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IL PRESUNTO COMPLOTTO CONTRO I PM DELLA DDA DI REGGIO CALABRIA SI RIVELA UNA BUTADE: TUTTI ASSOLTI!

Il Gup del Tribunale di Catanzaro ha assolto pienamente con la formula “perché il fatto non sussiste†Francesco Gangemi, giornalista e direttore del periodico reggino “Il Dibattitoâ€, Riccardo Partinico, l’on.le Paolo Romeo, l’on.le Amedeo Matacena e l’avv. Giorgio De Stefano dai reati di associazione mafiosa, minaccia in danno di taluni magistrati facenti parte della DDA di Reggio Calabria e rivelazione di segreti d’ufficio. Il Giudice ha anche disposto il dissequestro del periodico “Il Dibattitoâ€. Il giornale era in sequestro dal 9 novembre 2004 in quanto, secondo i Pm della DDA di Catanzaro Mariano Lombardi, Mario Spagnuolo e Luigi de Magistris, l’organo di stampa era uno strumento di delegittimazione dei Pm reggini. In particolare, per i Pm di Catanzaro il giornale era utilizzato dal gruppo mafioso riconducibile al clan ‘ndranghetistico De Stefano – Tegano per diffondere, dal febbraio 2001, notizie calunniose e false ai danni di magistrati inquirenti reggini (Vincenzo Macrì, Francesco Mollace, Alberto Cisterna e Giuseppe Verzera) al fine di “delegittimarliâ€, dividerli al loro interno e così depotenziare la lotta al malaffare mafioso ingaggiata dalla DDA reggina. Nell’inchiesta giudiziaria denominata “Caso Reggioâ€, scoppiata con gli arresti eclatanti eseguiti la mattina del 9 novembre 2004 dalla Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria, erano stati coinvolti anche l’on.le Angela Napoli, al tempo vice presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, l’on. di AN Giuseppe Valentino, Paolo Bruno, in allora magistrato presso la Suprema Corte di Cassazione e l’avv. Ugo Colonna. In particolare, la posizione processuale di quest’ultimo, insieme ad altri, è stata favorevolmente chiusa sin dal 2005 con una archiviazione per insussistenza del fatto da parte del Gip catanzarese. Rammentiamo che l’arresto del professionista messinese è stato poi definito, nel corso del 2007, dai Pm della DDA di Catania che svolgevano la requisitoria finale del processo a carico, tra gli altri, di Sparacio, di Alfano Michelangelo e dell’ex magistrato della PNA Giovanni Lembo, come un atto di GRAVE inquinamento probatorio all’interno del processo catanese, nel 2004 in pieno svolgimento. L’inchiesta condotta dai Pm catanzaresi Lombardi, Spagnuolo e de Magistris - nessuno di costoro è più in servizio in quella sede giudiziaria - nacque sulla scorta della denunzia dei Pm reggini Vincenzo Macrì e Francesco Mollace (quest’ultimo ora in predicato di essere trasferito presso la Procura Generale di Messina) che nel 2002 ritennero che Gangemi su Il Dibattito pubblicasse a loro danno notizie false e calunniose, in parte utilizzando anche notizie coperte dal segreto investigativo. Tale intento perseguito dal giornalista reggino si saldava, in ipotesi d’accusa, con la volontà dell’on. Paolo Romeo, di Matacena e altri di “delegittimare†alcuni Magistrati reggini, sempre nell’ottica di favorire la ‘ndrangheta, calunniando onesti e capaci servitori dello Stato. L’inchiesta, tuttavia, ha perso per strada un pezzo dopo l’altro. Dopo i sei arresti del novembre 2004, a esempio, alcuni indagati hanno dimostrato come l’oggetto delle pubblicazioni giornalistiche, al di là dei toni usati talora molto accesi, riguardava fatti che non erano né falsi, né calunniosi, così come mancava la prova della pubblicazione di notizie ancora segrete. Da qui le prime archiviazioni. Ma anche dopo la richiesta di rinvio a giudizio, al termine della discussione nel corso del giudizio abbreviato il Pm ha chiesto l’assoluzione per tutti gli imputati restanti con l’eccezione del giornalista Gangemi e di Paolo Romeo. Di oggi la sentenza, sia pur non definitiva, che ha assolto insieme agli altri imputati anche questi ultimi due e che ha reso carta straccia l’intera inchiesta sul Caso Reggio. da Imgpress

