I detenuti nelle carceri italiane sono ad oggi 63.460, ben 20 mila in più rispetto alla capienza regolamentare e a quella “tollerabile”: in alcune regioni il numero è quasi il doppio di quello consentito, come in Emilia Romagna, dove il tasso di affollamento è del 193%, o in Lombardia, Sicilia, Veneto e Friuli, dove raggiunge il 160%. Numeri e condizioni di vita “oltre il tollerabile”: è questa la denuncia dell’associazione Antigone che ha presentato oggi un nuovo rapporto sulla situazione dei penitenziari italiani, frutto del primo anno di lavoro del difensore civico e dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione, giunto ormai alla pubblicazione del sesto rapporto. L’organizzazione stima che a fine anno ci saranno 70 mila detenuti e 100 mila nel giugno del 2012, “con tassi di detenzione paragonabili ai paesi dell’est europeo’’: tra il primo maggio e il 15 giugno le persone ristrette sono cresciute di 1.340 unità e dal primo gennaio 2009 di 5.500, poco meno di 1.000 al mese. In 19 anni i numeri, sia percentuali che assoluti, sono raddoppiati: nel 1990 erano poco più di 30 mila, nel 2008 gli ingressi in carcere sono stati 92.900, ossia 15 mila in più nel giro di dieci anni. “Eppure – sottolinea Antigone - siamo ben lontani oggi dai 3.909 omicidi denunciati nel 1991 o dai quasi 2 milioni di furti del 1999. Sono cresciute invece le rapine”. La crescita, dunque, “sta tutta nella maggiore repressione penale del consumo e del traffico di sostanze stupefacenti, nella criminalizzazione degli immigrati senza permesso di soggiorno e nella punizione di quelli che non ottemperano all’obbligo di espulsione (2.482 stranieri, ndr), nella maggiore severità nel trattamento dei recidivi”. “Anomalia italiana”. Il 52,2% dei 63.460 detenuti è in carcere in custodia cautelare, “un’anomalia tipicamente italiana” secondo Antigone. La percentuale delle persone ristrette in attesa di una condanna definitiva è “a livelli inaccettabili e difficilmente tornerà a scendere a breve, complici la crescente percentuale di stranieri tra i detenuti (per cui il ricorso alla custodia cautelare è molto più frequente che per gli italiani) e il numero crescente delle condanne brevi”, si legge nel rapporto. In carcere 30.186 con sentenza passata in giudicato (al 15 giugno 2009). Per oltre 19 mila detenuti meno di 3 anni da scontare. L’accesso alle misure alternative è “fermo a un quinto di quello che era prima dell’indulto”. Al 31 dicembre 2005 le persone detenute sottoposte a una condanna definitiva inferiore ai 3 anni erano il 30,7% dei definitivi (9,1% inferiore a un anno); alla stessa data del 2007, nonostante alla metà del 2006 l’indulto abbia azzerato le condanne brevi, erano il 31,9% e 37,2% al 2008. Oltre 19 mila detenuti scontano un residuo di pena inferiore ai tre anni e potrebbero accedere a una misura alternativa. Ne beneficiano invece 9.406 detenuti; significativo che solo 42 (ossia lo 0,45%) abbiano commesso reati durante l’esecuzione della misura. Quello che Antigone definisce “l’unica alternativa all’odierno sovraffollamento compatibile con le finalità della pena e con i valori espressi dalla Carta Costituzionale” è, dopo l’indulto, un sistema “sostanzialmente inceppato”. Sotto accusa la “miope e disinformata campagna a favore della certezza della pena” e i “mirati interventi normativi (leggi ex Cirielli, Fini-Giovanardi e Bossi-Fini)”. A Caltanisetta la magistratura di sorveglianza più severa nel concedere la semilibertà, a Bari quella più disponibile. Gli ergastolani. Sono 1.434 (25 donne), reclusi in circa 50 istituti e sottoposti a regimi penitenziari differenziati: dalle sezioni ordinarie delle case di reclusione alle sezioni di 41 bis, passando dall’alta sorveglianza. Solo la metà accede alle misure alternative alla detenzione, che per molti sono giuridicamente precluse (i cosiddetti “reati