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WORLD PRESS PHOTO: PREMIATA UNA FOTO SCATTATA NELLA BARACCOPOLI DI FONDO FUCILE A MESSINA! MA SECONDO VOI MERITA?

Categoria «Storie di attualità (Storie)»: al terzo posto il reportage di Massimo Siragusa realizzato nelle baraccopoli di Fondo Fucile a Messina (Massimo Siragusa/Contrasto)

AMSTERDAM (Olanda) - In una sala gremita del comune di Amsterdam la giuria del World Press Photo (WPP) ha reso noti i vincitori della 52esima edizione del più prestigioso concorso di fotogiornalismo al mondo. La foto dell’anno è quella dell’americano Anthony Suau per Time (a sinistra), che mette in luce gli effetti della crisi finanziaria: un agente investigativo si assicura che la casa che è stata pignorata sia stata effettivamente sgombrata. «La trovo una scelta coraggiosa e a sorpresa» ha commentato il direttore del WPP Michiel Munneke. «È una foto che ci spinge alla riflessione e che ci invoglia a guardare bene, almeno due volte per capire di cosa si tratta. Un concetto astratto come la crisi economica si fa palpabile e concreto, lo possiamo visualizzare e acquista proporzioni umane e toccanti. Lo considero un segnale molto forte, un invito a trovare la risposta giusta a questa complessa situazione ».
I GIOCHI E IL CONFLITTO IN GEORGIA - Il 2008 è stato un anno intensissimo dal punto di vista delle notizie: il conflitto in Georgia, il terremoto in Cina, il ciclone a Myanmar (Brimania), le elezioni presidenziali americane, le Olimpiadi di Pechino e naturalmente questi temi si sono riflessi nella scelta dei fotografi e della giuria. Come è possibile affrontare questi argomenti già ampiamente coperti dai media e visti e rivisti su Internet, senza scadere nella banalità? Munneke sorride: «È la scelta di un punto di vista diverso e affascinante, che riesce a catturare l’attenzione di chi guarda. Questa è anche la differenza determinante del lavoro dei fotografi professionisti». Come vede il verdetto di quest’anno rispetto al quello del 2008, in cui la giuria aveva tentato un approccio più di avanguardia?, chiediamo ancora a Munneke: «Intanto la giuria cambia a ogni edizione e ognuno porta il proprio bagaglio professionale e di vita, che per forza di cose si riflette sul verdetto. Certo forse l’insieme ha un taglio più tradizionale, ma trovo che tutte le serie abbiano una chiara prospettiva giornalistica e una loro forma estetica».
PREMIATA UNA FOTO SCATTATA NELLA BARACCOPOLI DI FONDO FUCILE - Dei sei italiani premiati solo uno ha scattato la sua foto in Italia: Massimo Siragusa, per l’agenzia Contrasto, con il suo reportage nella baraccopoli di Fondo Fucile a Messina, che è arrivato terzo nella sezione Storie d’attualità. Una serie che crudelmente ancora una volta ci racconta storie di disagio in casa nostra e che si sposa con la menzione d’onore nella stessa sezione, ma per le foto singole, a Henry Agudelo, per il Periodico El Colombiano, «Senzatetto a Medellin».
GLI ITALIANI PREMIATI - Gli altri italiani sono Davide Monteleone (Contrasto) che ha vinto il primo premio nella categoria General News con un reportage sull’Abcasia, repubblica autonoma all’interno della Georgia; Paolo Verzone (Vu) il terzo in quella di Sport in primo piano con la serie «In viaggio con Michel Platini»; Mattia Insolera (Grazia Neri) il secondo nella categoria Vita quotidiana, con una fotografia scattata a Barcellona «Matrimonio gay: papà Will e sua figlia Stassa si preparano per il suo sposalizio»; Carlo Gianferro (Postcart) il primo premio nella categoria Ritratti per una serie di zingari rom in Romania; Giulio Di Sturco (Grazia Neri) il primo nella categoria Arte e spettacolo per uno scatto sul «Dietro le quinte alla Settimana della Moda Indiana a Dheli». L’unico fotografo vincitore presente in sala era l’olandese Roger Cremers nella categoria Arte e spettacolo con un reportage su «Conservando la memoria: visitatori al Museo di Auschwitz-Birkenau, Polonia 30 aprile-4 maggio». Sono passate solo due settimane dal Giorno della Memoria, perché ha scelto proprio quel periodo? - chiediamo a Cremer, che è molto emozionato e sorpreso dall’attenzione di tutti i media: «Sono stato spesso in Polonia e ho visitato diverse volte il museo, ho scelto questa settimana perché si svolge “The March of the Living†[un programma di formazione internazionale, che porta giovanissimi ebrei da tutto il mondo in Polonia], così ero sicuro che ci sarebbero state più persone del solito in un luogo tanto desolato. Ma soprattutto la mia intenzione era quella di mettere in luce l’atteggiamento dei visitatori, che si comportano come se si trovassero in un semplice museo, senza prestare quel doveroso rispetto, che merita un luogo del genere».
LE MOSTRE IN ITALIA - Come da tradizione l’esposizione inaugurale di tutte le foto premiate del World Press Photo 2009 sarà ad Amsterdam, nell’Oude Kerk, a partire dal 4 maggio 2009, per poi spostarsi con una mostra itinerante in tutto il mondo. In Italia sarà a Roma dal 10 maggio al primo giugno 2009, come ogni anno, nel Museo di Roma in Trastevere, a Milano dal 9 maggio al 6 giugno, a Torino dal 7 al 27 novembre e a Lucca dal 15 novembre all’8 dicembre. Il libro italiano con le foto premiate uscirà in contemporanea con le mostre. Marika Viano

MAFIA: MUORE IL BOSS PULVIRENTI ‘U MALPASSOTU’ IN UN INCIDENTE STRADALE. SI ERA PENTITO NEL 1993

Giuseppe Pulvirenti “‘u Malpassotu”, uno dei piu’ sanguinari boss mafiosi catanesi, e’ morto in un incidente stradale avvenuto a Cerveteri. Aveva 79 anni. Era a bordo del suo motofurgone “Ape” che e’ stato tamponato da una “Golf”, e Pulvirenti e’ rimasto ucciso nell’impatto. Si stava recando a lavoro: da tempo di notte faceva il custode in un parco giochi nella localita’ del centro Italia. Scompare cosi’ uno dei capi storici della mafia catanese, che resse il clan di Belpasso, divenuto negli Ottanta il braccio armato della famiglia catanese di Cosa nostra. Era stato arrestato il 3 giugno del 1993 nella campagne di Belpasso, dopo 11 anni di latitanza e pochi mesi dopo la cattura di Nitto santapaola, il capo di Cosa Nostra. Pulvirenti, il “leone di Belpasso” dal tatuaggio che portava sul petto, sfoggiava sempre un medaglione d’oro al collo e al dito l’anello dei 12 capi. In pochi anni era riuscito’ a far fare un salto di qualita’ al suo gruppo mafioso. Di lui molti pentiti avevano parlato di un uomo feroce, che imponeva il pagamento del ‘pizzo’ a tutti i commercianti, tanto che in poco riusci’ ad ottenere la fiducia di Santapoala. Poco tempo dopo il suo arresto, nell’aula bunker del carcere di Bicocca dinanzi ai giudici che lo interrogavano, Pulvirenti comunico’ a sorpresa la sua decisione di collaborare con la giustizia. Un “pentimento” legato alla sua relazione con un’infermiera, dalla quale aveva avuto un figlio. Anche grazie alle sue rivelazioni erano stati effettuati centinaia di arresti con le operazioni “Aria Pulita” che annientarono il suo clan. Due anni fa Pulvirenti aveva abbandonato il programma di protezione cui era sottoposto, per vivere in campagna, con la sua donna e con il figlio.

