Il decreto lo ha firmato il ministro della Giustizia Angelino Alfano un paio di giorni fa. La proposta l’aveva formulata il capo della procura di Messina Guido Lo Forte, come coordinatore della Direzione distrettuale antimafia peloritana. E altri cinque personaggi di spicco delle associazioni mafiose tirreniche e siciliane, coinvolti nelle più recenti operazioni gestite dal sostituto della Dda Giuseppe Verzera, indagini che hanno dato una nuova lettura della geografia mafiosa nella provincia di Messina all’indomani delle condanne del maxiprcoesso “Mare Nostrum”, sono stati già destinati al carcere duro. Si tratta del barcellonese Carmelo D’Amico, 38 anni, considerato l’attuale referente della famiglia barcellonese dopo le condanne inflitte al maxiprocesso “Mare Nostrum” al boss Giuseppe Gullotti e al suo “successore” designato Salvatore “Sem” Di Salvo, nonché “titolare” degli interessi economici della famiglia mafiosa per la zona di Milazzo, indagato nelle recenti operazioni antimafia “Pozzo” e “Sintesi”; Antonino Calderone, 33 anni, di Barcellona, inteso “Caiella”, già indagato e poi assolto definitivamente per l’omicidio del giovane Antonino Sboto, avvenuto nelle campagne di Barcellona; Alfio Giuseppe Castro, inteso “Pippo”, 55 anni, di Catania, indagato di recente nelle operazioni antimafia “Vivaio” e “Sintesi”, considerato dalla Dda l’anello di congiunzione della cosca barcellonese con i santapaoliani; Antonino Bellinvia, 54 anni, di Barcellona Pozzo di Gotto; Salvatore Micale, 34 anni, di Barcellona Pozzo di Gotto. I cinque sono già stati trasferiti in varie carceri d’Italia, l’intento principale è ovviamente in questi casi quello di recidere i legami col territorio d’appartenenza. E nell’ambito della recente operazione antimafia “Sintesi”, scaturita dalle clamorose rivelazioni dell’imprenditore Maurizio Sebastiano Marchetta, ex vice presidente del consiglio comunale di Barcellona, che dal gennaio scorso ha cominciato a raccontare alla squadra mobile di Messina,il suo “calvario del pizzo”, c’è da registrare anche il deposito dell’appello davanti al Tribunale della Libertà del sostituto della Dda Verzera: per contestare la mancata concessione della custodia cautelare in carcere da parte del gip per altri tre indagati, vale a dire Vincenzo Licata, Domenico Mortellaro e Alfio Giuseppe Castro. L’appello del pm sarà discusso davanti al TdL il 2 marzo. Nell’ambito dell’inchiesta “Sintesi” infatti, per Licata e Mortellaro il gip Genovese ha dichiarato la propria incompetenza per territorio in relazione alle ipotesi di reato di cui sono ritenuti responsabili, essendo competente secondo il giudice il Tribunale di Palermo. Licata è ritenuto un personaggio di spicco della mafia agrigentina, ha alle spalle una condanna all’ergastolo per il processo “Akragas”. Nuccio Anselmo - GDS
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La notizia dei 500 milioni di euro offerti dall’Abu Dhabi United Group for the Development and Investment (ADGDI) per rilevare il 40% del pacchetto azionario del Milan calcio ha fatto il giro del mondo, mettendo in fibrillazione azionisti, scommettitori e tifosi. Il presidente del Consiglio e proprietario della blasonata squadra italiana, Silvio Berlsuconi, ha smentito qualsivoglia trattativa di cessione, ma ci sono troppe strane coincidenze per poter archiviare frettolosamente l’intera vicenda. Innanzitutto perché dietro l’operazione ci sarebbe lo sceicco Mansour Bin Zayed Al Nayhan, membro della famiglia che governa l’emirato di Abu Dhabi, nonché proprietario del Manchester City, team inglese del solo qualche mese fa aveva chiesto di acquistare Kaká dal Milan, in cambio di 108 milioni di euro. Poi perché dal 10 agosto 