della “Cantieri Navali Savena srl”, aree demaniali per circa 21.000 metri quadrati.(n.a.)
MILANO - Stefano Arrighetti, il progettista dei «T-Red», i sistemi di rilevazione automatica delle infrazioni commesse dagli automobilisti agli incroci semaforici, è stato arrestato dai carabinieri di San Bonifacio (Verona) in collaborazione con i militari della compagnia di Seregno (Milano) nell’ambito dell’inchiesta della procura di Verona sui cosiddetti «semafori intelligenti» che vede indagate altre 108 persone.
L’ACCUSA - Arrighetti, 45 anni di Seregno, amministratore unico della societĂ Kria di Desio (Milano), è accusato di frode nelle pubbliche forniture. Secondo quanto si è appreso, Arrighetti avrebbe omologato solo la telecamera e non avrebbe chiesto e quindi mai ottenuto dal Ministero dei trasporti l’omologazione dell’hardware dell’apparecchiatura che fa funzionare l’intero sistema.
GLI INDAGATI - Tra i 109 indagati figurano 63 comandanti di polizia municipale tra cui quello di Perugia e di Mogliano Veneto (Treviso), 39 amministratori pubblici e sette amministratori di societĂ private. Sono invece 80 i comuni del centro-nord Italia al centro dell’indagine nei quali sono state comminate decine di migliaia di contravvenzioni. Il provvedimento restrittivo che ha raggiunto Arrighetti è stato emesso dal gip scaligero Sandro Sperandio su richiesta del pm Valerio Ardito.
IL SEQUESTRO - I carabinieri di San Bonifacio hanno provveduto al sequestro preventivo dei T-red in 64 comuni di 24 province, ma il numero crescerĂ nei prossimi giorni. Le indagini, iniziate nel dicembre 2007, erano state avviate per accertare la conformitĂ alla normativa vigente del sistema automatico di rilevamento delle infrazioni alla luce semaforica rossa, il T-red appunto. installato presso gli incroci del Veronese. A gennaio 2008, i carabinieri di Tregnago, Illasi e Colognola ai Colli, incaricati delle indagini, denunciarono un amministratore comunale, due comandanti di polizia locale e gli amministratori unici di Ci.ti.esse di Rovellasca, Maggioli di Santarcangelo di Romagna, Traffic Tecnology di Marostica e Open Software di Mirano per truffa aggravata e falsitĂ materiale. A giugno le indagini furono estese anche ad altri 64 comuni dopo aver accertato che il T-red era difforme da quello omologato dal Ministero dei Trasporti di Roma dove Arrighetti aveva chiesto ed ottenuto l’omologazione solo per le telecamere dei T-red e non per le apparecchiature (come i relè, le spire ed altro chiamato tecnicamente hardware) contenute in un armadio di vetroresina posto nelle vicinanze delle telecamere..