Quotidiano on line - News - Inchieste - Rassegna Stampa - Photoreportage

Home Chi sono E-Mail Archivio news Sentenze Mondo News Cronaca da Messina e dintorni Inchieste    Reportage
Commenti e appelli Diario Mondo Africa Periferie Culture Agenda & Consigli Fotografie Video











‘HO TOCCATO INTERESSI CONSOLIDATI!’: DUE INCHIESTE SULLE INTIMIDAZIONI A PATRIZIA VALENTI, PRESIDENTE DEL CAS

Un messaggio recapitato e uno intercettato quasi sull’uscio di casa, ma l’effetto è identico: profonda inquietudine, quando non - immaginiamo - autentica paura. Perché dalle nostre parti non bisogna fare esercizio di fantasia per dar lettura a eventi di questa natura. Una busta con un proiettile, speditale nella sede di Messina Boccetta del Consorzio autostrade e un pacco inviatole al domicilio privato palermitano: solo gli investigatori sanno cosa contenesse giacché è stato bloccato prima che Patrizia Valenti, neo presidente del Cas, potesse aprirlo. Immediata, nel primo caso, la denuncia alle forze dell’ordine, che messi sul chi vive hanno intercettato la seconda intimidazione. Due le inchieste aperte: dalla Procura di Messina e dalla magistratura palermitana. La Valenti è stata sentita dal procuratore capo peloritano, Lo Forte, e dal suo aggiunto Siciliano. Nel capoluogo isolano ha reso dichiarazioni alla polizia. «Evidentemente», ha commentato ieri a margine della conferenza stampa per la presentazione del piano triennale delle opere pubbliche del Consorzio, «ho toccato alcuni interessi consolidati». Non dice di più Patrizia Valenti, che ha tutta l’aria di voler andare avanti per la sua strada. Che gli appalti del Consorzio possano far gola a interessi criminali è storia antica, che i nuovi massicci investimenti previsti possono solo alimentare. Andranno stroncati. (fr.ce.)