2007, l’Abu Dhabi Investment Authority, il principale fondo degli Emirati Arabi Uniti, possiede il 2,04% del capitale di Mediaset, la cassaforte dell’impero Berlusconi e, secondo alcuni analisti economici, punterebbe a rastrellare un altro 3% delle azioni del biscione, sfruttando l’uragano finanziario che si è abbattuto sulle borse mondiali. Terzo, perché è sotto gli occhi di tutti la convergenza di politiche ed interessi economici tra il governo italiano e il piccolo emirato arabo. A fine gennaio, ad esempio, l’Abu Dhabi Tourism Authority (ADTA), l’autorità statale che dirige l’industria turistica, ha aperto due uffici di rappresentanza in Italia, uno a Roma e uno a Milano. Il 4 febbraio, la sottosegretaria al Turismo, Michela Brambilla, fedelissima berlusconiana, si è recata in Medio oriente per inaugurare il forum del turismo alberghiero Italia-Abu Dhabi ed insignire lo sceicco Sultan Bin Tahnoon Al Nahyan (stretto congiunto del titolare del Manchester) e presidente di ADTA, dell’onorificenza di Grande Ufficiale Ossi della Repubblica italiana. Il presidente del consiglio e il ministro della difesa Ignazio La Russa, sono andati ben oltre. Hanno inviato il pattugliatore d’altura Comandante Bettica per fare da ambasciatore del complesso militare industriale italiano al salone internazionale della difesa IDEX 2009 organizzato ad Abu Dhabi dal 22 al 26 febbraio 2009. All’appuntamento dei mercanti di guerra, il gruppo Finmeccanica, in buona parte proprietà del Tesoro, si è presentato al gran completo: la controllata Alenia Aeronautica per piazzare aerei antisommergibile e anti-nave ATR-72-ASW ed i velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan; Alenia Aermacchi, gli addestratori M-311 ed M-346; Agusta Westland, gli elicotteri da combattimento AW-119 Koala, AW-129, Super Lynx 300 ed NH-90; Oto Melara, i cannoni navali 76/62 e i blindati Centauro; Drs Technologies, i sistemi di rilevamento e sorveglianza utilizzati in mezzo mondo contro i migranti. C’è pure l’ombra di Abu Dhabi sui lavori del Ponte sullo Stretto di Messina, obiettivo strategico dell’esecutivo Berlusconi. Lo hanno scoperto i magistrati romani che indagavano su un anziano ingegnere italo-canadese, Giuseppe Zappia, che aveva partecipato alla fase di pre-qualifica per la progettazione e l’esecuzione dell’opera. Secondo la Procura capitolina che ne ha chiesto il rinvio a giudizio, il professionista si sarebbe mosso per conto del boss Vito Rizzuto (capo della criminalità organizzata del Canada e stretto alleato del clan Bonanno di New York), intenzionato ad investire nell’operazione Ponte un paio di milioni di dollari provenienti dal traffico di stupefacenti. Sempre secondo i magistrati romani, una parte del denaro per i lavori nello Stretto di Messina sarebbe dovuto arrivare dalla riscossione di una ingente somma in Medio oriente da parte dell’ingegnere Zappia e di alcuni associati del Rizzuto. In particolare, il professionista italo-canadese aspirava ad entrare in possesso di un miliardo e settecento milioni di dollari corrispondenti al valore di alcuni lavori realizzati ad Abu Dhabi dalla ZMEC - Zappia Middle East Company Ltd., società costituita nel paradiso fiscale delle Isole Vergini. Nell’emirato arabo, tra il 1979 e il 1982, mister Zappia aveva progettato un acquedotto di oltre quattrocento chilometri ed ottenuto ben otto contratti di costruzioni civili. Sorsero tuttavia dei contrasti con gli enti committenti e la vicenda finì davanti ad un tribunale civile degli Stati Uniti d’America. Ottenute le commesse e avviati i lavori ad Abu Dhabi, intorno alla metà del 1982, la ZMEC si vide prima ritardare il pagamento di una tranche, poi ricevere comunicazione del blocco