TRUFFA A COMUNE MESSINA: INDAGATO CAPO GABINETTO DEL SINDACO

Il capo di gabinetto del sindaco di Messina, Antonio Ruggeri, e’ indagato per truffa ai danni dello stesso ente. Il Procuratore aggiunto, Vincenzo Barbaro, gli ha fatto notificare un’informazione di garanzia dalla sezione di Pg della Polizia ritenendo che il perito industriale, Ruggeri - che e’ anche presidente ed amministratore delegato dell’Ato3 e direttore del Polo catastale dopo essere stato un semplice dipendente del Dipartimento patrimonio del Comune - vanti crediti “gonfiati” per gli incarichi esterni di consulenza relativa alla catastazione degli immobili comunali effettuate a partire dal 1993. Proprio lo scorso 22 maggio un commissario ad acta, Matilde Mule’ - inviato a Palazzo Zanca dal prefetto Francesco Alecci - ha ordinato al Comune il pagamento a Ruggeri di 726 mila euro sulla base di una sentenza del Tar di Catania che gli riconosceva il credito vantato e rivendicato con una serie di decreti ingiuntivi ai quali Palazzo Zanca non si e’ mai opposto. Il pagamento dei 726 mila euro avverra’ in due tranches: 467 mila euro, comprese le spese e gli onorari di giudizio ammontanti complessivamente a 17 mila euro, entro il 30 giugno e 276 mila euro entro il 30 giugno 2010. Per far fronte al debito Palazzo Zanca ha dovuto dismettere la vecchia scuola “Cola Camuglia”. L’inchiesta della Procura adesso pero’ potrebbe far riasparmiare parte di quei soldi al Comune di Messina. L’inchiesta era stata aperta dal Procuratore aggiunto, Barbaro, circa un mese fa e la polizia giudiziaria aveva acquisito gli atti e le delibere comunali, sentendo, come “persone informate sui fatti”, Diane Litrico, dirigente dell’Area coordinamento risorse intere e del Dipartimento gestione giuridica del personale, e Vincenzo Schiera, dirigente del Dipartimento patrimonio. A presentare un esposto-denuncia, a fine aprile, alla Corte dei Conti ed alla Procura erano stati tre consiglieri della stessa magggioranza di centrodestra guidata dal sindaco Giuseppe Buzzanca, Giuseppe Melazzo (Udc), Nello Pergolizzi e Claudio Canfora (entrambi Pdl). I tre consiglieri hanno chiesto conto al sindaco di questo “conflitto d’interessi” del capo di gabinetto.

