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IL MEMORIALE DEL GIUDICE OLINDO CANALI: PUBBLICHIAMO ALCUNE DELLE 28 PAGINE SCRITTE NEL DICEMBRE DEL 2005

Sono ventotto le pagine. È il secondo “memoriale” che s’insinua nel maxiprocesso “Mare Nostrum” a un passo dalla sentenza d’appello dopo undici anni di dibattimento, visto che il primo grado si aprì nell’ormai lontano dicembre del 1998. Lo Stato che combatte la mafia. Lo Stato che si ripiega su sé stesso. Sul primo, quelle tre cartelle scritte nel gennaio del 2006 e di recente “riconosciute” dal sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, s’è già detto e fatto tutto, comprese un paio di udienze – fatto assolutamente unico nella storia giudiziaria italiana –, passate a sentire la deposizione proprio del magistrato Olindo Canali, circoscritta su un terreno molto ristretto proprio perché seduto sulla sedia dei testimoni non c’era un uomo qualsiasi, ma il magistrato che ha sostenuto l’accusa nel maxiprocesso “Mare Nostrum” in primo grado e, soprattutto, l’accusa sempre in primo grado nel processo per l’omicidio di Beppe Alfano, il giornalista ucciso dalla mafia l’8 gennaio del 1993, che con Canali ebbe una lunga e costante frequentazione. E adesso ci sono da scorrere queste 28 pagine. Un secondo memoriale che il magistrato inviò nel 2005 – lo ha sostenuto con una lettera inviata alla corte d’assise d’appello del maxiprocesso l’avvocato Fabio Repici, missiva letta lunedì in aula dal presidente Antonio Brigandì –, anche all’avvocato Fabio Repici, che è stato il legale di parte civile della famiglia Alfano, e fino a poche udienze addietro difendeva un collaboratore di giustizia anche in “Mare Nostrum”, il pentito brolese Giuseppe Cipriano. È questa è un’altra storia. Perché in queste pagine, che risalirebbero alla fine del dicembre 2005, il magistrato Canali racconta la sua esperienza a Barcellona Pozzo di Gotto sin dall’inizio, da quando piombò in questo grosso centro siciliano intaccato e sporcato dalla mafia spostandosi dalla sua nebbiosa Lombardia nel periodo delle stragi, nel 1992. Una città che un paio di mesi fa con una grande marcia popolare alla mafia ha detto “no”.
Ecco solo alcuni brani di quel memoriale.
LE CONFIDENZE DI ALFANO - «… Come ho sopra accennato il quadro a Barcellona non mi era chiarissimo. Non sapevo ancora nulla del passato recente (almeno gli ultimi dieci anni) e non leggevo bene le cose che avvenivano. Alfano mi dava informazioni generali, ma non poteva, ovviamente, scendere nello specifico. Mi disse che aveva fatto anche il cronista sportivo e che aveva lavorato per una televisione locale. Mi parlò di Antonino Mazza come un suo carissimo amico nonché imprenditore dal quale, tuttavia, negli ultimi tempi si era un poco allontanato anche se non mi specificò il motivo. Mi disse che la televisione per cui aveva lavorato era di proprietà di Mazza e che con lo stesso Mazza aveva fatto, tempi addietro, una lista civica con la quale si era presentato alle elezioni (non so di quale anno). Massoneria, Aias, Santalco e soci. I