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IL BUSINESS DELLA PAURA. LA VERITA’ CHE NESSUNO VUOLE RACCONTARE: Emittente del Nicaragua associa la febbre porcina alla guerra chimica

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PL -  L’emittente  nicaraguense Radio La Primerísima ha trasmesso un allarme sull’elaborazione delle armi chimiche nei  laboratori del Pentagono e sui milionari benefici per le transnazionali farmaceutiche. L’emittente, nello spazio dedicato alla febbre porcina, ha segnalato nello spazio di stampa situato nella sua pagina digitale che cita un’informazione di Radio Pacífica, sull’attuale epidemia che minaccia il mondo. Nel caso della febbre e delle case farmaceutiche,  si riferisce ai Laboratori Gilead Sciences Inc, diretti Donald Rumsfeld, ex segretario alla Difesa statunitense, che ha i diritti sul farmaco  Tamiflu“. Questo medicinale si vende come rimedio per l’influenza ed ha già fatto guadagnare  cifre stratosferiche con l’influenza aviaria. La Primerísima ha segnalato che un rivelatore lavoro d’investigazione di Informativo Pacífica, elaborato dal collettivo giornalistico che ha la base in California Pueblos Sin Fronteras, pone vari interrogativi che i media egemonici di comunicazione hanno dimenticato di considerare, nel loro affanno di provocare terrore. Qual’è origine del nuovo virus che ha già ammazzato un centinaio di persone in Messico? In un rapporto di  Fernando Velázquez su un articolo dell’investigatrice Lori Price nel sito web globalresearch.ca , intitolato “L’influenza tocca le note della tortura”. Il testo segnala che la febbre porcina, fabbricata probabilmente nei laboratori militari degli Stati Uniti, è finita sui memorandum sulla tortura ordinata dalla CIA contro i prigionieri a Guantánamo, Abu Ghraib, ed in altre prigioni segrete. Price sottolinea nel suo studio che l’attuale isteria provocata dal virus porcino potrebbe apportare grandi guadagni a Donald Rumsfeld. L’ex segretario alla Difesa è direttore da 20 anni del laboratorio Gilead Sciences, Inc., la firma con sede in California che  fabbrica ed ha i diritti sul  “Tamiflu”, presunto rimedio per malattie che terrorizzano il mondo. I comunicatori degli USA indicano che il laboratori militarizzati in tutti gli USA perfezionano armi biologiche con i virus porcini aviari, l’asiatico e altre malattie per le quali non esiste risposta immunologia. Per esempio il gornalista  Fernando Velázquez ricorda il libro “Uccidendo la speranza”, in cui  William Bloom ricorda come nel 1971 la CIA consegnò a degli esiliati cubani un virus che provocò la febbre porcina africana nell’Isola di Cuba. Sei settimane dopo, un’epidemia della malattia obbligò il governo cubano a sacrificare mezzo milione di maiali. Dieci anni dopo la popolazione fu attaccata da un’epidemia di dengue trasmessa dalle zanzare che fece ammalare 300.000 persone, uccidendone 158 tra le quali un centinaio di bambini piccoli. Il dengue prima non esisteva in Cuba (Traduzione Granma Int.)

http://www.granma.cu/italiano/2009/abril/mier29/emittente-it.html

ED INTANTO… 30 milioni di dosi di antivirale Oseltamivir approntate dal Farmaceutico militare di Firenze
Ai fini dell’attivazione delle misure previste per fronteggiare un’eventuale epidemia influenzale, anche in adesione all’invito manifestato dal competente Dicastero, il Direttore Generale dell’Agenzia Industrie Difesa, On. Ing. Marco Airaghi ha impartito disposizioni al dipendente Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare per l’allertamento del personale e l’approntamento immediato degli impianti di incapsulamento di dosi antivirali. L’iniziativa rientra nel quadro delle attività disposte dal Ministro della Difesa On. Ignazio La Russa sul piano squisitamente sociale.