IL NUOVO ORDINE MONDIALE E’ GUERRA: US ARMY VICENZA, AFRICOM E IL RWANDA, UNA LEZIONE DI CINISMO

A Gabiro, 130 chilometri a nord-est della capitale Kigali, sorge la scuola di addestramento fanteria ed artiglieria delle forze armate del Rwanda. Fu aperta nell’aprile del 1994, il fatidico mese in cui un missile terra-aria abbatté l’aereo in cui viaggiavano Juvénal Habyarimana, presidente del Rwanda, e Cyprien Ntaryamira, presidente del Burundi. Con l’assassinio dei due capi di Stato, il Rwanda precipitò in una delle più sanguinose guerre civili della storia. E la scuola militare di Gabiro divenne uno dei principali centri operativi del “Rwandan Patriotic Front/Armyâ€, l’esercito guidato dall’allora generale Paul Kagame, odierno presidente del Rwanda. Nel presidio di Gabiro fu pure allestito un campo di prigionia per centinaia di militanti Hutu. Molti di essi, non ne uscirono vivi. Da qualche tempo nella scuola di addestramento di Gabiro operano alcuni ufficiali di US Army Africa, il comando per le operazioni terrestri delle forze armate statunitensi nel continente africano che è stato insediato l’autunno scorso a Vicenza. I militari, congiuntamente ad un contingente dell’esercito britannico di stanza in Kenya, addestrano il personale delle forze armate ruandesi nelle tattiche d’intervento e “bonifica†di aree densamente abitate, quelle sperimentate in Afghanistan ed Iraq dalla 173^ Brigata aviotrasportata USA di Vicenza. Non è questo l’unico intervento in terra africana del personale di US Army Africa. Recentemente sono state realizzate analoghe missioni in Uganda, Botswana e nel Corno d’Africa. Quella del Rwanda è però una delle campagne più complesse ed articolate del comando militare statunitense di Vicenza. Oltre alle esercitazioni presso la scuola di Gabiro, ci sono pure le iniziative di “rafforzamento delle capacità logistiche e di trasporto militare†nell’ambito del cosiddetto “ADAPT - Africa Deployment Assistance Phased Trainingâ€, il programma creato lo scorso anno da Washington per migliorare le capacità di pronto intervento dei principali partner africani. Anche US Air Forces Africa (AFAFRICA), il comando per le operazioni aeree nel continente africano, sta conducendo stage di formazione per il personale dell’aeronautica militare. L’ultimo è avvenuto lo scorso mese di aprile e ha avuto come oggetto il controllo dello spazio aereo. Tra i “docenti†assegnati all’aeroporto di Kigali, ufficiali e piloti della 17^ Brigata aerea USA (recentemente riattivata nella base tedesca di Ramstein) e del 145° Stormo della Guardia Aerea Nazionale di Charlotte, North Carolina. Dal 2007, con i fondi di un altro importante programma di aiuti militari al continente (“Africa Contingency Operations Training Assistance (ACOTA)â€, il personale USA ha addestrato direttamente più di 12.000 uomini delle forze armate ruandesi. Il Rwanda è sicuramente uno dei paesi chiave nella nuova strategia di penetrazione politica e militare degli Stati Uniti nel continente africano. Tanto importante che recentemente è stato meta di una visita di tre giorni da parte del generale statunitense William E. Ward, comandante in capo di AFRICOM, il comando delle forze armate USA per l’Africa. Dopo aver assistito ad alcune esercitazioni congiunte USA-Rwanda nei campi-presidi di Gabiro e Gako, Ward ha incontrato i giornalisti preannunciando il “rafforzamento della cooperazione militare†tra i due paesi, specie nel settore della “lotta ai traffici di drogaâ€, nelle acque del Lago Kivu, al confine con la Repubblica Democratica del Congo. AFRICOM rafforzerà la propria azione anche nel campo della “formazione†degli ufficiali locali. Il comando USA collabora già con l’Accademia militare di Nyakinama (istituita nel 2001); adesso, grazie ai fondi dell’International Military Education and Training Program (IMET), una quarantina di appartenenti alle forze armate ruandesi potranno specializzarsi nei principali college di guerra degli Stati Uniti. In aggiunta, Africom offrirà assistenza alla “Scuola Ufficiali†che entrerà in funzione in Rwanda entro il 2012. È tuttavia l’ambigua operazione di “stabilizzazione del Darfurâ€, quella che ha assorbito il maggior numero di risorse umane e finanziarie della partnership Washington-Kigali. Attualmente 3,454 “peacekeepers†ruandesi sono impegnati nella regione occidentale del Sudan nell’ambito della missione internazionale voluta dall’ONU e dall’Unione Africana. L’aeronautica militare USA ha garantito tutte le operazioni di trasporto del personale, dei sistemi d’arma e dell’equipaggiamento pesante delle forze armate del Rwanda, sin dall’avvio della missione in Darfur (ottobre 2004). Di conseguenza è frequente la presenza nello scalo aereo di Kigali di aerei carco C-130 “Hercules†e C-17 “Globemaster†del Comando USA per la Mobilità Aerea (AMC), e di team operativi dell’US Air Force provenienti dalle basi di Ramstein, Mildenhall (Gran Bretagna) e Charleston (South Carolina). L’ultimo grande ponte aereo Rwanda-Darfur è stato attivato da AFAFRICA