Sara’ acquisita dalla prima commissione del Csm la lettera anonima sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano, della quale il pm di Barcellona Pozzo di Gotto Olindo Canali si sarebbe assunto la paternita’ con un fax inviato in tribunale. La commmissione di palazzo dei Marescialli ha, infatti, chiesto di acquisire una serie di documenti dalla procura di Messina, tra cui, appunto, la lettera e il fax. Nella sua missiva, Canali, pm al processo per l’omicidio Alfano, aveva sollevato dubbi sul fatto che il responsabile del delitto non fosse la persona che era stata condannata. Inoltre il magistrato affermava di avere paura di essere arrestato, a causa delle sue frequentazioni. Solo dopo aver letto gli atti che ricevera’ nei prossimi giorni, la commissione decidera’ se come continuare l’istruttoria.
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Il calcio italiano è un meraviglioso mondo di impunità, cooptazioni e intrecci clanici oggi come quattro o cinque anni fa. Dopo la breve fiammata di Moggiopoli, con annesse squalifiche e penalizzazioni, è tutto tornato serenamente come prima, con gli stessi arbitri e gli stessi dirigenti federali, demiurghi di un potere chiuso in se stesso e allergico alle regole. A lanciare il sasso nello stagno della cupola restaurata è l’unico arbitro che al processo di Napoli sarà testimone d’accusa contro Moggi e i suoi amici, dopo essere stato prosciolto da ogni addebito, è Gianluca Paparesta, 39 anni, barese: l’uomo che fu verbalmente aggredito dallo stesso Moggi negli spogliatoi di Reggio Calabria e che, invece di negare tutto come hanno fatto i suoi colleghi, ha parlato e continua a parlare di “un sistema in grado di manipolare e stravolgere la realtà”, come scrive nelle pagine del suo blog (www.paparesta.com). Un sistema che oggi non lavora più a senso unico - come ai tempi in cui si favoriva solo Moggi e i suoi protetti - ma è finalizzato soprattutto a perpetuare se stesso e il suo potere, attraverso coperture reciproche e rapporti privilegiati con i club più potenti. Un sistema che passa attraverso nomi noti e personaggi sconosciuti, ma che in ogni caso non ammette alcuna voce contraria. Prendete la Federcalcio, ad esempio. Pochi sanno che il potente braccio destro di Giancarlo Abete, appena rieletto presidente con una maggioranza bulgara (era l’unico candidato), è Antonello Valentini, che nell’agosto del 2004 parlava con Moggi al telefono dicendogli che nella Figc c’era bisogno di “gente funzionale al sistema”, perché sennò “ci buttiamo la merda in faccia da soli”, ottenendo ovviamente il pieno appoggio dell’allora boss juventino. Paparesta, senza far nomi, ha pubblicato sul suo sito il testo integrale di quella telefonata, per far capire che il sistema è ancora tutto lì. Una denuncia peraltro caduta nel silenzio più completo, con l’unica eccezione di Oliviero Beha al Tg3. Ma basta un’attenta rilettura delle carte per capire a chi e a che cosa si riferisca Paparesta nel suo blog. Il sistema di cui parla infatti non comprende solo ignoti seppur importanti dirigenti. All’arbitro di Bari, probabilmente, non sarà sfuggito che mentre lui è stato di fatto licenziato pur dopo il pieno proscioglimento a Napoli, altri fischietti ed ex fischietti continuano a ricoprire ruoli fondamentali sebbene il loro coinvolgimento nelle vicende di Calciopoli sia stato parecchio maggiore, tanto da portarli in alcuni casi ad essere rinviati a giudizio dai magistrati napoletani. E proprio rileggendo atti in buona parte già noti spiccano diverse curiosità su diversi personaggi che a vario titolo sono protagonisti