dei restanti pagamenti. Nel gennaio 1983, l’ingegnere Zappia fu costretto a chiedere un prestito alla Emirates Commercial Bank (ECB). L’istituto impose alla ZMEC di trasferire le commesse ad un’altra società internazionale. “Ho dovuto sottoscrivere quest’accordo perché mi minacciarono di mettermi in prigione”, ha dichiarato Giuseppe Zappia. Due anni più tardi, la ECB ed altre due banche dell’emirato furono ricapitalizzate e si fusero nell’Abu Dhabi Commercial Bank. Dopo aver chiesto ripetutamente alle autorità dell’emirato un congruo rimborso per le attrezzature della ZMEC che erano state sequestrate e cedute ad altre imprese, nel 1994 l’ingegnere citò di fronte alla giustizia americana l’Abu Dhabi Commercial Bank e l’Abu Dhabi Investment Authority, l’autorità statale che qualche anno più tardi avrebbe acquistato una consistente quota azionaria di Mediaset. Il giudice distrettuale di New York rigettò il ricorso e nel giugno del 2000 arrivò per l’italo-canadese una sentenza d’appello altrettanto sfavorevole. A questo punto, per ottenere l’ambito risarcimento dall’allora presidente del consiglio di Abu Dhabi, Sheikh Kalifa bin Zayed Al Nahyan, Zappia contattò inutilmente il generale in capo dell’esercito USA di stanza nell’emirato ed alcune delle maggiori autorità del mondo arabo, come il sovrano del Marocco, il presidente siriano, il re di Giordania e il presidente palestinese Yasser Arafat. L’ingegnere si affidò allora ad un mediatore d’affari franco-algerino, Hakim Hammoudi, personaggio che secondo la Procura di Roma stava seguendo per conto del boss Rizzuto alcuni affari in Europa e nel Golfo Persico. Alla vigilia della gara per i lavori del Ponte, Hammoudi comunicò a Zappia di essere riuscito a sbloccare il credito avanzato ad Abu Dhabi grazie alla collaborazione di un non meglio specificato “principe” della casa regnante in Arabia Saudita, anch’egli interessato ad entrare nel grande affaire dello Stretto. Il 19 luglio 2003, Zappia veniva intercettato mentre dialogava al telefono con Vito Rizzuto ed Hakim Hammoudi. “Penso che stiamo arrivando alla fine adesso, o no?!”, domandava Rizzuto. “Comunque loro, da come la vedo io, vogliono dare qualche cosa ma non è abbastanza. Vediamo se possiamo prendere di più”. Gli ordini di cattura emessi dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta. Brooklin contro Zappia, Rizzuto e Hammoudi impedirono la conclusione della controversia finanziaria con le autorità statali di Abu Dhabi. A rendere piuttosto ingombranti amicizie e affari dell’establishment italiano con la famiglia che governa l’emirato non c’è solo però l’episodio che ha visto protagonisti Zappia e Rizzuto. Lo sceicco Kalifa bin Zayed Al Nahyan, padre dell’odierno emiro di Abu Dhabi, Khalifa bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, sino alla sua morte avvenuta nel 2006 è stato strettamente legato alle organizzazioni dell’estremismo religioso islamico. Negli anni ’60, Sheikh Kalifa bin Zayed visitò il Beluchistan pakistano sotto la protezione di un anziano funzionario dei servizi segreti di quel paese, che lo mise in contatto con molti dervisci e mistici locali. Fu proprio grazie a questi contatti che l’emiro di Abu Dhabi incontrò l’uomo d’affari pachistano Agha Hassan Abedi, divenendone grande amico e collaboratore sul piano economico-finanziario. Agha Hassan Abedi è il fondatore della BCCI, la Bank of Credit and Commerce International, più nota come Criminal Bank, per anni il più importante centro di “lavaggio” del denaro proveniente dal narcotraffico, utilizzata dalla CIA per la conduzione di operazioni clandestine a favore dell’ex alleato Saddam Hussein, del dittatore pakistano Mohammed Zia, della Contra nicaraguese