UN OMICIDIO AL CUORE NOBILE DELL’ITALIA: PIO LA TORRE, UNA VITA DALLA PARTE GIUSTA

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27 anni, tanti ne son passati da quel 30 Aprile 1982, da quell’infame ed ignobile assassinio, da quando Pio La Torre e l’amico e collaboratore Rosario Di Salvo vennero crivellati da oltre trenta colpi di pistola e mitra esplosi da mani mafiose all’interno di una Fiat 131, in una via del centro di Palermo. Le immagini di quei volti sfigurati e pieni di sangue, di quella gamba dell’on.le La Torre che sporge dal finestrino, forse nell’estremo quanto inutile tentativo di parare i colpi dei sicari di Cosa Nostra, del Presidente della Repubblica Sandro Pertini che partecipa ai solenni funerali, immagini che i telegiornali trasmetteranno a ripetizione, nonostante l’inesorabile trascorrere degli anni, è come se passassero davanti ai nostri occhi in questo stesso momento, tanto sono impresse nella nostra memoria. L’indiscusso prestigio, la forte tempra della sua personalità, la dedizione assoluta verso la sua terra e la sua gente, il rigore morale e la passione civile che lo animavano, il coraggioso impegno politico in difesa della democrazia e della legalità, hanno fatto di Pio La Torre uno dei protagonisti assoluti della vita politica e sociale italiana ed allo stesso tempo uno dei più agguerriti avversari della criminalità mafiosa a tutti i livelli. La Torre, figura di rilievo della migliore tradizione comunista italiana, già componente della segreteria nazionale e segretario regionale siciliano del PCI, iniziò ad essere uno dei bersagli privilegiati di “Cosa Nostra” subito dopo l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella e, precisamente, sin dal 31 Marzo 1980, giorno in cui presso la Camera dei Deputati depositò - aiutato nella stesura tecnica da due magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - la proposta di legge nr. 1581, intitolata “Norme di prevenzione e repressione del fenomeno della mafia e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e di controllo”. Pio La Torre non vedrà mai l’approvazione di quelle norme, per la quale bisognerà attendere anche l’assassinio di un altro fedele servitore dello Stato, il gen. Carlo Alberto dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro ed all’agente di scorta Domenico Russo. Quella proposta di legge, diventerà legge dello Stato, meglio conosciuta come legge La Torre - Rognoni, quasi cinque mesi dopo l’omicidio di Pio La Torre, il 13 Settembre 1982, ed introdusse nella legislazione italiana il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso e il sequestro e la confisca per i capitali di Cosa Nostra (art. 416 bis c.p.). Sarà grazie a quelle norme che, cinque anni dopo, nel Dicembre 1987, la Corte d’Assise di Palermo, presieduta da Alfonso Giordano con giudice a latere l’attuale procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, infliggerà un durissimo colpo ai capi storici di Cosa Nostra, in quello che passerà nella storia giudiziaria italiana come il “maxi processo di Palermo”, che vide alla sbarra 475 imputati, 360 dei quali condannati. Per avere giustizia, i familiari di Pio La Torre hanno dovuto attendere ben 22 anni e solo nel Giugno 2004, la Corte d’Assise di Palermo condannerà all’ergastolo, come mandanti degli omicidi La Torre e Di Salvo, i capi mafia Riina, Provenzano, Calò, Brusca e Geraci e come esecutori materiali Giuseppe Lucchese e Antonino Madonia, infliggendo pene inferiori agli altri esecutori. Nel Gennaio 2007 la Corte d’Assise d’Apello del capoluogo siciliano confermerà quelle condanne. Tre mesi dopo quest’ultima sentenza e nel 25° anniversario dell’assassinio, il 30 Aprile 2007 venne intitolato a Pio La Torre il nuovo aeroporto di Comiso, città nella quale, tre settimane prima della sua morte, riuscì a portare oltre 100.000 persone per manifestare contro la costruzione in quel sito di una base missilistica e contro la quale si era battuto senza risparmio di energie sino agli ultimi mesi della sua vita. Una decisione scellerata della giunta di Comiso succeduta a quella che aveva intitolato l’aeroporto al nome di chi aveva fatto della lotta alla mafia una ragione di vita, nel 2008, qualche mese dopo il suo insediamento, decide di ritornare alla precedente denominazione e di chiamare lo scalo di Comiso, aeroporto “Vincenzo Magliocco”, nome di un generale del periodo fascista, caduto durante la guerra d’Etiopia. Con quella decisione - dirà Franco La Torre, figlio di Pio - è come se mio padre fosse stato ammazzato per la seconda volta. Potranno anche decidere di togliere dall’aeroporto di Comiso il nome di Pio La Torre, ma gli ideali per cui aveva speso tutta la sua vita, sino all’estremo sacrificio, non potranno essere certo cancellati da una decisione amministrativa. Quegli ideali, insieme a quelli di tanti altri eroi caduti nella lunga lotta contro tutte le mafie, sono e rimarrano per sempre scolpiti nelle coscienze di tutti gli italiani onesti. FERNANDO ORSINI