tra il gennaio e il febbraio di quest’anno. Prima del loro trasferimento, i “peacekeepers†hanno partecipato ad un addestramento specifico a Gako, con l’immancabile presenza dei “consiglieri†di US Army Africa, giunti apposta da Vicenza. Lo zampino USA c’è pure dietro l’attacco scatenato il 20 gennaio 2009 a nord di Goma, Repubblica democratica del Congo, dalle forze armate ruandesi e da quelle congolesi, contro le Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (Fdlr). L’operazione, pianificata e coordinata da Washington, ha avuto il merito di accelerare la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi e liberare Kivu da un personaggio ormai scomodo a tutti, il generale Laurent Nkunda, comandante dell’Fdlr. Nkunda è stato catturato infatti dalle forze ruandesi e adesso dovrà rispondere processualmente di gravissimi crimini: omicidi generalizzati, stupri di massa e reclutamento forzato di bambini. “La nuova cooperazione raggiunta tra Rwanda e Repubblica del Congo consente un positivo sviluppo in direzione della pace nella regione dei Grandi Laghiâ€, ha dichiarato il generale Ward nel corso della sua recente visita in Rwanda. Un ottimismo certamente esagerato, specie se si guarda all’odierna situazione sociale, politica ed economica dei due paesi. In Rwanda, in particolare, è unanime la valutazione che si è ancora distanti anni luce da una reale riconciliazione nazionale. Il paese è fortemente segnato dal genocidio, dalla rigida separazione “etnicaâ€, dal clima generale d’impunità e dalla violazione sistematica dei diritti umani. I reporter indipendenti denunciano gli asfissianti controlli esercitati dal governo sull’intera popolazione e il clima di terrore generale. La “Rete internazionale per la promozione e la difesa dei diritti dell’uomo in Rwanda†segnala come “la deriva totalitaria del regime è inarrestabile, la discriminazione etnica raggiunge il culmine, le libertà pubbliche e i diritti fondamentali sono costantemente violati, la giustizia popolare divide i cittadini tra vincitori e vintiâ€. Nel suo ultimo rapporto annuale, Amnesty International ha accusato le forze armate, i servizi di sicurezza e la polizia ruandesi di “uso eccessivo†della forza e di praticare sistematicamente la tortura. Una condizione di profonda inagibilità democratica perfettamente nota negli Stati Uniti d’America. Nel suo report sui diritti umani del 2007, il Dipartimento di Stato ha infatti stigmatizzato il bilancio del governo del Rwanda in tema di difesa dei diritti dell’uomo. “Ci sono casi di abusi graviâ€, segnalava Washington. “Si nota un aumento di esecuzioni extragiudiziarie, di arresti e di detenzioni arbitrarie da parte dei servizi di sicurezza (…) I crimini impuniti rimangono numerosiâ€. Ciononostante gli aiuti e i programmi di addestramento militare statunitensi sono cresciuti esponenzialmente: il loro valore è stato di 811 milioni di dollari nel biennio 2008-09, più i 500 milioni previsti per il 2010 con l’International Military Education and Training Program (IMET). Altri 200 milioni di dollari in “aiuti militari diretti†dovrebbero arrivare a Kigali il prossimo anno. La fiducia del Pentagono per la tenuta “democratica†delle forze armate ruandesi non è stata turbata neanche dalle risultanze delle inchieste promosse dalle autorità giudiziarie spagnole e francesi sugli omicidi di cittadini dei due paesi commessi tra il 1990 e il 2002 in Rwanda e nella Repubblica Democratica del Congo. Il 6 febbraio 2008, il tribunale di Madrid ha emesso quaranta mandati di cattura nei confronti di altrettanti militari ruandesi, accusati di genocidio e terrorismo. Tra i principali indiziati, il generale Karake Karenzi, alla guida della forza multinazionale di “peacekeeping†in Darfur. Dopo la conquista Tutsi di Kigali, il generale Karake sarebbe stato tra i responsabili dei massacri scatenati nei campi profughi ai confini con il Congo dove si erano nascosti gli estremisti Hutu responsabili della prima fase del genocidio. Sempre secondo i magistrati spagnoli, nel 2000 l’alto ufficiale era al comando delle truppe che nel corso di uno scontro armato con reparti ugandesi a Kisangani in Congo, causarono la morte di 760 civili innocenti. Grazie alla protezione del presidente Kagame (altro “big†accusato di crimini contro l’umanità) e del grande alleato statunitense, Karake Karenzi è stato mantenuto al suo incarico di vice-comando della missione ONU-UA in Darfur sino al 3 maggio 2009. Legittimando l’establishment politico-militare ruandese, il Pentagono ha contribuito a cementificare il regime di apartheid etnico che contraddistingue le forze armate locali: più del 90% del personale appartiene infatti alla minoranza Tutsi. E mentre il Rwanda è solo 165° nella classifica mondiale in termini di indici di sviluppo umano e più di un terzo della popolazione vive in condizioni di estrema povertà, il settore militare assorbe annualmente il 13% del prodotto interno lordo e più del 10% degli aiuti internazionali. Antonio Mazzeo
fonte: a_mazzeo@yahoo.com