e della resistenza islamica all’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Fu proprio grazie all’amicizia con il potente emiro Zayed Al Nahyan, che la BCCI ebbe la possibilità di aprire tre filiali negli Emirati Arabi Uniti. Il fervore religioso dell’ex capo di governo lo convinse a finanziare la realizzazione ad Abu Dhabi della più grande moschea del mondo, 500 mila metri quadrati di superficie. Il primo lotto dei lavori per un importo di 120 milioni di dollari, fu affidato nel 1996 a due imprese italiane, la Rizzani de Eccher di Udine ed Impregilo. Quest’ultima è oggi capofila della cordata general contractor per i lavori del Ponte di Messina. Attraverso la controllata Fisia Italimpianti, Impregilo ha pure realizzato ad Abu Dhabi sette dissalatori; recentemente ha sottoscritto con l’emirato un contratto per un nuovo dissalatore della capacità di cento milioni di galloni al giorno ed una centrale elettrica di 1.500 MW a Shuweihat, lungo la costa del Golfo Persico. Ma non finiscono qua i flirt interessi italiani con Abu Dhabi. Nel luglio 2005, la maggiore società d’investimenti del governo, la Mubadala Development Company, ha acquisito il 5% del pacchetto azionario della prestigiosa scuderia automobilistica Ferrari, controllata in parte da Gemina-Fiat, al tempo maggiore azionista d’Impregilo. Successivamente è arrivato l’acquisto del 35% della Piaggio Aereo Industry, storico gruppo produttore di velivoli civili e militari. Mubadala è oggi uno dei maggiori partner internazioni del colosso dell’industria bellica statunitense Lockheed Martin. Dopo l’automobilismo è arrivato il calcio. Dicevamo del Manchester City. Poi, a fine 2008, l’Abu Dhabi Sports Council, il ministero dello Sport nazionale, ha stipulato un accordo triennale con l’Inter Football Club di Milano per lo sviluppo del calcio giovanile nell’emirato e la formazione degli allenatori delle 5 squadre presenti sul suo territorio: Al Jazeera, Al Wahda, Al Ain, Baniyas, Al Dafra. È notizia di questi giorni il tentativo di scalata al Milan da parte dell’Abu Dhabi United Group for the Development and Investment. Come se ciò non bastasse, ci sono le cointeressenze “indirette” in un’altra grande squadra del calcio italiano. L’Abu Dhabi Investment Authority possiede il 25% dell’Arab Banking Corporation (ABC), istituto finanziario d’eccellenza in Nord Africa e Medio oriente, con sede a Manama, Bahrain. Un altro 26% delle quote dell’ABC è in mano alla Central Bank of Lybia, la banca centrale dello stato nord africano. Partner strategico del governo di Gheddafi nell’implementazione del piano di privatizzazione di istituti finanziari ed imprese, l’Arab Banking Corporation detiene il 7,5% delle azioni della Juventus di Torino, più altri cospicui pacchetti di Unicredit, Fiat ed ENI. Gheddafi è un altro leader arabo super corteggiato da Berlusconi & C. I capitali generati dall’export petrolifero fanno gola a banche, assicurazioni, società di costruzioni e produttori d’armi. E chissà che fanta-campionato ci aspetta con emiri e colonnelli a contendersi squadre, calciatori, allenatori e presidenti…
La NATO ha bombardato e assassinato nei Balcani. La NATO bombarda e assassina in Afghanistan. La NATO, forse, bombarderà in Pakistan o in Somalia. E assassinerà. Tutto ciò sembra proprio non preoccupare una delle più prestigiose università private italiane, la Cattolica del Sacro Cuore di Milano, tanto cara agli ambienti del Vaticano e della Conferenza episcopale. Così, mentre il movimento internazionale no war si è dato appuntamento il prossimo 4 aprile a Strasburgo per chiedere lo scioglimento della North Atlantic Treaty Organization, l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, l’ateneo