ostativi”) e la condizionale è concessa in casi rarissimi. “Si ha la negazione del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, - commenta Antigone – un’insanabile negazione dei diritti umani, un annullamento della speranza, con gravi conseguenze anche sul piano fisico e psicologico”. I “pericolosi”. La detenzione speciale riguarda tra un quinto e un sesto dell’intera popolazione reclusa: 600 sottoposti al regime duro (41 bis) e 8 mila nelle sezioni di alta sicurezza. Gli Opg. Al 31 dicembre 2008 negli ospedali psichiatrici giudiziari erano detenute 1.313 persone (1.230 uomini) per una capienza regolamentare di 955. Fermi invece al 2004 i dati relativi al numero di misure coercitive (515 casi). In base ai dati disponibili almeno un internato su sei ha conosciuto questa esperienza, ma secondo Antigone si tratta di un valore sottostimato, poiché non sono disponibili dati certi relativi a Napoli e Aversa. Sono 195 le persone coercite: a Reggio Emilia sono 84, a Castiglione 47, a Barcellona e a Montelupo 32. Tra le segnalazioni del rapporto il sovraffollamento dell’opg di Montelupo Fiorentino, dove le celle da tre ospitano almeno sei detenuti, il numero degli internati supera il limite consentito e la polizia penitenziaria non ha l’adeguata preparazione. Ad Aversa, invece, dal 2007 ad oggi sono almeno 13 i decessi, tra suicidi e malattia, avvenuti nella struttura. (cch)
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A un certo punto, mentre si stilava stancamente il calendario delle udienze, la presidente della giuria Teresa Casoria si è indispettita e ha lasciato scappare la frase rivelatrice: “Ci sono processi più seri da fare, in questa sezione”. Proprio così: processi più seri, come se quello in corso a Napoli su Calciopoli fosse una mezza buffonata, un’inutile parata. E se lo dice il magistrato, non è che il resto del mondo possa prendere troppo sul serio l’esito giudiziario di quello che pure è stato il maggiore scandalo della storia del calcio italiano, con la squadra più scudettata del paese finita in serie B e una promessa di ‘rifondazione totale’ peraltro rapidamente disattesa. Così anche i giornali - con rarissime eccezioni - non regalano al processo di Calciopoli più di un mezzo colonnino al mese, e nessuno ne parla più nemmeno nei bar sport in tivù. Eppure a Napoli sta succedendo qualcosa che anche ai tifosi meno avvertiti potrebbe interessare. Qualcosa che ha a che vedere poi con tutto il resto: con i grandi campioni che lasciano la serie A per emigrare all’estero, con la Nazionale azzurra che fa pietà perfino contro la Nuova Zelanda, con le percentuali di riempimento degli stadi inferiori non solo alla Spagna e all’Inghilterra, ma anche alla Germania. Sta succedendo cioè che, nonostante lo snocciolarsi di testimonianze talvolta agghiaccianti sul degrado di dirigenti e arbitri in gran parte rimasti ai vertici del giro, l’atmosfera del processo pare se non proprio innocentista (alla fine qualche singolo imputato pagherà) certamente perdonista verso il sistema nel suo complesso, verso l’establishment pallonaro in cerca di continuità e silenzio. Una prova molto concreta dell’andazzo è, per esempio, il modo in cui sono state di fatto già salvate le società che avrebbero dovuto pagare in termini pecuniari il loro coinvolgimento nello scandalo: Juventus, Lazio e Fiorentina. Contro questi tre club, già condannati dalla giustizia sportiva, si erano costituiti come parti civili diversi soggetti, a partire dalla stessa Federcalcio fino alla Rai e al ministero delle Politiche giovanili, ma soprattutto le società che dagli imbrogli di Calciopoli ritenevano di aver subito danni economici pesanti, come il Brescia e il Bologna: entrambe finite in B, secondo i loro legali, “a seguito degli atti fraudolenti compiuti per pilotare il risultato di alcune gare” (tra l’altro, mentre il