IL BUSINESS DELL’ACQUA: L’ACQUA DI GENOVA NELLE MANI DELLE MULTINAZIONALI VEOLIA E IMPREGILO

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Il Consiglio Comunale di Genova ieri ha votato la fusione Fusione Iride-Enia, due società di servizi. Un passo ulteriore verso il processo di privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici che consegna il servizio idrico di Genova alla multinazionale Veolia e ad Impregilo. Si perde così una decisiva opportunità per ripubblicizzare servizi essenziali a partire dall’acqua. Il 29 maggio 1995 il Consiglio Comunale di Genova approvò la trasformazione in spa dell’Amga l’azienda municipalizzata che gestiva gas e acqua. Fui uno dei pochi a votare contro. Devo confessare che andai a rimorchio dei compagni di Rifondazione; l’opposizione mi pareva un po’ ideologica e non trovavo passione per quella battaglia. I consiglieri riformisti ci spiegavano che la privatizzazione avrebbe significato tariffe più basse, meno spese per il comune, più efficienza. Dopo quasi 14 anni questo entusiasmo liberista è svanito. Lunedì 27 aprile il Consiglio Comunale di Genova ha votato la fusione di Iride [formata da Amga e Aem] con l’emiliana Enia, la multiultilitiy che gestisce importanti servizi pubblici Piacenza, Parma e Reggio Emilia, Ma l’unica motivazione adotta è che «pesce grande mangia pesce piccolo». Si reputano ineluttabili le gare per la gestione dei servizi pubblici e impossibile tornare alla ripubblicizzazione e quindi l’unica alternativa sarebbe quella di formare una multinazionale in cui i Comuni detengano una risicata maggioranza. Così facendo questa multiutilities potrebbe vincere la gara per l’affidamento del servizio idrico e la gestione dell’energia. Questa è una convinzione non del tutto corretta, in quanto persino nell’iperliberista articolo 23 bis della legge finanziaria 2008 133 si lascia [al comma 3] uno spazio alla deroga dell’affidamento tramite gara, considerata la modalità ordinaria di gestione di servizi pubblici. Gli enti locali potrebbero, se lo volessero, gestire in proprio almeno il servizio idrico integrato, magari consorziandosi su base regionale. Però c’è un’altra differenza dalla primavera del 1995. Possiamo vedere gli effetti di 14 anni di gestione privatistica, gli effetti su occupazione, tariffe, sostenibilità ambientale, controllo democratico. Atteniamoci al 2007. In quell’anno l’occupazione di Iride a Genova è diminuita del 10 per cento, mentre le tariffe dell’acqua sono aumentate del 14. Per quanto riguarda l’ambiente e la lotta agli sprechi, illuminante è il verbale del Cda di Iride che si lamenta del clima mite dell’inverno 2007 contenendo le vendite di gas e quindi i ricavi. E la democrazia? Siamo arrivati al punto che la sindaco di Genova Marta Vincenzi apprende dalla stampa dei tentativi di aggregazione con aziende trevigiane e padovane. Figuriamoci il controllo dei consigli comunali e delle popolazioni. Nonostante questo, il Consiglio Comunale di Genova ha perso una decisiva opportunità per ripubblicizzare servizi essenziali a partire dall’acqua. Eppure c’erano tutte le condizioni. Infatti, se i partiti, che in questi mesi hanno dialogato col «movimento dell’acqua» [Idv Verdi e i vari partiti della sinistra tra cui Rifondazione] avessero chiesto tutti insieme al sindaco Marta Vincenzi di rinunciare alla fusione [che peraltro non era nemmeno nel suo programma elettorale], questa sarebbe saltata senza neanche lo spauracchio di una crisi politica. Addirittura la maggioranza del Consiglio ha bocciato un ordine del giorno, in cui semplicemente si chiedeva «lo studio di un progetto di gestione dei servizi locali in House». La stessa maggioranza pubblica del 51 per cento delle azioni, che è diventata la motivazione di un voto favorevole o di astensione non è stata e non sarà sufficiente ad arginare i danni per la cittadinanza. Infatti, una società quotata in borsa deve fare principalmente utili per gli azionisti. E che azionisti, nel caso di Iride ed Enia. In entrambe le società [comprese le controllate] è presente con una quota di poco superiore al due per cento il fondo speculativo Amber Capital, fondo delle Cayman [ma con quartier generale a New York], in compagnia di banche, Impregilo, la multinazionale francese Veolia. Si va verso una progressiva finanziarizzazione e l’oggetto sociale e pubblico della gestione di acqua ed energia scompare sempre più.