meneghino si prepara ad ospitare un convegno internazionale per analizzare - ed ovviamente sostenere - l’odierno processo di riorganizzazione e di potenziamento degli strumenti militari della NATO. “1949-2009: Sessant’anni di Alleanza Atlantica fra continuità e trasformazione” è il titolo dell’evento organizzato nei giorni 12 e 13 marzo 2009 nell’Aula Magna della Cattolica dal Dipartimento di Scienze politiche con l’adesione, tra gli altri, del Comitato Atlantico Italiano, del Centro Alti Studi per la Difesa, della Divisione Diplomazia Pubblica della NATO e del Comando Militare Esercito Lombardia. Secondo quanto si legge nella brochure-invito, “il convegno, che si inquadra nel progetto di ricerca La NATO tra globalizzazione e perdita di centralità, finanziato sui fondi D.3.2 dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, si inserisce in una tradizione consolidata di studi sulla sicurezza internazionale condotti dal Dipartimento di Scienze politiche e di collaborazione con gli organismi della NATO”. “Il convegno si apre con un’analisi storica sulle ragioni di lunga durata che giustificano la permanenza, l’evoluzione e la trasformazione dell’Alleanza Atlantica dopo la fine della Guerra Fredda”, spiegano gli organizzatori. “L’attualità e il futuro dell’Alleanza saranno esaminati considerando la solidità e l’importanza della NATO per Europa e Stati Uniti, le relazioni tra NATO ed UE, il problema della “NATO globale”, il rapporto con la Russia e l’allargamento ad altri Stati un tempo appartenenti all’URSS, la questione dei compiti, strettamente legata a quella della trasformazione delle forze militari, con riferimento anche alle missioni in corso ed alla possibile approvazione di un nuovo Concetto Strategico”. Tra i temi di dibattito spiccano inoltre quello della relazione tra la “NATO e le armi nucleari”, e quello relativo alle operazioni “fuori aerea”, un tempo limite inviolabile del Trattato Nord Atlantico, oggi elemento cardine (o “primario”, secondo la Cattolica del Sacro Cuore) dell’organizzazione militare. Non mancherà nel corso del convegno una riflessione sul ruolo dell’Italia, “che, oggi come ieri, vede nell’Alleanza Atlantica il pilastro della sua politica estera e di difesa e svolge nella NATO un ruolo di primo piano”. La lista dei relatori invitati dalla Cattolica di Milano è lunga e variegata. Il personaggio più atteso è certamente l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, odierno Presidente del NATO Military Committee, carica ricoperta nella storia dell’alleanza solo da un altro ufficiale italiano (Guido Venturoni). Di Paola, già comandante della portaeromobili “Giuseppe Garibaldi” e sino a qualche mese fa Capo di Stato Maggiore della Difesa, ha pure ricoperto in passato il ruolo di Direttore Nazionale degli Armamenti e di Capo di gabinetto del ministro della Difesa (anni 1998-2001). Nel curriculum professionale dell’ammiraglio c’è pure un lungo incarico presso il Supreme Allied Command Atlantic (SACLANT), uno dei due comandi supremi della NATO, con sede a Norfolk, Virginia, a cui è attribuito tra l’altro il compito di “protezione della deterrenza nucleare marittima della NATO”. Al SACLANT, Giampaolo Di Paola ha lavorato nel settore della pianificazione a lungo termine della guerra sottomarina. Al Convegno NATO della Cattolica parteciperanno poi altri rappresentanti di vertice delle forze armate italiane, come il generale Vincenzo Camporini, odierno Capo di Stato Maggiore della Difesa; l’ammiraglio Marcantonio Trevisani, già comandante in capo del Dipartimento militare marittimo dell’Adriatico e presidente del Centro Alti Studi per la Difesa; il generale Camillo De Milato, comandante dell’Esercito