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BASKETTOPOLI: INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI PER GARIBOTTI, BATTISTI MONTELLA E CAMPERA. MENEGHIN ASCOLTATO PER DUE ORE

La scure della giustizia si abbatte sugli ex vertici del Comitato italiano arbitri di pallacanestro. Come prima clamorosa conseguenza, l’inchiesta su “Baskettopoli”, anticipata da Gazzetta del Sud, porta all’interdizione dai pubblici uffici di Giovanni Garibotti, Giovanni Battista Montella e Alessandro Campera, rispettivamente presidente, responsabile del settore Commissari speciali e designatore degli stessi. La misura cautelare, emessa dal gip Kate Tassone su richiesta del sostituto procuratore Maria Luisa Miranda, è stata eseguita, ieri mattina, dal personale del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni diretto da Sergio Iannello. Mentre Garibotti, Montella e Campera ricevevano la notifica, a Reggio è arrivato il presidente della Federazione, Dino Meneghin. Per due ore l’ex giocatore simbolo della Nazionale è rimasto nella stanza del magistrato inquirente, al sesto piano del Cedir. Alla fine è uscito con le stesse preoccupazioni che l’avevano portato in riva allo Stretto. Preoccupazioni legate alle pesanti accuse mosse ai tre destinatari dell’ordinanza: associazione per delinquere finalizzata all’abuso d’ufficio e frode in competizioni sportive. Garibotti, Montella e Campera erano stati denunciati insieme con 53 tra arbitri e commissari appartenenti al Cia. Complessivamente sono stati ipotizzati 146 capi di imputazione. Le indagini riguardano anche alcuni presidenti di squadre che, secondo l’accusa, chiedevano l’invio di “fischietti” compiacenti, pronti a pilotare il risultato delle gare, falsando i campionati, per assicurarsi un sicuro e spedito avanzamento di carriera. I reati contestati agli imputati minori sono abuso d’ufficio e frode in competizioni sportive per avere, nelle stagioni 2007-2008 e 2008.2009, condizionato le graduatorie arbitrali e condizionato alcune gare di vari campionati. Arbitri e commissari indagati, residenti in svariate regioni , appartengono alle categorie A dilettanti, A1 femminile, B maschile, A2 femminile, C maschile, B femminile. Alle prime avvisaglie della tempesta di “Baskettopoli”, si erano registrate le dimissioni di Giovanni Garibotti e Alessandro Campera. Nei giorni scorsi, personale della sezione operativa del Compartimento della Polizia postale, diretta dal funzionario Gaetano Di Mauro, è stato a Roma. Nella sede della Fip ha acquisito una montagna di documenti dal 2006 a oggi. Documenti che adesso sono al vaglio degli inquirenti. E ciò lascia aperta la possibilitĂ  di ulteriori sviluppi con un allargamento del fronte delle indagini. Dall’inchiesta è giĂ , comunque, emerso che negli ultimi anni il sistema delle valutazioni degli arbitri era pesantemente condizionato dai vertici del settore Commissari speciali. Dalle intercettazioni di mail e telefonate è emerso che Garibotti, Campera e Montella, prima delle partite, stabilivano i voti da dare agli arbitri, decidendo a priori, senza tener conto della prestazione, e giĂ  all’inizio dell’anno, chi dei “fischietti dovesse salire o retrocedere. Le indagini sono state avviate nella seconda metĂ  del 2007. L’input era arrivato da alcuni arbitri che si ritenevano danneggiati dal sistema: il casertano Vincenzo Luongo, il pesarese Alberto Iacomucci e il reggino Alessandro Cagliostro. I primi due attraverso mail inviate ai vertici federali e del Coni, denunciavano di essere vittime di un sistema corrotto e riferivano dell’esistenza di una organizzazione orientata a condizionare giudizi e arbitraggi. Iacomucci, addirittura, rassegnava le dimissioni. I primi fatti di reato sono stati commessi, secondo gli inquirenti, durante la partita