Reggio Calabria - Antonio Angelo Pelle, pluripregiudicato di 42 anni e considerato un esponente di spicco della ‘ndrangheta di San Luca, in Calabria, è evaso nei giorni scorsi dal carcere romano di Rebibbia. Lo riferisce una fonte investigativa, dopo che la notizia è stata pubblicata stamani dal quotidiano locale “Calabria ora”. L’uomo, che era in regime di semilibertà, non è rientrato in cella dopo aver terminato il suo turno di lavoro. Pelle era stato arrestato dalla Direzione investigativa antimafia di Roma nel 2003. La zona di San Luca ha fatto da scenario alla faida di ‘ndrangheta tra le famiglie Pelle-Vottari e Nirta-Strangio, conclusasi con la strage di Duisburg del Ferragosto 2007. Secondo gli inquirenti, prima del suo arresto Pelle era a capo di una banda armata che assaltava le banche del Lazio insieme ad un uomo ritenuto della mafia russa. Pelle - attualmente ricercato da polizia e carabinieri - è il nipote del boss di San Luca Antonio Giorgi, detto “il cicero”, anziano patriarca condannato all’ergastolo che, secondo la corte di assise di Catanzaro, per saldare un debito con la mafia pugliese assoldò i killer che uccisero l’ispettore di polizia Salvatore Aversa e la moglie.
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Concluso il braccio di ferro fra L’Ordine dei giornalisti della Sicilia e quello Nazionale. Da questa mattina Pino Maniaci è ufficialmente iscritto all’Ordine. Il giornalista, non da oggi, ha dichiarato: «Finita finalmente questa ridicola vicenda dell’esercizio abusivo di professione. Ringrazio tutti quelli, colleghi e non e in particolare Enzo Iacopino segretario nazionale dell’Ordine, che hanno sostenuto la mia posizione. Buffo, da oggi mi accuseranno di essere anche io della casta».
P. Orsatti
A Pino Maniaci e a tutta la redazione di Telejato l’abbraccio da enrciodigiacomo.it e il profondo ringraziamento per il loro lavoro al servizio di un’informazione libera.
La ‘ndrangheta, come un’autorità di frontiera, controllava nel porto di Gioia Tauro un imponente traffico di merce contraffatta che si snodava attraverso rotte internazionali. Alle spalle un’organizzazione smascherata dai carabinieri del Ros che hanno raccolto i tasselli di un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma. Le cifre dell’operazione riverberano la ramificazione di un gruppo capace di inondare il mercato con centinaia di migliaia di scarpe e capi di abbigliamento “griffati”: solo tra i mesi di agosto e ottobre del 2008, i carabinieri hanno sequestrato 90 mila paia di scarpe “Nike” (valore dieci milioni di euro) che viaggiavano in nove container. Ieri il Ros ha tirato le redini dell’inchiesta, arrestando dodici persone - sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Roma - con l’accusa di «associazione per delinquere finalizzata all’introduzione di ingenti quantitativi di merce contraffatta». Tra gli arrestati cinque calabresi: Salvatore Lania, 41 anni di Seminara, residente a Roma, commerciante; Domenico Russo, 42 anni, di Seminara, residente a Reggio Calabria, imprenditore; Luigi Longo, 45 anni, di Taurianova, anch’egli imprenditore; Giovanni Piccolo, originario di Seminara, 36 anni, operatore economico; Italo Mario Giuseppe Solano, consigliere comunale a Nicotera , dipendente dell’Agenzie delle dogane di Gioia Tauro. Nella rete sono finiti anche quattro cittadini della Repubblica Ceca (raggiunti da mandati di cattura europei), un imprenditore di Latina e Germano Ventura, nato a Benevento, 42 anni, ma residente a San Ferdinando, amministratore della società di import-export M.C.S. Secondo l’accusa dall’Asia, Cina e Vietnam, approdavano a Gioia Tauro carichi manovrati da Roma, supportati da una cellula dell’organizzazione con base nella Repubblica Ceca e la «compiacenza» del funzionario delle dogane. Il ruolo della ‘ndrangheta era quello di garantire il passaggio della merce e d’incassare le tangenti. «L’organizzazione – ha spiegato il comando di Roma – aveva varie componenti: quella romana era posta al vertice e aveva il compito di gestire i consistenti flussi in Italia; quella in repubblica Ceca che si relazionava con i calabresi e faceva da intermediaria con l’altra componente cino-vietnamita. In Repubblica Ceca infatti esiste una forte presenza vietnamita. Il porto di Gioia Tauro era l’accesso in Italia e Europa, grazie da un lato alla presenza di un funzionario dell’ufficio Dogane, e dall’altro all’appoggio di un’organizzazione di matrice ‘ndranghetista che in cambio di ingenti mazzette assicurava la protezione ai traffici». L’inchiesta, hanno aggiunto gl’investigatori del Ros, ha trovato linfa «in un rapporto molto efficace con la stessa agenzia delle dogane». Il congegno delle indagini ha funzionato