L’INCHIESTA DEL ‘DIARIO’ SUL SUICIDIO DI ADOLFO PARMALIANA: L’UOMO CHE SI E’ DIMESSO DALLA VITA. INDAGATO L’EX PROCURATORE ROCCO SISCI PER LA ‘TSUNAMI’?

Adolfo Parmaliana ha passato anni a combattere i rapporti perversi tra istituzioni e malavita organizzata in Sicilia. Per questo è stato emarginato, e quando mandava lettere a Roma, non rspondeva nessuno. Così ha scritto l’ultima e si è buttato da un viadotto: la sua estrema sfida politica.

Il treno arranca sulla Palermo-Messina, ma a stridere in testa sono le parole della lettera-testamento del professor Parmaliana: “la Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati”. Adolfo Parmaliana, poco più di cinquant’anni, figlio di un operaio e di una levatrice, docente di chimica industriale dell’Università di Messina (tra i più apprezzati in Italia) era uno dei figli migliori della sinistra siciliana. Da sempre attivista politico (del Pci prima, dei Ds poi) con il vizio della legalità, il 2 ottobre scorso, dopo una vita di coraggiose e solitarie battaglie, si è suicidato lanciandosi nel vuoto da un viadotto dell’autostrada. A quattro mesi di distanza da una tragedia umana e politica, il silenzio attorno a questa storia resta imbarazzante. Dopo anni di denunce che coinvolgevano anche esponenti del suo partito, Parmaliana nel settembre scorso era stato rinviato a giudizio per diffamazione, con l’accusa di aver diffuso qualche volantino politico a commento dello scioglimento per mafia del consiglio comunale del suo paese, Terme Vigliatore, seimila anime in provincia di Messina. Per lui quel rinvio a giudizio era stato un chiaro segnale dell’inizio di una rappresaglia. Quel che ha lasciato Parmaliana è un impetuoso atto d’accusa del sistema di potere che regna in un territorio ignorato dalle cronache e sottovalutato dalle inchieste giudiziarie. Nella sua ultima denuncia rimarca i contorni di un agghiacciante corto circuito tra magistratura, politica e imprenditoria in cui poteri istituzionali, lobby e partiti appaiono legati da una trama che impasta e appiattisce, tracciando un unico confine: tra chi è dentro e chi è fuori. Questa fitta rete di relazioni inquinate, ricostruita negli anni dalle denunce e gli esposti di Parmaliana, è stata infine scoperchiata da un’indagine dei Carabinieri culminata nell’informativa “Tsunami” e oggetto, a partire dalla metà del 2005, di tentativi di insabbiamento e rimbalzi tra le procure di Barcellona Pozzo di Gotto, Messina e Reggio Calabria. “Quelle carte non finirono mai nelle mani del Giudice per le indagini preliminari”, spiega Fabio Repici, uno dei legali di Parmaliana. “Di fatto non c’è mai stata archiviazione: è presumibile che il fascicolo sia stato rubricato tra gli atti non costituenti reato, escamotage che permette al pubblico ministero di mettere in archivio il fascicolo senza passare dal vaglio del Gip”. Adesso, amici e familiari si dicono certi che l’inchiesta sia tornata sul tavolo del nuovo procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, e fonti autorevoli assicurano che tra gli indagati ci sarebbe anche Rocco Sisci, capo della Procura di Barcellona dalla sua costituzione, nel 1993, fino all’agosto scorso. Una longevità invidiabile, a dispetto di qualche ombra, come i suoi curiosi rapporti con Giuseppe Donia, personaggio più volte coinvolto in inchieste di mafia. Da lui il procuratore ricevette in regalo una pistola come gadget per l’acquisto di una Fiat Panda presso la sua concessionaria d’auto. E insieme andavano ad esercitarsi nelle campagne di Monforte, evitando i regolari poligoni di tiro. Da sindaco di Roma, nel 2002, Veltroni aveva voluto Adolfo Parmaliana come consulente del Comune per le problematiche ambientali. “Era richiestissimo da Enti, imprese, istituti di ricerca”, ricorda la sua più stretta collaboratrice dell’Università, Anna Caselli. Seduta alla scrivania di Parmaliana, ci tiene a sottolineare che “il professore passava qui in dipartimento almeno dieci ore al giorno e riusciva a fare mille cose insieme con un’energia coinvolgente”. A Veltroni Parmaliana scrisse una lettera accorata. “Ma anche lui è stato sordo alle denunce e agli allarmi lanciati da mio fratello su quella palude di interessi in cui hanno sguazzato anche pezzi importanti della magistratura”, dice Biagio Parmaliana. Avvocato, lo incontriamo nel suo studio a Barcellona, dove raccoglie carte e documenti per continuare la battaglia. “Sacrificherò i prossimi anni della mia vita per fare emergere quella verità che si vuole nascondere. Adolfo è stato isolato, i principali avversari li ha avuti proprio nei Ds: nel 2006 fu perfino minacciato e aggredito nel corso di una direzione provinciale. Informò del fatto l’allora segretario Fassino che non lo degnò di alcuna attenzione. Anche perché uno dei suoi più frequenti bersagli era l’attuale segretario del Pd siciliano Francantonio Genovese”. Ex sindaco di Messina, titolare di un macroscopico conflitto d’interessi - sindaco e socio della principale ditta di trasporti marittimi sulla tratta Messina-Salerno - nel 2007, in un’intervista all’Espresso, assicurava che nella sua città “la mafia non c’è, al massimo qualche mela marcia”. Per rimarcare i suoi legami d’affari con la potentissima famiglia Franza, Parmaliana era solito storpiarne il nome in “Franzantonio”. Dentro il partito, l’unico a prendere sul serio i problemi sollevati da Parmaliana è stato l’ex vicepresidente della Commissione antimafia, il senatore Beppe Lumia. “La storia di Adolfo conferma che nel Partito Democratico c’è una questione morale. In Sicilia esiste un sistema di potere ramificato e capillare con cui la sinistra si è finora confrontata in due modalità distinte: da una parte un radicalismo minoritario, che porta alla marginalità e all’isolamento, dall’altra un consociativismo compromissorio, che finisce per annullare