Bologna è riuscito poi a risalire in A, il Brescia non è più tornato nel campionato maggiore). Non si tratta di briciole: in caso di risarcimento civile, i tre club sotto processo avrebbero dovuto sborsare a Bologna e Brescia (ma anche ad altri possibili danneggiati, come l’Atalanta o l’ex presidente del Bologna Gazzoni Frascara) una cifra tra i 150 e i 300 milioni di euro: vale a dire i mancati ricavi, tra pubblico e diritti tivù, derivanti dalla retrocessione. Ovvio che una fuoriuscita simile di cash (per cui Juventus, Fiorentina e Lazio erano chiamate in solido) avrebbe ridimensionato drasticamente le disponibilità di cassa delle società condannate, riducendo le loro chance di acquistare nuovi giocatori e di pagare profumatamente i campioni già in organico. Uno scenario da incubo, tanto per la Juventus e la Fiorentina (che l’anno prossimo devono giocare la Champions League) quanto per la Lazio (che pure ha davanti a sé una competizione europea e dietro di sé una montagna di debiti pregressi). Uno scenario tuttavia allontanato in fretta dal collegio giudicante, che ha misteriosamente escluso dal dibattimento tutte le parti civili adducendo vaghi motivi di ‘opportunità processuale’. Per l’avvocato del Brescia calcio, Bruno Catalanotti, si tratta di una decisione “giuridicamente abnorme, del tutto arbitraria e illegittima”, contro la quale ha fatto ricorso alla Corte di cassazione. Al Palazzaccio di Roma Catalanotti ha quindi depositato una memoria durissima, in cui sostiene che “l’ordinanza di esclusione delle parti civili ha provocato in tutti gli addetti ai lavori (docenti universitari, magistrati, avvocati etc) una reazione comune di ilarità per la sua surreale comicità e di sdegno per l’arrogante spregio dei diritti dei danneggiati”. Secondo il legale “mai in nessun processo celebrato nelle aule giudiziarie del nostro Paese, è accaduto che le parti civili siano state escluse per motivi di economia processuale”, e questa “mostruosità di pacchiana e grossolana evidenza” non avrebbe avuto una proporzionata eco di stampa solo “per l’accondiscendente rispetto nei confronti di soggetti eccellenti quali le proprietà delle societa interessate, soprattutto il gruppo Fiat e la Tod’s”. Ed è proprio il potere economico-politico delle controparti a preoccupare di più gli avvocati di parte civile, che si giocheranno le carte rimaste il 9 luglio davanti alla Cassazione. Possibile che al Palazzaccio la spuntino, ma l’orientamento della giuria di Napoli è comunque emerso in modo chiaro: si potrà condannare qualcuno ormai fuori dal giro - come Giraudo e Moggi - ma il sistema calcio non deve essere turbato. Anche il pubblico ministero Giuseppe Narducci, che insieme al collega Filippo Beatrice aveva condotto tutta l’inchiesta su Calciopoli, sembra preoccupato dell’andamento del processo: del resto chi in questi mesi ha partecipato alle udienze ha notato che le tre giudici Teresa Casoria, Maria Pia Gualtieri e Francesca Pandolfi manifestano spesso la loro noia, capiscono palesemente poco o niente di calcio e soprattutto non sembrano interessate a comprendere i collegamenti della ‘cupola’ così come emergono dalle intercettazioni. Dopo la decisione di escludere le parti civili, alcuni legali avevano pensato addirittura di chiederne la ricusazione. Altri (come quello del Bologna) perfino di presentare denuncia per abuso d’ufficio. Del resto lo stesso Catalanotti nella sua memoria alla Cassazione fa capire senza giri di parole che “se non viene ripristinata la legalità violata”, sul collegio giudicante “rischia di abbattersi la scure dell’articolo 124 del codice di procedura penale”, cioè dei provvedimenti disciplinari. Il pm Narducci sostiene le ragioni delle (ex) parti civili, ma intanto è rimasto a rappresentare l’accusa praticamente da solo, dopo che il collega Beatrice è stato trasferito all’Antimafia. Intanto il processo in qualche modo va avanti: un paio d’udienze sono previste prima dell’estate, poi si riprenderà a settembre e se va tutto bene in un paio d’anni si arriverà a sentenza. La sfilata dei testimoni - ultimi l’ex arbitro Danilo Nucini, l’ex dirigente del Venezia Franco Dal Cin e l’ex presidente della Salernitana, Aniello Aliberti - conferma sempre di più il livello di corruzione e intimidazione che ha caratterizzato la prima metà del decennio pallonaro. Difficile che almeno Moggi e Giraudo ne escano senza danni. Ma rischia anche di passare il principio secondo cui il calcio italiano già è in crisi per conto suo, ci manca solo che gli si chieda di pagare per errori del passato. E non viene presa in considerazione l’idea che - al contrario - solo la trasparenza sugli errori compiuti e sulle relative responsabilità può essere la base di partenza per una palingenesi reale. Magari con nuovi protagonisti, anche in quella Federazione e in quella Nazionale che dopo un breve intermezzo sono tornate in mano agli uomini dell’era Calciopoli: con risultati, peraltro, non proprio eccellenti. www.piovonorane.it - di Alessandro Gilioli
Rimangono agli arresti domiciliari i tre ingegneri indagati per la “breccia del Boccetta”. Ha deciso così il gip Luana Lino, che nella tarda mattinata di ieri ha depositato i provvedimenti di rigetto delle richieste difensive. Rimangono quindi ai domiciliari con l’accusa di falso i professionisti Giuseppe Termini, Antonio Teramo e Benedetto Sidoti Pinto, quest’ultimo funzionario provinciale. Al centro di questa inchiesta c’è la demolizione di un blocco di calcestruzzo e le sue “appendici”, operazione che secondo la Procura ha messo a rischio l’incolumità dei cittadini, creando una “falla” sotto la rampa d’accesso allo svincolo autostradale di Boccetta. Tutto questo per realizzare una bretella di collegamento con un cantiere edile privato sulla collina dello Scoppo. Consumato quindi per intero il passaggio davanti al gip, adesso la partita accusa-difesa sulla sussistenza o meno delle esigenze cautelari si sposta davanti ai giudici del Tribunale della Libertà, che si occuperanno della vicenda il 2 luglio prossimo. I tre ingegneri indagati davanti al gip nel corso degli interrogatori di garanzia hanno continuato a sostenere fortemente la correttezza del loro operato. Agli interrogatori hanno preso parte anche il procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro e il sostituto Vincenzo Cefalo. Il funzionario della Provincia Regionale Sidoti Pinto è assistito dagli avvocati Domenico Pugliese e Giovanna Campagna, l’ingegnere Antonio Teramo, che è direttore dell’Osservatorio sismologico dell’Università di Messina, e ha redatto un parere per conto dei privati sulla demolizione è assistito dagli avvocati Walter Militi e Alfonso Teramo, suo fratello, e infine l’ingegnere Giuseppe Termini, che è progettista e direttore dei lavori del cantiere su sui sarebbe dovuto sorgere il complesso edilizio della società “Archimede s.r.l.”, è assistito dagli avvocati Alberto Gullino e Salvatore Versaci. Scrive il gip Lino nel caso del provvedimento di rigetto esitato per l’ingegnere Teramo, che «pur essendo il Teramo vincolato all’accertamento oggetto della convenzione stipulata, nella sua qualità di Direttore dell’Osservatorio Sismologico dell’Università di Messina, con la Archimede s.r.l., ed essendo l’indagine necessariamente limitata dalla strumentazione utilizzabile, anche il minimo dubbio sulla natura e la funzione delle armature rilevate nel blocco grande di calcestruzzo avrebbe dovuto indurlo a suggerire indagini più approfondite e dall’esito più sicuro rispetto a quelle non invasive da lui compiute, anche tenuto conto dei lavori da eseguire, di cui non è credibile non fosse a conoscenza, stante il rapporto di affinità con il direttore dei lavori, ing. Termini».
