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PUBBLICHIAMO L’INTERROGAZIONE DELL’ON. LUMIA SUGLI INQUIETANTI INTRECCI TRA L’IPAB DI BARCELLONA (MESSINA) E MAFIOSI DEL LONGANO: MALA GESTIO DELL’ENTE, L’IMMENSO PATRIMONIO IMMOBILIARE E IL RUOLO DELL’AVV. CASSATA (FIGLIO DEL PROCURATORE GENERALE DI MESSINA)…

Atto n. 3-00887
Pubblicato il 29 luglio 2009
Seduta n. 247

LUMIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’interno, della giustizia e del lavoro, della salute e delle politiche sociali. -

Premesso che:

in un articolo a firma di Leonardo Orlando pubblicato il 14 luglio 2009 dal quotidiano messinese “Gazzetta del Sud” veniva data notizia di un’indagine avviata dalla Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto sulla gestione dell’Opera pia (IPAB) “Nicolaci Bonomo†di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina);

il suddetto ente di assistenza venne fondato nel 1927 su lascito di beni di alcune agiate famiglie barcellonesi per l’assistenza della popolazione cittadina meno abbiente;

secondo il citato articolo giornalistico le indagini della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto sono in corso a carico di Mariano Cangemi, segretario dell’IPAB “Nicolaci Bonomoâ€, e di Rodolfo Fiumara, ex presidente dello stesso ente;

ormai da molti anni erano forti nella popolazione i dubbi e le perplessità sulla mala gestio dell’ente e soprattutto sulla gestione del suo enorme patrimonio immobiliare, sparso sul territorio di molti comuni del circondario di Barcellona Pozzo di Gotto;

il Consiglio d’amministrazione dell’IPAB è composto da un membro nominato dall’amministrazione comunale di Barcellona Pozzo di Gotto, un membro dal Prefetto di Messina, un membro dalla Curia arcivescovile di Messina, un membro dal Presidente del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto e uno dall’Assessorato regionale agli enti locali;

il segretario dell’ente, viceversa, secondo statuto viene indicato al consiglio d’amministrazione dall’amministrazione comunale di Barcellona Pozzo di Gotto tra i propri dipendenti;

il segretario Mariano Cangemi venne nominato nel 1992, allorché era dipendente comunale;

tuttavia, da oltre dieci anni il dottor Cangemi non è più dipendente del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, essendo caposervizio presso il Comune di Milazzo;

nonostante ciò, il dottor Cangemi è stato fino ad oggi mantenuto nel ruolo di segretario dell’IPAB, pur se non più in possesso dei requisiti per ricoprire quella carica, e ciò senza che le amministrazioni comunali succedutesi nel tempo a Barcellona Pozzo di Gotto si siano attivate per la sua sostituzione;

negli anni 1999, 2000 e 2001 fu presidente dell’IPAB “Nicolaci Bonomoâ€, quale membro del Consiglio d’amministrazione nominato dall’allora Presidente del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, dottor Ennio D’Amico, l’avvocato Nello Cassata, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 15 marzo 1969, figlio dell’attuale Procuratore generale presso la Corte d’appello di Messina, dottor Antonio Franco Cassata;

in qualità di Presidente dell’IPAB il 12 giugno 2000 l’avvocato Nello Cassata stipulava con il signor Alexandro Calderone, nato il 14 agosto 1976, un contratto di affitto con il quale veniva ceduto in locazione al signor Calderone un immobile sito a Barcellona Pozzo di Gotto in via Garibaldi ove lo stesso ha insediato il ristorante “La Galleriaâ€;

il suddetto Alexandro Calderone è fratello di Giulio Massimo Calderone e Mario Calderone, entrambi a quanto risulta all’interrogante condannati in primo grado per associazione mafiosa il 26 luglio 2006 dalla Corte d’assise di Messina nel processo “Mare Nostrumâ€, il cui giudizio d’appello, nel quale l’accusa naturalmente è sostenuta dalla Procura generale di Messina, è attualmente in corso;