BASKETTOPOLI: INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI PER GARIBOTTI, BATTISTI MONTELLA E CAMPERA. MENEGHIN ASCOLTATO PER DUE ORE

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La scure della giustizia si abbatte sugli ex vertici del Comitato italiano arbitri di pallacanestro. Come prima clamorosa conseguenza, l’inchiesta su “Baskettopoli”, anticipata da Gazzetta del Sud, porta all’interdizione dai pubblici uffici di Giovanni Garibotti, Giovanni Battista Montella e Alessandro Campera, rispettivamente presidente, responsabile del settore Commissari speciali e designatore degli stessi. La misura cautelare, emessa dal gip Kate Tassone su richiesta del sostituto procuratore Maria Luisa Miranda, è stata eseguita, ieri mattina, dal personale del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni diretto da Sergio Iannello. Mentre Garibotti, Montella e Campera ricevevano la notifica, a Reggio è arrivato il presidente della Federazione, Dino Meneghin. Per due ore l’ex giocatore simbolo della Nazionale è rimasto nella stanza del magistrato inquirente, al sesto piano del Cedir. Alla fine è uscito con le stesse preoccupazioni che l’avevano portato in riva allo Stretto. Preoccupazioni legate alle pesanti accuse mosse ai tre destinatari dell’ordinanza: associazione per delinquere finalizzata all’abuso d’ufficio e frode in competizioni sportive. Garibotti, Montella e Campera erano stati denunciati insieme con 53 tra arbitri e commissari appartenenti al Cia. Complessivamente sono stati ipotizzati 146 capi di imputazione. Le indagini riguardano anche alcuni presidenti di squadre che, secondo l’accusa, chiedevano l’invio di “fischietti” compiacenti, pronti a pilotare il risultato delle gare, falsando i campionati, per assicurarsi un sicuro e spedito avanzamento di carriera. I reati contestati agli imputati minori sono abuso d’ufficio e frode in competizioni sportive per avere, nelle stagioni 2007-2008 e 2008.2009, condizionato le graduatorie arbitrali e condizionato alcune gare di vari campionati. Arbitri e commissari indagati, residenti in svariate regioni , appartengono alle categorie A dilettanti, A1 femminile, B maschile, A2 femminile, C maschile, B femminile. Alle prime avvisaglie della tempesta di “Baskettopoli”, si erano registrate le dimissioni di Giovanni Garibotti e Alessandro Campera. Nei giorni scorsi, personale della sezione operativa del Compartimento della Polizia postale, diretta dal funzionario Gaetano Di Mauro, è stato a Roma. Nella sede della Fip ha acquisito una montagna di documenti dal 2006 a oggi. Documenti che adesso sono al vaglio degli inquirenti. E ciò lascia aperta la possibilità di ulteriori sviluppi con un allargamento del fronte delle indagini. Dall’inchiesta è già, comunque, emerso che negli ultimi anni il sistema delle valutazioni degli arbitri era pesantemente condizionato dai vertici del settore Commissari speciali. Dalle intercettazioni di mail e telefonate è emerso che Garibotti, Campera e Montella, prima delle partite, stabilivano i voti da dare agli arbitri, decidendo a priori, senza tener conto della prestazione, e già all’inizio dell’anno, chi dei “fischietti dovesse salire o retrocedere. Le indagini sono state avviate nella seconda metà del 2007. L’input era arrivato da alcuni arbitri che si ritenevano danneggiati dal sistema: il casertano Vincenzo Luongo, il pesarese Alberto Iacomucci e il reggino Alessandro Cagliostro. I primi due attraverso mail inviate ai vertici federali e del Coni, denunciavano di essere vittime di un sistema corrotto e riferivano dell’esistenza di una organizzazione orientata a condizionare giudizi e arbitraggi. Iacomucci, addirittura, rassegnava le dimissioni. I primi fatti di reato sono stati commessi, secondo gli inquirenti, durante la partita Audax Reggio- Crotone giocata il 20 settembre 2007. Su delega del procuratore Giuseppe Pignatone e del sostituto Maria Luisa Miranda, il Compartimento Polposta procedeva a identificare gli autori delle mail e chiedere conferma del contenuto. Gli arbitri interpellati confermavano tutto. Veniva avviata un’indagine di tipo tradizionale accompagnata da intercettazioni telefoniche e telematiche in un arco temporale complessivo di circa un anno che, alla fine, fornivano rilevanti riscontri positivi al quadro indiziario emerso. L’attenzione dapprima si era incentrata sulla modalità e la tempistica nelle decisioni sui voti da attribuire agli arbitri da parte dei vertici del Cia. Decisioni determinanti per l’avanzamento in carriera di alcuni e per la penalizzazione di altri. Gli investigatori ritengono che il sistema fosse fortemente influenzato dai vertici del settore Commissari. Garibotti e gli altri indagati principali penalizzavano gli arbitri non consenzienti alle loro indicazioni, facendoli retrocedere. Allo stesso tempo favorivano gli arbitri che si attenevano alle disposizioni ricevute. E l’operato degli arbitri avrebbe favorito alcune squadre a danno di altre, determinando promozioni e retrocessioni, falsando la regolarità dei campionati. Gli incontri oggetto d’indagine, allo stato, riguardano alcune squadre di Toscana, Umbria e Sicilia. L’inchiesta si sta allargando con l’audizione di tutti i soggetti coinvolti o comunque informati dei fatti. Compresi i presidenti di alcune squadre. Dalle loro dichiarazioni potrebbero registrarsi nuovi, clamorosi sviluppi. Numerose le persone già sentite. Alcune si sono presentate negli ultimi giorni spontaneamente negli uffici del Compartimento. Paolo Toscano - Gazzetta del Sud