Audax Reggio- Crotone giocata il 20 settembre 2007. Su delega del procuratore Giuseppe Pignatone e del sostituto Maria Luisa Miranda, il Compartimento Polposta procedeva a identificare gli autori delle mail e chiedere conferma del contenuto. Gli arbitri interpellati confermavano tutto. Veniva avviata un’indagine di tipo tradizionale accompagnata da intercettazioni telefoniche e telematiche in un arco temporale complessivo di circa un anno che, alla fine, fornivano rilevanti riscontri positivi al quadro indiziario emerso. L’attenzione dapprima si era incentrata sulla modalitĂ  e la tempistica nelle decisioni sui voti da attribuire agli arbitri da parte dei vertici del Cia. Decisioni determinanti per l’avanzamento in carriera di alcuni e per la penalizzazione di altri. Gli investigatori ritengono che il sistema fosse fortemente influenzato dai vertici del settore Commissari. Garibotti e gli altri indagati principali penalizzavano gli arbitri non consenzienti alle loro indicazioni, facendoli retrocedere. Allo stesso tempo favorivano gli arbitri che si attenevano alle disposizioni ricevute. E l’operato degli arbitri avrebbe favorito alcune squadre a danno di altre, determinando promozioni e retrocessioni, falsando la regolaritĂ  dei campionati. Gli incontri oggetto d’indagine, allo stato, riguardano alcune squadre di Toscana, Umbria e Sicilia. L’inchiesta si sta allargando con l’audizione di tutti i soggetti coinvolti o comunque informati dei fatti. Compresi i presidenti di alcune squadre. Dalle loro dichiarazioni potrebbero registrarsi nuovi, clamorosi sviluppi. Numerose le persone giĂ  sentite. Alcune si sono presentate negli ultimi giorni spontaneamente negli uffici del Compartimento. Paolo Toscano - Gazzetta del Sud

SUPERDINO: «Abbiamo ricevuto gli atti Ero e resto preoccupato»
«Ero preoccupato e sono preoccupato». Accerchiato da microfoni e taccuini, Dino Meneghin ammette che “Baskettopoli” non lo fa stare tranquillo. Appena uscito dalla stanza del sostituto procuratore Maria Luisa Miranda, il magistrato che conduce l’inchiesta, Superdino prova a sottrarsi alle domande dei cronisti. Protetto dagli accompagnatori e dai carabinieri, il presidente federale attraversa un paio di corridoi ma viene chiuso davanti all’ascensore. Lo sguardo è serio. «Dal magistrato – esordisce – abbiamo ricevuto gli atti che consegneremo alla Procura federale. Non posso dire nulla. Li ho appena ricevuti e bisogna leggerli, valutarli». A chi gli chiede una valutazione, replica con una battuta: «Non sono mica Nembo Kid. Non mi è bastato guardare il faldone che mi hanno consegnato per capire cosa c’è dentro. L’avvocato Valori lo leggerĂ . Magari lo farĂ  stanotte e non dormirà». Prima di salutare e correre all’aeroporto per rientrare a Roma, atteso dalla programmata riunione del Consiglio federale, Meneghin esterna il suo stato d’animo preoccupato. Così come lo era nel momento in cui è scoppiata “Baskettopoli”, come è stato nei giorni a seguire. Per questo motivo aveva chiesto un incontro al magistrato titolare dell’inchiesta con l’intento di rendersi conto della portata del lavoro d’indagine e di avere elementi per valutare la portata dello scandalo che ha scosso dalle fondamenta uno sport che sembrava lontano anni luce dai difetti e dalle debolezze del calcio. Anche da presidente federale Meneghin non tradisce l’immagine di uomo sportivo e leale, sempre pronto ad affrontare a viso aperto qualsiasi situazione. Un’immagine costruita durante l’inimitabile carriera che, come bandiera di Varese, Milano e della Nazionle l’ha visto protagonista sui campi di tutto il mondo. Allora era impegnato a mietere successi e allori come giocatore simbolo del basket azzurro, adesso ha una mission ancor piĂą difficile: rilanciare l’immagine della pallacanestro.(p.t.)