L’ARRESTO DEL GIUDICE SICILIANO, DEFINITO DAL GIP ‘DALLA PERSONALITA’ PERICOLOSA ED INCLINE ALLA ILLEGALITA”: LE CLAMOROSE ACCUSE DI MICHELE CAUDO A FRANCANTONIO GENOVESE. L’INCREDIBILE INDIFFERENZA DEL PROCURATORE

IL GIUDICE PINO SICILIANO - FOTO: ENRICO DI GIACOMO

DALL’ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE - TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA
Con riguardo alla personalità del SICILIANO, pericolosa ed incline alla illegalità, merita questa sede, riportare lo stralcio di due passi di conversazioni intrattenute con l’amico e politico Michele CAUDO e contenute nella più volte citata informativa di reato della P. G. procedente del 27/02/2008:

(…omissis…)

Alle successive ore 16.51, i due amici risalgono sull’autovettura ed intraprendono, su iniziativa del Procuratore Aggiunto SICILIANO un importante scambio di idee. In particolare, SICILIANO si consiglia con l’interlocutore sull’opportunità, con l’approssimarsi delle consultazioni elettorali, di prendere contatti con GENOVESE FRANCANTONIO. Con straordinaria chiarezza CAUDO ritiene che sia preferibile non stabilire tale contatto argomentando che alle ultime elezioni GENOVESE ha condotto uno scambio di voti mediante l’elargizione di somme di denaro ai ‘capi clan’ di talune zone della città notoriamente controllate dalla locale criminalità organizzata.

(…omissis…)

Nella parte conclusiva di tale conversazione si apre un ulteriore passaggio delicato. SICILIANO si sta facendo accompagnare su un cantiere edile per prendere visione di un complesso residenziale in costruzione, per l’acquisto di un appartamento che però verrebbe intestato ad un prestanome e verso l’applicazione di trattamenti economici di favore. Emerge chiaramente che il Procuratore Aggiunto sia consapevole che in relazione a quel complesso edilizio è stato instaurato un procedimento penale.

(…omissis…)

(Progr. n° 1230 del 05.02.2007, ore 16.51)

INTERLOCUTORI:
CAUDO MICHELE: M
SICILIANO GIUSEPPE detto PINO: P

(…OMISSIS…)

Ore 16.57′33”
M: Sempre sulla vicenda elettorale, no, non ti conviene, tu
P: no, lo sai perchè, la volta scorsa…GENOVESE
M: ora mi sono ricordato una cosa…
P: c’è stata tutta una cosa di… acquisti di voti di scambio,…incompr…, essenzialmente che si comprava i voti…
M: si, si…”assai” ne ha comprato…
P: ah?
M: “assai” ne compra
P: eh…
M: ed è un problema, ne compra molti, mediamente le fasce sub-urbane, il suo potere è quello, se non c’erano i soldi lui non vinceva…
P: ah… certo
M: ma siccome tutta questa gente c’ha queste aspettative, insomma, la zona… villaggio Aldisio, S. Lucia, Giostra, Ritiro… qua, qua l’unico mezzo elettorale serio è quello, e lui… ha gli uomini che si muovono, la è la…
P: ma quanto cazzo…cioè, non è che paga il voto…
M: no…
P: lui paga una persona che possa…
M: paga, paga, paga, paga…
P: paga i “mafiuseddi”… ah, ah…
M: gente… hanno parlato di cifre…
P: grosse?
M: a “capi clan”
P: ah?
M: hanno parlato, poi con i… incomp… 30, 40 mila… incomp…
P: …incomp…voti…

(…omissis…)

I PREDETTI PASSAGGI SONO (TRISTEMENTE) EMBLEMATICI DELLA PERSONALITA’ DEL SICILIANO, FACILMENTE INCLINE A SCADERE NELLA ILLEGALITA’ PER IL PERSEGUIMENTO DI INTERESSI PERSONALI ED ECONOMICI. PER CONVERSO, NESSUN INTERESSE DESTANO IN LUI, PROCURATORE AGGIUNTO DELLA REPUBBLICA, LE AFFERMAZIONI DEL SUO ‘AMICO’ SULLA COMPRAVENDITA ED I RIFERIMENTI A “MAFIUSEDDI” E “CAPICLAN”.