L’INCHIESTA DI A. MAZZEO: LA NATO COMPIE SESSANT’ANNI E FLIRTA CON LA UE

È divisa un po’ su tutto: sui tempi e le modalità di una sua ulteriore espansione ad est; sull’atteggiamento da assumere nei confronti di Russia, Cina ed Iran; sul programma di escalation militare dell’amministrazione Obama in Afghanistan e Pakistan; sui futuri piani di ammodernamento dei sistemi militari, ritenuti fortemente pregiudiziali per le industrie europee. Ma quando poi si decide d’intervenire e bombardare - così com’è stato nei Balcani o in Medio oriente - o d’intraprendere nuove avventure nucleari e spaziali, le frizioni interne scompaiono e si confermano unità d’intenti e di azione tra i paesi membri. Si presenta così la NATO alla vigilia del suo sessantesimo compleanno: con qualche ruga di troppo ma comunque entusiasta di affrontare le nuove sfide del XXI secolo, forte del ritorno del figliol prodigo francese e delle solide partnership con Giappone, Corea del Sud e Australia e con i paesi-prigione stile Colombia ed Israele. Abbattute le barriere ideologiche che dalla sua fondazione avevano relegato l’azione alla mera “difesa” della regione nord-atlantica, la NATO ha fatto dell’intervento “out-of-area” l’asse strategico su cui re-inventare operazioni, esercitazioni, logistica, sistemi d’arma, centri di comando, controllo e comunicazioni. Dopo i massacri di civili in Kosovo, Serbia e Montenegro e la lunga e sanguinosa guerra in Afghanistan, la NATO aspira a penetrare in Pakistan e a seguire le avventure nel continente africano del nuovo comando delle forze armate USA “Africom”. In Africa, del resto, l’alleanza militare due piedi ce li ha messi già: unità militari NATO operano a sostegno dell’ambigua missione dell’Unione Africana in Darfur o nel pattugliamento delle coste somale in funzione anti-pirati. Ma tutto questo non basta, i governi che contano chiedono sempre di più. “La NATO ha bisogno di adeguare le sue strategie alle nuove sfide”, ha dichiarato la prima ministra tedesca Angela Markel. “Dobbiamo sviluppare un nuovo concetto strategico a partire dal summit che si terrà il 3 e 4 aprile 2009, per dare risposta alle odierne e future minacce. In quest’ottica la NATO ha bisogno di definire e rafforzare le sue relazioni con le organizzazioni partner, come le Nazioni Unite, l’Unione Africana e le organizzazioni non governative, e di cooperare più strettamente con l’Unione europea”. Una NATO che sia sempre più “organismo politico” oltre che militare e che “proietti stabilità” in aree di crisi, “favorisca il dialogo, promuova la democrazia e contribuisca alla ricostruzione e al consolidamento istituzionale”, come aggiungono i massimi vertici dell’alleanza da Bruxelles. Un’organizzazione dunque estremamente flessibile e capace di affrontare qualsivoglia minaccia che possa minare la “sicurezza” dei paesi membri e dei liberi mercati. Le sfide che saranno affrontate dalla “nuova” NATO sono elencate dal Segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer: all’antico ritornello sul terrorismo internazionale, la proliferazione delle armi di distruzione di massa e gli stati “canaglia”, si aggiungono adesso le guerre cibernetiche, il crimine organizzato, le carenze di fonti energetiche, il degrado ambientale, le calamità naturali, gli attacchi bio-terroristici e le pandemie. L’Hague Centre for Strategic Studies, centro ultraconservatore olandese di studi strategici, prevede “sfide” ancora più complesse per la NATO. “I paesi dell’Alleanza dovranno riconciliare il loro ruolo tradizionale con le necessità strategiche rappresentate dalle crisi economiche, dalla competizione per le risorse dell’Artico e dal risorgere di Russia e Cina”, scrive in un rapporto presentato il 27 marzo a Bruxelles nel corso di un incontro con oltre 300 ricercatori e studiosi sui temi della “sicurezza transatlantica”. “Una possibile dissoluzione della zona euro, un grande evento speculativo nei circoli finanziari, potrebbero avere un impatto significativo sulla sicurezza e la difesa europea”. Fronteggiare queste minacce “globali” richiederà partenariati di vasta portata ed una forte sinergia tra la NATO e l’Unione Europea, conclude il centro di studi olandese. E la posta in gioco non permetterà né tentennamenti né astensioni di sorta. Per questo a Bruxelles si lavora per emendare la Carta costitutiva dell’Alleanza Atlantica che ha consentito sino ad oggi agli stati membri di dissociarsi dal partecipare alle guerre con cui si è in disaccordo. La decisione di festeggiare il sessantesimo anniversario dell’organizzazione militare proprio a Strasburgo, sede del Parlamento europeo, punta a simbolizzare la conclusione del primo atto del processo di condivisione di programmi, strategie ed interventi in campo politico e militare della NATO e dell’Unione europea. Quello che è stato sino ad oggi un fidanzamento, il 4 aprile 2009 si trasformerà in vero e proprio matrimonio, ospiti d’onore gli alti comandi di Washington e Bruxelles e buona parte dei capi di stato dei 27 paesi dell’Unione, 21 dei quali fanno già parte della NATO, mentre cinque dei sei che ne restano fuori (Austria, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia) sono membri del