SUPERDINO: «Abbiamo ricevuto gli atti Ero e resto preoccupato»
«Ero preoccupato e sono preoccupato». Accerchiato da microfoni e taccuini, Dino Meneghin ammette che “Baskettopoli” non lo fa stare tranquillo. Appena uscito dalla stanza del sostituto procuratore Maria Luisa Miranda, il magistrato che conduce l’inchiesta, Superdino prova a sottrarsi alle domande dei cronisti. Protetto dagli accompagnatori e dai carabinieri, il presidente federale attraversa un paio di corridoi ma viene chiuso davanti all’ascensore. Lo sguardo è serio. «Dal magistrato – esordisce – abbiamo ricevuto gli atti che consegneremo alla Procura federale. Non posso dire nulla. Li ho appena ricevuti e bisogna leggerli, valutarli». A chi gli chiede una valutazione, replica con una battuta: «Non sono mica Nembo Kid. Non mi è bastato guardare il faldone che mi hanno consegnato per capire cosa c’è dentro. L’avvocato Valori lo leggerà. Magari lo farà stanotte e non dormirà». Prima di salutare e correre all’aeroporto per rientrare a Roma, atteso dalla programmata riunione del Consiglio federale, Meneghin esterna il suo stato d’animo preoccupato. Così come lo era nel momento in cui è scoppiata “Baskettopoli”, come è stato nei giorni a seguire. Per questo motivo aveva chiesto un incontro al magistrato titolare dell’inchiesta con l’intento di rendersi conto della portata del lavoro d’indagine e di avere elementi per valutare la portata dello scandalo che ha scosso dalle fondamenta uno sport che sembrava lontano anni luce dai difetti e dalle debolezze del calcio. Anche da presidente federale Meneghin non tradisce l’immagine di uomo sportivo e leale, sempre pronto ad affrontare a viso aperto qualsiasi situazione. Un’immagine costruita durante l’inimitabile carriera che, come bandiera di Varese, Milano e della Nazionle l’ha visto protagonista sui campi di tutto il mondo. Allora era impegnato a mietere successi e allori come giocatore simbolo del basket azzurro, adesso ha una mission ancor più difficile: rilanciare l’immagine della pallacanestro.(p.t.)

«Non ci sono gli elementi che possano giustificare un blocco dei campionati»
«Non paiono sussistere elementi che possano giustificare un blocco o una sospensione dei campionati». Lo ha riferito, in una nota, la Federazione italiana pallacanestro in relazione all’inchiesta della Procura della Repubblica di Reggio Calabria. «Allo stato – prosegue la nota – i fatti sono circoscritti al campionato di serie C dilettanti». Il presidente della Fip, Dino Meneghin, dopo l’incontro avuto col pm titolare dell’inchiesta insieme al segretario generale, Maurizio Bertea, ed al consulente legale, avvocato Guido Valori, ha riferito al Consiglio di presidenza. La Fip intanto ha espresso un «vivo ringraziamento» al pm Maria Luisa Miranda «per avere dato la propria disponibilità e per lo spirito di collaborazione manifestato verso l’istituzione sportiva». «All’esito dell’incontro e del colloquio, che ha chiarito gli aspetti salienti della vicenda – si afferma ancora nel comunicato – sono stati acquisiti documenti che verranno trasmessi alla Procura federale affinchè possa operare speditamente per accertare la sussistenza di ipotesi di illecito sportivo. La vicenda sarà al vaglio degli organi di giustizia federale che opereranno con le procedure previste dai regolamenti, che sono celeri ed in grado di assicurare l’assunzione dei provvedimenti certi e tempestivi a carico di coloro che fossero riconosciuti responsabili».