MESSINA, L’ARRESTO DEL GIUDICE: NELLE PAROLE DEL GIP TASSONE IL ‘SISTEMA SICILIANO’. LE FREQUENTAZIONI ‘INTERESSATE’ CON MICHELE CAUDO (SEGRETARIO PROV. UDC E COMPONENTE CDA AMAM), SARINO BONAFFINI…

Sono 357 le pagine dell’ordinanza di custodia cautelare. Ed è l’occhio “estraneo” di un magistrato, il gip di Reggio Calabria Kate Tassone, che esamina il “magma giudiziario-amministrativo” che ha portato agli arresti domiciliari l’ex procuratore aggiunto Pino Siciliano per concussione, in un caso secondo il giudice realizzata, in altri due solo tentata. A conclusione di un’inchiesta gestita dal sostituto procuratore di Reggio Calabria Beatrice Ronchi. Un’inchiesta che poggia su una mole notevole di intercettazioni ambientali, nell’ufficio del magistrato messinese, e telefoniche; su una lunga lista di interrogatori di “persone informate sui fatti” – tra cui l’ex assessore comunale all’Urbanistica Antonio Catalioto e l’ex commissario del Comune di Taormina Antonino La Mattina –, e poi dello stesso indagato, sentito dal sostituto Ronchi con al fianco sempre il procuratore capo di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone. E su due anni di lavoro della Squadra Mobile di Messina, coordinata dal capo dell’ufficio investigativo Marco Giambra e dal funzionario Giuseppe Anzalone. Questa mattina, a Reggio Calabria, accompagnato dal suo difensore di fiducia, l’avvocato Franco Bertolone, il magistrato Siciliano sarà nuovamente sentito dal gip Tassone. Sullo sfondo di tutto le “7 vicende” di cui s’è occupato il magistrato Siciliano in questi ultimi anni: Lodo Impregilo e MessinAmbiente a Taormina, zone Zps a Messina, Centro commerciale Auchan a Messina, ex Hotel Castellamare a Taormina, e poi la rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta “Oro Grigio”, infine il «concorso per ricercatore del figlio Francesco». Di queste sette vicende esaminate hanno assunto valenza in questo provvedimento cautelare solo cinque casi, quindi almeno in questa fase il gip esclude dal contesto il caso Auchan e quello del concorso universitario, spiegando che in ogni caso su queste due vicende le indagini proseguono. E che – si legge tra le righe –, globalmente insieme al magistrato sono state iscritte nel registro degli indagati almeno altre 6/7 persone. Scrive il gip Tassone che «… quanto alla gravità del compendio indiziario non può che constatarsi che è proprio l’indagato, e le persone coinvolte nell’indagine anche quando lo sono come persone informate sui fatti, se non persone offese, a consegnare al giudice, e alla collettività, in base all’evidenza disponibile, uno spaccato incredibile di come è stato distorto l’esercizio della funzione giudiziaria, quello che dovrebbe essere il luogo del rispetto delle regole, del riconoscimento e della tutela e giammai degli abusi». E veniamo ai cinque capi d’imputazione. Nel primo caso di tentata concussione relativa alla vicenda ex Hotel Castellamare di Taormina secondo il gip Tassone l’ex procuratore aggiunto Siciliano avrebbe «tra l’aprile ed il luglio 2008 – dopo aver strumentalmente iscritto il procedimento n. 2041/07 A.G. Atti per intervenire ed influire sul processo amministrativo pendente al Tar di Catania tra la Srl Decisa ed il Comune di Taormina (patrocinato formalmente dall’avv. Maimone Ansaldo Patti Fabrizio, ma di fatto dal proprio figlio Siciliano Francesco, incompatibile all’esercizio della professione legale in quanto ricercatore universitario) ed avente ad oggetto la ristrutturazione dell’Hotel Castellammare di Taormina –, prima con pressioni e minacce implicite, poi con minacce esplicite di perseguirlo penalmente, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere l’ing. Spampinato Francesco – nominato perito dal Tar nella predetta causa –, a redigere un elaborato peritale favorevole al Comune di Taormina (e quindi anche all’attività professionale del figlio Francesco) e, una volta depositata la relazione, a modificarne quegli aspetti astrattamente favorevoli alla Srl Decisa [«giova evidenziare – scrive il gip –, che la società Decisa Srl (facente capo all'importante gruppo imprenditoriale catanese della famiglia Ciancio, citata anche dal procuratore Siciliano