anche di questo campionato. Come Roberto Rosetti, oggi arbitro top a cui vengono affidate le partite più importanti, i suoi colleghi Matteo Trefoloni e Paolo Dondarini, che pure continuano a dirigere incontri di serie A, oltre a Pierluigi Collina, che degli arbitri è il capo e il designatore. Rosetti, ad esempio, è uno che non è mai stato neppure deferito sebbene in una conversazione registrata l’allora designatore Paolo Bergamo mostrasse gratitudine nei suoi confronti perché era stato “decisivo nel passaggio (dalla B alla A, ndr) della Fiorentina”, con riferimento a una contestatissima direzione di gara nello spareggio decisivo dei viola contro il Perugia, nel giugno del 2004. Lo stesso Rosetti è l’arbitro che secondo il guardalinee Narciso Pisacreta aveva ricevuto una strana telefonata per parlare di un fallo di mano nell’intervallo di una “pilotata” (così la definì l’ex numero due della Figc Innocenzo Mazzini) partita tra Lazio e Fiorentina, violando tutte le regole che proibiscono agli arbitri di parlare al cellulare con chiunque durante una partita. E sempre Rosetti è l’arbitro che, come emerge da un’altra intercettazione, aveva cenato dopo una partita con il figlio di Galliani, definito dallo stesso Rosetti “un ragazzo delizioso”. Oggi Rosetti è il rappresentante ufficiale degli arbitri in attività ed è stato inserito nella lista dei 38 preselezionati per i Mondiali in Sudafrica. Così come continua a calpestare i campi di serie A il suo collega Paolo Dondarini, che è stato rinviato a giudizio nel processo di Napoli con l’accusa di frode sportiva per aver avvantaggiato la Juventus (in una partita contro la Sampdoria) e la Fiorentina (in un match decisivo per la salvezza contro il Chievo). Al termine della gara tra bianconeri e doriani, Dondarini ricevette la visita affettuosa di Luciano Moggi, che davanti a un caffè promise future designazioni per altre partite in trasferta dei bianconeri. Curioso che cinque anni dopo l’arbitro che ha ricevuto i ringraziamenti di Moggi sia ancora in attività, mentre quello che da Moggi si è preso gli insulti (Paparesta) sia stato licenziato. Lo stesso Dondarini è quello che in una conversazione tra l’allora presidente degli arbitri Tullio Lanese e il giornalista della ‘Gazzetta’ Antonello Capone veniva definito “killer”, nel senso che avrebbe eseguito l’ordine di far perdere i veronesi per garantire la salvezza dei viola (”Era normale, l’avevo detto io”, commentò in quell’occasione Lanese). Solo uno scherzo? Se Dondarini dovrà rispondere ai magistrati di Napoli, nessuno domanderà invece alcunché a Matteo Trefoloni. Nel caotico marasma di Calciopoli, forse agli inquirenti sportivi (e non) è sfuggito il fatto che Trefoloni ha fornito di fatto quasi una confessione, rivelando ai carabinieri di Roma che “Bergamo e la Fazi (cioè il designatore di allora e la sua potente segretaria, ndr) svolgevano un’attività volta a determinare in noi arbitri una sudditanza psicologica che si traduceva poi a seconda delle partite che si andava ad arbitrare in una gestione delle stesse in linea con il volere dei citati”. Un atto di accusa e di autoaccusa senza mezzi termini. E più avanti lo stesso Trefoloni ha spiegato che la carriera di arbitro dipendeva da quanto si seguissero i “consigli” di Bergamo. Del resto, Trefoloni nella stagione 2004-2005 era riuscito ad ammonire (e quindi a far squalificare) tutti e tre i diffidati del Parma perché la settimana dopo gli emiliani dovevano incontrare la Juventus. E nella stagione successiva aveva ripetuto la stessa operazione cinque volte, impedendo a giocatori del Lecce, del Parma (due), della Lazio e del Palermo di scendere in campo la domenica successiva contro i bianconeri. Sempre Trefoloni è quello che la segretaria di Bergamo, Maria Grazia Fazi, spinge per una designazione “così incameriamo altri 5 mila euro”. La settimana scorsa Trefoloni, fresco reduce da una direzione in serie A, è andato a una riunione di giovani fischietti a Carrara per spiegare che “gli arbitri devono sempre trasmettere un messaggio di sicurezza e autorevolezza”: lui, che aveva mandato un falso certificato medico per evitare di arbitrare un Juventus-Roma che lo terrorizzava per le troppe pressioni subite. In questo quadro non stupisce che a designare gli arbitri oggi sia quel Pierluigi Collina che, quando era un fischietto in attività, parlando con un consulente del Milan architettava un incontro segreto con Galliani, che doveva avvenire in un ristorante nel giorno di chiusura, perché nessuno potesse scoprirlo. Lo stesso Collina che non risulta aver sempre versato all’Associazione arbitri le quote dovute dei proventi delle sue sponsorizzazioni, un 10 per cento che sommato per i vari marchi (da Opel a Diadora) fa un gruzzolo di parecchie migliaia di euro. E lo stesso Collina che dopo aver garantito a Paparesta il reintegro a proscioglimento avvenuto, si è reso protagonista di un clamoroso voltafaccia, impedendogli di tornare in campo. Paparesta non si dà per vinto e continua la sua battaglia con un ricorso dopo l’altro (l’ultimo al Tribunale nazionale di arbitrato per lo Sport). “Non racconto la verità a rate, ho già detto tutto quello che sapevo alla giustizia sportiva e ordinaria. Ora voglio solo capire il motivo di tanta disparità di trattamento e di tanto accanimento nei miei confronti”, dice. E non vuole credere che il suo sia un allontanamento dal sapore ‘educativo’, utile cioè a far capire ai fischietti in attività che non ci si deve mai mettere contro il sistema, al quale bisogna essere - appunto - funzionali. Ma quella di Paparesta non sarà una battaglia facile, anche perché dall’altra parte a dirigere la musica c’è tale avvocato Mario Galavotti, consulente legale della Federcalcio su incarico di Abete. Un grande amico di Moggi, che nel settembre del 2004 è intervenuto per salvare il figlio (procuratore) di Lucianone da una squalifica, facendola tramutare in una piccola ammenda. www.piovonorane.it - di Alessandro Gilioli - Espresso
Le intercettazioni tra arbitri e dirigenti
Gli audio tra arbitri e dirigenti che sono tuttora ai vertici della Figc e dell’Aia o che scendono ancora in campo a dirigere partite di serie A; uno stralcio della “cupola” di ieri che getta nuova luce sui protagonisti del pallone di oggi.
L’allora presidente degli arbitri Tullio Lanese parla con giornalista della “Gazzetta” Antonello Capone. Quest’ultimo dice «Hai visto che il killer ha colpito a Verona?». Si riferisce all’arbitro Dondarini, che aveva appena arbitrato un Chievo-Fiorentina, match decisivo per la salvezza. Ha vinto la Fiorentina 2 a 1 e Dondarini e i veneti erano furibondi per una serie di episodi in cui sarebbe stata avvantaggiata la squadra viola (soprattutto un rigore negato al Chievo). Lanese commenta: «Si sì, era normale, te l’avevo detto io, no? Il risultato ti dimostra che non c’era dubbio». E al giornalista che ipotizza «gli avranno mandato dei segnali», il capo degli arbitri risponde. «Ormai non si mandano i segnali, loro telefonano prima delle gare». Dondarini, sotto processo a Napoli per frode sportiva, è tornato ad arbitrare in Serie A ed è una delle prime scelte di Collina. LA TELEFONATA AUDIO