i suddetti Giulio Massimo e Mario Calderone sono attualmente imputati anche innanzi alla Corte d’appello di Messina nel processo “Mare nostrum-drogaâ€, essendo appellante il primo rispetto alla condanna irrogatagli per traffico di droga in primo grado dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto ed essendo appellante il pubblico ministero rispetto all’assoluzione ottenuta dal secondo, ed anche in tale giudizio di secondo grado naturalmente la pubblica accusa è sostenuta dalla Procura generale di Messina;

con delibera n. 39 del 16 novembre 1998 l’allora Commissario straordinario dell’IPAB “Nicolaci Bonomoâ€, dottor Piero Di Maggio, concedeva in locazione un fondo rustico sito nel comune di Terme Vigliatore, di proprietà dell’ente di assistenza, a tale F. Giunta, nata il 21 maggio 1974, a quanto risulta all’interrogante al tempo convivente more uxorio del boss mafioso Mimmo Tramontana di Terme Vigliatore;

tale contratto nel 2000 venne prorogato dall’avvocato Nello Cassata, Presidente dell’IPAB;

nel giugno 2001 il suddetto Mimmo Tramontana fu ucciso con numerosi colpi di arma da fuoco a seguito di un agguato di tipico stampo mafioso;

il contratto di locazione in favore della predetta signora Giunta è ancora in vigore;

il 25 febbraio 2000 l’avvocato Nello Cassata sottoscrisse un contratto di locazione di un fondo rustico di proprietà dell’IPAB sito in Terme Vigliatore in favore di tale Domenico Nicola Salamita, nato il 13 ottobre 1946;

il suddetto Salamita è il titolare di una nota azienda agricola di Barcellona Pozzo di Gotto nei cui locali il 7 maggio 2002, a quanto risulta all’interrogante, i carabinieri della Compagnia di Barcellona Pozzo di Gotto, facendovi irruzione, sorpresero un convivio al quale partecipavano il mafioso Antonino Merlino, killer del giornalista Beppe Alfano (ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993), tale Felice Spinella, testimone di nozze del capomafia barcellonese Giuseppe Gullotti, tale Angelo Porcino, pregiudicato per estorsione aggravata, tale Ugo Manca, condannato in primo grado per traffico di droga nel processo “Mare nostrum-drogaâ€, ed altri personaggi di interesse investigativo;

con determinazione del 22 marzo 2001 l’avvocato Nello Cassata, in qualità di Presidente dell’IPAB, autorizzò tale Aurelio Salvo, nato il 28 aprile 1939, all’occupazione a fini commerciali di un fondo di proprietà dell’IPAB sito in Terme Vigliatore;

il predetto Aurelio Salvo, a quanto consta all’interrogante, era al tempo già pregiudicato per favoreggiamento aggravato della latitanza del capomafia barcellonese Giuseppe Gullotti (condannato con sentenza definitiva quale mandante dell’assassinio del giornalista Beppe Alfano), arrestato nel febbraio 1995 in un appartamento di sua proprietà, ed era al contempo imputato di favoreggiamento aggravato della latitanza del capomafia catanese Benedetto Santapaola a Terme Vigliatore, motivo per il quale venne poi condannato in primo grado dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto e poi assolto dalla Corte d’appello di Messina solo dopo la dichiarata inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche ed ambientali acquisite nel relativo procedimento;

affittuario di immobili dell’IPAB “Nicolaci Bonomo†negli anni almeno fino al 2001 fu anche l’ora deceduto Pietro Arnò, personaggio legato al boss mafioso Giuseppe Gullotti e ripetutamente indagato per associazione mafiosa, nell’ambito dell’indagine “Sfinge†e dell’indagine “Omegaâ€;

altro affittuario di immobili dell’IPAB è la società GEMA, di cui sono soci l’ingegner Luciano Genovese, che al tempo della stipula dei contratti era assessore all’urbanistica del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, e l’imprenditore Antonino Mangano, condannato in primo grado per truffa e di recente rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta;