LA NOTIZIA, LA DENUNCIA: ‘UNITA GOLD’, GIOCHI DI GUERRA NEI CARAIBI. 30 NAVI DA GUERRA, 2 SOTTOMARINI E 50 TRA AEREI ED ELICOTTERI di A. Mazzeo

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Il nome, “Unita Gold”, lascia pensare ad una marca di frutta tropicale. Si tratta invece della maggiore delle esercitazioni aeronavali mai realizzate nel Mar dei Carabi. Dal 20 aprile al 5 maggio 2009, una trentina di navi da guerra, 2 sottomarini e 50 tra aerei ed elicotteri appartenenti ad undici paesi del continente americano ed europeo, si sono dati appuntamento al largo delle coste della Florida, per eseguire veri e propri cannoneggiamenti e lanci di missili, bombardamenti aerei, sbarchi anfibi e assalti navali, inseguimenti di unità subacquee ed imbarcazioni veloci, e sperimentare i più sofisticati sistemi di guerra elettronica e le nuove e segrete armi per lo “special warfare”. “Nel corso di quella che è certamente la più grande e più lunga esercitazione marittima multilaterale, militari, marines e guardiacoste statunitensi avranno l’opportunità di addestrarsi congiuntamente alle navi latinoamericane, usando le più aggiornate attrezzature tecnologiche”, spiegano al Pentagono. Uno scenario apocalittico voluto per festeggiare la 50^ edizione dell’esercitazione multilaterale creata dagli Stati Uniti d’America come “risposta agli interessi e ai bisogni navali e marittimi dei paesi delle Americhe e dei Caraibi”, e poter “edificare un clima di collaborazione e sicurezza tra i militari dell’Emisfero Occidentale”. Alle nozze d’oro di “Unita” partecipano con gli USA, Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Germania, Perù, Uruguay e, per la prima volta nella storia, Canada e Messico. Quest’anno sono gli Stati Uniti a fare da anfitrione: alla direzione dell’esercitazione aeronavale sono stati chiamati l’U.S. Naval Forces Southern Command (NAVSO) di Mayport (Miami) e il Comando della IV Flotta dell’US Navy, tornata operativa il primo luglio 2008. Istituita nel 1943 per contrastare i raid dei sottomarini tedeschi nell’Atlantico del Sud, la IV Flotta era stata disattivata nel 1950. Le rinnovate esigenze strategiche di Washington in una vastissima aerea geografica comprendente i Caraibi, il Centroamerica e il Sud America, hanno però convinto il Pentagono a riesumare la forza navale. “La IV Flotta opera di concerto con le componenti navali, sottomarine ed aree, le forze di coalizione e le Joint Task Forces dell’U.S. Southern Command (SOUTHCOM)”, spiega Washington. “Con il fine di rafforzare l’amicizia e la partnership con i paesi della regione, la IV Flotta supporta direttamente la Strategia Marittima USA, conducendo principalmente le missioni di supporto alle operazioni di peacekeeping, l’assistenza medica ed umanitaria, il pronto intervento in caso di disastri, la realizzazione di esercitazioni marittime d’interdizione e di addestramento militare bilaterale e multinazionale, l’azione anti-droga, la lotta al terrorismo internazionale e al traffico di persone”. Uno spettro ampissimo che ricorda le funzioni assegnate ad Africom, il comando USA per le operazioni nel continente africano attivato l’1 ottobre 2008, appena tre mesi dopo il ristabilimento della IV Flotta in America Latina. Come è del resto riconosciuto dagli alti comandi delle forze armate USA, la riproposizione della politica delle cannoniere in Sud America e nei Caraibi risponde innanzitutto alla necessità di rafforzare il pattugliamento delle rotte commerciali regionali, fondamentali per l’economia statunitense. Secondo il SOUTHCOM, il 38% del commercio globale degli Stati Uniti continua ad essere realizzato con paesi dell’emisfero occidentale. Gli USA importano il 34% del loro petrolio dalla regione, mentre i due terzi delle imbarcazioni che transitano nel Canale di Panama sono dirette a porti degli Stati Uniti. Sempre in termini