le differenze con gli avversari”. Secondo Lumia, uno dei politici più esposti nella lotta alla mafia ma che ha trovato posto a fatica nelle liste del nuovo Pd, “in Sicilia dobbiamo avere il coraggio di rivedere la nostra visione della società e riconoscere che sul rapporto tra legalità e sviluppo ci giochiamo il futuro. Purtroppo oggi la politica non ha l’energia necessaria e la questione morale non è un criterio regolativo per la selezione delle classi dirigenti”. Messina, provincia babba. Così si dice in Sicilia, forse perché da quelle parti di morti ammazzati se ne sono sempre contati meno che nelle province sperte, la Palermo dei corleonesi o la Catania dei Santapaola. O forse perché - come insegnano i padrini - al riparo dai riflettori si intrallazza meglio; l’ombra e il silenzio aiutano a mantenere salde le redini del potere, a trattare e spartire. E’ la grande lezione di Salvo Lima, che al congresso regionale della Dc nel 1974, battezzò l’imminente intesa che metteva insieme la corrente di Vito Ciancimino e il Pci proclamando dal palco che “a pignata av’a bugghiri pi’ tutti” (”la pentola deve bollire per tutti”). Terme Vigliatore è un paesino nei pressi della costa tirrenica, a pochi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto. Uno di quei luoghi in cui, a parole, turismo e sviluppo si declinano insieme. Nei fatti, meglio non avventurarsi sulla ferrovia e scegliere un autobus prima delle sette di sera. E’ quì che Adolfo Parmaliana inizia a fare politica iscrivendosi alla Fgci nei primi anni ‘80. Da consigliere comunale studia a fondo il funzionamento della macchina burocratica e capisce che in quegli uffici proliferano relazioni poco chiare. Sono gli anni in cui sceglie di stare dalla parte della legalità, impermeabile a quei rapporti molto siciliani che confondono amicizia e complicità. E’ in nome di questa diversità che rompe i rapporti con un personaggio chiave di questa storia, Bartolo Cipriano, di cui è amico d’infanzia e padrino di cresima. Democristiano di nascita, poi militante di Alleanza nazionale, Cipriano è un fedelissimo di Domenico Nania (attuale vicepresidente del Senato), ma ciò non gli impedisce di passare al Partito popolare prima e alla Margherita poi, riuscendo a farsi eleggere tre volte sindaco di Terme Vigliatore e imponendosi come riferimento locale di una lobby che in quel fazzoletto di terra fa il bello e cattivo tempo: amministra, gestisce e dispone di uffici e tecnici comunali, disegna piani regolatori e aree artigianali a misura degli interessi di gruppi imprenditoriali impregnati di collusioni mafiose. Ed è proprio sul piano regolatore che l’attivismo di Parmaliana comincia a dar fastidio, quando fonda la locale sezione dei Ds. “Non c’era delibera di Giunta che Adolfo non studiasse nei minimi dettagli”, ricorda Giusy Genovese, fedelissima compagna di avventure. “Era una spina nel fianco degli amministratori. Scommetteva sulla trasparenza: rendeva pubblici tutti gli esposti alla Magistratura e le denunce politiche con volantini e manifesti in cui le parole chiave erano sempre legalità e questione morale”. Un personaggio scomodo, e poco amato. “La sua integrità era anche un limite nei rapporti personali e quando si candidò a sindaco nel 2002 fu una cocente delusione”. Parmaliana ottiene infatti meno di ottocento voti. Vinse a mani basse Gennaro Nicolò, uomo ombra di Cipriano, che era costretto a stare fermo un giro dopo due mandati consecutivi. E’ a partire da quella sconfitta che l’attività di Parmaliana si fa ancora più intensa. Inizia una crociata contro le illegalità e le collusioni di politici e amministratori e coglie il suo più grande successo politico quando, alla fine del 2005, il Comune di Terme Vigliatore viene sciolto per infiltrazioni mafiose. Un’intera classe politica azzerata da un Decreto del Presidente della Repubblica che sostanzia anni di impegno politico per la legalità. Un lavoro certosino e sfiancante, ricostruzioni e denunce mirate che non trovano però la stessa attenzione dalla magistratura di Barcellona, guidata dal procuratore Sisci: per gli amministratori neanche un avviso di garanzia. Eppure, fin da qualche mese prima dello scioglimento del consiglio comunale, il Comandante dei Carabinieri Domenico Cristaldi, con l’informativa Tsunami, aveva messo nero su bianco l’intreccio dei poteri che governano e soffocano lo sviluppo del territorio. E’ roba che scotta, perché emergono per la prima volta le responsabilità e le manovre per ostacolare le indagini, messe in atto dal procuratore di Messina Franco Cassata e dal sostituto di Barcellona Olindo Canali. La lettura dell’informativa apre uno squarcio di verità agli occhi di Parmaliana. Improvvisamente comprende le ragioni dell’eterna impunità di quella classe politica passata indenne dalle sue denunce e dalle accertate infiltrazioni mafiose. Canali, che nel tempo ha stabilito con lui un rapporto confidenziale, è stato fino ad allora il suo punto di riferimento in Procura, colui che per anni ha ricevuto i suoi esposti e assicurato uno zelo smentito dai fatti. Il giorno della morte di Parmaliana appariranno su un sito internet alcune sue considerazioni che lo stesso magistrato chiederà poi di far sparire per ragioni di opportunità. Le stesse ragioni per cui ha preferito non rispondere alle nostre domande. Ecco cosa disse, testualmente, quel giorno: “Parmaliana è lo specchio di quella parte che non volevo vedere, anche se ho fatto il possibile come magistrato per andare fino in fondo e cercare di capire le sue denunce. Ogni mattina mi aspettava in ufficio alle 8. Era sempre puntuale e continuava a pungolarmi con le ipotesi. Mi aggrediva se non gli davo retta. Ma un magistrato si deve basare su prove e si trova davanti a mille cavilli legali da cui è difficile uscire fuori. Lui aveva fiducia in me. Mi