«Non ci sono gli elementi che possano giustificare un blocco dei campionati»
«Non paiono sussistere elementi che possano giustificare un blocco o una sospensione dei campionati». Lo ha riferito, in una nota, la Federazione italiana pallacanestro in relazione all’inchiesta della Procura della Repubblica di Reggio Calabria. «Allo stato – prosegue la nota – i fatti sono circoscritti al campionato di serie C dilettanti». Il presidente della Fip, Dino Meneghin, dopo l’incontro avuto col pm titolare dell’inchiesta insieme al segretario generale, Maurizio Bertea, ed al consulente legale, avvocato Guido Valori, ha riferito al Consiglio di presidenza. La Fip intanto ha espresso un «vivo ringraziamento» al pm Maria Luisa Miranda «per avere dato la propria disponibilitĂ  e per lo spirito di collaborazione manifestato verso l’istituzione sportiva». «All’esito dell’incontro e del colloquio, che ha chiarito gli aspetti salienti della vicenda – si afferma ancora nel comunicato – sono stati acquisiti documenti che verranno trasmessi alla Procura federale affinchè possa operare speditamente per accertare la sussistenza di ipotesi di illecito sportivo. La vicenda sarĂ  al vaglio degli organi di giustizia federale che opereranno con le procedure previste dai regolamenti, che sono celeri ed in grado di assicurare l’assunzione dei provvedimenti certi e tempestivi a carico di coloro che fossero riconosciuti responsabili».

LA NOTIZIA, LA DENUNCIA: ‘UNITA GOLD’, GIOCHI DI GUERRA NEI CARAIBI. 30 NAVI DA GUERRA, 2 SOTTOMARINI E 50 TRA AEREI ED ELICOTTERI di A. Mazzeo

Il nome, “Unita Gold”, lascia pensare ad una marca di frutta tropicale. Si tratta invece della maggiore delle esercitazioni aeronavali mai realizzate nel Mar dei Carabi. Dal 20 aprile al 5 maggio 2009, una trentina di navi da guerra, 2 sottomarini e 50 tra aerei ed elicotteri appartenenti ad undici paesi del continente americano ed europeo, si sono dati appuntamento al largo delle coste della Florida, per eseguire veri e propri cannoneggiamenti e lanci di missili, bombardamenti aerei, sbarchi anfibi e assalti navali, inseguimenti di unità subacquee ed imbarcazioni veloci, e sperimentare i più sofisticati sistemi di guerra elettronica e le nuove e segrete armi per lo “special warfare”. “Nel corso di quella che è certamente la più grande e più lunga esercitazione marittima multilaterale, militari, marines e guardiacoste statunitensi avranno l’opportunità di addestrarsi congiuntamente alle navi latinoamericane, usando le più aggiornate attrezzature tecnologiche”, spiegano al Pentagono. Uno scenario apocalittico voluto per festeggiare la 50^ edizione dell’esercitazione multilaterale creata dagli Stati Uniti d’America come “risposta agli interessi e ai bisogni navali e marittimi dei paesi delle Americhe e dei Caraibi”, e poter “edificare un clima di collaborazione e sicurezza tra i militari dell’Emisfero Occidentale”. Alle nozze d’oro di “Unita” partecipano con gli USA, Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Germania, Perù, Uruguay e, per la prima volta nella storia, Canada e Messico. Quest’anno sono gli Stati Uniti a fare da anfitrione: alla direzione dell’esercitazione aeronavale sono stati chiamati l’U.S. Naval Forces Southern Command (NAVSO) di Mayport (Miami) e il Comando della IV Flotta dell’US Navy, tornata operativa il primo luglio 2008. Istituita nel 1943 per contrastare i raid dei sottomarini tedeschi nell’Atlantico del Sud, la IV Flotta era stata disattivata nel 1950. Le rinnovate esigenze strategiche di Washington in una vastissima aerea geografica comprendente i Caraibi, il Centroamerica e il Sud America, hanno però convinto il Pentagono a riesumare la forza navale. “La IV Flotta opera di concerto con le componenti navali, sottomarine ed aree, le forze