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Si susseguono i vertici investigativi per fare il punto sulle indagini e tentare di risalire ai mandanti e agli autori dell’omicidio di “Melo” Mazza, il trentenne rampante di Barcellona, trucidato da un commando composto da tre sicari, venerdì notte intorno alle 23, all’uscita della palestra per culturisti “New Generation Fitness” di Olivarella. Ieri, in Procura a Messina, si è tenuto un vertice tra i carabinieri del Ros e i magistrati inquirenti che si occupano dell’omicidio, i sostituti della Distrettuale antimafia, Giuseppe Verzera e Angelo Cavallo. Le indagini proseguono su due fronti, quello investigativo tradizionale effettuato sul territorio e l’altro degli accertamenti scientifici sui reperti effettuato dai carabinieri del Ris di Tremestieri. Al centro delle attenzioni degli investigatori i filmati registrati dalle quattro telecamere installate all’esterno della palestra dove ogni sera si recava Melo Mazza, il quale voleva migliorare il sui appesantito fisico con dieta ferrea ed esercizi da culturista. Le immagini registrate dal sistema di video sorveglianza mostrerebbero per intero le fasi dell’agguato mafioso. Dai fotogrammi visionati si è avuta la conferma che il gruppo di fuoco che ha agito in corso Aldo Moro di Olivarella era composto da tre persone, due killer armati e un terzo componente alla guida della Fiat Uno di colore grigio con quattro sportelli, rubata a Milazzo qualche ora prima del delitto. L’auto con i killer a bordo avrebbe stazionato nel buio nello stesso spiazzo sterrato dove era stata parcheggia la Smart di colore blu della vittima. Non appena Melo Mazza è partito i sicari da dietro hanno rincorso l’auto e una volta affiancata la vettura hanno esploso un colpo che potrebbe aver colpito all’emitorace la vittima. Melo Mazza, ferito mortalmente, con poca lucidità avrebbe tentato l’ultima disperata fuga finendo contro il cancello del cortile della palestra. A questo punto le immagini mostrerebbero due sicari col volto coperto scendere dall’auto per raggiungere la Smart contro cui hanno sparato con una pistola a tamburo - forse una calibro 38 - ripetuti colpi d’arma. Oggi, intanto, è prevista l’esecuzione dell’autopsia. (l.o.)
Un messaggio recapitato e uno intercettato quasi sull’uscio di casa, ma l’effetto è identico: profonda inquietudine, quando non - immaginiamo - autentica paura. Perché dalle nostre parti non bisogna fare esercizio di fantasia per dar lettura a eventi di questa natura. Una busta con un proiettile, speditale nella sede di Messina Boccetta del Consorzio autostrade e un pacco inviatole al domicilio privato palermitano: solo gli investigatori sanno cosa contenesse giacché è stato bloccato prima che Patrizia Valenti, neo presidente del Cas, potesse aprirlo. Immediata, nel primo caso, la denuncia alle forze dell’ordine, che messi sul chi vive hanno intercettato la seconda intimidazione. Due le inchieste aperte: dalla Procura di Messina e dalla magistratura palermitana. La Valenti è stata sentita dal procuratore capo peloritano, Lo Forte, e dal suo aggiunto Siciliano. Nel capoluogo isolano ha reso dichiarazioni alla polizia. «Evidentemente», ha commentato ieri a margine della conferenza stampa per la presentazione del piano triennale delle opere pubbliche del Consorzio, «ho toccato alcuni interessi consolidati». Non dice di più Patrizia Valenti, che ha tutta l’aria di voler andare avanti per la sua strada. Che gli appalti del Consorzio possano far gola a interessi criminali è storia antica, che i nuovi massicci investimenti previsti possono solo alimentare. Andranno stroncati. (fr.ce.)