anche grazie alla collaborazione con la polizia della Repubblica Ceca, «encomiabile», hanno ribadito i carabinieri. Nell’ambito dell’operazione è stato eseguito un decreto di sequestro preventivo di una società di import-export, attiva nel porto di Gioia Tauro. I militari hanno così ricostruito la mappa del traffico e incastonato i ruoli, secondo una collaudata “staffetta”. Gli articoli falsificati in Cina e Vietnam sbarcavano in Italia. All’interno dell’area portuale calabrese – secondo i Ros – i container venivano presi in consegna da una società di spedizioni che, attraverso i rapporti con un funzionario doganale, aggirava i controlli e inviava la merce presso un magazzino in provincia di Roma, utilizzato per lo stoccaggio. La componente ceca, ponte tra asiatici e calabresi, era incaricata di falsificare la documentazione di accompagnamento della merce. L’organizzazione poteva contare anche su una fitta rete di commercianti vietnamiti attivi anche in Polonia, Ungheria, Austria e Germania. Erano loro gli ultimi rivoli del traffico. «L’indagine – ha sottolineato il Ros – è un’ulteriore prova della centralità del porto di Gioia nelle rotte dei traffici illeciti provenienti dall’area asiatica. Lo scalo portuale calabrese resta peraltro al centro dell’interesse delle locali cosche della ‘ndrangheta, con cui sono risultati in contatto alcuni degli indagati». Antonio Siracusano - GDS
Scheda
L’operazione dei Rosha smantellato un’organizzazione che gestiva un traffico di merce contraffatta. Tra gli arrestati cinque calabresi: Salvatore Lania, 41 anni di Seminara, residente a Roma, commerciante; Domenico Russo, 42 anni, di Seminara, residente a Reggio Calabria, imprenditore; Luigi Longo, 45 anni, di Taurianova, anch’egli imprenditore; Giovanni Piccolo, originario di Seminara, 36 anni, operatore economico; Italo Mario Giuseppe Solano, consigliere comunale a Nicotera, dipendente dell’Agenzie delle dogane di Gioia Tauro. Nella rete degl’investigatori sono finiti anche quattro cittadini della Repubblica Ceca (raggiunti da mandati di cattura europei), un imprenditore di Latina e Germano Ventura, nato a Benevento, 42 anni, ma residente a San Ferdinando, amministratore della società di import-export M.C.S.
Caso Molini Gazzi. Il sostituto procuratore della Repubblica, dott. Adriana Sciglio, ha concluso ieri mattina gli interrogatori dei due indagati. Si tratta dell’ ing. Luciano Taranto (progettista e direttore dei lavori edilizi) e del dott. Francesco Pulejo (commissario liquidatore della società). Sia l’ing. Taranto, sentito giorni addietro, che il dott. Pulejo, rispondendo alle domande rivolte dal pm, hanno ribadito la completa estraneità a qualsiasi fatto illecito ipotizzato nei loro confronti, producendo una corposa documentazione. L’ipotesi di reato avanzata dai sostituti procuratori Adriana Sciglio e Fabrizio Monaco è quella di avere cominciato i lavori edilizi in assenza di concessione nonché con l’impiego di somme di spettanza del proposto concordato preventivo della società. Per quanto concerne la prima ipotesi accusatoria il Tribunale del Riesame ne ha già escluso la sussistenza disponendo, lo scorso 22 maggio, il dissequestro dello stabilimento di via Bonino, sede della “Molini Gazzi” e ordinando l’immediata restituzione dell’immobile; per quanto concerne invece la seconda ipotesi accusatoria, ovvero l’impiego delle somme, il dott. Pulejo ha prodotto tutta la documentazione contabile a computazione dell’accusa ed a riprova che le somme impiegate erano proprie e non quelle del concordato preventivo. Gli indagati sono assistiti dagli avvocati Sandro Troja, Antonio Catalioto, Nicola Giacobbe e Franca Risica. I sigilli alla fabbrica dismessa di via Bonino erano stati apposti dalla polizia municipale, dopo la nota con la quale il “Dipartimento attività edilizie” comunicava che il progetto per la realizzazione di un complesso edilizio non avrebbe osservato tutte le prescrizioni del Regolamento edilizio e delle Norme di attuazione. Con tale atto il Dipartimento riteneva di aver interrotto i termini previsti per legge. I ricorrenti hanno sostenuto, invece, che «il termine poteva essere interrotto solo entro 30 giorni dalla richiesta di concessione (ovvero entro il 12 gennaio 2009) e poiché l’Ufficio entro tale termine non ha richiesto alcuna integrazione documentale nè, nei successivi 45 giorni, è stata formulata una proposta motivata di provvedimento da inviare alla Commissione edilizia, essendo trascorsi 120 giorni dal ricevimento dell’istanza, la domanda deve ritenersi definitivamente accolta». Infine, «al momento della comunicazione dell’inizio dei lavori, la concessione edilizia è da ritenersi validamente assentita».(gi.pa.)