Nel corso poi dell’interrogatorio di garanzia l’ing. Teramo ha contestato le risultanze della perizia a supporto dell’inchiesta della Procura, in particolare alcune misurazioni. Il gip Lino nel provvedimento affronta anche questo punto: «le giustificazioni tecniche addotte in sede di interrogatorio, anche se confermate dall’attestazione del prof. Casentino, direttore del dipartimento di chimica e fisica della Terra dell’Università di Palermo (depositata in atti), così come i rilievi mossi alla consulenza tecnica redatta dal prof. Siviero su incarico della locale Procura della Repubblica, sono ancora da verificare».
Sul piano poi delle esigenze cautelari scrive il gip che «permangono inalterate», e in particolare anche il pericolo di reiterazione specifica, affermando che «non è venuto meno neppure il pericolo di inquinamento delle prove, ben potendo l’indagato contattare eventuali testimoni o accedere a documenti esistenti presso gli uffici pubblici al fine di trovare conferme alle tesi da lui sostenuta». Nuccio Anselmo - GDS
C’è un “atto visibile” per l’inchiesta sul Consorzio autostrade siciliane, che ha scandagliato le ultime due gestioni amministrative che si sono succedute nel tempo. Quella del modicano Antonino Minardo e quella molto più recente della siracusana Patrizia Valenti, che solo da qualche giorno ha lasciato il passo al neo commissario messinese Manlio Munafò. L’inchiesta era aperta da un paio di mesi ma l’atto “visibile” più recente sono le sei informazioni di garanzia inviate dal sostituto procuratore di Messina Vincenzo Cefalo, con cui s’ipotizzano le accuse di abuso d’ufficio e rifiuto-omissione di atti d’ufficio per tre vicende distinte. Riguardano l’ex presidente Antonino “Nino” Minardo, i membri del CdA Carmelo Torre, Angelo Paffumi e Giuseppe Faraone, l’ormai ex presidente Patrizia Valenti e il funzionario dell’ente Felice Siracusa. Nella prima tranche d’indagine risultano coinvolti Minardo, Torre, Paffumi, Faraone e Siracusa, il primo come presidente, gli altri tre come membri del Consiglio direttivo e l’ultimo come dirigente generale facente funzioni. C’è al centro una delibera “incriminata”, che fu adottata il 20 settembre del 2007 con cui si affidò all’ingegnere Vincenzo Pozzi, ex supermanager dell’Anas, il ruolo di direttore generale del Consorzio autostrade siciliane. Questa nomina fu contestata all’epoca da alcuni membri del CdA (Dario La Fauci, Luigi Ragno e Ferdinando Cammissuli, che votarono contro in quella seduta di settembre, mentre furono a favore il presidente Minardo, il vicepresidente Carmelo Torre, Angelo Paffumi e Giuseppe Faraone), è fu poi oggetto di una formale richiesta di revoca da parte dell’architetto La Fauci, che sottolineò in particolare il mancato confronto fra curricula diversi ed è più volte stato sentito in Procura su questa vicenda. L’abuso si sarebbe concretizzato perché, semplificando, per un verso non ricorreva il presupposto dell’impossibilità oggettiva di utilizzare personale interno, ed ancora perché non venne espletata la cosiddetta procedura comparativa per la scelta del contraente, in concreto non venne esaminata nessun’altra candidatura. L’altro capo d’imputazione messo nero su bianco dal sostituto peloritano Vincenzo Cefalo è il rifiuto di atti d’ufficio, ma si sarebbe concretizzato in due vicende separate. La prima riguarda Minardo, Torre, Paffumi e Faraone, che sempre il 20 settembre del 2007 formalizzando la delibera di affidamento dell’incarico a Pozzi, con un compenso di 107.000 euro annui lordi, non hanno di conseguenza eseguito una sentenza del Tar del 2006 con cui si obbligava il Consorzio a procedere all’approvazione della graduatoria del concorso