nel 2002 venne concesso in locazione a tale Francesco Barbera un immobile di proprietà dell’IPAB sito a Barcellona Pozzo di Gotto in via Nicola Fabrizi, n. 12, per destinarlo a fini commerciali, in particolare per l’installazione di un supermercato;

in tale contratto d’affitto è poi subentrato l’imprenditore barcellonese Immacolato Bonina (già presidente della squadra di calcio barcellonese Igea Virtus, alla quale fu interessato il boss Giuseppe Gullotti), titolare di una grossa catena di supermercati;

tuttavia, l’immobile in questione secondo il vecchio strumento urbanistico di Barcellona Pozzo di Gotto ed anche secondo il nuovo piano regolatore è destinato ad edilizia scolastica e non a scopi commerciali;

dell’IPAB “Nicolaci Bonomo†è affittuaria di un immobile in contrada Salicà di Terme Vigliatore anche l’azienda agricola “Camilla Orsi†di Pasqua Formica, moglie del segretario dello stesso IPAB Mariano Cangemi, e nello stesso immobile risulta residente Giuseppe Cangemi, figlio del segretario Mariano Cangemi;

imponenti sono i crediti mai riscossi dall’amministrazione dell’IPAB per i numerosi contratti di affitto di immobili di proprietà dell’ente, per una somma complessiva che si aggirerebbe intorno agli 800.000 euro,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che la situazione dell’IPAB “Nicolaci Bonomo†di Barcellona Pozzo di Gotto meriti attenzione e intervento da parte delle autorità competenti;

se non ritenga allarmanti i rapporti contrattuali fra l’IPAB “Nicolaci Bonomo†di Barcellona Pozzo di Gotto e personaggi legati alla criminalità mafiosa barcellonese;

se non ritenga che il ruolo esercitato dall’avvocato Nello Cassata quale presidente dell’IPAB “Nicolaci Bonomo†imponga la segnalazione al Consiglio superiore della magistratura della posizione di incompatibilità ambientale dell’attuale Procuratore generale presso la Corte d’appello di Messina dottor Antonio Franco Cassata.

BUSTA CON PROIETTILE PER IL SINDACO DI MESSINA PEPPINO BUZZANCA. CHE REPLICA DA ROMA, ‘NON MI FARO’ INTIMIDIRE!’

Una busta contenente un proiettile e’ stata recapitata al sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca. Il messaggio intimidatorio e’ stato spedito al Comune ed era tra la posta. La notizia e’ stata appresa da Buzzanca, come spiega lui stesso, mentre era a Palazzo Grazioli per incontrare il premier Silvio Berlusconi e affrontare alcuni nodi della citta’ dello stretto. “E’ un atto intimidatorio gravissimo - dice il sindaco - ma non mi faro’ intimidire. Andro’ avanti per la mia strada e non la daro’ vinta a quanti con questi metodi vogliono fermare un percorso di cambiamento e di legalita’ nell’amministrazione”. Sull’atto intimidatorio indagano le forze dell’ordine. “Ho appreso del vile tentativo di intimidazione ai danni del sindaco di Messina - commenta l’assessore regionale ai Trasporti Nino Strano - e sono sgomento. Proprio questa mattina avevo inserito nella delibera che sara’ trattata nella prossima giunta di governo, su sua sollecitazione, il finanziamento di 20 milioni di euro in favore del suo comune per la realizzazione di una piattaforma logistica nelle aree limitrofe al porto di Tremestieri, per la risoluzione dell’emergenza traffico e il rilancio produttivo della citta’”.

