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CONSORZIO AUTOSTRADE SICILIANE: SOTTO INCHIESTA LE ULTIME DUE GESTIONI. TRA GLI INDAGATI GLI EX PRESIDENTI MINARDO E VALENTI. GLI ALTRI NOMI

C’è un “atto visibile” per l’inchiesta sul Consorzio autostrade siciliane, che ha scandagliato le ultime due gestioni amministrative che si sono succedute nel tempo. Quella del modicano Antonino Minardo e quella molto più recente della siracusana Patrizia Valenti, che solo da qualche giorno ha lasciato il passo al neo commissario messinese Manlio Munafò. L’inchiesta era aperta da un paio di mesi ma l’atto “visibile” più recente sono le sei informazioni di garanzia inviate dal sostituto procuratore di Messina Vincenzo Cefalo, con cui s’ipotizzano le accuse di abuso d’ufficio e rifiuto-omissione di atti d’ufficio per tre vicende distinte. Riguardano l’ex presidente Antonino “Nino” Minardo, i membri del CdA Carmelo Torre, Angelo Paffumi e Giuseppe Faraone, l’ormai ex presidente Patrizia Valenti e il funzionario dell’ente Felice Siracusa. Nella prima tranche d’indagine risultano coinvolti Minardo, Torre, Paffumi, Faraone e Siracusa, il primo come presidente, gli altri tre come membri del Consiglio direttivo e l’ultimo come dirigente generale facente funzioni. C’è al centro una delibera “incriminata”, che fu adottata il 20 settembre del 2007 con cui si affidò all’ingegnere Vincenzo Pozzi, ex supermanager dell’Anas, il ruolo di direttore generale del Consorzio autostrade siciliane. Questa nomina fu contestata all’epoca da alcuni membri del CdA (Dario La Fauci, Luigi Ragno e Ferdinando Cammissuli, che votarono contro in quella seduta di settembre, mentre furono a favore il presidente Minardo, il vicepresidente Carmelo Torre, Angelo Paffumi e Giuseppe Faraone), è fu poi oggetto di una formale richiesta di revoca da parte dell’architetto La Fauci, che sottolineò in particolare il mancato confronto fra curricula diversi ed è più volte stato sentito in Procura su questa vicenda. L’abuso si sarebbe concretizzato perché, semplificando, per un verso non ricorreva il presupposto dell’impossibilità oggettiva di utilizzare personale interno, ed ancora perché non venne espletata la cosiddetta procedura comparativa per la scelta del contraente, in concreto non venne esaminata nessun’altra candidatura. L’altro capo d’imputazione messo nero su bianco dal sostituto peloritano Vincenzo Cefalo è il rifiuto di atti d’ufficio, ma si sarebbe concretizzato in due vicende separate. La prima riguarda Minardo, Torre, Paffumi e Faraone, che sempre il 20 settembre del 2007 formalizzando la delibera di affidamento dell’incarico a Pozzi, con un compenso di 107.000 euro annui lordi, non hanno di conseguenza eseguito una sentenza del Tar del 2006 con cui si obbligava il Consorzio a procedere all’approvazione della graduatoria del concorso interno per titoli, proprio per coprire il posto di dirigente generale, e quindi anche la determina del commissario ad acta del maggio 2006 che aveva approvato la graduatoria. L’ultima vicenda di gestione del Cas che fa parte dell’inchiesta, ma in questo caso ci sono stati più pronunciamenti da parte di tribunali amministrativi, riguarda l’ormai ex presidente Patrizia Valenti, la “lady di ferro” che aveva dato una sterzata verso la normalità. Il reato che contesta il magistrato è sempre il rifiuto d’atti d’ufficio ma in questo caso la vicenda è diversa: la Valenti in qualità di presidente del Cas nominata nell’aprile del 2008 dopo le dimissioni di Nino Minardo, ha rifiutato di eseguire un provvedimento del Tar di Catania che le imponeva l’assunzione immediata dell’avvocato Olivia Pintabona a direttore generale nonostante la diffida. La Pintabona con il Cas da tempo aveva avviato una vera e propria battaglia legale. Sempre in relazione a questa vicenda secondo il magistrato messinese c’è anche un profilo omissivo, perché la Valenti non convocò il Consiglio direttivo per deliberare il conferimento dell’incarico. Nuccio Anselmo - GDS

UNA VOCE SCOMODA E DA DIFENDERE: PINO MANIACI DENUNCIA ‘VOGLIONO AMMAZZARMI!’