È divisa un po’ su tutto: sui tempi e le modalità di una sua ulteriore espansione ad est; sull’atteggiamento da assumere nei confronti di Russia, Cina ed Iran; sul programma di escalation militare dell’amministrazione Obama in Afghanistan e Pakistan; sui futuri piani di ammodernamento dei sistemi militari, ritenuti fortemente pregiudiziali per le industrie europee. Ma quando poi si decide d’intervenire e bombardare - così com’è stato nei Balcani o in Medio oriente - o d’intraprendere nuove avventure nucleari e spaziali, le frizioni interne scompaiono e si confermano unità d’intenti e di azione tra i paesi membri. Si presenta così la NATO alla vigilia del suo sessantesimo compleanno: con qualche ruga di troppo ma comunque entusiasta di affrontare le nuove sfide del XXI secolo, forte del ritorno del figliol prodigo francese e delle solide partnership con Giappone, Corea del Sud e Australia e con i paesi-prigione stile Colombia ed Israele. Abbattute le barriere ideologiche che dalla sua fondazione avevano relegato l’azione alla mera “difesa” della regione nord-atlantica, la NATO ha fatto dell’intervento “out-of-area” l’asse strategico su cui re-inventare operazioni, esercitazioni, logistica, sistemi d’arma, centri di comando, controllo e comunicazioni. Dopo i massacri di civili in Kosovo, Serbia e Montenegro e la lunga e sanguinosa guerra in Afghanistan, la NATO aspira a penetrare in Pakistan e a seguire le avventure nel continente africano del nuovo comando delle forze armate USA “Africom”. In Africa, del resto, l’alleanza militare due piedi ce li ha messi già: unità militari NATO operano a sostegno dell’ambigua missione dell’Unione Africana in Darfur o nel pattugliamento delle coste somale in funzione anti-pirati. Ma tutto questo non basta, i governi che contano chiedono sempre di più. “La NATO ha bisogno di adeguare le sue strategie alle nuove sfide”, ha dichiarato la prima ministra tedesca Angela Markel. “Dobbiamo sviluppare un nuovo concetto strategico a partire dal summit che si terrà il 3 e 4 aprile 2009, per dare risposta alle odierne e future minacce. In quest’ottica la NATO ha bisogno di definire e rafforzare le sue relazioni con le organizzazioni partner, come le Nazioni Unite, l’Unione Africana e le organizzazioni non governative, e di cooperare più strettamente con l’Unione europea”. Una NATO che sia sempre più “organismo politico” oltre che militare e che “proietti stabilità” in aree di crisi, “favorisca il dialogo, promuova la democrazia e contribuisca alla ricostruzione e al consolidamento istituzionale”, come aggiungono i massimi vertici dell’alleanza da Bruxelles. Un’organizzazione dunque estremamente flessibile e capace di affrontare qualsivoglia minaccia che possa minare la “sicurezza” dei paesi membri e dei liberi mercati. Le sfide che saranno affrontate dalla “nuova” NATO sono elencate dal Segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer: all’antico ritornello sul terrorismo internazionale, la proliferazione delle armi di distruzione di massa e gli stati “canaglia”, si aggiungono adesso le guerre cibernetiche, il crimine organizzato, le carenze di fonti energetiche, il degrado ambientale, le calamità naturali, gli attacchi bio-terroristici e le pandemie. L’Hague Centre for Strategic Studies, centro ultraconservatore olandese di studi strategici, prevede “sfide” ancora più complesse per la NATO. “I paesi dell’Alleanza dovranno riconciliare il loro ruolo tradizionale con le necessità strategiche rappresentate dalle crisi economiche, dalla competizione per le risorse dell’Artico e dal risorgere di Russia e Cina”, scrive in un rapporto presentato il 27 marzo a Bruxelles nel corso di un incontro con oltre 300 ricercatori e studiosi sui temi della “sicurezza transatlantica”. “Una possibile dissoluzione della zona euro, un grande evento speculativo nei circoli finanziari, potrebbero avere un impatto significativo sulla sicurezza e la difesa europea”. Fronteggiare queste minacce “globali” richiederà partenariati di vasta portata ed una forte sinergia tra la NATO e l’Unione Europea, conclude il centro di studi olandese. E la posta in gioco non permetterà né tentennamenti né astensioni