nel corso di una conversazione registrata nel suo ufficio...»), risulta difesa dal prof. avv. Aldo Tigano]; in tal modo volendo ottenere, altresì, un ritorno vantaggioso per l’accrescimento della propria influenza». Maimone Ansaldo Patti e Francesco Siciliano, – scrive il gip –, nel corso dell’indagine hanno acquistato un appartamento per 160.000 euro, verosimilmente per «l’avvio futuro di uno studio legale in comune». L’altra tentata concussione si riferisce al Lodo Impegilo, un contenzioso “storico” del Comune di Taormina, nell’ordine di decine di milioni di euro. Secondo il gip Tassone il magistrato Siciliano avrebbe «… su istigazione di Occhipinti Domenico, liquidatore della Spa Impregilo, per il tramite dell’amico Michele Caudo (attuale segretario provinciale dell’Udc, n.d.r.), compiva atti idonei diretti in modo non equivoco ad indurre La Mattina Antonino, commissario straordinario del Comune di Taormina, ad accettare la proposta transattiva di 26 milioni (di euro) in merito a un contenzioso civilistico tra il predetto Comune e la predetta Spa; somma di cui 2 milioni sarebbero stati divisi tra coloro che avrebbero contribuito al buon esito dell’affare». La concussione si sarebbe realizzata invece nel caso della Zps, poiché il magistrato messinese avrebbe indotto «… i membri della Commissione di valutazione di incidenza ambientale (tra cui Pitalà Leone e Dolfin Sergio) ed i funzionari presso il Settore edilizia privata dell’Ufficio urbanistica del Comune di Messina (tra cui l’arch. Schiera Vincenzo e Cacciola Vincenzo) ad attribuire indebitamente utilità all’ing. Sansone (dirigente dell’assessorato regionale Territorio e ambiente di Palermo), consistite nel riconoscimento della competenza dell’ufficio del Sansone presso l’assessorato regionale in materia di valutazione di incidenza ambientale nelle Zone a protezione speciale (Zps), esautorando l’organismo comunale e la citata Commissione, ed altresì consistite nell’ottenere un ritorno vantaggioso per l’accrescimento della propria influenza». Ci sono poi contestati la rivelazione di segreto d’ufficio e il favoreggiamento personale per la vicenda “Oro Grigio”, vale a dire l’aver fatto giungere all’architetto Manlio Minutoli, all’epoca a capo dell’Urbanistica del Comune, per il tramite del comune amico Michele Caudo (attualmente sotto processo a Reggio Calabria per questa vicenda, n.d.r.), la voce che era sottoposto a intercettazioni ambientali. Secondo il gip Tassone in questi anni il procuratore Siciliano avrebbe avuto una «… stretta frequentazione con personaggi, quali imprenditori (Migliardo Mario, Bonaffini Sarino, Occhipinti Domenico), funzionari pubblici (La Mattina Antonino, l’ing. Sansone), politici locali (Caudo Michele), che «non appariva… meramente contenuta nella sfera delle conoscenze e degli affetti privati, ma piuttosto motivata e coltivata per la tipologia delle attività svolte da tali soggetti, come se i poteri o le attribuzioni, di cui ciascuno dei protagonisti era titolare, venissero messi a disposizione degli altri, al fine di ottenere un vantaggioso ritorno». Scrive poi il gip Tassone in tema di gravi indizi che «Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria e della Squadra Mobile della Questura di Messina, sezione criminalità organizzata di cui si deve apprezzare lo scrupolo ed il rigore investigativo non disgiunti dalle oggettive difficoltà (non ultimo un comprensibile disagio) connesse a dover condurre indagini a carico di un magistrato con cui, probabilmente, erano state condotte insieme altre attività investigative, hanno portato alla luce un vero e proprio “sistema” creato dall’indagato, in cui il potere connesso all’esercizio di una determinata funzione (giurisdizionale requirente), è stato utilizzato in modo distorto ed illecito con una valenza intimidatoria in grado di provocare una pressione psicologica sulle vittime, convinte della necessità, per evitare conseguenze dannose, di dare o promettere utilità». E scrive ancora che «Il sistema (40-45 anni di attività) creato dal dott. Siciliano ha fatto si che vi fosse l’adesione alle richieste, esplicite o implicite, del dott. Siciliano». Nuccio Anselmo - GazzettadelSud