in Lombardia; il colonnello Matteo Paesano, capo ufficio storico dello Stato Maggiore Difesa. Tra gli interventi programmati c’è poi quello dell’ammiraglio (ritirato) Ferdinando Sanfelice di Monteforte, già rappresentante presso i Comitati Militari della NATO e dell’Unione Europea, ex ufficiale di coordinamento tra l’ambasciata italiana a Washington e il Comando SACLANT, poi vice comandante del Supreme Headquarters Allied Powers Europe (SHAPE), il Comando Supremo delle forze alleate in Europa, poi ancora Comandante delle e Forze Navali NATO per il Sud Europa ed oggi docente della Cattolica del Sacro Cuore. Altro (ex) militare – relatore, il generale Giuseppe Cucchi, già rappresentante italiano presso NATO, UEO e UE, ex direttore del Centro Militare di Studi Strategici, fino al 1999 consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri durante il primo governo Prodi e il primo governo D’Alema, dal novembre 2006 segretario generale del CESIS, poi direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS). Cucchi ha ricoperto quest’ultimo incarico sino allo scorso anno ed è stato sostituito dall’ex capo della Polizia, Giovanni De Gennaro. Chiude l’elenco degli invitati in grigioverde il generale Carlo Cabigiosu, ex Comandante del Centro operativo interforze di Roma, poi vicecomandante del Corpo d’armata di Reazione Rapida della NATO con sede in Germania (con tale incarico ha partecipato nel 1996 all’Operazione Joint Endeavour in Bosnia-Erzegovina), poi Capo di Stato Maggiore del Comando regionale delle Forze Alleate del Sud Europa ed infine comandante della Forza NATO in Kosovo (KFOR) dal 16 ottobre 2000 al 6 aprile 2001. A riprova di come negli ultimi anni accanto alla privatizzazione del sistema universitario italiano si è pure assistito ad una “militarizzazione” di corsi e programmi di studio, il convegno sulla trasformazione della NATO prevede la partecipazione di cattedratici provenienti da importanti università italiane ed europee: i professori ordinari Massimo De Leonardis (Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali, Cattolica di Milano); Carla Meneguzzi Rostagni (Storia dell’organizzazione internazionale, Università di Padova); Francesco Perfetti (Storia contemporanea, LUISS “Guido Carli”); Federico Romero (Storia delle Americhe, Università di Firenze); Anton Giulio De Robertis (Storia dei trattati e politica internazionale, Università di Bari, nonché vicepresidente del Comitato Atlantico Italiano); Leopoldo Nuti (Storia delle relazioni internazionali, Università “Roma Tre”); Luc De Vos (Storia militare e relazioni internazionali, Katholieke Universiteit, Leuven); Antonio Marquina Barrio (Sicurezza e cooperazione internazionale, Universidad Complutense, Madrid); Laurent Cesari (Storia contemporanea, Université d’Artois, Arras). Chiudono la lista dei partecipanti, due politici di centrodestra, l’on. Enrico La Loggia (Forza Italia), ex ministro per gli Affari regionali, oggi vice presidente del Popolo della Libertà alla Camera dei Deputati e presidente del Comitato Atlantico italiano; e il sen. Sergio De Gregorio (Italiani nel Mondo/Forza Italia), ex Presidente della Commissione Difesa del Senato, attualmente capo della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della NATO. Enrico La Loggia (che è pure docente di Contabilità dello Stato nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo), è figlio di Giuseppe, ex presidente della Regione Sicilia e cognato del politico democristiano Attilio Ruffini, ministro della Difesa a fine anni ’70 quando la NATO avviò la proiezione dei dispositivi di guerra vero il cosiddetto “Fronte Sud” (nord Africa e Medio oriente) e maturarono i programmi di potenziamento della