di sorta. Per questo a Bruxelles si lavora per emendare la Carta costitutiva dell’Alleanza Atlantica che ha consentito sino ad oggi agli stati membri di dissociarsi dal partecipare alle guerre con cui si è in disaccordo. La decisione di festeggiare il sessantesimo anniversario dell’organizzazione militare proprio a Strasburgo, sede del Parlamento europeo, punta a simbolizzare la conclusione del primo atto del processo di condivisione di programmi, strategie ed interventi in campo politico e militare della NATO e dell’Unione europea. Quello che è stato sino ad oggi un fidanzamento, il 4 aprile 2009 si trasformerà in vero e proprio matrimonio, ospiti d’onore gli alti comandi di Washington e Bruxelles e buona parte dei capi di stato dei 27 paesi dell’Unione, 21 dei quali fanno già parte della NATO, mentre cinque dei sei che ne restano fuori (Austria, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia) sono membri del programma “Partneriato per la Pace” dell’Alleanza Atlantica. Per il secondo atto del connubio NATO-UE è già pronta una sceneggiatura. “La NATO e l’Unione europea dovrebbero focalizzarsi sul rafforzamento delle loro capacità fondamentali, sull’incremento dell’interoperabilità e sul coordinamento di dottrina, pianificazione, tecnologie, equipaggiamento e addestramento”, scrive su Nato Review, Adrian Pop, decente della National School for Political Studies di Bucarest, Romania. Per il professore Pop la cooperazione NATO-UE deve divenire “la spina dorsale di una forte comunità euro-atlantica”, per “combattere il crimine organizzato, il traffico di droga, delle armi leggere e di piccolo calibro, come pure quello di esseri umani”. I Balcani possono essere il teatro dove sperimentare nuove pratiche interattive. Del resto è questa la regione dove è più antica la partnership NATO-UE. Nel febbraio 2001, al culmine del conflitto scoppiato nella ex repubblica jugoslava di Macedonia tra la comunità albanese e le forze di sicurezza interne, furono proprio la NATO e l’Unione a coordinare i negoziati tra le parti che sei mesi più tardi sfociarono nell’accordo di Ohrid. Contemporaneamente la NATO avviò una vasta operazione per disarmare gli insorti albanesi che si protrasse sino al marzo 2003, quando le truppe dell’alleanza militare furono sostituite da una task force battente bandiera UE (“Operazione Concordia”). A Skopje continuò ad operare un piccolo quartier generale della NATO per assistere le autorità macedoni e i militari dell’Unione. Nel dicembre 2004, un passaggio di consegne similare si è verificato nella vicina Bosnia Erzegovina: dopo nove anni di presenza IFOR-SFOR, la NATO passò il testimone all’Unione europea, che immediatamente dette avvio all’operazione Althea, forte di 6.000 uomini. Lo stesso sta accadendo in questi ultimi mesi nel Kosovo tutt’altro che pacificato: la Kosovo Force (KFOR), la sola autorizzata dalle Nazioni Unite con la risoluzione 1244 del 1999, sta trasferendo il comando delle fallimentari operazioni di controllo del territorio alla missione europea denominata EULEX. Altra area geografica dove NATO ed UE fanno coppia fissa e si scambiano le flotte armate è il Golfo di Aden, nell’ambito della crociata mondiale contro i pirati che minacciano mercantili e petroliere (per la task force “EUNAVFOR Atalanta”, si tratta del primo intervento “out-of-area” dell’Unione). “Anche l’Afghanistan rappresenta un’opportunità per un’accresciuta cooperazione NATO-UE”, scrive ancora il rumeno Adrian Pop. “Il paese ha disperatamente bisogno di più polizia, giudici, ingegneri, operatori umanitari, consulenti per lo sviluppo ed amministratori. L’Unione europea dispone di tutte queste risorse, non altrettanto avviene per i soldati della pace della NATO”. Nel novembre 2006 la Commissione europea ha approvato 10,6 milioni di euro per favorire la distribuzione in Afghanistan di “servizi e una migliorata governabilità attraverso i Gruppi di ricostruzione provinciale (PRT), guidati dalla NATO”. Analoghe forme collaborative starebbero per essere avviate in Iraq, paese dove la NATO è l’attore principale nella gestione dei “programmi di formazione” delle nuove forze armate locali, avvalendosi in particolare