interno per titoli, proprio per coprire il posto di dirigente generale, e quindi anche la determina del commissario ad acta del maggio 2006 che aveva approvato la graduatoria. L’ultima vicenda di gestione del Cas che fa parte dell’inchiesta, ma in questo caso ci sono stati più pronunciamenti da parte di tribunali amministrativi, riguarda l’ormai ex presidente Patrizia Valenti, la “lady di ferro” che aveva dato una sterzata verso la normalità. Il reato che contesta il magistrato è sempre il rifiuto d’atti d’ufficio ma in questo caso la vicenda è diversa: la Valenti in qualità di presidente del Cas nominata nell’aprile del 2008 dopo le dimissioni di Nino Minardo, ha rifiutato di eseguire un provvedimento del Tar di Catania che le imponeva l’assunzione immediata dell’avvocato Olivia Pintabona a direttore generale nonostante la diffida. La Pintabona con il Cas da tempo aveva avviato una vera e propria battaglia legale. Sempre in relazione a questa vicenda secondo il magistrato messinese c’è anche un profilo omissivo, perché la Valenti non convocò il Consiglio direttivo per deliberare il conferimento dell’incarico. Nuccio Anselmo - GDS
“Non sono solo i detrattori, gli sciacalli. Ci sono indagini in corso su cui non posso dire nulla. Esiste un piano della mafia per eliminarmi”.
Pino Maniaci non è uomo che perda facilmente l’autocontrollo. E’ abituato a convivere con l’odore della paura, con la puzza del sudore che ti inzuppa la camicia ad ogni sussurro, ad ogni soffio di vento. Di recente, una sentenza ha assolto il giornalista di Telejato a Partinico da un’accusa assurda: l’esercizio abusivo della professione. Come se il possesso di un tesserino – che fu elargito post mortem a tanti martiri dell’informazione – fosse da solo il marchio di fabbrica di una condotta commendevole. Ora, Pino Maniaci – il cronista di provincia che ha collezionato inchieste scoop contro la mafia - parla con livesicilia. E svela: “Vogliono farmi fuori”.
Pino Maniaci, chi l’ha messa nel mirino?
“Le famiglie di Borgetto, Montelepre, Partinico, Cinisi e Terrasini. Ci sono indagini in corso. Devo essere cauto”.
Lei sta dicendo che c’è un piano per la sua eliminazione fisica?
“Sì. Indubbiamente, c’è. Hanno dato il via libera”.
E come vive?
“L’ho messo in conto da tempo. So che potrebbe succedermi qualcosa. Ho un rammarico: avere tirato la mia famiglia dentro questa storia”.
I suoi figli, per esempio. Negli occhi di Letizia brilla il fuoco dell’informazione.
“Lei è peggio di me”.
La sua è una zona calda.
“Tanti omicidi sotto le mie finestre. Come pensare di non rimanere coinvolti?”
Alla fine Pino Maniaci è stato assolto dall’accusa di esercizio abusivo.
“Ringrazio l’ordine dei giornalisti nazionale per la solidarietà. Ringrazio Enzo Iacopino e Giacomo Clemenzi”.
E l’ordine regionale?
“E’ irritato”.
Ha paura?
“Affronto la vita con coraggio. Finché…”.
Finché?
“Finché c’è”.
Tratto da: ILIVESICILIA.IT - di Roberto Puglisi
L’ultima denuncia è di pochi giorni fa: la moglie di un militare romano di 49 anni ha rivelato che il marito è morto a novembre per un adenocarcinoma, un tumore maligno presumibilmente di origine polmonare. Il militare era stato in missione in Kosovo, a Pec, dal 2000 al 2001, in veste di radiologo. In una lettera al sito Vittimeuranio.com la donna chiede che sia fatta luce e giustizia sulla morte del marito. Secondo il bilancio ufficiale del ministero della Difesa, alla fine del 2007 le morti riconducibili all’uranio impoverito sono 77 e i malati 312. Diversi numeri dell’Osservatorio militare, ente coordinato da Domenico Leggiero, un elicotterista di Sesto Fiorentino a riposo: i morti sono circa 170 e i malati più di 2.500, dagli anni Novanta ad oggi.