base USA di Sigonella e l’installazione dei missili nucleari Cruise a Comiso (Ragusa). De Gregorio, invece, è noto per aver sfiduciato nel gennaio 2008 l’esecutivo Prodi contribuendo alla fine della breve legislatura di centrosinistra, e per essere finito qualche mese più tardi nel registro degli indagati della Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Le indagini dei magistrati sono ancora in corso. A dovere di cronaca, quello del 12 e 13 marzo non è l’unico convegno internazionale pro-NATO promosso ed organizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel maggio 2008, si è tenuta a Milano una due giorni di studi su “L’Italia, la NATO e le Peace Support Operations”, dedicata in buona parte alle missioni realizzate dal nostro paese in alcuni teatri di guerra (Libano, Somalia, Kosovo, Afghanistan, ecc.). Anche allora, buona parte delle relazioni fu affidata ai vertici vecchi e nuovi delle forze armate, “strumento centrale della politica estera italiana”, secondo i compiacenti organizzatori dell’evento. “L’Università Cattolica contribuisce allo sviluppo degli studi, della ricerca scientifica e alla preparazione dei giovani e adempie a tali compiti attraverso una educazione informata ai principi del cristianesimo, secondo una concezione della scienza posta al servizio della persona umana e della convivenza civile, conformemente ai principi della dottrina cattolica e in coerenza con la natura universale del cattolicesimo e con le sue alte e specifiche esigenze di libertà”, recita l’articolo 1 dello Statuto dell’ateneo milanese i cui fondatori hanno giurato fedeltà alla Chiesa e ai suoi insegnamenti. Il quinto dei dieci comandamenti divini impone di “non uccidere”. Encicliche bandiscono la guerra, le spese militari e l’utilizzo di strumenti di morte come l’arma nucleare. Profeti e santi hanno predicato la pace e la non violenza. Ma la storia della Chiesa è anche fatta di guerre “sante” e di crociate promosse da papi e cardinali. Il cuore della Cattolica batte certamente per queste ultime.
La nomina del nuovo commissario dell’Ente Fiera, attesa da giorni, è arrivata e porta con sé una sorpresa: il nome è quello di Fabio D’Amore, leader di Risorgimento Messinese, ex presidente del Consiglio comunale e indicato da indiscrezioni come possibile futuro leader dell’opposizione a Messina. D’Amore è stato scelto dall’assessore regionale alla Cooperazione e Commercio Roberto Di Mauro dell’Mpa, partito al quale più volte lo stesso D’Amore era stato “accostato” politicamente. Di Mauro ha affermato che la proroga della gestione commissariale «garantirà la gestione degli atti urgenti e inderogabili. Nella struttura si continua a operare con gravissime difficoltà logistiche e finanziarie. Oggi, i debiti ammontano a circa due milioni di euro, di cui uno con l’Autorità portuale che continua a chiedere le chiavi dei padiglioni e dell’intera area demaniale. Debito che rischia di lievitare». D’Amore avrà un mandato ben preciso: «Procedere a tutti gli adempimenti necessari alla liquidazione della struttura e arrivare in tempi rapidissimi alla definizione di un percorso programmatico che coinvolgerà le fiere di Messine e Palermo in termini di rilancio e di soluzione occupazionale dei lavoratori». La notizia della nomina, che sembra aver colto di sorpresa anche l’entourage di D’Amore stesso, potrebbe provocare contraccolpi politici a Messina, dove magari il centrodestra si attendeva che dall’urna dell’assessore venisse fuori il nome di un esponente della coalizione. L’ex presidente del consiglio comunale succede a Giuseppe Grazia, commissario dell’ente per due anni. Sebastiano Caspanello - Tempostretto.it
