«Quando ho raggiunto il corteo della fiaccolata ho trovato le fiaccole spente; il vento ha potuto spegnere la fiamma delle fiaccole e certamente non potrà e non dovrà spegnere la fiamma della speranza che anima tutti voi e tutta la città di Barcellona». Sono le parole di speranza con cui l’arcivescovo di Messina Calogero La Piana ha accolto sul sagrato della Basilica di San Sebastiano la grande folla, oltre duemila persone, che ha partecipato al corteo che ieri, al termine della giornata dedicata alla legalità e alla nascita dell’antiracket si è mosso dal Municipio fino a piazza Duomo. Una folla così, mobilitata per la legalità , non si era mai vista in una città troppo spesso indifferente e impaurita a manifestare il libero pensiero. L’arcivescovo La Piana, accanto al prefetto Francesco Alecci e al sindaco Candeloro Nania, ha parlato di «speranza di una città che ha voglia di riscattarsi e di alzare la testa, che ha voglia di dire e gridare il suo basta ad ogni forma di sopruso, di violenza ad ogni forma di imposizione». Il discorso finale del prelato, ascoltato in silenzio dai numerosi partecipanti alla manifestazione, si stimano oltre duemila persone, si è poi incentrato su una analisi profonda delle difficoltà umane il cui superamento non è incoraggiato dalla difficile «congiuntura che viviamo e che si aggiunge alle ingenerose ferite storiche del nostro Meridione. La storia delle nostre famiglie, di tante aziende, conosce ed è visitata da una crisi economica e profonda ma è anche visitata da una crisi sociale che mette a dura prova la serenità di tanti giovani e lavoratori, imposizioni, sopraffazioni, racket e oppressioni, un clima pesante e irrespirabile e per il quale come cittadini onesti e cristiani rimaniamo turbati, amareggiati e indignati per tutto ciò che offende l’uomo, i suoi diritti e la sua dignità , la propria libertà , la fiducia e il credo nella persona umana che ci spinge a rendere fecondo col seme che portiamo dentro il seme della speranza». Il messaggio conclusivo che mons. La Piana ha voluto lasciare alla città ha richiamato il senso e il significato della Pasqua, anche per chi non è Cristiano: «è il tempo della conversione, il tempo di dare una svolta alla vita anche nel campo civile, non possiamo demandare ad altri questo compito. La Quaresima ci porta alla Pasqua che è il passaggio e per noi cristiani tradotto in termini civili si tratta di passare dalla tenebre alla luce, dall’oppressione ad una situazione di legalità di rispetto di accoglienza per gli altri. Della vittoria del bene sul male, della vita sulla morte». Alla fiaccolata che si è svolta al termine della giornata per la legalità , che ha gettato il seme per la nascita in città dell’associazione antiracket, organizzata dal coordinamento delle associazioni culturali e di volontariato creato dai Salesiani con don Salvino Raia e per le associazioni da Maria Teresa Collica, dalla Fai, la Federazione italiana antiracket e antiusura col presidente nazionale Giuseppe Scandurra, hanno partecipato, accanto all’arcivescovo La Piana e al prefetto Alecci, oltre al sindaco Nania con gli amministratori, il capo della Procura di Barcellona Salvatore De Luca con i suoi sostituti Francesco Massara e Michele Martorelli, il sostituto della Dda di Messina Fabio D’Anna in rappresentanza del procuratore capo Guido lo Forte, il procuratore generale Franco Cassata, il questore Vincendo Mauro, i comandanti provinciali dei Carabinieri Maurizio Detalmo Mezzavilla, della guardia di finanza Decio Paparoni, poi tanti imprenditori e commercianti, giunti anche da altre province siciliane. Tanti giovani, soprattutto gli studenti che hanno movimentato con slogan e col richiamo continuo alla canzone “Pensaci”, di Fabrizio Moro, le retrovie del folto e lungo corteo. Sono stati soprattutto gli studenti del classico Valli e dello scientifico Medi a inneggiare «Barcellona è cosa nostra». Significative le parole pronunciate durante il convegno dal prefetto Alecci, che ha definito le parole di La Piana, in relazione alle dichiarazioni sul caso Messina, come quelle di un uomo forte e libero, il cui esempio è stato seguito dai parroci di Barcellona che si sono da soli resi protagonisti, rappresentando la sofferenza della parte sana della città . Leonardo Orlando - GDS