del “Defence College” di Roma. Il 12 giugno 2008, l’ex ministro della difesa britannico e Segretario generale della NATO dal 1999 al 2004, George Robertson, e l’Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina dal 2002 al 2006 ed oggi braccio destro di Javier Solana alle Politiche estere e di difesa dell’Unione Europea, Paddy Ashdown, dalle colonne del Times hanno chiesto un colpo di acceleratore in vista della formazione di “gruppi di combattimento” e di pronto intervento UE, che siano “compatibili con la forza di risposta rapida della NATO” e facciano da base “di una nuova struttura europea di contro-guerriglia capace di operare negli Stati in dissoluzione ed in teatri post-bellici”. La NATO Response Force (NRF) - con più di 25.000 uomini appartenenti alle forze terrestri, di mare e aree dell’Alleanza - è stata attivata per la prima volta a fine 2005 per intervenire “umanitariamente” in Pakistan dopo un violento terremoto. Nell’estate 2006, d’avanti agli osservatori di mezzo mondo, la NRF ha realizzato la prima grande esercitazione di dispiegamento a Capo Verde (Africa occidentale). Oggi uno dei suoi maggiori centri operativi funziona da Solbiate Olona (Varese). A Bruxelles si lavora adesso per rendere il più possibile complementari l’organizzazione e le azioni delle due grandi forze di pronto intervento e “first strike”. Il primo passo sarà quello di standardizzare tecnologie e apparati di guerra di NATO e UE, tema all’ordine del giorno del summit di Strasburgo che però potrebbe generare causare nuove tensioni tra gli Stati partner. Una insanabile frattura si è consumata in ambito NATO solo qualche mese fa con la scelta d’insediare nella base siciliana di Sigonella il centro di comando AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo sistema di sorveglianza terrestre alleato che per imposizione di Washington vedrà l’utilizzo di aerei senza pilota Global Hawk di esclusiva produzione USA.
Il cronista dell’emittente televisiva Telejato di Partinico (Palermo), Pino Maniaci, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista. Nonostante non abbia mai voluto prendere il tesserino dell’Ordine, Maniaci conduce ogni giorno il Tg dell’emittente locale, più volte minacciata, querelata e contestata da boss e notabili della zona di Partinico. Lo stesso Maniaci lo scorso anno era stato minacciato dal figlio di un boss della famiglia Vitale.
Secondo l’accusa, Maniaci, “con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso”, avrebbe esercitato abusivamente l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato. Maniaci infatti conduce ogni giorno il tg di Telejato ma non ha mai voluto prendere il tesserino di giornalista pubblicista. Pino Maniaci, cronista dell’emittente televisiva “Telejato” di Partinico, nel palermitano, la tv più volte minacciata, querelata e contestata dai boss della zona, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista. La “citazione diretta” è stata disposta dal pubblico ministero di Palermo Paoletta Caltabellotta. Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico di Partinico l’8 maggio prossimo. Proprio per aver denunciato più volte le attività criminose dell’area di Partinico, Maniaci l’anno scorso era stato minacciato da un figlio di un boss della famiglia dei Vitale, detti “Fardazza”, da lui più volte criticati e attaccati durante i telegiornali. “Tutto nasce da una denuncia anonima fatta in realtà da un collega invidioso della mia popolarità. Non è la prima volta che mi trovo sotto processo per esercizio abusivo della professione. A luglio sono stato assolto dalla stessa accusa. Chiarirò tutto anche questa volta”. Così Maniaci ha commentato la notizia del suo rinvio a giudizio per esercizio abusivo della professione. “Produrrò la sentenza che mi ha già scagionato”, ha aggiunto, precisando che il direttore della tv locale è Riccardo Orioles. “In occasione dell’ultima intimidazione - ha proseguito - il presidente nazionale dell’Unci mi ha dato la tessera onoraria dell’associazione. Questo vorrà pur dire qualcosa”. Maniaci, infine, ha spiegato che non ha mai chiesto l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti “per mancanza di tempo”.