stimava e mi odiava allo stesso tempo. Ecco perché ogni giorno lo trovavo in Procura e tante volte come un martello pneumatico ricominciava con le sue denunce”. Dalle carte dell’inchiesta emergono le intimidazioni del procuratore Cassata nei confronti del pm che coordinava le indagini, Andrea De Feis. Cassata voleva impedire il deposito agli atti dell’informativa Tsunami a causa del coinvolgimento di Canali. Interrogato dalla Procura di Reggio Calabria, De Feis corresse il tiro, parlando solo di “comportamenti sgradevoli” e “toni intimidatori non diretti”. Nel febbraio 2007 De Feis otterrà l’agognato ritorno a casa, con il trasferimento a Macerata. E da Barcellona viene trasferito anche il Comandante dei carabinieri Cristaldi. Sembra il contesto di Sciascia: “il potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa”. E da queste parti non esercita una mafia di seconda fila. Fu il boss di Barcellona Giuseppe Gullotti a fornire a Giovanni Brusca il telecomando per la strage di Capaci. “Quello stesso boss iscritto al circolo paramassonico locale Corda Fratres, animato proprio da Cassata”, ricorda Fabio Repici, avvocato di parte civile dei principali processi di mafia del messinese. “Il solerte magistrato scoprì di avere un mafioso nel suo circolo solo nel ‘93, quando Luciano Violante fece il nome di Gullotti durante un comizio dopo l’omicidio del giornalista Beppe Alfano (per il quale il boss sta adesso scontando una condanna all’ergastolo come mandante). Fino ad allora, per il giudice Cassata, il povero Gullotti era solo lo scemo del paese”. Un altro episodio indimenticabile riguarda il museo etnografico di Barcellona, fondato da Cassata e beneficiario di sovvenzioni pubbliche dagli stessi enti (comune, provincia) su cui il procuratore potrebbe potenzialmente indagare. Il Museo organizza nel 2003 una mostra che vorrebbe simboleggiare la forza distruttrice della mafia. Arriva da Caltanissetta quel che rimane della macchina degli agenti di scorta del giudice Falcone, saltata in aria e carbonizzata a Capaci. Tra le proteste indignate dei parenti delle vittime, qualcuno ironizzerà sulla rappresentazione della filiera barcellonese, dal telecomando per la strage all’esposizione delle lamiere contorte. Il resto è storia recente e sembra dimostrare che nulla è cambiato, se non in peggio. A partire dalla primavera del 2008 la fiducia di Parmaliana nelle istituzioni crolla: prima la proposta del Csm di promuovere Cassata a Procuratore generale della Corte di Appello di Messina, poi le elezioni comunali, le prime dopo lo scioglimento per mafia. Il gruppo di Parmaliana non riesce neppure a mettere insieme una lista civica, amici e possibili alleati gli voltano le spalle: “con quello lì mai, non ci si può discutere”. Ma il fatto più inquietante è che quasi la metà del vecchi consiglieri e l’intramontabile Cipriano, cacciati per infiltrazioni mafiose neppure tre anni prima, rientrano trionfalmente in Municipio. Parmaliana decide di non aderire al nascente Partito Democratico. A fine luglio, mentre le sue denunce ammuffiscono nei cassetti della Procura di Barcellona, la V sezione del Csm approva la nomina di Cassata a Procuratore generale. A nulla servono le circostanziate interpellanze parlamentari di Antonio Di Pietro e Beppe Lumia al Ministro della Giustizia Angelino Alfano. Il voto del Csm è bipartisan, si oppone solo Magistratura democratica; i membri laici di sinistra e destra votano compatti. Parmaliana scrive al suo avvocato di sentirsi impotente, “convinto che la legalità non vincerà mai. Il sistema si autoalimenta di illegalità, complicità e complotti. Non ho la minima fiducia in nessun rappresentante istituzionale. Ne ho incontrati tanti e non sono più disponibile a farmi buggerare da ipocriti idioti che si vestono di cariche istituzionali per raggirare la legge o nella migliore delle ipotesi per tirare a campare. Alcuni mesi addietro mi sono dimesso da siciliano, ora medito di dimettermi da italiano”. L’epilogo della vicenda si avvicina a settembre, quando al danno si aggiunge la beffa del rinvio a giudizio per diffamazione. Quella giustizia inerte di fronte a reati gravissimi si scopre improvvisamente solerte e gli si ritorce contro. “Uccidersi è stata la sua ultima clamorosa denuncia”, Fabio Repici ne è convinto. “Un gesto mirato a scoperchiare il pentolone del malaffare e le coperture giudiziarie contro le quali si era sempre battuto. Probabilmente ha pensato che fosse l’unico modo per evitare il definitivo insabbiamento”. Che Adolfo Parmaliana abbia sacrificato se stesso per continuare la sua battaglia lo dice anche il fratello: “è vero, nelle ultime settimane era preoccupato e deluso, però la sua è stata una scelta tragica ma al tempo stesso esemplare”. A Terme Vigliatore adesso è il silenzio. Di questa storia non si parla, come se ognuno avesse la sua parte di colpa. A smentire i malevoli sussurri su un’ipotetica depressione sono anche i particolari di una scelta niente affatto emotiva, bensì meditata e curata nei minimi dettagli. Il 2 ottobre Parmaliana esce di casa alla solita ora, ma senza le borse da lavoro, lasciando sul comodino il suo inseparabile orologio e nel suo studio la lettera d’addio. Si dirige in auto sull’autostrada Palermo-Messina. L’individuazione del luogo non è casuale, si ferma su un viadotto all’altezza di Patti Marina, territorio che ricade nella competenza della Procura di Patti. E’ una mossa studiata: a scrivere la storia sulla sua fine non saranno le procure di Barcellona o di Messina. Un estremo tentativo di sottrarsi allo sfregio dei suoi avversari, quei rappresentanti delle istituzioni a cui resta il peso di fare i conti con la morte di un cittadino perbene. di WALTER MOLINO
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Pubblicato su  “Diario”  il 6 febbraio 2009  www.diario.it