di coalizione e le Joint Task Forces dell’U.S. Southern Command (SOUTHCOM)”, spiega Washington. “Con il fine di rafforzare l’amicizia e la partnership con i paesi della regione, la IV Flotta supporta direttamente la Strategia Marittima USA, conducendo principalmente le missioni di supporto alle operazioni di peacekeeping, l’assistenza medica ed umanitaria, il pronto intervento in caso di disastri, la realizzazione di esercitazioni marittime d’interdizione e di addestramento militare bilaterale e multinazionale, l’azione anti-droga, la lotta al terrorismo internazionale e al traffico di persone”. Uno spettro ampissimo che ricorda le funzioni assegnate ad Africom, il comando USA per le operazioni nel continente africano attivato l’1 ottobre 2008, appena tre mesi dopo il ristabilimento della IV Flotta in America Latina. Come è del resto riconosciuto dagli alti comandi delle forze armate USA, la riproposizione della politica delle cannoniere in Sud America e nei Caraibi risponde innanzitutto alla necessità di rafforzare il pattugliamento delle rotte commerciali regionali, fondamentali per l’economia statunitense. Secondo il SOUTHCOM, il 38% del commercio globale degli Stati Uniti continua ad essere realizzato con paesi dell’emisfero occidentale. Gli USA importano il 34% del loro petrolio dalla regione, mentre i due terzi delle imbarcazioni che transitano nel Canale di Panama sono dirette a porti degli Stati Uniti. Sempre in termini di accesso alle risorse energetiche, non è poi elemento secondario la recente scoperta, da parte del colosso brasiliano Petrobras ,di immense riserve petrolifere nelle acque dell’Oceano Atlantico, sotto lo strato del cosiddetto “pre-sal”. A largo delle coste brasiliane è già in atto una vera e propria corsa all’oro nero, dove grandi imprese petrolifere e Stati si confrontano in modo sempre più aggressivo (la marina militare brasiliana ha dato il via ad un faraonico progetto per dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare e poter “difendere le acque territoriali del pre-sal”). Sono poi le incomparabili risorse idriche del continente ad essere particolarmente attenzionate dall’establishment politico-economico e militare nordamericano. Nelle mire ci sono soprattutto i ghiacciai patagonici, il bacino fluviale amazzonico e le riserve di acqua dolce dell’Acquifero del Guaranì (tra sud Brasile, Paraguay, nord Argentina ed Uruguay). Come afferma ancora il Comando Sud delle forze armate USA, “le navi della IV Flotta raggiungeranno i magnifici sistemi fluviali che esistono in Sud America, navigando in acque marroni più che in quelle azzurre”. Washington ammette pure che la IV Flotta è stata ricostituita come forma di pressione politico-militare contro i governi più o meno progressisti che sono ormai fortemente maggioritari nel continente americano. Secondo James W. Stevenson, capo del Comando Navale Sud USA, “la riattivazione manda un segnale chiaro a quelle persone che sappiamo non essere necessariamente i nostri maggiori sostenitori”. Il teologo brasiliano Frei Betto, in occasione del recente Forum Sociale Mondiale di Belém do Parà, ha rilevato che “non è certo una coincidenza che la IV flotta sia stata riattivata nel momento in cui Cuba rende più profonda la sua scelta socialista, Daniel Ortega ritorna alla presidenza del Nicaragua, e l’America latina è governata da persone come Chavez, Lula, Correa, Kirchner, Morales, Lugo, che non muoiono d’amore per lo zio Sam, ma che anzi sono impegnati a ridurre la dipendenza dei loro paesi rispetto agli Stati Uniti”. “Con l’ascesa di nuove forze sociali e politiche alla guida di molti paesi in Centro e Sud America, si è reso reale uno sforzo per superare il neoliberismo e concretizzare un processo d’integrazione regionale autonomo e indipendente