discorsi di Alfano giravano sempre lì e ribadiva i suoi avvertimenti a non fidarmi di nessuno e a chiedere prima a lui se le persone che mi stavano attorno o che frequentavo fossero persone fidate… mi disse che gli uomini politici che giravano intorno all’Aias ed in particolare quelli della Dc e del Psi erano in allarme per l’indagine soprattutto perché temevano finisse, per loro, il tempo dei soldi e delle assunzioni facili e temevano, soprattutto, l’effetto “Mani Pulite”…».
SANTAPAOLA - «Verso i primi giorni di dicembre, Alfano mi venne a trovare in Ufficio. Come sempre guardingo. Più che mai guardingo. Chiuse la porta e mi disse di avere avuto notizia che Santapaola fosse a Barcellona o nei pressi di Barcellona. Mi disse che mi avrebbe fatto avere notizie più precise… ovviamente la cosa aveva anche per me interesse, però gli ribadii di non fare pazzie, di stare attento e di non mettersi a fare l’investigatore… mi diceva che poteva stare a Portorosa, ma il luogo mi sembrava fin troppo scontato. Ancora una volta gli dissi di stare attento. Qui dovrei collocare un episodio, ma – devo averlo già detto anche a Rosa Raffa e al Procuratore Croce che mi interrogavano sul punto con il collega Laganà – non ricordo se sia stata una notizia datami da Alfano o se dell’episodio venni a sapere dopo la sua morte. Credo però che l’episodio mi fu raccontato proprio da Alfano. Si trattava di un misterioso incontro avuto da Sonia Alfano durante un viaggio in treno da o per Palermo. Se non ricordo male una signora prese discorso con Sonia ed ebbe a rivelarle qualcosa proprio sull’esistenza o di un pericolo o di un latitante a Barcellona. Il mio ricordo è molto confuso e non ho mai avuto la possibilità di parlarne con alcuno per rinfrescarlo. Tra la prima notizia sulla presenza di Santapaola e la seconda passarono, credo quattro o cinque giorni. Non ricordo se rividi Alfano prima della morte di Giuseppe Iannello, il 17 dicembre. Di certo quell’omicidio preoccupò moltissimo Alfano. Ma non tanto (o così non mi parve) per sé, quanto per la situazione della mafia barcellonese. Mi disse, forse il giorno dopo o due giorni dopo, che Gullotti da quel momento era il capo unico a Barcellona. E che forse aveva scalzato anche gli Ofria. Siamo attorno al 19-20 di dicembre… Rientrai, credo, verso l’1 o il 2 gennaio. Il 3 o il 4 uccisero Aurelio Anastasi, un vecchio amico di Alfano. Lo trovai molto sconvolto sul posto. Scattava fotografie al morto. In un attimo in cui potemmo parlare mi disse che lo conosceva bene e che era un vecchio “camerata”. Quella fu l’ultima volta che vidi Beppe Alfano. Come ho già detto in altre occasioni, il 5 gennaio Alfano mi chiamò invitandomi a pranzo per l’Epifania. Il battesimo della figlia di … mi impedì di andare. Era giovedì. Venerdì sera lo ammazzavano. Questo il rapporto con Alfano. Questo il senso ed il contenuto, ovviamente in generale, delle nostre conversazioni. Ovviamente parlavamo anche di altro. Aveva un’ottima conoscenza del calcio. Quasi da tecnico, direi. E molte volte perdemmo il tempo delle