LA LOBBY DEL PONTE SULLO STRETTO: CIUCCI PROMETTE ‘L’APERTURA AL TRAFFICO ENTRO IL 2016′…

TORONTO - Ponte sullo Stretto di Messina: una certezza è che il progetto esiste. Non solo esiste anche il vincitore di un appalto per la progettazione e la realizzazione, ovvero il General Contractor. Si tratta della società Stretto di Messina. A spiegare l’attuale stato del progetto è proprio Pietro Ciucci, amministratore delegato della “Stretto†e presidente dell’Anas. Ciucci sottolinea la necessità di questa infrastruttura e parla della concretezza della realizzazione. Quello che, però, sembra non essere chiaro è la reale disponibilità dei fondi, tanto che alla domanda diretta sull’argomento la risposta è tutt’altro che immediata. A che punto è l’iter per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina? «Esiste un progetto preliminare approvato dal Cipe, la massima autorità competente per le infrastrutture. Sono state aggiudicate quattro gare pubbliche internazionali per selezionare i soggetti da coinvolgere nella realizzazione dell’opera. Stiamo rivedendo i principali atti che disciplinano l’esecuzione che, dopo gli anni di blocco, necessitano un aggiornamento». Che ruolo ha la società Stretto di Messina? «È concessionaria per lo studio, la progettazione, il finanziamento, la costruzione e la gestione del Ponte sullo Stretto di Messina. È responsabile dell’intero processo di realizzazione e, successivamente, della gestione». Entro quando potrebbe partire la progettazione definitiva? «Potrebbe già partire in questi primi mesi del 2009». Dal momento della progettazione definitiva quali saranno i tempi di realizzazione? «Confermando l’obiettivo di emettere l’ordine di inizio attività al contraente generale nei primi mesi di questo anno, si può prevedere l’avvio dei cantieri a metà del 2010 e l’apertura del ponte al traffico a fine 2016». Quindi Lei dice che l’avvio della procedura è imminente, visto che siamo già a febbraio del 2009. Ma ci sono, ad oggi, i finanziamenti necessari? «Per quanto concerne il quadro economico è bene ricordare che il progetto del ponte e dei circa 40 chilometri di raccordi approvato dal Cipe nell’agosto del 2003 aveva un costo complessivo di 4,6 miliardi di euro. L’opera è stata messa a gara con una base d’asta di 4,4 miliardi (al netto dei costi per il project management e il monitoraggio ambientale aggiudicati per un valore di 150 milioni) ed è stata contrattualizzata nel 2006 a 3,9 miliardi. Il fabbisogno complessivo, che comprende tra l’altro gli oneri finanziari, gli accantonamenti rischi, gli aggiornamenti dei costi delle materie prime, era stato calcolato in via largamente prudenziale in 6 miliardi di euro, importo riconfermato dal Cipe del 30 settembre 2008. Le modalità del piano finanziario dovrebbero prevedere la copertura del 40 per cento del fabbisogno attraverso contributo pubblico e aumento di capitale della società Stretto di Messina e del restante 60 per cento tramite finanziamenti da reperire sui mercati nazionali e internazionali dei capitali secondo lo schema tipico del project finance». In merito alle gare d’appalto che cosa può dirci? «Ci sono state quattro gare internazionali, avviate a partire dall’aprile del 2004, che hanno visto la partecipazione di oltre 60 aziende delle quali 20 estere. La prima gara ha riguardato il general contractor, il soggetto che realizza l’opera. Cioè quello che si assume il rischio tecnico della realizzazione. Il Valore della gara era di 4,4 miliardi di euro, per effetto del ribasso offerto si è ridotto di circa il 12% pari a 3,9 miliardi di euro. Il Contratto è stato firmato nel marzo 2006 con l’associazione temporanea di imprese formata dalla capogruppo mandataria Impregilo Spa e da diversi mandanti italiani e stranieri. Ci sono poi i soggetti incaricati della progettazione tra i quali c’è anche uno studio canadese la Buckland & Taylor Ltd, con sede a Vancouver». Chi sono gli altri soggetti coinvolti e che ruolo hanno? «Il project management consultant, il soggetto che svolge le attività di controllo e verifica della progettazione definitiva, esecutiva e della realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina e dei suoi collegamenti stradali e ferroviari. Il Pmc ha l’obiettivo di verificare e monitorare, tutte le variabili dei processi gestionali e delle tecniche progettuali, al fine di assicurare il rispetto degli standard di qualità, dei tempi e dei costi previsti. Il valore della gara è di 150 milioni di euro, per effetto del ribasso è sceso a 120 milioni. Il contratto è stato firmato nel gennaio 2006 con Parsons Transportation Group, Società statunitense leader mondiale nella progettazione e costruzione di ponti sospesi. Poi c’è il broker assicurativo che svolge il servizio di consulenza e brokeraggio assicurativo. Il contratto è stato firmato con Marsh Spa ad aprile 2006». Il rispetto dell’ambiente come viene garantito? «Esiste una figura speciale. Il Monitore Ambientale. È il soggetto che svolge per conto della società Stretto di Messina l’attività di monitoraggio ambientale, territoriale e sociale per la fase ante operam, di costruzione e di esercizio (post operam). Il valore della gara è di 37 milioni di euro, per effetto del ribasso è sceso a 29 milioni. Il contratto è stato firmato ad aprile 2006 con il raggruppamento temporaneo di Imprese guidato da Fenice Spa». C’è il rischio che eventuali cambi di maggioranza possano modificare il futuro dell’opera? «La storia ha dimostrato che è possibile ma, a mio avviso, non è affatto auspicabile per una serie di motivi che vanno dall’immagine del Paese al danno per i conti dello Stato, al ritardo per la realizzazione di un’opera che rappresenta un bisogno». A suo avviso come può incidere questo progetto sul progresso del Sud d’Italia? «Dal punto di vista strategico il Ponte è la risposta concreta al bisogno di un sistema di collegamento più efficiente e moderno tra la Sicilia e il Continente. L’opera si colloca in una logica di riqualificazione delle infrastrutture. Apporterà un contributo decisivo alla riduzione del deficit infrastrutturale creando le condizioni per un rilancio economico-sociale dell’area: il ponte consentirà di portare l’Europa nel Mediterraneo. Inoltre l’opera genera forti ricadute sul contesto socio-economico locale: l’impatto economico diretto, indiretto e indotto della fase di cantiere sarà di circa 6 miliardi di euro, con ricadute occupazionali, dirette ed indirette, pari a circa 40mila unità di lavoratori necessari». Di LAYLA CRISANTI - Corriere Canadese

LO SCOOP DI ‘VOYAGER’…: SHAKESPEARE? NACQUE A MESSINA NEL 1564 E SI CHIAMAVA MICHELANGELO FLORIO…

«E ssere o non essere; minchia, questo è il problema: se sia più nobile nell’animo sopportare i sassi e i dardi dell’oltraggiosa Fortuna, o prender l’armi contro un mare di guai e contrastandoli por fine ad essi. Morire — dormire — nulla più; e con un sonno dire che noi poniamo fine alla doglia del cuore e, minchia, alle infinite miserie naturali che sono retaggio della carne!». Le opere di Shakespeare vanno riscritte, tutte le analisi sul Bardo sottoposte a rivisitazione perché — udite, udite! — il grande drammaturgo non è nato a Stratford-upon-Avon il 23 aprile 1564, ma a Messina. Minchia, compagno Turiddu, è dei nostri! La tesi dei natali siciliani di Shakespeare è stata esposta dall’ineffabile Roberto Giacobbo nel corso di «Voyager. Ai confini della conoscenza» ( Raidue, mercoledì, ore 21.05). È vero che la mancanza di notizie biografiche su William Shakespeare è stata a lungo oggetto di dibattito fin dal XVIII secolo, tanto da far ipotizzare l’attribuzione delle opere a diversi autori, ma questa della sicilianità è nuova. A dare manforte a Giacobbo sono intervenuti i professori Bellomo, Seminerio e Del Negro. Shakespeare si chiamava in realtà Michelangelo Florio e il cognome, da parte materna, faceva Crollalanza (cioè «shake», scrolla, agita la lancia, «spear» in inglese). Una cosa che Giacobbo non sa è che Pietrangelo Buttafuoco è un suo ultimo discendente; potrebbe costruirci un’altra puntata. Shakespeare voleva pubblicare da Einaudi, ma un diniego risoluto di Leonardo Sciascia è stato fatale. Giacobbo ha concluso, quasi sottovoce, dicendo che quello proposto poteva essere un gioco. Ecco se la Rai, il Servizio pubblico, avesse dedicato almeno dieci minuti alla scomparsa di Giorgio Melchiori, grande studioso di Shakespeare, questi giochi sarebbero più accettabili. Minchia! Aldo Grasso