dagli interessi statunitensi”, aggiunge il Centro Brasiliano di Solidarietà ai Popoli e di Lotta per la Pace, Cebra Paz. “La IV Flotta sorge nel momento in cui si consolidano istanze di coordinamento politico, sociale ed economico regionale come Unasur,il Mercosur e l’Alba, o si costituisce il Consiglio di Difesa sud-americano, un organo di cooperazione tra le Forze Armate del continente che esclude gli Stati Uniti”. Nonostante siano chiare a tutti i governi latinoamericani le finalità neo-egemoniche della flotta navale USA, i militari di paesi “progressisti” come Argentina, Brasile, Cile, Ecuador ed Uruguay hanno deciso di dare il loro contributo diretto ai giochi di guerra nei Caraibi di “Unita Gold”. Ad affermare la volontà di supremazia marittima degli Stati Uniti nei Caraibi e in America Latina, ci pensa pure la “Southern Partnership Station”, il dislocamento per periodi medio-lunghi di differenti navi da guerra nell’area di responsabilità di SOUTHCOM. L’ultima edizione della “Southern Partnership Station”, durata quasi 5 mesi, si è conclusa la scorsa settimana e ha visto protagonista l’unità di pronto intervento “High Speed Vessel Swift”. Nel corso di lunghe soste nei porti di El Salvador, Panama, Giamaica, Barbados, Colombia, Nicaragua e Repubblica Dominicana, gli addestratori del Navy Expeditionary Training Command, del Naval Criminal Investigative Service e del Corpo dei Marines hanno curato la “formazione” del personale militare, delle forze di polizia e dei guardiacoste locali. Antonio Mazzeo

CASO MANIACI, L’OPINIONE DI SEBASTIANO GULISANO: ISOLIAMO L’ORDINE DEI GIORNALISTI SICILIANO

Non conosco personalmente Pino Maniaci, nel senso che non ho mai avuto l’opportunità e il piacere di incontrarlo; lo conosco, invece, per il suo lavoro, per la qualità dell’informazione di TeleJato, per il coraggio dimostrato nel raccontare per anni trame e affari di Cosa Nostra. In un territorio che trasuda mafia anche dai sassi. In una provincia – Palermo – e in una regione – la Sicilia – dove l’informazione sulla mafia è perlopiù notarile, quando non compiacente, Pino Maniaci e TeleJato dovrebbero essere esempio per la categoria, per tutti coloro che fanno il mestiere di giornalista. Solo l’innalzamento della qualità dell’informazione siciliana, infatti, eviterebbe a Pino (e ai pochi giornalisti liberi siciliani) di trovarsi nel mirino di Cosa Nostra, di continuare a subire minacce, intimidazioni, aggressioni. Pino Maniaci, però, a differenza della maggioranza dei giornalisti siciliani, non è iscritto all’Ordine, non ha tesserino, né da pubblicista né da professionista. Pino Maniaci è un “abusivo”, altro che giornalista. Pino Maniaci fa il giornalista, non è giornalista. Come Peppino Impastato. Peppino faceva il giornalista a qualche chilometro di distanza, anche lui in una piccola emittente, radiofonica non televisiva, Radio Aut. Anche Peppino, come Pino, non era giornalista, non aveva tesserino, non era iscritto all’albo professionale. Il tesserino gli è stato conferito ad honorem, vent’anni dopo la sua morte, quando la procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio dei boss mafiosi Badalamenti e Palazzolo, responsabili dell’omicidio. Anch’io, nel mio piccolo, ho un discreto passato da “abusivo”: dal 1984 al 1998 ho fatto il mestiere di giornalista senza alcun tesserino in tasca. Il mio primo tesserino risale, appunto, al 1998, quando sono stato assunto come praticante a “Ultime notizie-Avvenimenti”. Nei 15 anni precedenti ero stato redattore dei “Siciliani” (dopo l’omicidio Fava e durante la riapertura, dal 1993 al ’96), di un paio di tv private ragusane, di un settimanale regionale. Sempre da “abusivo”. Ai “Siciliani”, durante il periodo ’93-’96, a fare il giornale eravamo in buona parte “abusivi”, la