programma “Partneriato per la Pace” dell’Alleanza Atlantica. Per il secondo atto del connubio NATO-UE è già pronta una sceneggiatura. “La NATO e l’Unione europea dovrebbero focalizzarsi sul rafforzamento delle loro capacità fondamentali, sull’incremento dell’interoperabilità e sul coordinamento di dottrina, pianificazione, tecnologie, equipaggiamento e addestramento”, scrive su Nato Review, Adrian Pop, decente della National School for Political Studies di Bucarest, Romania. Per il professore Pop la cooperazione NATO-UE deve divenire “la spina dorsale di una forte comunità euro-atlantica”, per “combattere il crimine organizzato, il traffico di droga, delle armi leggere e di piccolo calibro, come pure quello di esseri umani”. I Balcani possono essere il teatro dove sperimentare nuove pratiche interattive. Del resto è questa la regione dove è più antica la partnership NATO-UE. Nel febbraio 2001, al culmine del conflitto scoppiato nella ex repubblica jugoslava di Macedonia tra la comunità albanese e le forze di sicurezza interne, furono proprio la NATO e l’Unione a coordinare i negoziati tra le parti che sei mesi più tardi sfociarono nell’accordo di Ohrid. Contemporaneamente la NATO avviò una vasta operazione per disarmare gli insorti albanesi che si protrasse sino al marzo 2003, quando le truppe dell’alleanza militare furono sostituite da una task force battente bandiera UE (“Operazione Concordia”). A Skopje continuò ad operare un piccolo quartier generale della NATO per assistere le autorità macedoni e i militari dell’Unione. Nel dicembre 2004, un passaggio di consegne similare si è verificato nella vicina Bosnia Erzegovina: dopo nove anni di presenza IFOR-SFOR, la NATO passò il testimone all’Unione europea, che immediatamente dette avvio all’operazione Althea, forte di 6.000 uomini. Lo stesso sta accadendo in questi ultimi mesi nel Kosovo tutt’altro che pacificato: la Kosovo Force (KFOR), la sola autorizzata dalle Nazioni Unite con la risoluzione 1244 del 1999, sta trasferendo il comando delle fallimentari operazioni di controllo del territorio alla missione europea denominata EULEX. Altra area geografica dove NATO ed UE fanno coppia fissa e si scambiano le flotte armate è il Golfo di Aden, nell’ambito della crociata mondiale contro i pirati che minacciano mercantili e petroliere (per la task force “EUNAVFOR Atalanta”, si tratta del primo intervento “out-of-area” dell’Unione). “Anche l’Afghanistan rappresenta un’opportunità per un’accresciuta cooperazione NATO-UE”, scrive ancora il rumeno Adrian Pop. “Il paese ha disperatamente bisogno di più polizia, giudici, ingegneri, operatori umanitari, consulenti per lo sviluppo ed amministratori. L’Unione europea dispone di tutte queste risorse, non altrettanto avviene per i soldati della pace della NATO”. Nel novembre 2006 la Commissione europea ha approvato 10,6 milioni di euro per favorire la distribuzione in Afghanistan di “servizi e una migliorata governabilità attraverso i Gruppi di ricostruzione provinciale (PRT), guidati dalla NATO”. Analoghe forme collaborative starebbero per essere avviate in Iraq, paese dove la NATO è l’attore principale nella gestione dei “programmi di formazione” delle nuove forze armate locali, avvalendosi in particolare del “Defence College” di Roma. Il 12 giugno 2008, l’ex ministro della difesa britannico e Segretario generale della NATO dal 1999 al 2004, George Robertson, e l’Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina dal 2002 al 2006 ed oggi braccio destro di Javier Solana alle Politiche estere e di difesa dell’Unione Europea, Paddy Ashdown, dalle colonne del Times hanno chiesto un colpo di acceleratore in vista della formazione di “gruppi di combattimento” e di pronto intervento UE, che siano “compatibili con la forza di risposta rapida della NATO” e facciano da base “di una nuova struttura europea di contro-guerriglia capace di operare negli Stati in dissoluzione ed in teatri post-bellici”. La NATO Response Force (NRF) - con più di 25.000 uomini appartenenti alle forze terrestri, di mare e aree dell’Alleanza - è stata attivata per la prima volta a fine 2005 per intervenire “umanitariamente” in Pakistan dopo un violento terremoto. Nell’estate 2006, d’avanti agli osservatori di mezzo mondo, la NRF ha realizzato la prima grande esercitazione di dispiegamento a Capo Verde (Africa occidentale). Oggi uno dei suoi maggiori centri operativi funziona da Solbiate Olona (Varese). A Bruxelles si lavora adesso per rendere il più possibile complementari l’organizzazione e le azioni delle due grandi forze di pronto intervento e “first strike”. Il primo passo sarà quello di standardizzare tecnologie e apparati di guerra di NATO e UE, tema all’ordine del giorno del summit di Strasburgo che però potrebbe generare causare nuove tensioni tra gli Stati partner. Una insanabile frattura si è consumata in ambito NATO solo qualche mese fa con la scelta d’insediare nella base siciliana di Sigonella il centro di comando AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo sistema di sorveglianza terrestre alleato che per imposizione di Washington vedrà l’utilizzo di aerei senza pilota Global Hawk di esclusiva produzione USA.