LA CLAMOROSA INCHIESTA SU CARLO BORRELLA DI A. MAZZEO: L’ASCESA DELLA DEMOTER NEL BUSINESS DELLE GRANDI OPERE E DEL MOVIMENTO TERRA. LE ESTORSIONI DEL BOSS PROVENZANO…

Il geometra Carlo Borrella, è colui che ha assunto nel messinese il ruolo di leader incontrastato del movimento terra e dei lavori di somma urgenza. E non solo. La società di cui è titolare, la Demoter, in pochi anni è divenuta un’affermata azienda nel settore dei lavori pubblici e privati, ottenendo importanti appalti in Trentino, Toscana, Calabria e Sicilia. La Demoter, in particolare, è stata la subappaltatrice del consorzio Ferrofir (Astaldi-Di Penta-Impregilo) nella realizzazione della lunga galleria dei Peloritani tra Villafranca e Messina, predisposta in vista del costruendo passante ferroviario del Ponte sullo Stretto. Alla Di Penta, poi Astaldi, la Demoter di Carlo Borrella è subentrata nella realizzazione dello stadio “San Filippoâ€, inaugurato in fretta e furia per ospitare gli incontri casalinghi del Football Club Messina neopromosso in serie A. Nel maggio 2005, la società di Borrella ha invece rilevato gli ultimi lotti per il completamento, sulla A-20 Messina-Palermo, degli svincoli ai quartieri di Giostra e Annunziata, previsti come penetrazione autostradale verso Capo Peloro e la futura torre siciliana del manufatto. La Demoter si è associata per questi lavori con la veneta Cordioli e C. e con A.I.A. Costruzioni di Catania, società che ha partecipato alla realizzazione del nuovo aeroporto di Fontanossa, dell’albergo Navy Lodge e dell’ospedale Med-Dental di Sigonella.[1]


[1] Le indagini della D.I.A. di Catania sull’infiltrazione di Cosa Nostra all’interno della base Usa, hanno potuto accertare che l’allora vice-rappresentante provinciale di Cosa Nostra, Eugenio Galea, aveva ricoperto il ruolo di capo cantiere dell’A.I.A. Costruzioni, quando a fine anni ’80 l’impresa aveva ottenuto l’appalto per la realizzazione del complesso ospedaliero di Sigonella, valore diciassette miliardi e 875 milioni di vecchie lire. Alcuni di quei lavori finirono in subappalto a società di presunti mafiosi e parenti acquisiti del boss Benedetto Santapaola. (Cfr.: A. Mazzeo, La Mega Sigonella, paper, Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, Catania, maggio 2004).

La rapidissima ascesa della Demoter nel business delle grandi opere non poteva non richiamare l’attenzione dei gruppi criminali che si sviluppano parassitariamente attraverso l’imposizione del pizzo. Come per le acciaierie Megara e Vinciullo, anche l’azienda del geometra Borrella è stata oggetto dello scambio epistolare tra Bernardo Provenzano e il luogotenente Luigi Ilardo. L’episodio è stato raccontato dal colonnello dei carabinieri Michele Riccio, il militare che aveva avviato il contatto con Ilardo in vista di una sua formale collaborazione con lo Stato. <<A fine aprile 1996 incontravo più volte Ilardo>>, esordisce Riccio. <<Ormai era imminente la nostra convocazione a Roma (per l’avvio della verbalizzazione del neocollaboratore N.d.A.) … Quella sera era piuttosto stanco. Si era recato anche nella provincia di Messina dove aveva incontrato il suo referente del posto, quel Sem, così chiamava Salvatore Di Salvo, il mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto che insieme ad altri due suoi complici aveva preso le redini dell’organizzazione del Gullotti dopo che questi, già latitante, era stato tratto in arresto dalla polizia>>. Continua il racconto del colonnello Riccio: <<Il Sem era quello del gruppo preposto alla gestione dei rapporti con le ditte che operavano in quella provincia, secondo l’assegnazione degli appalti, concordando e verificando il regolare pagamento del pizzo. Ed a lui si era rivolto per risolvere i problemi della Demoter di Messina, come Provenzano già da tempo gli aveva chiesto di seguire. Il Di Salvo era direttamente in contatto con il vertice della società, l’ingegnere Borrella, che provvedeva al pagamento della protezione. Ed alla mia domanda, come si potesse eventualmente stabilire da un controllo dei registri che una ditta effettivamente era soggetta ad estorsione, Ilardo mi riferiva che era l’ufficio o la persona preposta all’amministrazione a modificare i bilanci dell’impresa. L’ammanco veniva regolato con le stesse modalità utilizzate per occultare le tangenti ai politici o la corruzione dei funzionari per ottenere l’assegnazione di un appalto. In bilancio venivano riportate fatture maggiorate o quelle relative a lavori eseguiti non regolarmente come invece attestato, indicando sovente anche materiali diversi da quelli menzionati, più scadenti (…) Ovviamente la società Demoter tuttora è vessata da estorsioni ed attentati di vario genere, come emerge dalle varie inchieste giudiziarie>>.[1]

