
Bufera sull’Ato Messina 2, che comprende 38 comuni, da Villafranca a Brolo. Conti “truccati”, compensi esorbitanti agli amministratori. bilanci in rosso ancor prima di cominciare la normale gestione. È quanto scoperto dalla Guardia di Finanza di Milazzo dopo oltre un anno di indagini, operate su delega della procura di Barcellona. Il sostituto procuratore della repubblica presso il tribunale di Barcellona, Francesco Massara, ha emesso dieci avvisi di garanzia nei confronti di altrettanti amministratori, revisori e tecnici coinvolti nella gestione dell’Ato. Le ipotesi di reato sono: falso in bilancio e false comunicazioni sociali. Gli indagati sono l’attuale presidente Andrea Paratore, 61 anni di Falcone, l’amministratore delegato Santi Gangemi, 59 anni di Monforte San Giorgio, gli ex consiglieri di amministrazione Mario Mellina, 44 anni di Milazzo; Antonino Trimboli, 66 anni, di Milazzo, Carmelo Pantè, 66 anni di Messina. E ancora: il presidente del Collegio dei revisori Vincenzo Scibilia, 48 anni di Taormina; i sindaci effettivi Orazio Antonio Russo, 48 anni di Sant’Agata Militello e Nino Manetto, 62 anni di Caronia. Tra gli indagati anche il presidente del consiglio di amministrazione della società di revisione contabile “Trirevi srl” Francesco Vulpetti, 47 anni di Erice e il consulente esterno, Vittorio Spada, di Barcellona. Le indagini riguardano il periodo 2002-2006 e comprendono gli atti contabili della società d’ambito, sin dalla sua nascita, nonché i bilanci d’esercizio relativi agli anni 2005 e 2006 muniti della relazione di conformità e regolarità da parte degli organi di revisione e controllo. In buona sostanza, le Fiamme Gialle, che hanno operato sotto le direttive del comandante della locale compagnia, capitano Danilo Persano, avrebbero accertato – come emerge anche da un comunicato ufficiale emesso dal comandante provinciale Decio Paparoni – «che la situazione di equilibrio di bilancio rappresentata è stata “raggiunta” mediante l’iscrizione di crediti ed attività che nella realtà erano inesistenti per un valore complessivo di quasi 15 milioni di euro, circa 5 nel 2005 e circa 10 nel 2006». Insomma le “carte” erano apparentemente a posto, col pareggio alle voci entrate e uscite, ma quelle somme che l’Ato avrebbe iscritto come “da introitare” erano “crediti inesistenti”. E, si badi bene anche la crisi di liquidità , tutt’oggi lamentata, non va addebitata, come più volte fatto credere, solo al mancato pagamento delle bollette da parte degli utenti. Il particolare emerge dall’attività di indagine che ha infatti accertato come «il deficit finanziario attribuito ad evasori ed utenti morosi rappresenta solo una parte del più ampio deficit di gestione realizzato ed occultato dai soggetti coinvolti nella gestione dell’Ato». Il che tradotto in concreto significa che la crisi finanziaria tanto sbandierata è collegabile più alla gestione di quello che da tutti è stato da sempre considerato un “carrozzone politico”, anziché al mancato pagamento delle bollette (che vanno pagate, certo, ma nel rispetto di servizi realmente resi). In questo quadro, la Guardia di Finanza di Milazzo ha accertato che «gli amministratori, già prima dell’entrata in funzione della società , erano riusciti a conseguire debiti per circa un milione di euro. Debiti accumulati con l’erogazione di compensi, a se stessi ed ai soggetti incaricati del controllo contabile per circa 500 mila euro l’anno, tanto nel 2003 quanto nel 2004, anni durante i quali la società non aveva ancora intrapreso il servizio per il quale era stata costituita». I finanzieri al riguardo hanno inviato un documentato rapporto alla Corte dei Conti di Palermo per la valutazione delle responsabilità , dal punto di vista del danno arrecato all’erario, «emergente in capo ad amministratori in relazione ai suddetti compensi percepiti illecitamente e ai profili di responsabilità patrimoniale connessa all’ammontare della complessiva falsità in bilancio». Questi i dati dell’indagine. Che in buona sostanza riscontra quanto denunciato da sempre da cittadini e comitati che hanno aspramente contestato questa gestione dell’Ato, società partita col piede sbagliato anche per quei compensi fissati ai componenti del Cda apparsi sicuramente esosi. Ma c’è un altro elemento che necessita di chiarezza. Quello dei bilanci. Chiusi con crediti inesistenti – come accertato dagli inquirenti – per affermare una situazione di “normalità ”, che però nei fatti non c’è mai stata. E, alla luce dell’inchiesta della Guardia di Finanza, certo non stupisce quando sta avvenendo negli ultimi giorni, con l’Ato che non riesce a pagare il dovuto per conferire i rifiuti in discarica, appoggiandosi, in virtù peraltro di una minuscola disposizione contrattuale, ai sindaci dei Comuni, chiamati ad intervenire in situazioni di emergenza. I quali peraltro hanno approvato in assemblea bilanci e rendiconti. Possibile che non si siano mai accorti di nulla? Un comportamento a dir poco censurabile quello degli amministratori locali, rimasti in silenzio, nonostante continue proteste e sollecitazioni dei cittadini, e nonostante il rischio di vedersi saccheggiato dai commissari regionali i bilanci per pagare debiti che, a fronte di quanto emerso nell’indagine, solo in parte erano dei cittadini. Eppure sui loro tavoli sono piovuti a decine i ricorsi, le denunce e le proteste dei cittadini esasperati ultimamente dai cumuli di immondizia non raccolta. L’inchiesta della Procura – è stato confermato dagli stessi inquirenti – è partita proprio dagli esposti dei cittadini. E non è un caso che i comitati contro il carobollette abbiano già raccolto migliaia di firme che presenteranno nei prossimi giorni – come hanno annunciato – assieme ad un dossier al Procuratore capo di Barcellona, dott. De Luca, sollecitando specifici accertamenti. Che potranno fare aprire nuovi filoni d’inchiesta. Si prevedono, dunque, ulteriori sviluppi. Giovanni Petrungaro - GazzettadelSud





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