MESSINA: CRIMI, SOLIDARIETA’ A BUZZANCA PER IGNOBILE GESTO
“Voglio esprimere ferma condanna per il grave atto intimidatorio nei confronti del sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca, atto gravissimo anche nei confronti della citta’. Il mio auspicio e’ che gli inquirenti possano al piu’ presto individuarne i mandanti; mia e’ la certezza, conoscendo bene l’amico Buzzanca, che il sindaco non cambiera’ atteggiamento nel suo modo di operare per il bene della citta’”. Lo afferma Rocco Crimi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

A MESSINA E’ ALLARME: LA VISITA DEL MINISTRO ANGELINO ALFANO AL CARCERE DI GAZZI (MESSINA). IN MENO DI UN MESE SI SONO REGISTRATI TRE TENTATIVI DI SUICIDIO IN UNA DELLE CARCERI PIU’ SOVRAFFOLLATE E ANGUSTE D’ITALIA

IN MENO DI UN MESE ALL’INTERNO DEL CARCERE DI GAZZI, A MESSINA, SI SONO REGISTRATI TRE TENTATIVI DI SUICIDIO DA PARTE DI DETENUTI. E’ UN VERO E PROPRIO ALLARME QUELLO CHE SI VIVE ALL’INTERNO DEL CARCERE MESSINESE. NESSUNA NOTIZIA UFFICIALE E’ TRAPELATA DA QUELLA CHE RIMANE UNA REALTA’ A PARTE, SPESSO BLINDATA. IL RAPPORTO DELL’ASSOCIAZIONE ANTIGONE DI QUALCHE ANNO FA, PARLAVA GIA’ CHIARAMENTE DI SPAZI ANGUSTI, DI STRUTTURA OBSOLETA, DI PESANTE SOVRAFFOLLAMENTO, CONDIZIONI DI OBSOLESCENZA, CONDIZIONI IGIENICHE PRECARIE. LA SITUAZIONE SEMBREREBBE PEGGIORATA. DI RECENTE E’ STATO CHIUSO IL TERZO PIANO DELLO STABILE, IN SEGUITO A DELLE INFILTRAZIONI. DOMANI SARA’ IN VISITA NELLA STRUTTURA DI MESSINA IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA ANGELINO ALFANO. E’ A LUI CHE GIRIAMO L’ALLARME, PRIMA DEL SUO ARRIVO IN CITTA’. PERCHE’ NON SIA, QUELLA DI DOMANI, COME SPESSO SUCCEDE IN QUESTI CASI, UNA SEMPLICE E SUPERFICIALE VISITA DI CORTESIA. Enrico Di Giacomo

DAL RAPPORTO ANTIGONE IN CARCERE (2004) - Casa Circondariale di MESSINA Gazzi
NODI IDENTIFICATIVI E PROBLEMATICI
L’istituto ha strutturalmente spazi angusti, una struttura obsoleta, un indice di pesante sovraffollamento. Sarebbe auspicabile un intervento di tipo formativo sugli agenti di polizia penitenziaria. Nell’estate del 2003 si sono svolte inchieste relative a pestaggi.
STRUTTURA
La costruzione e l’utilizzazione della struttura risalgono ai primi del Novecento. All’esterno la costruzione appare in buone condizioni generali all’esterno. L’interno è invece problematico, la struttura versa in condizioni di obsolescenza, per quanto disponga di spazi molto ampi (corridoi e locali larghi e alti). I corridoi dispongono di zoccoletti sanitari (atipico, rispetto agli altri luoghi), le pareti sono state per la gran parte raschiate in conseguenza dell’avvio dei lavori di strutturazione; ma i tetti sono affetti da umidità, i cancelli sono molto arrugginiti e le condizioni igieniche precarie. La ripartizione interna è in Sezioni: Camerotti, Cellulari, Alta Sicurezza, CDT, femminile. Gli spazi comuni esterni sono costituiti dai passeggi.
Femminile - Le camerate che ospitano le detenute sono molto ampie, ma in condizioni di manutenzione pessima, e dispongono dietro le grate delle gelosie di vetro. Le brande sono arrugginite. Le finestre sono sufficientemente luminose. La sezione isolamento versa in condizioni igieniche e di manutenzione molto precarie. Le celle ospitano uno, due detenuti, sono sufficientemente spaziose e luminose, non i servizi sanitari. La sezione Alta Sicurezza si presenta in una condizione leggermente migliore (celle doppie), pur nel generale contesto di obsolescenza. L’illuminazione è buona sia nelle celle che nei corridoi. In ogni piano di sezione è presente un ambulatorio. I cortili hanno una tettoia antipioggia in onduline, e versano in precarie condizioni.