CALCIOPOLI, IL PROCESSO: DAL CIN ‘MESSINA-VENEZIA, QUATTRO PRESIDENTI MI AVEVANO AVVERTITO…’. IL RUOLO DEGLI AMICI DEGLI AMICI…

Al processo di Calciopoli, in corso al Palazzo di Giustizia di Napoli, si è registrata la deposizione dell’ex direttore sportivo dei lagunari che è tornato a parlare della gara disputata il 18 aprile 2004 e vinta dai giallorossi tra le polemiche. Dal Cin, che ha comunque precisato di non poterne provare l’illecito, ha detto che alla vigilia dell’incontro quattro presidenti gli avevano telefonato per annunciargli che l’arbitro Palanca avrebbe determinato un “risultato negativo” per la sua squadra.
Altra giornata cruciale per il processo di Calciopoli in corso al Palazzo di Giustizia di Napoli dopo le undici condanne chieste dai pm Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci. L’ex direttore sportivo del Venezia, Franco Dal Cin, ascoltato dal giudice Maria Teresa Casori in qualità di testimone, è ritornato sulla gara tra Messina e Venezia, disputata il 18 aprile 2004 sul campo neutro di Bari e terminata 2-1 in favore dei giallorossi. Il match, che fu preceduto dalle roventi polemiche in merito alla squalifica del “Celeste” e per la discutibile scelta dello stadio pugliese quale sede dell’incontro, vide finire nell’occhio del ciclone l’arbitro Palanca, contestato dai lagunari (finiti in 8 a causa delle espulsioni di Liendo, Maldonado e Soviero) per la concessione di un calcio di rigore ai peloritani nel finale. Da lì scaturì l’incredibile reazione del portiere Soviero che in preda ad un raptus di follia si scagliò contro i componenti della panchina del Messina. Secondo quanto dichiarato da Dal Cin, alla vigilia di quella partita quattro presidenti di società (Cellino, Zamparini, Spinelli e Ruggeri) gli avrebbero telefonato per annunciargli che l’arbitro avrebbe determinato un “risultato negativo” per la sua squadra. Il torneo 2003-04 vide la promozione in A della formazione allenata da Mutti e la salvezza dei veneti dopo lo spareggio con il Bari. Dal Cin, rispondendo alle domande dei pm Beatrice e Narducci, ha ricordato che il Messina all’epoca aveva come direttore sportivo Mariano Fabiani, ritenuto nell’ambiente amico del dg della Juventus Luciano Moggi. L’ex ds del Venezia ha parlato di una “organizzazione che pensava a favorire qualcuno e anche qualcun altro” ovvero “gli amici degli amici”. Alle domande dei legali della difesa, se avesse cognizione diretta sull’esistenza di illeciti, Dal Cin ha spiegato che queste cose “si sapevano” aggiungendo tuttavia “di non poterlo provare”. L’udienza ha fatto registrare inoltre la testimonianza dell’ex presidente del Bologna Giuseppe Gazzoni Frascara. L’allora patron rossoblu si è soffermato sui fatti del campionato 2004-2005 che vide la retrocessione dei felsinei tra i cadetti. Gazzoni, tornato per l’ennesima volta sulla vicenda giudiziaria riguardante l’iscrizione al massimo campionato 2005-2006, ha ribadito che a suo parere Messina e Reggina non erano in regola ed ha puntato l’indice contro Franco Carraro, ritenuto il maggiore responsabile del danno arrecato al club emiliano. di Alessandro Calleri