di accesso alle risorse energetiche, non è poi elemento secondario la recente scoperta, da parte del colosso brasiliano Petrobras ,di immense riserve petrolifere nelle acque dell’Oceano Atlantico, sotto lo strato del cosiddetto “pre-sal”. A largo delle coste brasiliane è già in atto una vera e propria corsa all’oro nero, dove grandi imprese petrolifere e Stati si confrontano in modo sempre più aggressivo (la marina militare brasiliana ha dato il via ad un faraonico progetto per dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare e poter “difendere le acque territoriali del pre-sal”). Sono poi le incomparabili risorse idriche del continente ad essere particolarmente attenzionate dall’establishment politico-economico e militare nordamericano. Nelle mire ci sono soprattutto i ghiacciai patagonici, il bacino fluviale amazzonico e le riserve di acqua dolce dell’Acquifero del Guaranì (tra sud Brasile, Paraguay, nord Argentina ed Uruguay). Come afferma ancora il Comando Sud delle forze armate USA, “le navi della IV Flotta raggiungeranno i magnifici sistemi fluviali che esistono in Sud America, navigando in acque marroni più che in quelle azzurre”. Washington ammette pure che la IV Flotta è stata ricostituita come forma di pressione politico-militare contro i governi più o meno progressisti che sono ormai fortemente maggioritari nel continente americano. Secondo James W. Stevenson, capo del Comando Navale Sud USA, “la riattivazione manda un segnale chiaro a quelle persone che sappiamo non essere necessariamente i nostri maggiori sostenitori”. Il teologo brasiliano Frei Betto, in occasione del recente Forum Sociale Mondiale di Belém do Parà, ha rilevato che “non è certo una coincidenza che la IV flotta sia stata riattivata nel momento in cui Cuba rende più profonda la sua scelta socialista, Daniel Ortega ritorna alla presidenza del Nicaragua, e l’America latina è governata da persone come Chavez, Lula, Correa, Kirchner, Morales, Lugo, che non muoiono d’amore per lo zio Sam, ma che anzi sono impegnati a ridurre la dipendenza dei loro paesi rispetto agli Stati Uniti”. “Con l’ascesa di nuove forze sociali e politiche alla guida di molti paesi in Centro e Sud America, si è reso reale uno sforzo per superare il neoliberismo e concretizzare un processo d’integrazione regionale autonomo e indipendente dagli interessi statunitensi”, aggiunge il Centro Brasiliano di Solidarietà ai Popoli e di Lotta per la Pace, Cebra Paz. “La IV Flotta sorge nel momento in cui si consolidano istanze di coordinamento politico, sociale ed economico regionale come Unasur,il Mercosur e l’Alba, o si costituisce il Consiglio di Difesa sud-americano, un organo di cooperazione tra le Forze Armate del continente che esclude gli Stati Uniti”. Nonostante siano chiare a tutti i governi latinoamericani le finalità neo-egemoniche della flotta navale USA, i militari di paesi “progressisti” come Argentina, Brasile, Cile, Ecuador ed Uruguay hanno deciso di dare il loro contributo diretto ai giochi di guerra nei Caraibi di “Unita Gold”. Ad affermare la volontà di supremazia marittima degli Stati Uniti nei Caraibi e in America Latina, ci pensa pure la “Southern Partnership Station”, il dislocamento per periodi medio-lunghi di differenti navi da guerra nell’area di responsabilità di SOUTHCOM. L’ultima edizione della “Southern Partnership Station”, durata quasi 5 mesi, si è conclusa la scorsa settimana e ha visto protagonista l’unità di pronto intervento “High Speed Vessel Swift”. Nel corso di lunghe soste nei porti di El Salvador, Panama, Giamaica, Barbados, Colombia, Nicaragua e Repubblica Dominicana, gli addestratori del Navy Expeditionary Training Command, del Naval Criminal Investigative Service e del Corpo dei Marines hanno curato la “formazione” del personale militare, delle forze di polizia e dei guardiacoste locali. Antonio Mazzeo