SIAMO TUTTI ABUSIVI: INCREDIBILE! PINO MANIACI (TELEJATO) RINVIATO A GIUDIZIO PER ESERCIZIO ABUSIVO DELLA PROFESSIONE…

Il cronista dell’emittente televisiva Telejato di Partinico (Palermo), Pino Maniaci, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista. Nonostante non abbia mai voluto prendere il tesserino dell’Ordine, Maniaci conduce ogni giorno il Tg dell’emittente locale, più volte minacciata, querelata e contestata da boss e notabili della zona di Partinico. Lo stesso Maniaci lo scorso anno era stato minacciato dal figlio di un boss della famiglia Vitale.

Secondo l’accusa, Maniaci, “con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso”, avrebbe esercitato abusivamente l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato. Maniaci infatti conduce ogni giorno il tg di Telejato ma non ha mai voluto prendere il tesserino di giornalista pubblicista. Pino Maniaci, cronista dell’emittente televisiva “Telejato” di Partinico, nel palermitano, la tv più volte minacciata, querelata e contestata dai boss della zona, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista. La “citazione diretta” è stata disposta dal pubblico ministero di Palermo Paoletta Caltabellotta. Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico di Partinico l’8 maggio prossimo. Proprio per aver denunciato più volte le attività criminose dell’area di Partinico, Maniaci l’anno scorso era stato minacciato da un figlio di un boss della famiglia dei Vitale, detti “Fardazza”, da lui più volte criticati e attaccati durante i telegiornali. “Tutto nasce da una denuncia anonima fatta in realtà da un collega invidioso della mia popolarità. Non è la prima volta che mi trovo sotto processo per esercizio abusivo della professione. A luglio sono stato assolto dalla stessa accusa. Chiarirò tutto anche questa volta”.  Così Maniaci ha commentato la notizia del suo rinvio a giudizio per esercizio abusivo della professione. “Produrrò la sentenza che mi ha già scagionato”, ha aggiunto, precisando che il direttore della tv locale è Riccardo Orioles. “In occasione dell’ultima intimidazione - ha proseguito - il presidente nazionale dell’Unci mi ha dato la tessera onoraria dell’associazione. Questo vorrà pur dire qualcosa”. Maniaci, infine, ha spiegato che non ha mai chiesto l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti “per mancanza di tempo”.

PONTE SULLO STRETTO: FINI, SI AL PONTE, NO ALLA MAFIA! CERSOSIMO, IL PONTE E’ INUTILE CONTRO LA CRISI

Roma, 30 mar (Velino) - Lotta alla mafia a tutto campo. Avanti nella realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina e per quanto riguarda la politica una legislatura che può essere “costituenteâ€. Sono le parole espresse dal presidente della Camera Gianfranco Fini ai ragazzi che fanno parte del Parlamento della Legalità, riunitosi oggi a Bagheria a conclusione dell’anno accademico, che era stato aperto a ottobre dal presidente del Senato, Renato Schifani. Secondo Fini “la mafia è una dittatura, può togliere la vita, la libertà, e può cancellare la dignità delle persone e dei popoli. Come si fa contro le dittature, bisogna ribellarsi contro la mafiaâ€. E come contro le dittature si usano le armi, contro la mafia - ha sottolineato il presidente della Camera - le ‘armi’ sono la legalità e il rispetto delle leggiâ€. Per rafforzare il concetto, Fini cita le parole dell’ex presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy: “Per vincere contro la mafia bisogna guardare dentro se stessi. Bisogna liberarsi dalla pigrizia e dalla convinzione che tanto ci pensa qualcun altro. Un grande presidente americano disse ‘non chiedeteci cosa l’America può fare per voi ma cosa voi potete fare per l’America’ e io lo dico a voi giovani: non chiedetevi cosa può fare lo Stato per voi, ma quello che voi potete fare per lo Statoâ€. E promette che lo Stato sarà sempre al fianco di chi dirà “no†alla criminalità: “Lo Stato è avvertire un comune destino. La mafia non è solo la violenza. A volte è l’accondiscendenza e l’ossequio nei confronti del potente, la presunzione di fare qualsiasi cosa non in nome di un diritto ma per un privilegioâ€. “Negli ultimi anni – ha spiegato ancora Fini - sono stati fatti tanti passi avanti†nella lotta alla mafia. E “sarebbe gravissimo se non salutassimo con soddisfazione che rispetto a qualche anno fa, stiamo per davvero uscendo dal tunnel. La luce in certi momenti quasi non la si vedeva, e oggi invece c’èâ€. Per il presidente della Camera, in questi anni si è vista la reazione dello Stato, concretizzatasi in arresti e condanne. Un monito per tutti: “Tanti hanno compreso che l’attività criminale non è invincibile. È anche cresciuta la volontà della società di non chinare il capo. C’è il commerciante che non accetta più di pagare il pizzo o l’amministratore che, pur sapendo di perdere qualche voto quell’appalto non lo fa vincere ai soliti notiâ€. La lotta alla mafia, ha quindi chiarito, “non è soltanto nell’esprimere la solidarietà a coloro che si ribellano e soprattutto a chi lo fa a proprio rischio, ma è nella volontà che un popolo deve avere di rompere alcuni legami, che ci sono stati, con coloro che dovrebbero rappresentare l’antimafiaâ€. Fini sottolinea pure che alla Camera “non ci sono mafiosi e non ci sono compiacenzeâ€. E invita i ragazzi del Parlamento della Legalità a “non votare†mai chi dice “datemi il voto che poi ti trovo il posto di lavoroâ€. Anche su importanti opere pubbliche come per esempio il Ponte sullo Stretto di Messina esiste un rischio di infiltrazioni mafiose: “Ma se per questo rinunciassimo - ha aggiunto - sarebbe la paralisi dell’amministrazione e dell’azione del governo. Le leggi ci sonoâ€. Infine un accenno alla politica, a distanza di un giorno dal congresso fondativo del Pdl. Su riforme e testamento biologico, Fini spiega che “non sempre le risposte si danno il giorno dopo, su questioni così importanti destinate a durare nel tempoâ€. E che è normale che esistono su alcune questioni “opinioni dissimili, sfumature e valutazioni diverse nel Pdlâ€, l’esigenza come ha spiegato il presidente Silvio Berlusconi al termine della kermesse è quella di “rammodernare le istituzioniâ€. Soprattutto “rinvigorire la Costituzioneâ€, per usare le parole del Cavaliere, ha aggiunto Fini trovando “il confronto con l’opposizione. Vedremo – ha concluso - se nelle prossime settimane questo obiettivo sarà raggiunto, io continuo a sostenere che questa legislatura può essere una legislatura costituenteâ€.