Nelle mire dei barcellonesi

La Demoter ed un’altra azienda del gruppo Borrella, Ingegneria e Finanza Srl, sono partner della società mista di trasformazione urbana Il Tirone Spa, una creatura dell’ex amministrazione comunale di Messina di centrodestra (ma rilanciata da quella successiva di centrosinistra) che detiene direttamente il 30% del capitale azionario. La società mista ha avviato un devastante programma urbanistico nello storico quartiere del Tirone, a due passi dal Palazzo di giustizia. Gli altri soci di Borrella e del Comune di Messina? La Studio FC & RR associati, l’Ingegner Arcovito Paolo Costruzioni, Trio Srl, Ciaquattropareti e Garboli-Conicons di Mondovì (Cuneo). Di quest’ultima azienda, recentemente acquisita dalla Pizzarotti Parma, è membro del consiglio di amministrazione il dottore Paolo Sabatini, consigliere di Gemina ed amministratore delegato della Promozione e Sviluppo Spa del gruppo Impregilo.[2] Il geometra Carlo Borrella è pure presidente dell’Associazione costruttori edili di Messina; membro del consiglio d’amministrazione della Duomo Srl, società che sta realizzando un contestatissimo edificio multipiano proprio di fronte la Cattedrale di Messina;[3] presidente di Risanamento Messina Srl, società che ha avviato i lavori per un insediamento commerciale in zona Maregrosso; cotitolare di Players Group che gestisce la struttura Bingo di Contesse; socio, ancora attraverso Iniziative Immobiliari, della <<società contenitore>> Opera prima, accanto alla Gest-Comm (amministrata da Andrea Lo Castro, legale di fiducia dell’ex sindaco di An Giuseppe Buzzanca) ed alla Zilch Finanziaria, operante nel settore della ristorazione. Quest’ultima società appartiene per un 25% alla Fi.Pe. Spa dell’onnipresente famiglia Franza. Accanto ai signori della navigazione dello Stretto, Carlo Borrella compare pure nel Cda del Consorzio Costruttori Messinesi, quello che ha visto unire i maggiori imprenditori edili in vista delle opere strategiche del XXI secolo, tuttoggi presieduto da Roberto Caligiore. Come se ciò non bastasse la Demoter guida le associazioni d’imprese in gara per alcune delle opere pubbliche previste a Messina dal piano comunale triennale: la ristrutturazione degli impianti e la gestione di Villa Dante; la creazione di centri direzionali negli isolati 88 (viale San Martino) e 158 (via La Farina). Partner della società di Borrella, Giuseppe Lupò, Paolo Arcovito Costruzioni, Itaca Srl, Trio Srl, Domenico Gemelli, Damiano Costruzioni, Pettinato, Italgeo, CCT, Antonio Puglisi, Cogest Srl, la C & D Costruzioni. Gira e volta, i soliti noti. Come abbiamo visto, la Paolo Arcovito Costruzioni compare con Demoter nel piano specultativo del quartiere Tirone. La società è inoltre presente nel Consorzio Costruttori Messinesi (ma ci sono pure Trio, Domenico Gemelli, Damiano Costruzioni, Pettinato e C & D). Itaca, società del gruppo Mancuso di Brolo che ha realizzato a Messina buona parte dei complessi abitativi della locale Lega delle Cooperative, in associazione con il geometra Borrella ha gestito - per conto della Pizzarotti Parma - lavori per 5,2 milioni nel cosiddetto “Residence Mineo†che ospita quattrocento alloggi familiari per il personale americano in forza alla base nucleare di Sigonella. Della società Itaca, perlomeno sino al 1990, era socio il costruttore Antonino Giuliano. <<Io ho fatto anche parte delle società Itaca e Iride delle quali era socio tale Gaetano Mancuso, con il quale ho poi sciolto la società per disaccordi e perché non mi lasciavano tranquillo le persone che frequentava>>, ha raccontato Giuliano. Fu proprio grazie a lavori assegnati ad Itaca che Giuliano fece conoscenza del boss Michelangelo Alfano. <<A fine anni ‘80 gli ho fatto un lavoro alla villa di Rodia>>, ha aggiunto. <<Alfano me lo presentò Domenico Lascari, titolare di un’impresa edile. Si doveva fare dei lavori di rifinitura e ristrutturazione di questa villa. La società Itaca costruiva le villette di Lascari ed io lavoravo là, però io non risultavo nella società. L’amministratore era Gaetano Mancuso. Prima ce li avevo io i rapporti con Alfano; dopo, Mancuso. Io mi sono diviso perché Alfano l’ha voluto fare mettere in socio con uno di Bagheria che doveva prendere lavori pubblici, lavori grossi…>>.[4] Pettinato e Italgeo, invece, hanno concorso a gare per appalti pubblici accanto a società riconducibili a personaggi “vicini†al boss barcellonese Salvatore “Sem†Di Salvo, detto “l’americano†per essere nativo della metropoli canadese di Toronto. Più specificatamente, la Pettinato è entrata in associazione temporanea con la Vulcano Piccola Cooperativa per partecipare nell’anno 2000 ai bandi per lavori nei comuni di Longi ed Oliveri. Nell’ambito dell’indagine Omega sui legami tra imprenditoria e mafiosi nel barcellonese, l’amministratore unico della Vulcano Piccola, Andrea Caliri, è risultato essere abituale frequentatore di Salvatore Di Salvo.[5] La Italgeo, in consorzio con la Ca.Ti.Fra. di Barcellona, si è invece aggiudicata i lavori per la costruzione di opere fognarie e idriche nel comune di San Filippo del Mela, con una gara in cui non sono mancate le denunce per presunte irregolarità.[6] La Ca.Tri.Fa. è società nella titolarità di Tindaro Antonio Calabrese, altro imprenditore barcellonese sospettato di “contiguità†con il mafioso Di Salvo. Secondo gli inquirenti, la familiarità tra il Calabrese e il boss trova riscontro anche dai termini con cui abitualmente si rivolgono l’un con l’altro: figlioccio il Di Salvo e patrozzo il Calabrese.[7] Del costruttore Antonio Puglisi, altro partner del geometra Carlo Borrella, si parla nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Gioco d’azzardo: appaltatore di due lotti di lavori del complesso “La Casa Nostraâ€, Puglisi è stato socio di Salvatore Siracusano nella Costruzioni Generali Messinesi, nonché titolare delle Aziende Generali Puglisi A.G.P., ditta che gestisce alcune cave di sabbia nei Peloritani e in cui compare tra i soci la moglie dell’ex parlamentare Dino Madaudo, rappresentante legale della società dal febbraio del 2003. Sempre relativamente alle aziende operanti accanto alla Demoter, va sottolineato il ruolo della CCT, società che ha investito circa centodieci milioni di euro per realizzare il complesso commerciale di Tremestieri (ipermercati, una quarantina di negozi ed una multisala cinematografica). Le quote sociali di CCT sono in mano a noti commercianti messinesi, tra cui il proprietario dell’immobile dove nel marzo 2006 la Società Stretto di Messina ha aperto l’InfoPoint per presentare al grande pubblico tutti i “benefici†che deriveranno alla collettività con la realizzazione del Ponte.[8] Dulcis in fundo, la C & D Costruzioni, la società delle famiglie Caligiore e Spadaro di casa a Sint Maarten. La C & D ha pure avviato un piano di insediamento immobiliare in località Torre Faro. Di questa operazione c’è traccia in alcuni dei passaggi dell’ordinanza del Tribunale di Reggio Calabria contro Salvatore Siracusano, Santino Pagano ed altri imprenditori messinesi in odor di mafia. Nel corso di una telefonata del 5 maggio 2000 Roberto Caligiore informava la moglie di Spadaro di avere in corso la trattativa per comprare un terreno al Faro, attraverso una società di nuova costituzione. <<Nell’affare e quindi nella nuova società vorrebbe partecipare anche Gianni Arcovito che Rosario conosce bene>>, spiegava il Caligiore, aggiungendo che la C. & D. si sarebbe presa il 90% mentre il restante 10% sarebbe andato ad Arcovito. Il giorno successivo Elda Eugenia Vitacolonna chiamava il marito e gli comunicava il possibile ingresso di Arcovito nell’affare Faro. Rosario Spadaro non era tuttavia d’accordo e metteva il veto sull’imprenditore messinese. Una ventina di giorni dopo veniva costituita la società a responsabilità limitata “Faro 20â€, oggetto la realizzazione di un complesso immobiliare e capitale sociale dieci mila euro. Presidente veniva nominato Michelangelo Garufi, amministratore delegato Roberto Caligiore e consigliere la Vitacolonna. Le scritture contabili della “Faro 20†venivano depositate presso la Entreprise Organization di Messina, con sede in via Consolato del mare is. 319, indirizzo presso cui ha sede la società di revisione contabile Accountants presieduta dal commercialista Carmelo Brigandì.[9] Coincidenza vuole che il Brigandì abbia ricoperto in passato il ruolo di amministratore di Euroimmobiliare, società per la compravendita d’immobili e la realizzazione di lavori edili a cui era interessato il mediatore d’armi Filippo Battaglia.[10] Contestualmente gli amministratori della “Faro 20†concludevano l’atto di acquisto di un terreno non edificabile per il valore di un miliardo e duecento milioni di vecchie lire, avviando le pratiche di variante al PRG e autorizzazione ai lavori presso la commissione edilizia del Comune di Messina. Nonostante qualche difficoltà ad ottenere la modifica della destinazione d’uso dei terreni, a fine dicembre 2000 Roberto Caligiore veniva intercettato mentre riferiva entusiasta a Saro Spadaro di aver ricevuto <<interessanti richieste di acquisto delle ville del Faro>>. Per il Ponte c’era ancora tempo. ANTONIO MAZZEO