maggioranza di noi non aveva tesserino. Ci è andata bene, ché se qualcuno avesse inviato qualche lettera anonima in procura poteva finirci come a Pino Maniaci, sotto processo per «esercizio abusivo della professione giornalistica». Il processo si terrà l’8 maggio a Partinico. E l’ordine dei giornalisti siciliani si è costituito parte civile. In perfetta coerenza con la sua storia. Infatti, quando il nome del direttore del principale quotidiano dell’isola fu trovato nell’elenco di una loggia massonica coperta in compagnia di mafiosi e affaristi, l’ordine siciliano si guardò bene dall’avviare un’istruttoria e, dopo, di cacciarlo. Alla stessa maniera, quando s’è scoperto che il direttore del secondo quotidiano dell’isola aveva accolto un boss mafioso nel suo studio e, al suo cospetto, aveva convocato e redarguito un cronista che, in un pezzo di “nera”, aveva definito mafioso il mafioso. Nemmeno in quell’occasione l’ordine siciliano sentì il bisogno di fare pulizia. Nemmeno il sindacato fiatò. Quando stavo ai “Siciliani”, una volta mi capitò di incontrare Ordine e Sindacato, si materializzarono in redazione, nei panni di due esponenti della categoria, per venirci a tirare le orecchie, ché eravamo stati irriverenti e avevamo denunciato un giornalista “importante” per fiancheggiamento degli assassini di Giuseppe Fava. Non entrarono nel merito – non avrebbero potuto –, era una difesa dovuta verso una delle più note “firme” siciliane. Capirete che non mi sorprende affatto che l’ordine siciliano, invece di dargli un tesserino – d’ufficio –, di difenderlo, di fornirgli assistenza legale, si sia costituito parte civile nel procedimento contro Pino Maniaci. Ché Pino è un cattivo esempio per la categoria, ché Pino è una persona libera, un giornalista libero, mentre non lo sono tanti Giornalisti siciliani e i loro rappresentanti. Non mi sorprende che l’ordine osteggi Pino Maniaci, perché Pino è degno erede degli otto colleghi ammazzati in Sicilia, mentre buona porte della categoria non lo è. Pino, oltre a essere una spina nel fianco di Cosa nostra e dei suoi alleati, è una spina nel fianco di quanti – molti, troppi – sono indegni di questo mestiere. Non mi sono mai vergognato come in questi giorni del mio tesserino da “professionista” ed è una magra consolazione il fatto che non me l’abbia rilasciato l’ordine siciliano ma quello del Lazio. Sarebbe ridicolo che io, oggi, invocassi un’incriminazione per i tanti anni in cui sono stato “abusivo”, ché con ogni probabilità il reato è prescritto. Un’eventuale autodenuncia avrebbe solo valore simbolico, mentre ora c’è bisogno di gesti concreti, di solidarietà concreta. Oggi c’è bisogno che la parte sana della categoria si schieri pubblicamente contro l’ordine siciliano dei giornalisti, come farebbe con qualsiasi fiancheggiatore della mafia, poiché, cari “colleghi” siciliani, la costituzione di parte civile nell’assurdo processo a Pino Maniaci, piaccia o meno, è un oggettivo favore alla mafia.

LA SPRECOPOLI PELORITANA: ECCO I NOMI DELLE ‘ELETTE’ ALLA INUTILE COMMISSIONE PARI OPPORTUNITA’ DA 168 MILA EURO L’ANNO, RIMBORSI ESCLUSI…

L’hanno rinnovata. La Commissione provinciale pari opportunitĂ  della vergogna. E dell’ipocrisia. Le pari opportunitĂ  in salsa peloritana sono quelle cui attingono a piene mani politici di centrodestra e di centrosinistra, terzopolisti udiccini e autonomisti, dirigenti di uffici pubblici strategici e parenti di consiglieri provinciali, finanche la moglie di un deputato, sindacalisti - sempre presenti, anche loro - che contrattano in proprio una poltroncina per la signora e altre categorie piĂą o meno avvantaggiate nel trovar sempre un cuscino di velluto su cui poggiar le terga. Le candidate non le conoscevano neppure, non tutte almeno, ma le hanno