IL VICEPRESIDENTE DELLA REGIONE CALABRIA: IL PONTE E’ INUTILE CONTRO LA CRISI
E’ credenza diffusa nel nostro Paese che gli investimenti in opere pubbliche generano sviluppo economico e competitività territoriale. Una versione radicale di questa idea, in voga soprattutto negli ultimi tempi, è che solo attraverso la realizzazione di grandi infrastrutture è possibile attivare grandi processi di sviluppo. Il ragionamento sotteso alla credenza è schematicamente il seguente. Le nuove infrastrutture riducono i costi di produzione e distribuzione delle merci; i costi più bassi consentono alle imprese di ridurre i prezzi dei loro prodotti; i prezzi più bassi dei beni accrescono la domanda; una domanda più elevata implica economie di scala; le economie di scala abbassano ulteriormente i costi aziendali e così via lungo le connessioni virtuose smithiane della crescita economica. Elementare, Watson! Peccato però che il legame tra opere pubbliche e sviluppo economico sia molto meno lineare e meccanico di quanto comunemente si pensi. Molti studiosi hanno dimostrato che a livello macroeconomico il link tra investimenti infrastrutturali e crescita è solo debolmente positivo e che gli impatti dipendono molto dalla tipologia delle opere e dallo stock infrastrutturale pregresso. È del tutto scontato infatti che in presenza di sistemi infrastrutturali evoluti i benefici economici attesi di nuovi investimenti infrastrutturali siano alquanto limitati, a ragione dell’ormai modesta incidenza dei costi di trasporto sul valore totale delle merci.  Anche sul piano microeconomico gli effetti degli investimenti in opere pubbliche non sono scontati. Un sistema viario migliore, a esempio, se consente alle imprese di ridurre i costi dimagazzinoattraverso trasporti più frequenti con carichi ridotti, dall’altro però determina un aumento del traffico che rischia di annullare i risparmi di tempo connessi al miglioramento della rete. Tantomeno sono aprioristicamente certi gli impatti territoriali degli investimenti infrastrutturali. Nelle regioni poco accessibili le imprese sono relativamente al riparo dalla concorrenza extraregionale; diversamente, il miglioramento dell’accessibilità comporta una maggiore penetrazione di produzioni esterne, che potrebbe determinare un peggioramento della struttura e delle performances dimercato delle imprese regionali. Non basta dunque stanziare nuove risorse e realizzare nuovi investimenti infrastrutturali per garantire lo sviluppo, senza disconoscere il ruolo che possono avere alcune grandi opere in determinati contesti per ridurre squilibri socio-territoriali e accelerare la crescita. Piuttosto, l’incertezza degli esiti finali richiederebbe più che nel passato valutazioni approfondite sui singoli investimenti programmati, sulla loro coerenza di sistema, sul loro contributo effettivo a colmare deficit socio-economici, sugli effetti energetici e ambientali, l’opposto cioè del semplicistico approccio “shopping list†dell’esecutivo attuale. Oggi, nella tempesta della crisi del capitalismo reale, la â€febbre†per le grandi opere si presenta anche sotto le spoglie di manovra anticiclica a sostegno della domanda. Il Governo annuncia mastodontici piani di investimenti pubblici in chiave anticrisi incentrati su un elenco indistinto di grandi infrastrutture, sebbene i fondi stanziati e disponibili sono in grado di coprire soltanto una frazione limitata della lista di opere. Il Governo dimentica però che le grandi opere avranno effetti economici tangibili soltanto tra molti anni, quando fortunatamente la crisi attuale sarà solo un pallido ricordo. In Italia, per progettare e appaltare una grande opera pubblica, convenzionalmente sopra i 50milioni di euro di investimento, sono mediamente necessari 50 mesi, mentre per la realizzazione passano ben altri 65 mesi, per un totale di oltre 10 anni e mezzo. Per realizzare un’opera pubblica di medie dimensioni, tra i 10 e i 50 milioni di euro, sono necessari in media all’incirca 7 anni, di cui 40 mesi soltanto per progettarla e appaltarla. Si tratta di tempi biblici rispetto alle esigenze immediate di sostegno della domanda effettiva. Solo le opere di piccola taglia, inferiori a 1 milione di euro, vengono progettate, appaltate e completate mediamente in 2 anni, ossia intempi compatibili con il ciclo della crisi economica. Se si vogliono conseguire reali effetti antirecessivi bisogna dunque puntare sulle piccole infrastrutture e abbandonare l’illusione delle grandi opere pubbliche come leva per fuoriuscire dal trend recessivo. Per contrastare la crisi serve più abbattere le barriere architettoniche nelle nostre scuole piuttosto che costruire il Ponte sullo Stretto. Le barriere possono essere eliminate in modo rapido, con benefici immediati sul Pil e sul benessere collettivo locale, mentre la costruzione del Ponte è nel migliore dei casi un investimento utile per la prossima crisi e, nel breve periodo, un modo per alimentare retorica politica e discussioni domenicali. di DOMENICO CERSOSIMO - Vicepresidente Regione Calabria

