IL PROCURATORE di Palermo Francesco Messineo non ha condizionato l’attività di indagine su suo cognato, l’imprenditore Sergio Sacco, che ad aprile è stato iscritto nel registro indagati con l’accusa di fittizia intestazione di beni, aggravata dall’agevolazione di Cosa Nostra, inchiesta ora affidata al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, dopo l’astensione dello stesso Messineo. E il suo prestigio non è stato scalfito nè da questa nè da precedenti vicende giudiziarie (chiuse con il proscioglimento) che hanno riguardato il cognato - col quale peraltro non ha più rapporti da “30 anni”- e il fratello Mario imputato di truffa aggravata. Sono queste le ragioni per le quali la Prima Commissione del Csm ha chiesto all’unanimità l’archiviazione del fascicolo aperto, dopo che i giornali avevano scritto di indagini a carico di Sacco. Proposta su cui mercoledì dovrà pronunciarsi il Plenum. La Commissione ha svolto una lunga istruttoria: ha ascoltato il Pg di Palermo Luigi Croce, gli aggiunti di Messineo Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato, i sostituti Gabriele Paci e Annamaria Picozzi. E alla fine ha constatato «la mancanza di elementi tali da ingenerare il dubbio che il dott. Messineo non sia più compatibile con l’ambiente di Palermo e con le sue funzioni a causa di parentele scomode». Per quanto riguarda il cognato, le ultime indagini - scaturite dalle dichiarazioni del pentito Andrea Bonaccorso secondo cui Sacco si sarebbe intestato alcuni cavalli di valore, appartenenti al boss del quartiere palermitano di Brancaccio , Andrea Adamo - «stanno seguendo il loro corso naturale, senza che vi sia alcun imbarazzo o condizionamento». E comunque «tutti i provvedimenti adottati o non adottati nei confronti del cognato del Procuratore, come quelli adottati nei confronti del fratello» dello stesso Messineo «sono la conseguenza di scelte discrezionali e giuridiche proprie dei magistrati assegnatari dei fascicoli, nelle quali è decisamente da escludere abbiano influito i rapporti di parentela e di affinità». Fatti che peraltro «non hanno scalfito il prestigio» del procuratore, che ha garantito “coesione” tra i suoi pm nell’azione di contrasto a Cosa Nostra, con «eccellenti risultati».
MESSINA - Arrestato dai carabinieri di Patti, nel messinese, un cittadino romeno di 33 anni nei cui confronti era stato emesso un ordine di cattura internazionale, a seguito di una condanna per omicidio e furto in Romania. L’uomo, ricercato da maggio dell’anno scorso, si nascondeva nell’abitazione di una connazionale, che e’ stata arrestata per favoreggiamento.
L’ex procuratore aggiunto di Messina, Pino Siciliano, oggi in servizio come sostituto nella stessa Procura, e’ agli arresti domiciliari da oggi pomeriggio. Il provvedimento cautelare, firmato dal gip del Tribunale di Reggio Calabria, Kate Tassone, su richiesta del sostituto procuratore Beatrice Ronchi, e’ stato notificato al magistrato nella sua abitazione dalla Squadra Mobile di Messina. Le ipotesi di reato sono di concussione e di due tentativi di concussione. In particolare viene addebitato a Siciliano di aver “condizionato”, nella conduzione di inchieste penali da lui coordinate, alcune vicende di carattere amministrativo relative a controversie tra il Comune di Taormina (Messina) e due imprese. In un caso, si tratta del contenzioso con l’Impregilo, poi concluso da una transazione, per l’appalto della gestione dei parcheggi. L’altro riguarda invece la ristrutturazione dell’hotel “Castellammare” da parte dell’impresa “Decisa srl”. Proprio la tranche relativa alla ristrutturazione dell’albergo, datata, almeno sulle carte, inizio 2008, coinvolge nomi eccellenti, messinesi e catanesi. Gli investigatori hanno passato ai raggi x anche l’assetto societario dell’impresa, e qualcosa non quadrerebbe. Il nome degli altri soggetti coinvolti è al momento top secret. La concussione viene invece ipotizzata per un presunto interessamento di Siciliano per far si’ che la competenza sulla valutazione di incidenza ambientale delle Zone a protezione speciale interessate dai progetti fosse trasferita dal Comune alla Regione.
“Se c’è un amministrazione che è destinata ad avere un ruolo nevralgico per il futuro sviluppo dell’intera area metropolitana dello Stretto questa è il Comune di Villa San Giovanni”. “Sul suo territorio ricade, almeno per il versante calabrese, il grande progetto del Ponte Sullo Stretto. La fine anticipata della sindacatura a guida Pd, da sempre ostile all’idea del Ponte sullo Stretto, causata dalle dimissioni in massa di ben undici consiglieri comunali, tra i quali il segretario cittadino proprio del partito democratico e altri eletti di centrosinistra, apre oggi scenari del tutto nuovi”. “Adesso presto la parola tornerà ai cittadini che, recandosi alle urne per eleggere il nuovo Sindaco, avranno l’occasione per esprimere i loro consensi non solo al Pdl ma, soprattutto al lungimirante progetto del Ponte sullo Stretto che sarà un sicuro volano di sviluppo, fonte di nuova occupazione per molti giovani, motivo di progresso economico per l’intera Area metropolitana dello Stretto. Oggi c’è di nuovo la possibilità per i cittadini di dire Si al futuro, di dire Si al Ponte sullo Stretto e dimostrarsi amici del vero cambiamento”.