votate in blocco durante un consiglio provinciale fiume, utilizzando “pizzini” prestampati come quello che riproduciamo a corredo dell’articolo: perchĂ© ci sembra significativo almeno tanto quanto imprudente distribuirne a iosa e lasciarli in vita a spoglio effettuato. I 109 curricula pervenuti a Palazzo dei leoni non sono stati presi in considerazione, figuriamoci, se non per un sommario esame che ha consentito di espungere cinque istanze giunte fuori tempo massimo. PerchĂ© le regole vanno rispettate! Pare che nella rinnovata Commissione non compaiano rappresentanti delle cosiddette associazioni di genere, il che la dice lunga sugli aspetti metodologici della scelta. I consiglieri hanno ritirato il “pizzino” che il solito regista delle operazioni di voto d’aula ha preparato e l’hanno riposto nell’urna. D’altra parte non si poteva rischiare di sbagliare: troppi i nomi da indicare e tutti insieme, e il cartello individuato tra partiti e baronetti vari andava blindato. Davvero straordinario, soprattutto l’esito: le elette, titolari e supplenti, hanno pressochĂ© riportato il medesimo numero di preferenze! Vedi che scienziati. Noi non spariamo nel mucchio. Sappiamo che tra le componenti la Commissione vi sono donne impegnate e competenti, alcune le conosciamo pure, il problema è che la Commissione non ha alcun senso. Ed è grave che qualcuno l’abbia varata nel 2005 e che il presidente Ricevuto oggi la mantenga in vita. Costosa e inutile, mentre il suo scudiero in Giunta, l’assessore Michele Bisignano, fa il punto sulle aziende partecipate dalle quali la Provincia ipotizza l’uscita. PerchĂ© non sono piĂą tempi di vacche grasse e di carrozzoni clientelari. Così Bisignano si incontra con il suo omologo al Comune, Orazio Miloro, e insieme predispongono - giustamente - un piano di azione per snellire dinamiche e fissare compartecipazioni azionarie utili o meno. Appare dunque ingiustificabile che Palazzo dei leoni lasci in vita una Commissione pari opportunitĂ  che dal 2005 a oggi, lo apprendiamo dal sito internet della Provincia, ha promosso un seminario informativo e una nostra fotografica sul rivoluzionario tema “Obiettivo donna”. In compenso la Commissione ha diviso e si appresta a dividere prebende a piĂą non posso: 150 euro a seduta per un numero massimo di 40 sedute l’anno, piĂą rimborsi spese a piĂ© di lista. Il che si traduce nel riconoscimento del chilometraggio secondo tariffa Aci e spese di vitto, perchĂ© qualcosa giungendo perloppiĂą da fuori bisogna pure sgranocchiarla, al ristorante naturalmente. Insomma, le fortunate, che possono anche appoggiarsi a un ufficio in pieno centro, gli ex locali Coreco del viale San Martino, ogni volta che raggiungono Messina, anche semplicemente per salutare amici e parenti un giorno sì e l’altro pure, lo possono fare ipoteticamente a sbafo. Ci metteremo di buzzo buono e a riflettori spenti andremo a guardare i conti. Solo di gettoni la commissione costerĂ  168mila 200 euro l’anno che moltiplicati per cinque - gli anni della consiliatura - farĂ  quasi 850 mila euro, rimborsi esclusi sia chiaro. A giro di valzer finito saranno andati in fumo un paio di milioni di euro, c’è da scommetterci, tanti quanti ne servirebbero per realizzare a Messina - a proposito di pari opportunitĂ  - un asilo pubblico, giacchĂ© ne esistono solo 2 - dicasi due! - e questa ci sembra una vergogna autentica, la spia reale del nostra civica inadeguatezza. Tiriamo le fila pubblicando i nomi di coloro cui sono state affidate le magnifiche sorti e progressive delle pari opportunitĂ  in provincia, parenti e padrini politici arrossiscano, riconosceranno mogli, fidanzate e amiche di cordata politica (e faranno spallucce…). Categoria A, cittadini appartenenti alla categoria di cui alla legge 381/91 o socialmente