nostre conversazioni parlando anche di calcio. E mi parlò anche delle sorti della squadra di Calcio di Barcellona di cui, se non ricordo male, commentò le partite proprio per quella televisione di Mazza per la quale lavorava. E mi disse che, quella squadra, era sicuramente in mano a qualcuno molto vicino a Gullotti. Ma L’Aias, la massoneria, Santalco, la mafia barcellonese nei termini che ho detto erano l’enciclopedia di conoscenze che Alfano mi aveva messo a disposizione. In uno con le raccomandazioni su chi frequentavo e sulle persone con cui parlavo. L’ultimo capitolo, quello su Santapaola, non ebbe il tempo di raccontarmelo».
LA SERA DELL’OMICIDIO - Ed ecco il racconto di Canali sulla sera dell’omicidio: «Dalla centrale dei carabinieri lo stesso centralinista mi chiama e viola la gerarchia dicendomi “Una brutta notizia, hanno ucciso Alfano”. Forse ero alla fine della cena, ma lasciai tutto ed in un quarto d’ora fui alla Compagnia dei Carabinieri di Barcellona. Ho fatto i gradini urlando come un ossesso. Credo che molti ancora si ricordino quel mio arrivo. Cominciai a prendere a calci i posacenere-cestini di metallo che si trovavano sul corridoio dove c’era l’ufficio del capitano Aliberti. Che faticò non poco a calmarmi. Gli chiesi di andare prima sul posto dell’omicidio e quindi a casa Alfano ma mi disse che, prima, avrei dovuto calmarmi. Passò così una quarto d’ora-venti minuti. Mi soffermai poco nei pressi dell’auto di Alfano. Andai quasi subito a casa. Era piena di gente. Tantissima gente o, almeno, a me parve tantissima. Ho già detto in varie occasioni che ho il ricordo di aver visto uomini del Centro di Messina del Sisde… vidi personale del Commissariato ed, ovviamente, della Compagnia dei Cc di Barcellona. In casa, Mimma Alfano ed i ragazzi urlavano parole di fuoco contro Antonino Mostaccio (precisiamo che per l’omicidio Alfano, Mostaccio è stato assolto da tutte le accuse, n.d.r.). Tornai sulla strada. Credo fosse già arrivato personale della Mobile. Sicuramente gli uomini del Reparto operativo del gruppo Provinciale. Forse anche qualcuno del Ros era già arrivato, ma non ne ho ricordo preciso. Tornai quindi alla Compagnia. Rimasi, credo fino all’indomani mattina; non ricordo di essere andato a dormire. Non ho ricordi precisi sulle persone che furono sentite quella notte. Forse Sem Di Salvo o qualcuno degli Ofria. Ma nulla era emerso se non spostamenti in città. Anche se, qualcuna delle persone sentite (intendo o gli Ofria o Di Salvo), o furono visti nei pressi della scena dell’omicidio o fu visto transitare da quelle parti. La mattina, in ufficio, cominciarono le attività. Si fece il punto. Ricordo sicuramente la presenza di Aliberti che praticamente lavorò con me quasi a tempo pieno all’indagine Alfano, ma già vi erano gli uomini dello Sco e del Ros. Credo che gli uomini dello Sco di Catania li incontrai al Commissariato di Barcellona P.G. Di certo c’era uno spiegamento di forze incredibile. Tutti erano lì e tutti arrivavano e tutti sarebbero arrivati. Anche i Servizi». Nuccio Anselmo - GDS

In un’altra lunga parte del memoriale il magistrato Olindo Canali ripercorre le indagini sull’omicidio Alfano. Ecco alcuni passaggi.

«… la convinzione mia ma anche quella dei Carabinieri di Barcellona P.G. andò verso una precisa direzione: l’intreccio Aias, mafia barcellonese, affari barcellonesi. L’accenno fatto a Santapaola in quei primi momenti non mi fece dirigere le indagini verso quella pista, Anche se dopo, molto dopo, un particolare non poteva sfuggirmi: l’abitazione in cui, nel febbraio del 1995 troviamo Gullotti è quello che, da più parti, fu ritenuto essere stato anche il rifugio di Santapaola. Ma questo, in quei giorni non lo potevo sapere. Se erano i Carabinieri a gestire le indagini, vuol dire che i Ros dovevano e potevano intervenire. Sul punto, a distanza di anni, qualche riserva posso farla… i Ros in teoria potevano anche disinteressarsi dell’omicidio. Se un “rinforzo” alle indagini poteva esserci, poteva al massimo arrivare dal Reparto Operativo. Ora leggo così. Ma in quei giorni al presenza del Ros (ma c’era anche la consorella Sco della Polizia) mi sembrò il segno dell’attenzione delle Istituzioni per l’omicidio ed il segno che vi era una forte volontà di indagare. In realtà le cose andarono diversamente» (in sostanza Canali ipotizza in seguito che in realtà l’intento dei reparti speciali era soltanto quello di stare dietro al boss Santapaola: «… avevo la sensazione che ormai, le II.TT. o quelle ambientali ovvero i servizi di osservazione e pedinamento servissero quasi esclusivamente ad individuare dove fosse Santapaola. Alfano aveva ragione, come su tutte le cose che mi aveva detto. Santapaola sembrava davvero fosse in zona. I Ros non furono mai espliciti nel dirmelo, ovviamente. Ma la mia sensazione dall’esterno (se esterno può essere un P.M. rispetto alle indagini che dovrebbe coordinare!) era che i Ros mettevano tasselli sempre più precisi o sulle persone che tenevano o avevano tenuto Santapaola ovvero mettevano tasselli sempre più precisi proprio su Santapaola stesso. Le voci di fondo e di disturbo dei barcellonesi, è noto, cercavano di spingere le indagini sul movente privato, soldi, donne, debiti, gioco d’azzardo. Devo dire che la mia idea che fosse un omicidio di mafia trovava molto tiepidi anche i colleghi della Ddda di Messina. In buona sostanza eravamo io ed Aliberti a crederci. A credere nell’indagine…». «Di certo è una cosa. Gullotti viene arrestato a due passi dall’abitazione di Alfano credo il 4 o il 6 febbraio del 1995; più tardi, molto più tardi, sapremo che in quell’abitazione lo stesso Salvo Aurelio che teneva in latitanza Gullotti, forse vi tenne anche Santapaola. E Salvo Aurelio fu intercettato a quei tempi e pende ora il processo a lui e ad Orifici per il favoreggiamento della latitanza di Santapaola. Certo la suggestione (ma è solo suggestione?) è forte. Se davvero Alfano, che era in caccia (o forse sapeva già dov’era) Santapaola, quella sera vide qualcuno che usciva da quell’appartamento?». «Abbiamo sempre pensato – prosegue Canali –, anche sulla scorta delle dichiarazioni di Mimma Alfano, che Alfano forse vide qualcuno all’angolo della P.za Trento. E se invece, quando imboccò la strada, quella sera, vide qualcuno uscire da quell’appartamento e girare per quell’angolo?. Ma se così fosse: Gullotti ne sarebbe fuori? O qualcuno aveva saputo che Alfano era sulle tracce di Santapaola? E ne aveva già deciso l’eliminazione? Io e Aliberti sapevamo di quella idea di Alfano. Su Aliberti metto io la mano sul fuoco. Per me non la metterà mai nessuno. Continuo a rimanere solo. Anzi. Ora non ho nemmeno più la famiglia Alfano con me, convinti – in buonissima fede – come sono ora che io abbia in qualche modo depistato le indagini. Forse fatto condannare innocenti».(n.a.)

BASKETTOPOLI: E’ IL GIORNO DI DINO MENEGHIN. QUESTA MATTINA INCONTRERA’ IN PROCURA IL PM MIRANDA

Il presidente della Federbasket, Dino Meneghin, e’ arrivato alla Procura di Reggio Calabria per essere sentito in relazione all’inchiesta sulle partite truccate nei campionati dilettanti maschile, A1 femminile, B maschile, A2 femminile, C maschile e B femminile. La deposizione di Meneghin era gia’ stata programmata nei giorni scorsi. Proprio stamattina l’inchiesta ha portato all’emissione di misure interdittive nei confronti degli ex vertici del Comitato italiano arbitri. Meneghin, quando e’ arrivato negli uffici della Procura, non ha fatto alcuna dichiarazione ai giornalisti ed e’ entrato nella stanza del pm Maria Luisa Miranda, titolare dell’inchiesta. Era stato il presidente della Fip, la scorsa settimana, a telefonare in Procura per chiedere l’incontro. Una scelta dettata dalla necessità di parlare con il magistrato che si occupa dell’indagine che interessa l’operato di ben 44 tesserati. Superato il comprensibile sconcerto iniziale, pur mantenendo un doveroso riserbo, SuperDino aveva scelto l’unica via ufficiale percorribile per capire cosa sta accadendo nel mondo del basket, per rendersi conto della portata dello scandalo che non appena è scoppiato ha provocato conseguenze di notevole portata. A cominciare dalle dimissioni di Giovanni Garibotti e Alessandro Campera, rispettivamente supervisore e designatore dei commissari speciali degli arbitri, che insieme con Giovanni Battista Montella, responsabile dello stesso settore, sono accusati di associazione per delinquere finalizzata a commettere una serie indeterminata di abusi d’ufficio e di frodi in competizioni sportive. Assieme ai vertici del settore Commissari risultano indagati sei arbitri e trentacinque commissari. Rispondono tutti, a vario titolo, con i tre indagati principali di un centinaio di ipotesi di abuso, violazioni della legge sullo sport e truffe. L’inchiesta della magistratura di Reggio era partita con il monitoraggio di un derby calabrese di serie C giocato nel settembre 2007. Alle segnalazioni di un arbitro reggino, Alessandro Cagliostro, erano seguiti i riscontri - attraverso l’acquisizione di documenti e dichiarazioni - di altri due “fischietti, il quarantenne casertano Vincenzo Luongo e il trentaduenne Alberto Iacomucci di Pesaro. Per i due arbitri è stato un ritorno sulla scena di un’inchiesta. Hanno infatti ribadito che il controllo delle carriere dei direttori delle gare di serie C e B era praticamente in mano a pochissime persone. Erano loro, secondo l’accusa formulata dal sostituto procuratore Maria Luisa Miranda, a decidere le sorti degli incontri, potendo contare su arbitraggi di favore. E i direttori di gara “amici”, sempre secondo l’ipotesi degli inquirenti, avevano assicurata una progressione in carriera. Luongo e Iacomucci alla fine del 2007 avevano spedito agli indirizzi di posta elettronica di Procura federale, Coni, Comitati regionali arbitri alcune mail con la descrizione di un sistema che controllava il mondo del basket delle “minors”. Quella iniziativa aveva portato all’apertura di un’inchiesta che si era conclusa con un nulla di fatto. Adesso a scuotere il mondo dei canestri ci ha pensato l’indagine condotta dal compartimento reggino della Polizia postale e delle comunicazioni. Paolo Toscano - GDS

BASKET: BUFERA SU CIA, DENUNCIATI 53 ARBITRI E COMMISSARI
Condizionamento delle candidature arbitrali e di alcune gare del campionato di basket. Questa l’accusa rivolta dal Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Reggio Calabria nei confronti dei vertici del 2007 del Comitato Italiano Arbitri: Giovanni Garibotti, Presidente, Giovanni Battista Montella, responsabile del Settore Commissari Speciali ed Alessandro Campera, designatore dei Commissari Speciali. Per tutti e tre e’ scattata la misura cautelare della interdizione dai pubblici uffici. Gli stessi, indagati per associazione per delinquere finalizzata all’abuso d’ufficio ed alla frode in competizioni sportive, sono stati denunciati dopo un anno e mezzo di indagini, insieme a 53 arbitri e commissari, appartenenti al CIA, organo tecnico della Federazione Italiana Pallacanestro. Le indagini riguardano anche alcuni presidenti di squadre che richiedevano l’invio di arbitri “compiacenti”. I reati contestati sono abuso d’ufficio e frode in competizioni sportive per avere, nelle stagioni sportive 2007/2008 e 2008/2009, condizionato le graduatorie arbitrali e condizionato alcune gare del campionato di Basket.