L’ITALIA CHIAMÒ - Ai drammatici effetti dell’uranio impoverito è dedicata un’inchiesta, «L’Italia chiamò» (libro e dvd, Edizioni Ambiente, 2009), di tre giornalisti: Leonardo Brogioni (uno dei fondatori dell’associazione culturale Polifemo), Angelo Miotto (PeaceReporter) e Matteo Scanni (coordinatore della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica e autore di film e cortometraggi). È un lavoro multimediale, ovvero composto da testi, video, audio e foto. I protagonisti sono quattro militari italiani che hanno partecipato alle missioni di pace in Bosnia, Kosovo e Iraq: tre di loro, malati di tumore, affrontano una difficile quotidianità. Il quarto, Luca Sepe, è morto nel 2004 e nel documentario viene raccontato dalle parole del padre: «Da quando si è ammalato ed è deceduto mio figlio, a casa mia non si sorride più, c’è sempre un silenzio di tomba, non ci sono più feste comandate né compleanni, per noi il tempo si è fermato» dice Antonio Sepe.
RACCONTI DEI SOLDATI - Emerico Laccetti ha 47 anni ed è sopravissuto a un linfoma non Hodgkin (tumore maligno del tessuto linfatico): «La prima volta che ho sentito parlare dell’uranio impoverito è stato leggendo un giornale gratuito distribuito nella metropolitana di Roma - racconta -. Nessuno dei miei superiori si è mai fatto vivo quando stavo male, l’unica telefonata interessata è stata quella della Commissione Mandelli, che dal 2000 lavorava per accertare gli aspetti medico-scientifici dei casi di tumore segnalati sui militari impegnati in Bosnia e Kosovo». Poi c’è Salvatore Donatiello, ex sergente di Sparanise (Caserta), anche lui colpito da linfoma non Hodgkin durante le esercitazioni al poligono interforze di Capo Teulada, in Sardegna. «Dormivamo e mangiavamo nelle tende, camminavamo su terreni non bonificati e c’erano dappertutto resti di proiettili di ogni tipo, anche americani» è la sua testimonianza. Ultimo protagonista di questo viaggio negli inferi è Angelo Ciaccio, colpito due anni fa da leucemia mieloide acuta (patologia tumorale delle cellule del midollo osseo): ha la testa rasata e deve portare sempre una mascherina sulla bocca dopo il trapianto al midollo; è stato sottoposto a decine di sedute di chemioterapia. «Ho prestato servizio a Sarajevo, alla caserma Tito Barrak - spiega -, ma penso di essermi ammalato Iraq per i continui bombardamenti».
OPERAZIONE VULCANO - Gli autori hanno allegato al lavoro anche un video, girato dai soldati e tuttora classificato come riservato, che mostra le procedure standard adottate durante l’”operazione Vulcano”, una bonifica effettuata in Kosovo nel novembre 1996. I soldati seppelliscono in una buca le armi e le munizioni abbandonate dall’esercito americano e dagli alleati, poi le fanno brillare: una nuvola radioattiva copre il cielo. Nessuno indossa tute o maschere di protezione. A distanza di pochi anni il destino dei 14 uomini della squadra Vulcano è segnato: otto si ammalano, due muoiono di tumore, altri due mettono al mondo figli con gravi malformazioni, scoprendo dagli esami microbiologici che anche il liquido seminale può trasformarsi in agente contaminante. «Solo in Kosovo gli americani e i loro alleati hanno sparato 31 mila proiettili “speciali” e scaricato l’equivalente di dieci tonnellate di uranio impoverito - scrivono gli autori di «L’Italia chiamò» -, hanno sperimentato con disinvoltura armi in grado di perforare come burro la corazza di un tank, sprigionando nell’impatto radiazioni e polveri».