deboli, immigrate con cittadinanza italiana, casalinghe, disoccupate, inoccupate; queste le 5 elette: titolari, Irene Raimondi, Stella Perna, Francesca Piccione, Salvina Calabrò, Francesca Buonanti. Supplenti: Sebastiana D’Amore, Francesca Mangano, Ermelinda Pagano, Maria Signorino, Stefania Brunello. Categoria B: lavoratrici dipendenti, autonome o delle aree professionali o del mondo imprenditoriale. Sono ben 19: titolari, Assunta Massaro, Tommasina Squadrito, Paola Briguglio, Maria Elena Isgrò, Felicia Emanuele, Carmelina Zarcone, Rosa Alba Mollica, Maria Isgrò, Valeria Brancato, Sebastiana Puliafito, Ylenia Olivo, Emilia Scarcella, Lucrezia Zingale, Antonella Bonifacio, Marcella Marchione, Maria Gabriella Lo Presti, Giorgia Finocchiaro, Maria Vera Scarcella, Michela Parnasso. Supplenti: Luciana Salvato, Anna Picciotto, Antonina Gentile, Carmelina Armeri, Letteria Spadaro, Monica Coppolino, Tindara Iacovacci, Natalina Patti, Rosaria Triscari Giacullo, Carmen Giorgia Mirabile, Vincenzina Giaimo, Bianca Basile Monforte, Rosa Zappia, Paola Aprile, Daniela Carnazza, Caterina Lidia Armeli, Loredana Maccora, Giovanna Lello, Sabrina La Torre. Infine, la categoria C: elette in cinque, soci di enti privati senza scopo di lucro (associazioni e cooperative). Ecco i nomi: titolari, Valeria Costantino, Rossella Bottaro, Anna Tarantino, Grazia Crisafulli e Vincenza Castelli. Supplenti: Letizia Bonanno, Marianna Ingegneri, Maria Stella Cacciola, Ines Catania, Maria Teresa Caputo. Auguri a tutte. Francesco Celi - GDS

PONTE SULLO STRETTO: E IL PILONE CALABRESE LO COMPRARONO DUE CONIUGI…

Nella storia delirante del Ponte sullo Stretto non mancano particolari curiosi. Uno dei due orrendi piloni costruiti ed utilizzati in passato dall’Enel (ed oggi senza funzione alcuna) è stato acquistato da una coppia di coniugi direttamente dall’ente gestore dell’energia elettrica lo scorso gennaio. La regolarità della curiosa compravendita è ancora sotto l’esame della Giunta e del Consiglio comunale di Villa San Giovanni. Si tratta dunque del pilone calabrese, la cui “privatizzazione” ha suscitato un certo allarme nella cittadinanza. Il sindaco ha incontrato gli acquirenti, e tutti hanno manifestato volontà di collaborazione. Ma per far cosa? Ancora non si sa, si parla di generiche iniziative imprenditoriali. L’unica certezza è che il pilone non sarà smantellato e che un concorso di idee dovrebbe deciderne l’uso. Paradossalmente, il costoso contratto per l’illuminazione resta al momento sulle spalle della Provincia di Reggio. Antonello Mangano - Pressante

LA LOBBY DEL PONTE SULLO STRETTO: PONZELLINI (IMPREGILO) ‘IL PONTE SARA’ PRONTO NEL 2016′. MATTEOLI ‘SI ALL’ACCORDO TRA EUROLINK E LA STRETTO’

Il Ponte sullo Stretto di Messina, ‘’se i lavori partiranno come nelle nostre previsioni alla fine del 2010 e non si fermeranno, sara’ pronto nel 2016”. Parola del presidente di Impregilo, Massimo Ponzellini, interpellato a margine dell’assemblea degli azionisti del gruppo. Ponzellini ha ricordato che nei giorni scorsi e’ stata firmata la convenzione tra la societa’ dello Stretto e la cordata di costruttori capitanata dalla stessa Impregilo. Adesso la parola passa al ministero delle Infrastrutture che dovra’ dare il via libera all’accordo. Secondo le previsioni l’ok dovrebbe arrivare gia’ entro la fine di maggio. ”Nei giorni scorsi abbiamo ricevuto formalmente l’accordo intervenuto tra Eurolink e la Stretto di Messina Spa, con cui si chiude il contenzioso insorto dopo lo stop alla realizzazione del Ponte sullo Stretto deciso dal precedente Governo. La pronuncia del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sul merito dell’accordo arrivera’ in tempi rapidissimi”. Lo comunica, in una nota, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli.