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CASO MANIACI, L’OPINIONE DI SEBASTIANO GULISANO: ISOLIAMO L’ORDINE DEI GIORNALISTI SICILIANO

Non conosco personalmente Pino Maniaci, nel senso che non ho mai avuto l’opportunità e il piacere di incontrarlo; lo conosco, invece, per il suo lavoro, per la qualità dell’informazione di TeleJato, per il coraggio dimostrato nel raccontare per anni trame e affari di Cosa Nostra. In un territorio che trasuda mafia anche dai sassi. In una provincia – Palermo – e in una regione – la Sicilia – dove l’informazione sulla mafia è perlopiù notarile, quando non compiacente, Pino Maniaci e TeleJato dovrebbero essere esempio per la categoria, per tutti coloro che fanno il mestiere di giornalista. Solo l’innalzamento della qualità dell’informazione siciliana, infatti, eviterebbe a Pino (e ai pochi giornalisti liberi siciliani) di trovarsi nel mirino di Cosa Nostra, di continuare a subire minacce, intimidazioni, aggressioni. Pino Maniaci, però, a differenza della maggioranza dei giornalisti siciliani, non è iscritto all’Ordine, non ha tesserino, né da pubblicista né da professionista. Pino Maniaci è un “abusivoâ€, altro che giornalista. Pino Maniaci fa il giornalista, non è giornalista. Come Peppino Impastato. Peppino faceva il giornalista a qualche chilometro di distanza, anche lui in una piccola emittente, radiofonica non televisiva, Radio Aut. Anche Peppino, come Pino, non era giornalista, non aveva tesserino, non era iscritto all’albo professionale. Il tesserino gli è stato conferito ad honorem, vent’anni dopo la sua morte, quando la procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio dei boss mafiosi Badalamenti e Palazzolo, responsabili dell’omicidio. Anch’io, nel mio piccolo, ho un discreto passato da “abusivoâ€: dal 1984 al 1998 ho fatto il mestiere di giornalista senza alcun tesserino in tasca. Il mio primo tesserino risale, appunto, al 1998, quando sono stato assunto come praticante a “Ultime notizie-Avvenimentiâ€. Nei 15 anni precedenti ero stato redattore dei “Siciliani†(dopo l’omicidio Fava e durante la riapertura, dal 1993 al ’96), di un paio di tv private ragusane, di un settimanale regionale. Sempre da “abusivoâ€. Ai “Sicilianiâ€, durante il periodo ’93-’96, a fare il giornale eravamo in buona parte “abusiviâ€, la maggioranza di noi non aveva tesserino. Ci è andata bene, ché se qualcuno avesse inviato qualche lettera anonima in procura poteva finirci come a Pino Maniaci, sotto processo per «esercizio abusivo della professione giornalistica». Il processo si terrà l’8 maggio a Partinico. E l’ordine dei giornalisti siciliani si è costituito parte civile. In perfetta coerenza con la sua storia. Infatti, quando il nome del direttore del principale quotidiano dell’isola fu trovato nell’elenco di una loggia massonica coperta in compagnia di mafiosi e affaristi, l’ordine siciliano si guardò bene dall’avviare un’istruttoria e, dopo, di cacciarlo. Alla stessa maniera, quando s’è scoperto che il direttore del secondo quotidiano dell’isola aveva accolto un boss mafioso nel suo studio e, al suo cospetto, aveva convocato e redarguito un cronista che, in un pezzo di “neraâ€, aveva definito mafioso il mafioso. Nemmeno in quell’occasione l’ordine siciliano sentì il bisogno di fare pulizia. Nemmeno il sindacato fiatò. Quando stavo ai “Sicilianiâ€, una volta mi capitò di incontrare Ordine e Sindacato, si materializzarono in redazione, nei panni di due esponenti della categoria, per venirci a tirare le orecchie, ché eravamo stati irriverenti e avevamo denunciato un giornalista “importante†per fiancheggiamento degli assassini di Giuseppe Fava. Non entrarono nel merito – non avrebbero potuto –, era una difesa dovuta verso una delle più note “firme†siciliane. Capirete che non mi sorprende affatto che l’ordine siciliano, invece di dargli un tesserino – d’ufficio –, di difenderlo, di fornirgli assistenza legale, si sia costituito parte civile nel procedimento contro Pino Maniaci. Ché Pino è un cattivo esempio per la categoria, ché Pino è una persona libera, un giornalista libero, mentre non lo sono tanti Giornalisti siciliani e i loro rappresentanti. Non mi sorprende che l’ordine osteggi Pino Maniaci, perché Pino è degno erede degli otto colleghi ammazzati in Sicilia, mentre buona porte della categoria non lo è. Pino, oltre a essere una spina nel fianco di Cosa nostra e dei suoi alleati, è una spina nel fianco di quanti – molti, troppi – sono indegni di questo mestiere. Non mi sono mai vergognato come in questi giorni del mio tesserino da “professionista†ed è una magra consolazione il fatto che non me l’abbia rilasciato l’ordine siciliano ma quello del Lazio. Sarebbe ridicolo che io, oggi, invocassi un’incriminazione per i tanti anni in cui sono stato “abusivoâ€, ché con ogni probabilità il reato è prescritto. Un’eventuale autodenuncia avrebbe solo valore simbolico, mentre ora c’è bisogno di gesti concreti, di solidarietà concreta. Oggi c’è bisogno che la parte sana della categoria si schieri pubblicamente contro l’ordine siciliano dei giornalisti, come farebbe con qualsiasi fiancheggiatore della mafia, poiché, cari “colleghi†siciliani, la costituzione di parte civile nell’assurdo processo a Pino Maniaci, piaccia o meno, è un oggettivo favore alla mafia.

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