DOPO IL REPORTAGE DI REPORT SU CATANIA: I RAPPORTI INTERESSATI TRA L’IMPRENDITORE MESSINESE GIOSTRA E MARIO CIANCIO

Dall’intensa attività di intercettazione è emerso uno spaccato piuttosto interessante degli interessi dell’imprenditore Antonello Giostra anche su Catania. Nel corso di una conversazione telefonica con il socio Ripa Nicolò, all’attenzione degli inquirenti per i suoi rapporti con Antonino Sfameni (figlio del più noto Santo Sfameni, attualmente imputato per associazione mafiosa ndr.), il Giostra apprende che un tale Natale, sedicente ingegnere, era in cerca di un terreno per conto del gruppo Rinascente nella zona di Capaci. Interessato, questi suggerisce al giovane imprenditore di reperire ulteriori informazioni in merito, cosa che il Ripa esegue immediatamente. Proprio durante quella telefonata gli investigatori apprendevano “incidentalmente†che Ripa e Giostra erano impegnati nel reperimento di aree nel territorio di Catania sempre per edificare ipermercati. Nel corso di un’altra telefonata – risalente al 20.12.2000 – poi, il Giostra, parlando con Ripa, fa esplicito riferimento ad un mediatore, tale Fiume, e ad un’area di estremo interesse economico nella zona di Misterbianco. Ripa precisava di aver saputo da tale mediatore che quel terreno apparteneva a Mario Ciancio Sanfilippo, il noto editore catanese.
Ripa: “… e Fiume mi ha detto che è quello là di Ciancioâ€
Giostra: “vada a guardare eh se è Ciancio, Ciancio, trattiamo con Ciancio, se non è Ciancio trattiamo con un altro insommaâ€.
Tre mesi più tardi, il 30 marzo 2001, sempre il Giostra, dialogando con un soggetto non ancora identificato, riferiva – si legge nell’ordinanza – “di essere stato con  Ciancio, il quale gli aveva fatto vedere due terreni, uno vicino all’aeroporto di 300.000 metri quadrati e l’altro, sempre della stessa dimensione, ‘dove c’è l’autogrill’. L’imprenditore precisava che Ciancio avrebbe garantito per tutte le autorizzazioni possibili ed immaginabili, senza pretendere una lira fino all’inizio dei lavori: l’accordo sarebbe stato siglato la prossima settimanaâ€. L’episodio in argomento – precisa il giudice – “costituisce il preludio del rapporto di affari che si è instaurato fra il Giostra e l’editore catanese Ciancio, oggetto di approfondimenti investigativi da parte del Centro Operativo DIA di Catania, coordinato in tale attività dalla DDA di quella cittàâ€. Anna Petrozzi - Tratto da ANTIMAFIADuemila N°2 - 2005

UNIVERSITA’ DI MESSINA: C’E’ STATO IL PATTO SEGRETO TRA BARONI E ‘NDRANGHETA IN VISTA DEL PROCESSO D’APPELLO ‘PANTA REI’?

RIPUBBLICHIAMO LA NOTIZIA DA NOI RIPRESA DA UN ARTICOLO USCITO SUL MENSILE ‘S’, IN VISTA DELLA SENTENZA (SABATO) D’APPELLO DEL PROCESSO ‘PANTA REI’. CHE FINE HA FATTO IL ‘PATTO’?

A Messina c’è un verbale che farà discutere. Rilasciato da un collaboratore di giustizia anni addietro e riletto di recente alla luce di altre dichiarazioni, rilasciate all’indomani della sentenza di primo grado di Panta Rei (il processo contro il sistema di gestione mafiosa dell’Universita di Messina) da uno dei protagonisti del processo. Dichiarazioni che portano all’esistenza di un patto non scritto tra baroni ed ex studenti, siglato durante il processo stesso: “Se processo deve essere, che l’Università ricordi dei privilegi goduti grazie ai calabresi, a cominciare dalle regalie ai professori, e che le condanne, e soprattutto le eventuali richieste di risarcimento, non pesino solo sui condannati“. Un patto la cui tenuta sarà vagliata proprio durante il processo d’appello. Un equilibrio che la procura sta cercando di mettere in discussione, nella speranza che, come ha detto l’ex capo della procura Croce, chi sa, parli. AL. S. per ‘S’