LA STRATEGIA? ELIMINARE GLI ELENTI RUMOROSI: In quest’ottica si inquadrerebbero gli omicidi di Mazza, De Pasquale, Mazzù, Tramontana e Milici
Mai come in questo particolare momento storico la famiglia mafiosa di Barcellona, uscita vincente col cosiddetto gruppo dei “Barcellonesi” dallo scontro armato ingaggiato dal boss di Terme Vigliatore Giuseppe “Pino” Chiofalo coi vecchi capi dell’organizzazione, iniziato nel 1986 con l’eliminazione di Girolamo “Mommo” Pedretta e conclusosi nel 1993 prima con l’assassinio di Pippo Iannello e subito dopo con l’uccisione del giornalista Beppe Alfano, è stata così monolitica e allo stesso tempo impenetrabile, tra le più potenti dell’Isola. L’organizzazione criminale dei Barcellonesi ha sempre trovato sul territorio una cultura mafiosa fertile ispirata ai principi della più arcaica tradizione della mafia rurale. Dopo gli assetti successivi al 1993, è ricorsa agli omicidi per eliminare solo gli elementi scomodi ritenuti non in linea con la nuova strategia. Strategia che impone azioni indolori che non creano particolari allarme sociali. E l’uccisione del trentenne Carmelo “Melo” Mazza, trucidato venerdì notte a Olivarella da un gruppo di fuoco composto da tre sicari, sarebbe da ascrivere a questa nuova strategia adottata per impedire allarmi sociali. Negli atti giudiziari che descrivono l’ultima operazione antimafia condotta dai carabinieri del Ros e coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Messina, si evidenzia infatti come il territorio di Barcellona, a causa dell’impennata delle rapine, della diffusione delle estorsioni e delle azioni di danneggiamento indiscriminato, possa essere assimilato per fenomeni criminosi all’area partenopea. La mafia barcellonese non vuole che il territorio sia classificato alla stessa stregua di quello campano e per questo sistematicamente nell’ultimo decennio si è assistito all’eliminazione dei “bubboni” ritenuti nocivi per l’organizzazione. In questa spietata logica gli omicidi più eclatanti che si sono registrati negli ultimi dieci anni, deliberati dai vertici dell’organizzazione criminale che hanno riguardato nomi eccellenti, sono stati l’assassinio di Mario Milici, un rampante di 32 anni, figlioccio del defunto boss Carmelo Milone e organico alla mafia, considerato all’epoca il numero due dell’organizzazione armata, ucciso la sera del 19 agosto del 1998 perché aveva osato chiedere il pizzo, incendiato gli automezzi meccanici ad un imprenditore in odor di mafia, protetto dall’organizzazione e coinvolto nell’operazione Omega. Quello di Mario Milici è stato ritenuto un omicidio “spartiacque” che segnava un nuovo corso della mafia imprenditoriale per “agire sottotraccia, senza la commissione di azioni eclatanti allo scopo di inserirsi e mimetizzarsi nel tessuto sociale e imprenditoriale cittadino“. Anche allora impropriamente si parlò di una nuova guerra di mafia che in realtà non è mai scattata. Dopo l’omicidio Milici, l’altra eliminazione eccellente di un soggetto ritenuto troppo ingombrante, è stata quella di Mimmo Tramontana, ucciso la notte fra il 3 e il 4 giugno del 2001 sul lungomare di Calderà . Le modalità e le motivazioni che hanno portato alla sua uccisione sono molto simili a quelle del recente omicidio di Melo Mazza, entrambi spregiudicati con gli avversari e poco inclini a osservare le regole della mala. Nella lunga parentesi di calma assoluta si inserisce l’eliminazione di Nunziato Mazzù, imputato nel maxiprocesso Mare nostrum, indicato come killer, già cognato dei fratelli Ofria e di Sem Di Salvo, ucciso la sera del 13 dicembre del 2005 a Oliveri perché avrebbe dissipato una quantità di denaro destinata all’acquisto di una partita di cocaina. L’altro delitto eccellente che ha anticipato di qualche mese l’uccisione di Melo Mazza, è l’assassinio di Carmelo De Pasquale, eliminato in un agguato mafioso la sera del 15 gennaio scorso nel quartiere Nasari di Barcellona. De Pasquale - secondo gli investigatori - avrebbe osato ipotizzare una eventuale eliminazione di Carmelo D’Amico, il presunto capo del gruppo armato. Gli inquirenti ritengono che lo stesso Melo Mazza abbia fatto parte del gruppo di fuoco impegnato nell’agguato di Nasari. (l.o.)





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