“Non sono solo i detrattori, gli sciacalli. Ci sono indagini in corso su cui non posso dire nulla. Esiste un piano della mafia per eliminarmiâ€.
Pino Maniaci non è uomo che perda facilmente l’autocontrollo. E’ abituato a convivere con l’odore della paura, con la puzza del sudore che ti inzuppa la camicia ad ogni sussurro, ad ogni soffio di vento. Di recente, una sentenza ha assolto il giornalista di Telejato a Partinico da un’accusa assurda: l’esercizio abusivo della professione. Come se il possesso di un tesserino – che fu elargito post mortem a tanti martiri dell’informazione – fosse da solo il marchio di fabbrica di una condotta commendevole. Ora, Pino Maniaci – il cronista di  provincia che ha collezionato inchieste scoop contro la mafia - parla con livesicilia. E svela: “Vogliono farmi fuoriâ€.

Pino Maniaci, chi l’ha messa nel mirino?
“Le famiglie di Borgetto, Montelepre, Partinico, Cinisi e Terrasini. Ci sono indagini in corso. Devo essere cautoâ€.

Lei sta dicendo che c’è un piano per la sua eliminazione fisica?
“Sì. Indubbiamente, c’è. Hanno dato il via liberaâ€.

E come vive?
“L’ho messo in conto da tempo. So che potrebbe succedermi qualcosa. Ho un rammarico: avere tirato la mia famiglia dentro questa storiaâ€.

I suoi figli, per esempio. Negli occhi di Letizia brilla il fuoco dell’informazione.

“Lei è peggio di meâ€.

La sua è una zona calda.
“Tanti omicidi sotto le mie finestre. Come pensare di non rimanere coinvolti?â€

Alla fine Pino Maniaci è stato assolto dall’accusa di esercizio abusivo.

“Ringrazio l’ordine dei giornalisti nazionale per la solidarietà. Ringrazio Enzo Iacopino e Giacomo Clemenziâ€.

E l’ordine regionale?
“E’ irritatoâ€.

Ha paura?
“Affronto la vita con coraggio. Finché…â€.

Finché?

“Finché c’èâ€.

Tratto da:
ILIVESICILIA.IT - di Roberto Puglisi

URANIO IMPOVERITO, LA DENUNCIA DEI SOLDATI ITALIANI: Quelli che rimangono ‘invisibili’… I morti sarebbero circa 170 e i malati più di 2.500!

L’ultima denuncia è di pochi giorni fa: la moglie di un militare romano di 49 anni ha rivelato che il marito è morto a novembre per un adenocarcinoma, un tumore maligno presumibilmente di origine polmonare. Il militare era stato in missione in Kosovo, a Pec, dal 2000 al 2001, in veste di radiologo. In una lettera al sito Vittimeuranio.com la donna chiede che sia fatta luce e giustizia sulla morte del marito. Secondo il bilancio ufficiale del ministero della Difesa, alla fine del 2007 le morti riconducibili all’uranio impoverito sono 77 e i malati 312. Diversi numeri dell’Osservatorio militare, ente coordinato da Domenico Leggiero, un elicotterista di Sesto Fiorentino a riposo: i morti sono circa 170 e i malati più di 2.500, dagli anni Novanta ad oggi.
L’ITALIA CHIAMÃ’ - Ai drammatici effetti dell’uranio impoverito è dedicata un’inchiesta, «L’Italia chiamò» (libro e dvd, Edizioni Ambiente, 2009), di tre giornalisti: Leonardo Brogioni (uno dei fondatori dell’associazione culturale Polifemo), Angelo Miotto (PeaceReporter) e Matteo Scanni (coordinatore della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica e autore di film e cortometraggi). È un lavoro multimediale, ovvero composto da testi, video, audio e foto. I protagonisti sono quattro militari italiani che hanno partecipato alle missioni di pace in Bosnia, Kosovo e Iraq: tre di loro, malati di tumore, affrontano una difficile quotidianità. Il quarto, Luca Sepe, è morto nel 2004 e nel documentario viene raccontato dalle parole del padre: «Da quando si è ammalato ed è deceduto mio figlio, a casa mia non si sorride più, c’è sempre un silenzio di tomba, non ci sono più feste comandate né compleanni, per noi il tempo si è fermato» dice Antonio Sepe.
RACCONTI DEI SOLDATI - Emerico Laccetti ha 47 anni ed è sopravissuto a un linfoma non Hodgkin (tumore maligno del tessuto linfatico): «La prima volta che ho sentito parlare dell’uranio impoverito è stato leggendo un giornale gratuito distribuito nella metropolitana di Roma - racconta -. Nessuno dei miei superiori si è mai fatto vivo quando stavo male, l’unica telefonata interessata è stata quella della Commissione Mandelli, che dal 2000 lavorava per accertare gli aspetti medico-scientifici dei casi di tumore segnalati sui militari impegnati in Bosnia e Kosovo». Poi c’è Salvatore Donatiello, ex sergente di Sparanise (Caserta), anche lui colpito da linfoma non Hodgkin durante le esercitazioni al poligono interforze di Capo Teulada, in Sardegna. «Dormivamo e mangiavamo nelle tende, camminavamo su terreni non bonificati e c’erano dappertutto resti di proiettili di ogni tipo, anche americani» è la sua testimonianza. Ultimo protagonista di questo viaggio negli inferi è Angelo Ciaccio, colpito due anni fa da leucemia mieloide acuta (patologia tumorale delle cellule del midollo osseo): ha la testa rasata e deve portare sempre una mascherina sulla bocca dopo il trapianto al midollo; è stato sottoposto a decine di sedute di chemioterapia. «Ho prestato servizio a Sarajevo, alla caserma Tito Barrak - spiega -, ma penso di essermi ammalato Iraq per i continui bombardamenti».
OPERAZIONE VULCANO - Gli autori hanno allegato al lavoro anche un video, girato dai soldati e tuttora classificato come riservato, che mostra le procedure standard adottate durante l’”operazione Vulcano”, una bonifica effettuata in Kosovo nel novembre 1996. I soldati seppelliscono in una buca le armi e le munizioni abbandonate dall’esercito americano e dagli alleati, poi le fanno brillare: una nuvola radioattiva copre il cielo. Nessuno indossa tute o maschere di protezione. A distanza di pochi anni il destino dei 14 uomini della squadra Vulcano è segnato: otto si ammalano, due muoiono di tumore, altri due mettono al mondo figli con gravi malformazioni, scoprendo dagli esami microbiologici che anche il liquido seminale può trasformarsi in agente contaminante. «Solo in Kosovo gli americani e i loro alleati hanno sparato 31 mila proiettili “speciali” e scaricato l’equivalente di dieci tonnellate di uranio impoverito - scrivono gli autori di «L’Italia chiamò» -, hanno sperimentato con disinvoltura armi in grado di perforare come burro la corazza di un tank, sprigionando nell’impatto radiazioni e polveri».

MESSINA, LA PRESUNTA ‘GOLA PROFONDA’ DI PALAZZO PIACENTINI: SI DIMETTE IL SEGRETARIO DELL’UDC MICHELE CAUDO, SOTTO PROCESSO A REGGIO CALABRIA. RICORDIAMO LE ACCUSE NEI SUOI CONFRONTI

Saranno D’Alia e Naro a prendere il posto dell’ormai ex segretario provinciale dell’Udc. L’ufficializzazione delle dimissioni è attesa per venerdi.
Si dimette Caudo. I motivi li spiegherà in una lettera che deve ancora essere resa nota. Indagato nell’ambito dell’inchiesta sull’ex pm di Messina, Pino Siciliano, il segretario provinciale ha deciso di tirarsi fuori dai giochi, rimanendo comunque ancorato alla poltrona di vicepresidente dell’Amam. A sostituirlo, in qualità di commissari, saranno i due parlamentari nazionali dell’Udc, Pippo Naro e Giampiero D’Alia. Il deputato Naro e il senatore D’Alia traghetteranno la segreteria provinciale fino al congresso che si terrà in autunno, nel periodo compreso tra ottobre e dicembre. La notizia delle dimissioni di Michele Caudo verrà ufficializzata venerdì, quando i consiglieri comunali e provinciali scudocrociati incontreranno i vertici dell’Udc per discutere del ruolo del partito in sede locale. Per quell’occasione, quasi certamente, arriveranno anche le indicazioni del comitato regionale, che si riunirà a palermo giovedi 2 luglio, quindi esattamente il giorno prima.

L’ARRESTO DEL GIUDICE SICILIANO: LA DEPOSIZIONE DELL’ARCH. MINUTOLI CHE INCHIODA MICHELE CAUDO E IL GIUDICE SICILIANO
L’indagine per rivelazione di segreto d’ufficio a carico dell’ex procuratore aggiunto Pino Siciliano che era stata originata dall’indagine “Oro grigioâ€, in un primo tempo archiviata, è stata riaperta dalla Procura di Reggio Calabria il 17 marzo scorso. Lo scrive il gip Tassone nella sua ordinanza. La tesi è quella conosciuta, e cioé che Siciliano attraverso il comune amico Michele Caudo avrebbe rivelato all’architetto Manlio Minutoli, all’epoca dei fatti capo del dipartimento Urbanistica del Comune di Messina, che il suo telefono era sotto controllo. La “causa scatenante†della riapertura dell’inchiesta è stata la deposizione resa a Reggio dall’imprenditore Mario Migliardo nell’ambito di questa vicenda il 13 marzo scorso. In sintesi Migliardo ha dichiarato sulla rivelazione del segreto che «… tutte queste circostanze me le ha riferite Michele Caudo. non ne ho mai parlato con Siciliano. Confermo che Michele Caudo mi raccontò di aver saputo da Siciliano che Minutoli era intercettato e di averlo poi detto a Minutoli…». Ecco invece quanto raccontò l’architetto Minutoli nel corso dell’interrogatorio avvenuto il primo giugno del 2006, quando “vuotò il saccoâ€. «Con riferimento alla “scoperta†da parte mia della intercettazione ambientale all’interno del mio ufficio, dichiaro di averlo saputo da Caudo Michele, attuale consigliere provinciale». «Ricordo di aver incontrato Caudo casualmente, nel corridoio nel mio ufficio. Era un lunedì e costui mi disse esplicitamente di fare attenzione, in quanto avevo il cellulare sotto controllo». «Caudo mi disse: “Vedi che c’è qualcuno che parla, che fa tantissimi nomi, fra i quali anche il tuo. Stai tranquillo, stai sereno. Comportati tranquillamente, come se niente fosseâ€Â». «Costui mi disse, in particolare, di fare attenzione al cellulare, dal momento che quello era lo strumento con cui era stata attivata una intercettazione ambientale nei miei confronti, nel senso che attraverso un “qualcosa†collocato all’interno del mio telefono avrebbero potuto captare tutte le mie comunicazioni, anche fra presenti». «Specifico che il Caudo mi disse queste cose con assoluta certezza, nel senso che mi riferiva una notizia ben precisa e non una mera eventualità, magari derivante dai discorsi che si fanno in questo periodo sulle intercettazioni. In questo senso, dunque, mi diede una informazione e una segnalazione precisa». «Io rimasi sbigottito e iniziai a rendermi conto come in quel periodo il cellulare a me in uso mi avesse creato dei disturbi, nel senso che la ricezione non avveniva nel migliore dei modi. Tutto ciò non faceva che confermare quanto mi era stato riferito da Caudo». «Caudo non mi riferì la fonte della sua informazione ma io, in quel momento, intuii che questa non poteva essere che il dott. Giuseppe Siciliano, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Messina, con cui so che Caudo ha, da tempo, una stretta amicizia e una frequentazione abituale». «Dopo qualche giorno, sollecitai un nuovo incontro con Caudo, al fine di chiarire questa situazione per me poco tranquillizzante. Ci demmo appuntamento nei pressi di Palazzo Zanca. In quella occasione, Caudo mi confermò come fossi sottoposto a una intercettazione ambientale. A riprova di ciò, egli mi disse che io, in quel periodo specifico, avevo parlato del condono edilizio curato nell’interesse del procuratore Siciliano e che mi ero occupato di questa vicenda. In quel momento, ebbi la certezza di come fossi effettivamente sottoposto ad intercettazione, dal momento che avevo avuto svariati contatti con il dott. Siciliano proprio per curare le pratiche inerenti un suo condono edilizio». «Io, in quel periodo, dietro sua richiesta, avevo avviato, nel suo interesse, la procedura relativa. Specifico che Caudo mi riferì questa circostanza a riprova della bontà delle sue affermazioni, proprio per convincermi della veridicità della sua rivelazione. In quel momento ebbi la certezza assoluta di essere sottoposto ad intercettazione ambientale nel mio ufficio». «Specifico di non aver mai parlato con Caudo, in precedenza, di condoni edilizi trattati nell’interesse del dott. Siciliano, né di aver parlato di tale condono con altri soggetti, se non con i diretti interessati, fra cui, oltre lo stesso Siciliano, il geometra Scinaldi. Costui si è attivato per la cura della pratica. In quel momento, mi venne logico pensare che la persona che aveva informato Caudo non poteva essere che lo stesso procuratore Siciliano». «Una volta congedatomi da Caudo, feci rientro nel mio ufficio e comunicai questa rivelazione alla mia segretaria Lina Cutroneo, imponendole il silenzio e comunicando con lei, da quel momento in poi, solamente a gesti».(n.a.)

IL SACCO EDILIZIO DI MESSINA: LA RIVIERA E LO SVILUPPO ‘SCHIZOFRENICO’. UN ‘ATTENTATO’ AL GIA’ FRAGILE TERRITORIO

Una medaglia a due facce. Un corpo che si trasforma secondo il punto da dove lo si guarda. Una sorta di dottor Jeckill e mister Hyde. È la riviera nord di Messina. Le foto, scattate da Enrico Di Giacomo, parlano più di lunghi articoli dedicati al sacco edilizio e alla presunta vocazione turistica, ambientale e paesaggistica della “regina dello Stretto”. Lo sguardo puntato verso il mare s’inebria d’azzurro. Non c’è un affaccio a mare in teoria più esteso e più bello di quello messinese. Ma quando l’occhio gira verso monte, lo scenario diventa da incubo: case come loculi cimiteriali, alberature schiacciate dal cemento, vie d’accesso che sembrano il “vicolo stretto” del gioco del Monopoli. L’intero tratto racchiuso tra la Panoramica e la litoranea è ormai un unico insediamento edilizio, senza più distinzioni tra le antiche, belle e signorili ville liberty e i palazzoni sorti come funghi all’indomani dell’entrata in vigore del nuovo sciagurato strumento urbanistico. Le immagini che qui pubblichiamo riguardano la zona della chiesa di Grotte, a Pace, ma la trasformazione del paesaggio collinare riguarda ormai tutto il percorso della riviera, fino a Ganzirri, Torre Faro e Mortelle. Pensavamo che l’ondata di mattoni e calcestruzzo fosse in qualche modo finita e invece svettano ancora, dappertutto, le gru che in altri tempi, e seguendo ben altre politiche urbanistiche, avremmo definito il simbolo di un settore vitale, quale quello dell’edilizia, in ripresa e che oggi invece sono soltanto il segno minaccioso di nuovi “attentati” al già fragile equilibrio del nostro territorio. Ancora una volta sono considerazioni senza alcun senso, perché il danno è stato fatto. Ma lasciatecele dire…(l.d.)

LE MANI DELLA ‘NDRANGHETA SUL PORTO DI GIOIA TAURO: LE STRATEGIE PER ALLULGARE I TENTACOLI SULLO SCALO. OGGI L’UDIENZA PRELIMINARE

Dalle carte di “Cent’anni di storia” emergono nuovi particolari sulle strategie messe in campo dalle potenti cosche della Piana di Gioia Tauro per allungare i lorio tentacoli sul porto. Oggi, davanti al gup Tommasina Cotroneo inizia l’udienza preliminare del processo nato dall’operazione condotta tra il 23 luglio e il 13 ottobre del 2008. L’operazione, oltre a decapitare le teste pensanti dei clan Piromalli e Molè, aveva portato dietro le sbarre imprenditori, professionisti e amministratori come sindaco e vice sindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione e Rosario Schiavone, e il sindaco di Rosarno, Carlo Martelli. Il procuratore Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Michele Prestipino e i sostituti Roberto Di Palma, Roberto Pennisi e Maria Luisa Miranda hanno chiesto il rinvio a giudizio per le ventotto persone coinvolte nell’inchiesta che si era occupata delle infiltrazioni della ‘ndrangheta negli affari di uno degli scali più importanti del Mediterraneo. A cominciare dalla vicenda della aggiudicazione della “All services”, la società che gestiva le attività di servizio nell’area portuale di Gioia Tauro. La vicenda “All services”, nelle scorse settimane, è passata sotto la lente del Tribunale della Libertà che ha disposto la revoca dell’ordinanza di custodia cautelare a suo tempo emessa a carico di alcuni soggetti coinvolti. L’inchiesta si era basata sui risultati di una capillare attività di intercettazione posta in essere nell’ambito del lavoro sviluppato dal commissariato di Gioia Tauro, all’epoca diretto da Pino Cannizzaro, in collaborazione con la squadra mobile diretta da Renato Cortese. Le indagini avevano accertato l’esistenza di un’attività concorrenziale finalizzata a fare in modo che proprio la “All services”, a quel tempo in liquidazione, potesse essere rimessa in attività al fine di consentire la realizzazione di ingenti profitti. In particolar modo, era risultato dall’attività investigativa come l’aggiudicazione fosse intervenuta a favore di Pietro D’ardes, imprenditore romano che si sarebbe avvalso dell’aiuto di alcuni componenti della famiglia Alvaro (Giuseppe, Natale e Antonio). E gli Alvaro, a loro volta, sempre secondo l’accusa, si sarebbero rivolti alla famiglia Piromalli allo scopo di ottenere l’appoggio necessario per vincere qualsiasi concorrenza. Gli inquirenti erano giunti alla conclusione che sarebbe stato proprio questo collegamento a determinare la vittoria di D’ardes e, di conseguenza, l’aggiudicazione della società all’imprenditore romano. E, addirittura, secondo l’impostazione accusatoria recepita anche in sede di emissione dell’ordinanza di custodia cautelare, proprio da questo dissidio intervenuto tra le famiglie Alvaro e Piromalli da una parte e Molè dall’altra sarebbe scaturita l’eliminazione di Rocco Molè e il brutale agguato del 1 febbraio 2008 in via Taboni dove il boss era stato trucidato. Il Tribunale del riesame ha confermato la misura di custodia cautelare per il reato di associazione mafiosa, ritenendo che proprio la disputa tra le diverse famiglie costituisse null’altro che l’estrinsecazione della operatività di diverse cosche che si erano contrapposte per la prevalenza sul territorio di Gioia Tauro. La Cassazione, però, aveva annullato i provvedimenti ritenendo che non vi fosse la prova che le modalità di aggiudicazione avessero disvelato un’attività di intimidazione a carico di altri tale