SPRECHI IMMORALI: PER UN MILIARDO DI DOLLARI L’AERONAUTICA COMPRA QUATTRO AEREI CISTERNA CHE NON VOLANO NEANCHE…

Nel 2001 il governo italiano firma un contratto da quasi un miliardo di dollari per l’acquisto di quattro aerei da rifornimento in volo. La scelta cade sul Boeing KC767A che al momento esisteva solo come versione ipotetica del ben noto aereo civile. C’era l’urgenza di sostituire i quattro vecchissimi Boeing 707, comprati usati (qualcuno dice esausti) dalla compagnia aerea portoghese TAP e adattati, non senza difficoltà, al ruolo di aerocisterne solo dieci anni prima. Troppo rumore e troppo inquinamento sonoro e atmosferico da quei vecchi motori, come se non fossero già stati vecchi dieci anni prima: il 707 è stato progettato alla fine degli anni ‘40. Altre “vocine” parlavano invece di difficoltà di approvvigionamento dei pezzi, costi esorbitanti per ora di volo e di forti limitazioni all’impiego degli aerei a causa del rischio di tenuta della struttura. Scegliendo un aereo molto conosciuto, il 767 era in produzione dal 1982, si pensava di avere vita facile e che i nuovi arerei sarebbero arrivati presto. L’Italia però sottoscriveva un contratto in bianco, per un aereo che - nella versione richiesta - non aveva mai volato. Essere il “cliente di lancio” non è mai un buon affare, a meno che la casa costruttrice non sia disposta a scendere molto col prezzo. Tuttavia il governo - anzi i governi vista la successione tra il 1999 ed il 2001 dei due diversi schieramenti - preso dalla smania di avere il giocattolo nuovo, come i ragazzini che fanno nottata davanti al negozio per comprare l’ultimo videogioco, firmava tutto. Un contratto di quel valore non poteva non comprendere compensazioni “offset” in quantità almeno pari alla cifra sborsata in contanti e così fu. Era un offset conglobato al contratto stesso, una specie di compartecipazione agli utili, ma anche al rischio. L’industria aeronautica italiana con tutti i suoi nomi più grossi venne coinvolta, perfino Alitalia entrò nella partita. La Boeing avrebbe fatto gli aerei e le ditte italiane si sarebbero occupare (in particolare le Officine Aeronavali di Napoli di Alenia Finmeccanica) dell’assemblaggio del sistema di rifornimento, sia per i velivoli nazionali che per quelli destinati ad altri acquirenti, il tutto all’interno di una griglia predeterminata di scadenze ed oneri dalle due parti dell’Atlantico. La consegna dei primi aerei doveva avvenire nel 2005 e terminare nel 2008. Quasi contemporaneamente all’Italia anche il Giappone sottoscrisse una commessa simile, inutile dire che anche essere il secondo cliente di lancio non è un buon affare, specie se si tiene presente che le forze aeree americane non avevano (e non hanno ancora) adottato il velivolo. Ma come? L’Usaf da sempre compra gli arerei che l’industria nazionale le propone, ma stavolta mandava avanti altri, forse per vedere quanto la strada fosse sicura. Passa il tempo e i problemi di sviluppo del nuovo sistema si sentono, in pratica le modifiche rispetto ad un 767-200 commerciale sono: militarizzazione degli impianti di comunicazione, un generale rinforzo della struttura e del pavimento del ponte principale, portellone laterale per il carico di persone e materiali e soprattutto l’integrazione dei sistema misto di rifornimento. Nella versione italiana l’aereo monta due diversi sistemi per il rifornimento: in coda un sonda rigida ad alta portata, secondo lo standard dell’Usaf. Sulle ali e sulla pancia tre sistemi flessibili a canestro adottati da tutte le altre forze aeree occidentali e dalla Us Navy. Visto che in Italia si sta usando un mix-dei due sistemi (a causa degli F16 che abbiamo in affitto, ma questa è un’altra storia) la scelta non poteva che essere la più complessa. Il primo aereo pagato dall’Italia vola dal 2004, ma i piloni delle stazioni di rifornimento flessibili sotto le ali e sotto la pancia creano vortici e vibrazioni, è pericoloso e non si può avanzare nella produzione. Negli Usa comincia una campagna di prove in volo con decine di prove e tentativi, ma nel frattempo il tempo passa. La Boeing da la colpa ai fornitori italiani che non rispettano i tempi di consegna, le responsabilità si rimpallano, e alla fine del 2007 decide di far da se. Intanto i 767 giapponesi “passano avanti”, sembra perché siamo più semplici da far volare, visto che hanno solo il sistema rigido in coda. Sarà, ma anche per loro la prima consegna è a febbraio 2008. Ora sembra che i problemi di integrazione siano stati risolti, ma di vedere gli arerei in Italia se ne parla forse da quest’anno e dal maggio 2008 non vola più nemmeno l’ultimo dei vecchi 707. Il sistema delle compensazioni è in discussione e la Boeing - vista la figuraccia rimediata - rischia di perdere la gara che l’Usaf ha bandito per centinaia di velivoli. Verrebbe da sorridere: uno strumento di guerra in meno - le aerocisterne servono per tenere in volo per più tempo i bombardieri - è sempre una buona cosa… Già, ma alla fine questa storia è un altro buco dove far sparire i soldi: un miliardo di dollari e si badi bene, sono dollari “costanti” cioè al riparo dalle bizzarrie dei cambi. Un miliardo per quattro aerei… un affare, per chi? Il KC767A non vola, ma di sicuro certi stipendi e certe carriere non restano al palo. Paolo Busoni - Peacereporter