Quasi 300mila euro di frode fiscale. Nell’ambito dell’attività di contrasto alle frodi nel settore dell’Iva intracomunitaria, i funzionari del servizio Antifrode dell’Ufficio delle Dogane di Messina hanno scoperto un’evasione di imposta di 291.213 euro. La frode è stata attuata da una ditta operante nel settore del commercio di moto da cross, ricambi ed accessori provenienti da paesi comunitari. I titolari della ditta sono stati denunciati all’Autorità giudiziaria.
ROMA — La lista dei sedici nomi era pronta. Qualche alto papavero ministeriale, qualche superburocrate, qualche tecnico. Pronti per avere il bollo del governo: commissari alle grandi opere pubbliche. Uno per ognuna delle infrastrutture strategiche per il Paese. Impacchettata per il via libera del Consiglio dei ministri della scorsa settimana, all’ultimo momento è stata rimessa nel cassetto. Tutto rimandato. A quando? Appena possibile. Ma a questo punto, settimana più, settimana meno… Da quando il governo ha varato il decreto anticrisi con le misure urgenti (urgenti!) per far ripartire l’economia, fra cui figura proprio (articolo 20) l’istituzione dei commissari per mettere il turbo alle opere infrastrutturali che procedono a passo di lumaca, sono passati sei mesi. Quattro, invece, da quando il Parlamento ha convertito definitivamente in legge il provvedimento. Ma dei famosi commissari nemmeno l’ombra. Si dirà che per i tempi italiani, dove le decisioni si prendono al ritmo delle ere geologiche, quattro o sei mesi non sono niente. Peccato soltanto che gli effetti della crisi non aspettino i comodi della nostra burocrazia.
Negli ambienti della maggioranza, dove i commissari vengono ovviamente difesi a spada tratta, si rigetta la tesi che tutto si sia bloccato a causa di contrasti politici o scontri fra poteri. I continui rinvii avrebbero a che fare piuttosto con altre questioni. Prima è sorto il problema di definire con esattezza le risorse a disposizione per il nuovo piano di infrastrutture: a un certo punto era stata ventilata l’eventualità di dirottare lì una parte dei soldi non utilizzati per gli ammortizzatori sociali. Poi c’è stato il terremoto dell’Abruzzo, che ha oggettivamente complicato tutto. Con la conseguenza di rendere più difficile la decisione sulle opere da accelerare. Quali affidare ai commissari? Il Ponte sullo Stretto di Messina? La Salerno-Reggio Calabria? Oppure il Mose? O magari la fantomatica autostrada Livorno-Civitavecchia, che sta tanto a cuore al ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, sindaco di Orbetello? Inutile dire che anche qui c’è stato un bel tira e molla.
Non che non ci siano anche altri problemini. Vero è che i nuovi commissari si sono visti accrescere i poteri rispetto ai loro precedessori. Per esempio, potranno agire in deroga ad alcune norme vigenti, in caso di necessità. Ma anche intervenire quando ci si trovi di fronte a ritardi ingiustificati. E perfino proporre la revoca dei finanziamenti. Senza però avere in mano i cordoni della borsa, che restano saldamente in pugno alle cosiddette «stazioni appaltanti »: le Ferrovie, l’Anas… Un meccanismo che rischia di mettere oggettivamente i commissari in contrasto con i vertici di quelle «stazioni appaltanti ». Ecco perché Angelo Cicolani, ex direttore generale dell’Astaldi, parlamentare del Pdl considerato fra i massimi esperti di questo settore, aveva suggerito di nominare commissari proprio loro. Soluzione ora sempre possibile, ma non esplicitamente prevista.
Esiste poi una pattuglia di burocrati frenatori che, in centro e in periferia, ha sempre considerato i commissari un’inutile iattura, buona soltanto a pestare i piedi ai provveditori alle opere pubbliche. Insomma, non manca nemmeno chi, sotto sotto, non ha mai smesso di remare contro. C’è da dire che i precedenti non sono esaltanti. I commissari alle grandi opere sono un’invenzione del primo governo di Romano Prodi, ministro l’ex sindaco di Venezia Paolo Costa. Senza grandi risultati. Non migliore fu l’esperienza dei commissari nominati nel 2003 dal secondo governo di Silvio Berlusconi, che con la legge obiettivo contava di rinverdire (parole dell’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi) i fasti del Colosseo e delle Piramidi. «Avevano poteri limitati. E sono serviti concretamente in poche occasioni», ricorda oggi uno di loro: Aurelio Misiti, ex presidente del consiglio superiore dei Lavori pubblici, assessore della Regione Calabria, attualmente parlamentare dell’Italia dei Valori. Allora i commissari si dividevano cinque macroaree. A Misiti toccò il Sud e la Sicilia. Ma dopo qualche tempo si dimise in polemica con il governo avendo preso atto che, nonostante quanto era scritto nel piano delle grandi opere, non c’era alcuna intenzione di realizzare l’alta velocità ferroviaria fra Salerno e Palermo. Il secondo governo di Romano Prodi, estremamente diffidente nei confronti del piano infrastrutturale berlusconiano e diviso al proprio interno, dove i Verdi esercitavano un notevole potere di condizionamento, ereditò con il massimo scetticismo quei commissari. E alla scadenza degli incarichi non li rinnovò: da allora sono passati più di due anni. Sergio Rizzo - corriere.it