da giustificare la configurazione di un’associazione mafiosa. In buona sostanza, pur riconoscendosi la veridicità dei fatti, si era tuttavia ritenuto che le modalità di commissione degli stessi non fossero a livello di prevaricazione tale da giustificare la prova dell’esistenza di due vere è proprie associazioni mafiose contrapposte. Il Tdl ha, dunque, disposto la scarcerazione di 5 indagati, l’avvocato romano Giuseppe Mancini, l’imprenditore Pietro D’ardes, Giuseppe, Natale e Antonio Alvaro, riconoscendo come in effetti il giudizio indiziario in ordine alla configurazione della fattispecie associativa dovesse considerarsi non stabile e robusto. Tuttavia, dalla lettura delle ordinanze emergono particolari significativi che possono dimostrare di come in realtà gli stessi giudici, pur nel rispettare la decisione della Cassazione, abbiano di fatto avvalorato la fondatezza dell’assunto accusatorio prospettato dalla polizia giudiziaria. In sostanza, dunque, si è ritenuto che i fatti per come accertati fossero veri ma che, semmai, non vi fosse la prova che gli stessi potessero integrare gli estremi del reato di associazione mafiosa. In particolar modo, le ordinanze ribadiscono l’assunto accusatorio secondo cui la stessa contrapposizione tra tre storiche famiglie di ‘ndrangheta dovesse considerarsi necessariamente dimostrativa del fatto che si stesse discutendo di questioni di associazioni; e ciò senza la necessaria dimostrazione che, in effetti, si sia materialmente usata la forza per convincere il concorrente a desistere dalla corsa per la aggiudicazione della società “All services”. Tuttavia, i giudici del riesame non mancano di evidenziare come, essendo stato ritenuto tale elemento non sufficiente dalla Cassazione, non resta che prestare fede a quanto stabilito dai giudici supremi disponendo, di conseguenza, la scarcerazione degli indagati. Si tratta, pertanto, di provvedimenti che appaiono addirittura multiformi: da una parte, infatti, confermano l’assunto in diritto secondo cui non si sarebbe integrata la condizione di legge per la contestazione del reato associativo; l’altra parte, tuttavia, riconoscono la piena fondatezza dell’assunto accusatorio e la veridicità dei fatti che sono stati oggetto di ricostruzione ad opera della polizia giudiziaria. Adesso la questione approda in udienza preliminare. La procura ha inteso procedere nei confronti di tutti gli indagati mantenendo le accuse originariamente prospettate non spostando di un millimetro la propria posizione. Adesso ci sarà da verificare se nelle condotte poste in essere dai diretti interessati, per come accertate attraverso l’attività di intercettazione, siano integrati gli estremi del reato di associazione mafiosa ovvero di altro che si vorrà ritenere.

In sintesi
L’OPERAZIONE - Denominata “Cent’anni di storia” era stata condotta tra il 23 luglio e il 13 ottobre del 2008.
I CLAN - L’operazione, oltre a decapitare le teste pensanti dei clan Piromalli e Molè, aveva portato dietro le sbarre imprenditori, professionisti e amministratori come sindaco e vice sindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione e Rosario Schiavone, e il sindaco di Rosarno, Carlo Martelli.
LE ORDINANZE - Con le ultime pronunce il Tribunale della Libertà ha ribadito che le strategie dei clan erano finalizzate a gestire attività all’interno del Porto.
IL PROCESSO - Oggi davanti al gup Cotroneo inizia la celebrazione dell’udienza preliminare del processo che vede alla sbarra 28 persone accusate a vario titolo di associazione mafiosa e altro.
Paolo Toscano - GDS