Il lodo Impregilo si avvicina al bivio finale. Nei giorni del “terremoto giudiziario” che adesso vede la Procura di Messina indagare su alcuni risvolti della vicenda, è stata intanto fissata per il 10 giugno al Tribunale di Trappitello l’udienza che deciderà la legittimità o meno della richiesta di pignoramento di 23 milioni di euro, avanzata dall’impresa nei confronti delle casse del Comune di Taormina. Stavolta si entrerà nel merito del dibattimento e arriverà, insomma, un verdetto importante. “Imprepar-Impregilo” ha infatti presentato un nuovo ricorso al Tribunale di Trappitello, stavolta in opposizione alla sospensiva che era stata ottenuta a marzo dai legali del Comune sul pignoramento da 23 milioni di euro reclamato dalla società milanese. Nelle scorse ore la Giunta di Taormina ha conferito incarico legale agli avvocati Scuderi e Munafò per opporsi al ricorso di Impregilo e difendere il Comune nell’udienza sulla richiesta di esecutività immediata del lodo. A Trappitello sarà in discussione il principio di legittimità e contestuale esecutività della procedura con la quale Impregilo da tempo sostiene debbano essere subito prelevati 23 milioni dal forziere di Palazzo dei Giurati. Con questo ennesimo ricorso, Impregilo si è mossa per bloccare la richiesta di estinzione del maxi-pignoramento che Taormina già si avviava a rivendicare alla luce della sospensiva ottenuta a febbraio sulla suddetta procedura, intentata nel 2003 dal general contractor di Sesto San Giovanni. Tra pochi giorni, in buona sostanza, si avrà un verdetto che servirà da prologo per l’appuntamento finale, quello cruciale, in sede di Cassazione (si terrà entro fine anno?). Dopo il giudizio del Tribunale di Trappitello potrebbe arrivare a breve distanza anche quello del Tribunale di Giarre, dove rimane in corso un ulteriore filone del contenzioso. È ancora in “riserva” infatti l’esito della disputa tra Impregilo e la “Banca S. Marco di Calatabiano”, tesoreria del Comune di Taormina. E non si esclude che la decisione del giudice a Giarre, come detto, possa arrivare poco dopo la sentenza del Tribunale di Trappitello. In entrambi i casi Impregilo punta al pignoramento: da un parte direttamente contro il Comune, dall’altra contro la tesoreria. A Giarre la “Banca S. Marco” si sta difendendo dalla contestazione di «responsabilità del non avvenuto pignoramento delle presunte somme dovute». La linea difensiva, condivisa dal Comune e dalla banca, è volta a dimostrare nelle due aule di tribunale che ad oggi non si può dar corso alle sentenze di 1° e 2° grado del lodo (che sono state favorevoli entrambe a Impregilo) né sarebbe quindi possibile effettuare il prelievo dei 23 milioni. Di diverso avviso, ovviamente, è Impregilo. Forse già la prossima settimana, infine, ci sarà un apposito vertice in Comune sul lodo Impregilo, nell’ottica del quale sarà chiesto di partecipare al dibattito all’ing. Concetto Costa, che nel settembre 2008 fu nominato dal sindaco Mauro Passalacqua nella qualità di esperto per il lodo. Al professionista, il cui mandato operativo scadrà il prossimo 30 giugno, saranno chieste indicazioni sulle strategie per la prosecuzione di questo complesso iter, e ciò avverrà contestualmente alle valutazioni che dovranno fare la Giunta e il Consiglio comunale. E non va dimenticato che sempre a Trappitello resta in corso il primo grado di un’ulteriore causa nella quale Impregilo reclama 7 milioni 200 mila euro. Emanuele Cammaroto - GDS
STRETTO di Messina spa e la statunitense Parsons Transportation Group (project manager consultant-consulente del progetto) hanno sottoscritto un’intesa per concordare tempi e modi di ripresa contrattuale e una rapida definizione delle questioni connesse alle pregresse attività svolte in relazione al ponte sullo stretto. Al project manager consultant sono affidate le attività riguardanti il controllo e la verifica della progettazione definitiva, esecutiva e della realizzazione del Ponte e dei suoi collegamenti stradali e ferroviari. «E’ un altro importante passo in avanti verso la realizzazione, secondo il timing a suo tempo concordato con l’Anas. Il ponte – afferma il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Altero Matteoli – è considerato un’opera prioritaria del Governo». «Grazie a questa intesa, che segue l’accordo con il contraente generale – afferma in una nota l’amministratore delegato della Società Stretto di Messina, Pietro Ciucci – ora tutto è pronto per il riavvio delle attività. Voglio sottolineare che anche in questo caso abbiamo previsto la possibilità di anticipare alcune attività, al fine di velocizzare al massimo i tempi di realizzazione». L’efficacia dell’atto è in ogni caso subordinata all’approvazione da parte del concedente ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dell’intesa in questione nonchè dell’accordo sottoscritto con il contraente generale.