CARI COLLEGHI, MA NON VI VERGOGNATE UN PO’?: PROCESSO A PINO MANIACI, L’ODG SICILIANO SI COSTITUISCE PARTE CIVILE!

La sezione siciliana dell’Ordine dei giornalisti ha deciso di costituirsi Parte Civile contro il direttore di Telejato, Pino Maniaci, nel procedimento contro di lui per esercizio abusivo della professione di giornalista. Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico di Partinico il prossimo otto maggio. Secondo l’accusa, Maniaci, “con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso”, avrebbe esercitato abusivamente l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato.

Di fronte alla gravità della presa di posizione dell’ODG siciliano che, invece di schierarsi dalla parte di Pino Maniaci, minacciato di morte e scortato, gli si mette contro, rinnoviamo il nostro sostegno e la totale solidarietà a un uomo che, senza tesserino professionale, rende onore alla professione giornalistica al di fuori della “casta” di certi giornalisti tesserati, magari proprio quelli che sgomitano per sedersi in prima fila ai funerali. SI CHIEDA CON FORZA LO SCIOGLIMENTO DELL’ORDINE!

L’ETICA INSANGUINATA: L’ALLEANZA TRA CHIESA E FINMECCANICA. UN POLO SCIENTIFICO CON I SOLDI DELLE ARMI

Un festival della scienza a Owerri dal 24 aprile al 2 maggio. E’ questo il primo passo per la costruzione di uno Science center in Nigeria. Promosso dal Pontificio consiglio della cultura e dall’Ufficio per la pastorale universitaria della diocesi di Roma e dall’Assumpta Science centre di Owerri, il progetto è finanziato anche da Finmeccanica, la principale holding armiera italiana. Continua così indisturbata l’operazione di restyling d’immagine della società. Rimane il dubbio se la Chiesa si sia posta il problema etico nell’accettare il contributo di un’azienda che vende, anche nel continente, carri armati, aerei e navi da guerra oltre che grandi sistemi di difesa. Le persone che la società proclama di difendere attraverso queste campagne sono le stesse che muoiono sotto il fuoco degli armamenti venduti. Forse che per Finmeccanica questi finanziamenti rappresentano una sorta di tardiva espiazione? Quello di Owerri è solo uno dei tre progetti patrocinati dalla Chiesa a cui partecipa la holding italiana sul territorio africano. Tre iniziative ribattezzate proprio dalla stessa multinazionale militare “Mwana Simba‿ . Nella Repubblica democratica del Congo Finmeccanica supporta economicamente, in collaborazione con le missioni salesiane, il College “Technique Don Bosco” di Kinkasa. In Camerun, invece, nel distretto di Nbanda, grazie agli investimenti della società italiana verrà realizzato un villaggio fornito di assistenza scolastica e sanitaria “sotto la responsabilità diretta della diocesi di Eseka”. Non sarebbe certo la prima volta che l’azienda di industria militare italiana usa le campagne di solidarietà, soprattutto rivolte all’Africa, per costruirsi una facciata etica.  Finmeccanica, nonostante la crisi economica mondiale, ha chiuso il 2008 in attivo. Stefania Berlasso - Nigrizia