A tre anni da indulto carceri scoppiano, sos al governo
Da alcune settimane magistrati, avvocati, sindacati di polizia e volontari lanciano l’allarme sul sovraffollamento delle carceri e sull’aumento dei suicidi dietro le sbarre, che rischia di fare del 2009 un anno record, ma per il momento non sembrano in vista né nuovi provvedimenti di urgenza per svuotare le carceri né nuovi penitenziari. Secondo diverse fonti, il numero dei detenuti è compreso tra 63mila e circa 65mila, rispetto ai 43mila posti ufficialmente disponibili. Si tratta del picco più alto dal 1946, quando il ministro della Giustizia Palmiro Togliatti propose un’amnistia per molti autori di reati, tra cui numerosi collaborazionisti che durante la guerra avevano sostenuto i nazisti. E nelle previsioni di Angiolo Marroni, garante dei detenuti del Lazio, senza interventi a fine anno si arriverà a 70mila detenuti. In alcune regioni la situazione è più grave della media. In Puglia, per esempio, secondo il sindacato Uilpa, il sovraffollamento è superiore al 62%. Al carcere palermitano dell’Ucciardone ci sono celle di 16 metri quadri che ospitano 16 detenuti, mentre la Convenzione per i diritti dell’uomo indica 4 metri quadri a persona nelle celle collettive. A Trieste, hanno scritto i media nei giorni scorsi, è stato istituito un apposito registro dei materassi per fare dormire a terra a turno i carcerati. Il 16 luglio scorso, la Corte Strasburgo ha condannato intanto l’Italia per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per il caso di un bosniaco che aveva denunciato le condizioni di detenzione a cui era stato sottoposto nel carcere romano di Rebibbia tra il 2002 e il 2003. Intanto, nei primi quattro mesi dell’anno, secondo i medici penitenziari, sono stati 22 i detenuti che si sono tolti la vita, e per Domenico Pasquariello, un magistrato che lavora in Emilia-Romagna, il “trend” attuale può portare a fine anno a un bilancio di 76 suicidi, contro i 42 del 2008. di Massimiliano Di Giorgio

LA POLEMICA: I DEPISTAGGI SULL’OMICIDIO DI BEPPE ALFANO E IL RUOLO DEL PM DE MAGISTRIS. LETTERA APERTA DELL’AVVOCATO UGO COLONNA AGLI ONOREVOLI SONIA ALFANO E LUIGI DE MAGISTRIS

RICEVIAMO DALL’AVVOCATO UGO COLONNA E PUBBLICHIAMO:

L’AVVOCATO UGO COLONNA

UNA LETTERA CUI IL BLOG DI BEPPE GRILLO NON HA VOLUTO DAR SPAZIO: VI FURONO DEPISTAGGI NELL’OMICIDIO ALFANO? L’ON.LE DE MAGISTRIS E’ UN VERO PALADINO DELLA LIBERTA’ DI STAMPA?
Le trasmetto per la pubblicazione una lettera da me inviata al sito di Beppe Grillo il 22 luglio scorso nella convinzione che su tale blog, con un pubblico dibattito, si potesse fare luce sulle accuse più volte ripetute dall’on.le Sonia Alfano circa l’esistenza di depistaggi, posti in essere da alcuni inquirenti, nell’individuazione del mandante/mandanti dell’omicidio del padre, consumato l’8.1.1993 in Barcellona P.G.. Il neo parlamentare europeo ha posto alla base della sua campagna elettorale tale denuncia antimafia, affermando che un Pm avrebbe inquinato le indagini, tra l’altro anche pilotando le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, all’epoca assistito dal sottoscritto quale legale. L’obiettivo prefisso, in base alla prospettazione della parlamentare, sarebbe stato quello di favorire consapevolmente alcuni soggetti appartenenti alle istituzioni e mafiosi locali. Secondo la ricostruzione dell’on. Alfano quel Magistrato, volutamente tacendo gli elementi che gli erano noti - il giornalista gli avrebbe riferito, poco prima di essere ucciso, quale era il luogo ove il capomafia Nitto Santapaola era in allora latitante nel barcellonese - avrebbe deviato le indagini dal vero movente, legato alla scoperta del boss catanese latitante, indirizzandole sulla pista falsa, ma meno scomoda, della gestione corrotta di un ente assistenziale barcellonese, l’ “AIASâ€, che il giornalista aveva pubblicamente denunciato. Ora: esistono inequivoche, non inquinabili risultanze probatorie, acquisite anche dopo la formulazione dell’imputazione concernente l’omicidio Alfano, che escludono che la causale del crimine sia stata la scoperta da parte del giornalista del luogo della latitanza di Santapaola nel barcellonese – e ciò non foss’altro perché quest’ultimo non era ancora latitante a Barcellona, dove sarebbe giunto soltanto successivamente alla data dell’omicidio; esistono altresì elementi certi che confermano la validità della causale che riconduce alla c.d. pista Aias, originariamente individuata dagli inquirenti, anzi emerge con nettezza processuale chi aveva interesse e determinò l’eliminazione del giornalista, poi materialmente fatta eseguire dai soggetti infine condannati. Poiché l’ on. Alfano è a conoscenza di tali risultanze, ritenevo cha la stessa avrebbe dovuto fornire nel blog dei suoi sostenitori gli elementi, a lei noti, su cui fondava e fonda le sue gravi accuse, nell’ottica della trasparenza che la distingue da altri politici. Nella mia lettera a Grillo parimenti chiedevo, con riferimento all’ on.le Luigi de Magistris, se fosse noto ai suoi sostenitori e ai lettori del blog che l’ex Magistrato, ora paladino della libertà di stampa e dell’indipendenza della magistratura, quando era Pm aveva ottenuto il sequestro di un giornale reggino perchè, tra l’altro, dava notizie di un processo in corso presso altra Autorità giudiziaria ove erano imputati notabili, tra cui magistrati e imprenditori. Non avendo avuto alcun riscontro o interlocuzione di sorta né essendo stata pubblicata la lettera che segue, ad una settimana dall’inoltro La invio a Lei perché permetta il dibattito e la trasparenza, sul presupposto che qualsiasi affermazione su fatti così rilevanti debba basarsi su fatti veri e non su costruzioni verosimili che, spesso, possono essere più pericolose delle falsità.
UGO COLONNA
Messina, 29 luglio 2009