CASO MANIACI, L’OPINIONE DI SEBASTIANO GULISANO: ISOLIAMO L’ORDINE DEI GIORNALISTI SICILIANO

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Non conosco personalmente Pino Maniaci, nel senso che non ho mai avuto l’opportunità e il piacere di incontrarlo; lo conosco, invece, per il suo lavoro, per la qualità dell’informazione di TeleJato, per il coraggio dimostrato nel raccontare per anni trame e affari di Cosa Nostra. In un territorio che trasuda mafia anche dai sassi. In una provincia – Palermo – e in una regione – la Sicilia – dove l’informazione sulla mafia è perlopiù notarile, quando non compiacente, Pino Maniaci e TeleJato dovrebbero essere esempio per la categoria, per tutti coloro che fanno il mestiere di giornalista. Solo l’innalzamento della qualità dell’informazione siciliana, infatti, eviterebbe a Pino (e ai pochi giornalisti liberi siciliani) di trovarsi nel mirino di Cosa Nostra, di continuare a subire minacce, intimidazioni, aggressioni. Pino Maniaci, però, a differenza della maggioranza dei giornalisti siciliani, non è iscritto all’Ordine, non ha tesserino, né da pubblicista né da professionista. Pino Maniaci è un “abusivo”, altro che giornalista. Pino Maniaci fa il giornalista, non è giornalista. Come Peppino Impastato. Peppino faceva il giornalista a qualche chilometro di distanza, anche lui in una piccola emittente, radiofonica non televisiva, Radio Aut. Anche Peppino, come Pino, non era giornalista, non aveva tesserino, non era iscritto all’albo professionale. Il tesserino gli è stato conferito ad honorem, vent’anni dopo la sua morte, quando la procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio dei boss mafiosi Badalamenti e Palazzolo, responsabili dell’omicidio. Anch’io, nel mio piccolo, ho un discreto passato da “abusivo”: dal 1984 al 1998 ho fatto il mestiere di giornalista senza alcun tesserino in tasca. Il mio primo tesserino risale, appunto, al 1998, quando sono stato assunto come praticante a “Ultime notizie-Avvenimenti”. Nei 15 anni precedenti ero stato redattore dei “Siciliani” (dopo l’omicidio Fava e durante la riapertura, dal 1993 al ’96), di un paio di tv private ragusane, di un settimanale regionale. Sempre da “abusivo”. Ai “Siciliani”, durante il periodo ’93-’96, a fare il giornale eravamo in buona parte “abusivi”, la maggioranza di noi non aveva tesserino. Ci è andata bene, ché se qualcuno avesse inviato qualche lettera anonima in procura poteva finirci come a Pino Maniaci, sotto processo per «esercizio abusivo della professione giornalistica». Il processo si terrà l’8 maggio a Partinico. E l’ordine dei giornalisti siciliani si è costituito parte civile. In perfetta coerenza con la sua storia. Infatti, quando il nome del direttore del principale quotidiano dell’isola fu trovato nell’elenco di una loggia massonica coperta in compagnia di mafiosi e affaristi, l’ordine siciliano si guardò bene dall’avviare un’istruttoria e, dopo, di cacciarlo. Alla stessa maniera, quando s’è scoperto che il direttore del secondo quotidiano dell’isola aveva accolto un boss mafioso nel suo studio e, al suo cospetto, aveva convocato e redarguito un cronista che, in un pezzo di “nera”, aveva definito mafioso il mafioso. Nemmeno in quell’occasione l’ordine siciliano sentì il bisogno di fare pulizia. Nemmeno il sindacato fiatò. Quando stavo ai “Siciliani”, una volta mi capitò di incontrare Ordine e Sindacato, si materializzarono in redazione, nei panni di due esponenti della categoria, per venirci a tirare le orecchie, ché eravamo stati irriverenti e avevamo denunciato un giornalista “importante” per fiancheggiamento degli assassini di Giuseppe Fava. Non entrarono nel merito – non avrebbero potuto –, era una difesa dovuta verso una delle più note “firme” siciliane. Capirete che non mi sorprende affatto che l’ordine siciliano, invece di dargli un tesserino – d’ufficio –, di difenderlo, di fornirgli assistenza legale, si sia costituito parte civile nel procedimento contro Pino Maniaci. Ché Pino è un cattivo esempio per la categoria, ché Pino è una persona libera, un giornalista libero, mentre non lo sono tanti Giornalisti siciliani e i loro rappresentanti. Non mi sorprende che l’ordine osteggi Pino Maniaci, perché Pino è degno erede degli otto colleghi ammazzati in Sicilia, mentre buona porte della categoria non lo è. Pino, oltre a essere una spina nel fianco di Cosa nostra e dei suoi alleati, è una spina nel fianco di quanti – molti, troppi – sono indegni di questo mestiere. Non mi sono mai vergognato come in questi giorni del mio tesserino da “professionista” ed è una magra consolazione il fatto che non me l’abbia rilasciato l’ordine siciliano ma quello del Lazio. Sarebbe ridicolo che io, oggi, invocassi un’incriminazione per i tanti anni in cui sono stato “abusivo”, ché con ogni probabilità il reato è prescritto. Un’eventuale autodenuncia avrebbe solo valore simbolico, mentre ora c’è bisogno di gesti concreti, di solidarietà concreta. Oggi c’è bisogno che la parte sana della categoria si schieri pubblicamente contro l’ordine siciliano dei giornalisti, come farebbe con qualsiasi fiancheggiatore della mafia, poiché, cari “colleghi” siciliani, la costituzione di parte civile nell’assurdo processo a Pino Maniaci, piaccia o meno, è un oggettivo favore alla mafia.