[1] M. Riccio, “Obtorto Collo. Continuano le rivelazioni del pentito Luigi Ilardo, ucciso da Cosa Nostraâ€, Antimafia Duemila, n. 31, maggio 2003.

[2] La Pizzarotti Parma è un’azienda leader nella realizzazione e l’ampliamento di buona parte delle basi militari Usa e Nato in Italia (Comiso, Sigonella, Napoli, Camp Ederle, La Maddalena). Dal 1992 al 1994 ha partecipato ai lavori di costruzione del parco Euro Disney a Marne-La Vallé, Parigi. Dal 2004 la Pizzarotti è general contractor per la realizzazione della nuova arteria autostradale Catania-Siracusa. La società ha pure fatto parte, in una prima fase, alla cordata guidata da Astaldi in gara per la costruzione del Ponte.

[3] La Duomo Srl è stata costituita il 6 luglio del 1999 con un capitale sociale di 85.565 euro. Presidente del consiglio d’amministrazione è Antonino Giordano; consiglieri: Roberto Catania (titolare della Carogi Costruzioni), Antonio Maimone, Giuseppe Sant’Antonio, Carlo Borrella. (Cfr.: D. De Joannon, “Una città a misura Duomoâ€, Centonove, 18 marzo 2005).

[4] Antonino Giuliano ha ammesso di essersi interessato pure ai lavori per le basi Nato in Sicilia. <<Quegli appalti li ha presi …omissis…. Dovevo prenderli pure io, ma non ci sono voluto andare perché mi scantai. Era un lavoro troppo grosso e dice che si doveva fare preciso. Pure Angelo Alfano c’era là. E pure gente di Catania, Santapaola…>>. Cfr.: Procura Generale della Repubblica di Reggio Calabria, Verbale riassuntivo di interrogatorio di Giuliano Antonino, Procedimento N. 2863/02 R.G.N.R., N. 2/03 Reg. Avocazioni, Milano, 16 giugno 2005.

[5] L’impresa Vulcano Piccola Società Cooperativa ha sede a Barcellona Pozzo di Gotto. Il 18 aprile 2001 Andrea Caliri ha lasciato l’incarico di amministratore unico dell’impresa, sostituito da Michelangelo Accetta, imprenditore originario di Castroreale.

[6] Il Consorzio San Filippo Lavori è costituito dalle imprese: Public Contractors Enterprise di Patti, Italgeo di Messina (amministratore Giuseppe Barbera, titolare pure di Geotecnica Srl) e Ca.Ti.Fra Snc di Barcellona Pozzo di Gotto (impresa quest’ultima di Tindaro e Francesco Calabrese). L’ammontare dei lavori, appaltati nel gennaio 2000, è stato di lire 4.594.000.000. Cfr.: Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri – Sezione Anticrimine di Messina, Informativa preliminare “Omegaâ€, Nr.51/32-1-1999, Messina, 25 luglio 2000, p. 92.

[7] Procura della Repubblica di Messina, Richiesta di misura cautelare a carico di Di Salvo Salvatore + 24, Messina, 23 aprile 2003, pp. 154-156.

[8] Il consiglio di amministrazione di CCT vede Antonio Marchese (presidente), Carmelo Leone e Nino Piccolo consiglieri. Il capitale della società è detenuto in parti uguali da Fi.ni. Srl (società della famiglia Piccolo che controlla alcuni locali commerciali e la Pallacanestro Messina), Solefin (società in mano al commerciante di elettrodomestici Leone) e Fincom Holding (holding finanziaria di Gaetano Marchese, titolare dell’omonimo mobilificio, e socio di Marinasport, S.A.C.I. Immobiliare Mediterranea, Fincom Finanziaria Commerciale e di una quota della Messina Parcheggi e Servizi Spa). La CCT possiede a sua volta il 30% circa del capitale sociale di Incom Iniziative Commerciali, attiva nel settore della ristorazione, in cui sono pure presenti la Pubblistretto e la Fi.pe Finanziaria Peloritana della famiglia Franza (Cfr. D. De Joannon, “Cinema & businessâ€, Centonove, 8 aprile 2005).

[9] Accountants Srl, già Concorde Accounts, fu costituita nel 1977. Soci di Accountants sono risultati il commercialista Roberto Ruegg, Carmelo Brigandì e Antonietta Ziino, moglie del Brigandì e sorella dell’ex assessore comunale Dc Alfio Ziino, corrente Andreotti-Merlino, la stessa a cui facevano riferimento Salvatore Siracusano e Santino Pagano.

[10] Dal 1983 al 1985, amministratore di Euroimmobiliare è risultato il commercialista Salvatore Furnari, originario di Tripi, già presidente della società di revisione contabile Accountants e affiliato alla loggia massonica Mormino del Grande Oriente d’Italia. Dopo Carmelo Brigandì, sono stati nominati amministratori di Euroimmobiliare Fulvio Luxi e successivamente Ilaria Luxi, nipoti di Filippo Battaglia e figli del direttore amministrativo del Consorzio autostradale Messina-Catania, Eraldo Luxi.