LA LETTERA A BEPPE GRILLO
Egregio signor Grillo,
mi chiamo Ugo Colonna, sono nato a Messina 49 anni fa e sono un avvocato.
Ho sempre pensato e penso che la mafia esista e che sia un problema gravissimo per l’Italia intera e non solo per la Sicilia. Essendo di ciò così intimamente persuaso, negli anni ‘90 ho denunziato mafiosi e collusioni tra quest’ultimi e personaggi della società civile. Spesso le mie denunce hanno portato a condanne, con accertamento giudiziario dei fatti da me esposti. Credo che per colpire i mafiosi ed i loro illeciti interessi non basta diffondere meri proclami verbali, tipici del lessico di molti uomini politici; ritengo invece sia necessario, laddove se ne abbia diretta conoscenza ovviamente, indicare precisi fatti, facendo nomi e cognomi. Se le denunce sono generiche, di facciata o, peggio ancora, se si accusano soggetti che si sanno innocenti certamente non si combatte il fenomeno mafioso. Al contrario, lo si perpetua, pur sostenendo di volerlo combattere. Da sempre ho naturale rispetto per le vittime della mafia e per coloro che contribuiscono con le loro testimonianze a smascherare i mafiosi ed ho piena ammirazione per Magistrati e Forze dell’Ordine che hanno tramutato ciò che è notorio, ai più, in prova a carico di coloro che si sono macchiati di fatti di mafia siano essi omicidi o reati apparentemente meno gravi, determinando la loro responsabilità penale. Ho letto la Sua intervista su il Corriere della Sera del 16.7 u.s., le critiche che Lei esplicita all’ attuale classe politica ed il riferimento all’on. le Sonia Alfano, eletta quale indipendente nel movimento politico dell’on. le Antonio Di Pietro, come esempio di “frutto pulito†di quel movimento realmente democratico, sorto cioè dal basso, del popolo di internet che, finalmente correttamente informato, ha affidato il suo consenso elettorale. Come è noto, l’ultima competizione elettorale ha premiato l’on. le Sonia Alfano e l’on. le Luigi de Magistris proposti dal suo blog quali soggetti di rottura rispetto ai politici del passato e ciò in quanto personaggi di sicura onestà, correttezza, competenza. In particolare, stando ai rispettivi manifesti propagandistici elettorali:
a. l’ On. le Sonia ALFANO si è distinta per avere denunciato da anni le collusioni di apparati del potere ufficiale, compresi importanti magistrati, con il gruppo mafioso dominante a Barcellona Pozzo di Gotto, collusioni spintesi fino al depistaggio delle indagini sull’omicidio del padre, consumato l’8.1.1993, al fine di favorire i veri mandanti – istituzionali - e la causale effettiva del grave fatto di sangue.
b. L’ On. le Luigi de MAGISTRIS si è distinto per ficcanti inchieste sul malaffare economico / mafioso calabrese che - messo in crisi a causa di quegli incisivi interventi investigativi – è riuscito dapprima ad espropriare l’ex Pm dei procedimenti assegnatigli e, in seguito, a neutralizzarne l’azione, ottenendone il trasferimento e la rimozione dalle funzioni di Pubblica accusa. Egli è stato proposto quale soggetto che si dichiara contrario a quegli sciagurati disegni di legge legislativi in corso di approvazione che tendono, da un lato, ad imbavagliare l’informazione, dall’altro, a ridurre l’indipendenza della magistratura. Non ho competenza per esprimere valutazioni sull’agire politico dei due onorevoli e, del resto, sarebbe anche prematuro, né mi permetto di giudicare le - sia pur legittime - aspirazioni e ambizioni di costoro al fine di ottenere posizioni di rilievo, obiettivo che è comune ad ogni uomo, politico e no. Sono a conoscenza, invece - in un caso per le mie origini siciliane e per il mio lavoro, nell’altro caso per esservi “ inciampato†mio malgrado - di elementi di fatto che mi portano ad avere un giudizio molto diverso da quello propinato al popolo di internet, che in assoluta buona fede ha appoggiato i due neo- onorevoli nella loro ascesa a Strasburgo. In altre parole, mi sento di poter affermare – proprio sulla base di tali mie conoscenze - che i due neo eletti non siano del tutto meritevoli della fiducia di quella parte onesta dell’elettorato che li ha votati ritenendoli, assolutamente diversi da quei politici che Lei, signor Grillo, critica e giustamente attacca.