LIVORNO - «Impensabile» titola il tabloïd britannco “The sun”. Ma stavolta il giornale non parla del tradimento di qualche starlet svestita ma di uno scontro di due sottomarini nucleari armati di missili, uno del Regno Unito e l´altro della Repubblica Francese. Uno scontro in pieno Oceano Atlantico che è stato svelato dopo 12 giorni dall´incidente del 4 febbraio. Secondo “The Sun” il 3 o il 4 febbraio i sottomarini HMS Vanguard (nella foto) e La Triomphant sono stati ambedue danneggiati durante l´incidente, ma non ci sarebbero state avarie agli impianti nucleari, anche se il tutto è filtrato attraverso il segreto militare-atomico. L´HMS Vanguard è uno dei quattro sommergibili lanciamissili britannici e trasporta 16 missili. Le Triomphant é uno dei sottomarini lanciamissili francesi di nuova generazione progettato per rimpiazzare i sottomarini Le Redoutable di prima generazione, è armato con 16 missili intercontinentali M-45. Il sottomarino britannico è stato comunque rimorchiato nella base militare scozzese di Faslane per riparazioni. Una nota della Marine nationale de France spiega che «durante il suo giro di pattugliamento il Snle (sous-marin nucléaire lanceur d´engins] Le Triomphant ha urtato n immersione un oggetto immerso (probabilmente un contenitore). Il sonar a cupola, che si trova nella parte anteriore è stato danneggiato». L´ipocrisia di Stato che copre di segreto il nucleare militare e civile francese è nota, ma probabilmente la Marina del Regno Unito non sarà contenta di sentire definire “contenitore” da un Paese alleato un sottomarino che costa diversi miliardi di sterline e che probabilmente è in grado di cancellare dalla faccia della terra un paio di città. Secondo la Bbc i due sottomarini hanno riportato «seri danni», quel che si riesce a capire è che non ci sarebbero state fughe nucleari e che i 250 marinai degli equipaggi sarebbero tutti salvi. Anche il ministero della difesa britannico si è rifiutato di dare ogni spiegazione (proprio come fanno i tanto criticati russi quando accadono cose simili) ma un portavoce si è subito precipitato a «confermare che la capacità di dissuasione britannica non è stata colpita in nessun momento e che la sicurezza nucleare non è stata messa in pericolo». Forse i nemici (quali e dove?) della regina Elisabetta non devono rallegrarsi, ma qualcosa di strano è successo: Lo stesso The Sun si chiede come questo sia stato possibile visto che «è sorprendente che tecnologie sonar sono talmente sofisticate non abbiano visto l´altro sommergibile». Un incidente che doveva essere altamente improbabile è avvenuto ed ora due Stati alleati sembra non si conoscano nemmeno e non sappiano cosa fanno sotto il mare i loro sottomarini nucleari armati di armati di bombe atomiche.
Almeno 73 minatori sono morti e decine di operai sono rimasti intrappolati per un’esplosione di grisou in una miniera della provincia settentrionale cinese dello Shanxi. Lo riporta l’agenzia di stampa Nuova Cina. L’incidente e’ avvenuto oggi nella citta’ di Gujiao, vicino il capoluogo della provincia Taiyuan, mentre al lavoro c’erano 436 minatori. La miniera in questione, che ha una capacita’ produttiva annuale di cinque milioni di tonnellate di carbone, e’ gestita dallo Shanxi Jiaomei Group. L’estrazione mineraria e’ particolarmente pericolosa in Cina, dove le numerose miniere, in generale private, non rispettano le elementari norme di sicurezza. Circa 3.000 minatori sono morti lo scorso anno in Cina secondo i dati ufficiali: un numero molto inferiore alla realta’ stando a fonti indipendenti. Il grisou, detto anche gas di miniera, e’ un gas combustibile inodore e incolore caratteristico delle miniere di carbone e di zolfo, causa di numerosi incidenti minerari in tutto il mondo.