PROCESSO MARE NOSTRUM, CASO CANALI: PUBBLICHIAMO LA LETTERA DELL’AVV. REPICI. ‘IL DR. CANALI HA TESTIMONIATO IL FALSO…’

Alla Corte d’assise d’appello di Messina
(Pres. dr. Brigandì)
e p. c. al Procuratore della Repubblica di Messina
al Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria
Procedimento n. 3/08 r.g. ass. app.

Signor Presidente e Signori Giudici,
negli ultimi mesi, a cagione di talune inusitate (per usare toni moderati) iniziative di taluni difensori del presente processo, mi sono trovato, mio malgrado, particolarmente sovraesposto. Inusitatamente, da difensore, mi sono ritrovato oggetto di acquisizioni probatorie. Addirittura, in quello che (è bene ricordare) è un processo per gravi fatti di mafia, si è affermato che io sarei stato a conoscenza dell’innocenza di mafiosi condannati per omicidio e che, per sovrapprezzo, avrei al riguardo omesso di interpellare l’A.g., pur di evitare che quei mafiosi possano essere scagionati. Ovvie, allora, sono le ragioni per cui ho abbandonato il ruolo di difensore nel presente processo. Alla fine è giunta in proposito la inusitata (per mantenere toni moderati) deposizione testimoniale del dr. Olindo Canali, le cui affermazioni orali hanno ridotto al superfluo il pericoloso significato (pericoloso per la mia persona) che poteva trarsi dalle sue stesse parole scritte dell’11 gennaio 2006. Ho atteso, anche dopo la deposizione del dr. Canali, eventuali nuove sortite di qualche difensore sul tema che aveva riguardato anche la mia persona. Non ne sono giunte ed ha avuto, così, avvio la requisitoria del P.m.. Sono, allora, qui a segnalare alcuni dati a mia conoscenza in ordine a quanto riferito dal dr. Canali nel corso della sua deposizione. Faccio ciò perché, come ho già avuto modo di dire, ritengo che sugli operatori di giustizia il dovere civico di riferire all’A.g. le proprie cognizioni incomba in modo ancor più cogente che per qualunque altro cittadino. E faccio ciò perché il dr. Olindo Canali ha testimoniato il falso su alcuni punti che ritengo di particolare rilievo. La più eclatante falsità ammannita dal dr. Canali alla Corte è stata la sua negazione di aver, nel periodo in cui aveva redatto la propria lettera dell’11 gennaio 2006, elaborato altri documenti sugli stessi argomenti per i quali è stato chiamato a testimoniare. Il dr. Canali ha recisamente negato che ciò possa essere accaduto. Sennonché ciò è, per l’appunto, plasticamente falso. Ho contezza diretta di ciò, non foss’altro perché nello stesso periodo il dr. Canali inviò a me, in allegato a una e-mail trasmessami, un memoriale parecchio più corposo, approfondito e dettagliato di quello recante la data dell’11 gennaio 2006. È già il numero di pagine del documento trasmessomi a suo tempo a testimoniare quanto ho appena scritto. Si tratta, infatti, di un documento di 27 (ventisette) pagine. Altra menzogna il dr. Canali ha riferito al riguardo del duplice omicidio Iannello-Benvenga, episodio delittuoso che compare fra le imputazioni del presente processo. Preso atto dell’interesse processuale mostrato dalla Corte per l’inusitata lettera del dr. Canali recante la data dell’11 gennaio 2006 e per le inusitate modalità con le quali essa ha trovato ingresso nel processo ed ha poi condotto all’esame testimoniale del dr. Canali, sono stato posto di fatto nell’obbligo di segnalare quanto sopra alla Corte d’assise d’appello di Messina, per ogni determinazione di Sua competenza.
Con osservanza,
Fabio Repici