Fuor di metafora ed in termini concisi:
- l’ on. Alfano sostiene pubblicamente l’esistenza di un depistaggio nell’inchiesta sui mandanti e la causale dell’omicidio del padre, giornalista Beppe Alfano che a suo dire avrebbe perso la vita perché avrebbe scoperto, ed inopinatamente confidato ad un PM infedele, la latitanza del boss Nitto Santapaola a Barcellona P.G.. Non conosco i motivi di tale suo agire, tuttavia la sig.ra Sonia Alfano sa bene, per averne in parte avuto conoscenza diretta e in altra parte per conoscenza di atti processuali inequivoci, che la ragione dell’omicidio NON PUO’ essere ricondotta alla latitanza del capomafia catanese. Ciò in quanto è documentalmente provato, come si può dimostrare in ogni sede, anche propriamente giudiziaria, che fino all’omicidio Alfano, Nitto Santapaola non era rifugiato nella zona di Barcellona P.G., bensì in quella di Catania. Bisognerebbe chiedersi, allora, quali sono le ragioni che spingono l’on.le Alfano, utilizzando in modo parziale o decontestualizzando dati processuali, a presentare una realtà diversa da quanto chiaramente emerge processualmente e se vi sia taluno che ne strumentalizzi la figura per propri scopi.
- l’on. de Magistris – lungi dall’immagine accreditata di Magistrato scomodo per il potere corrotto - da Pm catanzarese ha interferito in processi che altra autorità giudiziaria (Catania) da anni stava svolgendo, a carico di soggetti e magistrati poi condannati per mafia, indagando chi nell’altra sede aveva denunziato, con ipotesi accusatorie così inconsistenti e velleitarie che in breve hanno condotto a totale archiviazione, proscioglimenti e assoluzioni. Non ha esitato, sempre nello stesso procedimento, a mettere il bavaglio alla stampa che del processo catanese dava notizia, ottenendo anche – fatto per quanto mi consta unico in Italia – il sequestro di un giornale e richiedendo la custodia in carcere per chi dava pubblicità con interviste o facendo pubblicare i verbali delle pubbliche udienze, anche su quel giornale, del processo presso il Tribunale di Catania a carico di notabili, tutti poi condannati. E’ anche facile documentare che su tali poco edificanti vicende l’ex PM ha ricevuto “speciali impunitàâ€. Con quale coerenza e credibilità oggi, da parlamentare, Luigi de Magistris parla di libertà di informazione e di indipendenza della magistratura? Certo, come lei dice, abbiamo un Ministro dell’Interno condannato per lesioni ad un agente della Polizia di Stato, ma non potrà non convenire che, coerentemente, affidare l’interlocuzione sui temi della libertà di stampa o sull’indipendenza della magistratura al dottor de Magistris è come affidare l’ospedale Bambin Gesù di Roma o il Gaslini di Genova ad Erode! Anche altri soggetti, che operano nel settore della giustizia o gente comune, certamente sono a conoscenza di queste condotte, poco compatibili con l’immagine di “volti nuovi e puliti†che è stata attribuita mediaticamente all’on. Alfano ed all’on. de Magistris. Costoro che sanno, tuttavia, scelgono di stare in silenzio forse perché pensano che sia inutile o peggio rischioso esporsi, criticando chi è supportato da così ampio e incondizionato consenso, unificato sotto il vessillo della lotta alla mafia. Io, all’opposto, ritengo che non sia giusto tacere e sia doveroso denunziare, anche se poco o forse nulla cambierà. Le chiedo di pubblicare la presente lettera e se ritiene posso fornire per la pubblicazione nel suo blog, onde sottoporli al giudizio dei suoi lettori, dati più precisi sulla scorta dei quali comprendere analiticamente le mie precedenti affermazioni, estremamente sintetiche. Sono certo che il suo blog non si sottrarrà dalla diffusione di dati e notizie che riguardano la correttezza e la lealtà dei parlamentari eletti, in modo da accrescere l’informazione dei suoi lettori. Solo in esito alla conoscenza di dati oggettivi, evitando proclami, slogan o offese personali, ognuno potrà formarsi una corretta opinione. In attesa le invio cordiali saluti.
UGO COLONNA
Messina, 22 luglio 2009

MESSINA, UN ANNO FA LA NOMINA DEL GIUDICE FRANCO CASSATA A PROCURATORE GENERALE: PUBBLICHIAMO UNA LETTERA DELL’AVV. FABIO REPICI

FRANCO CASSATA

Esattamente un anno fa il peggior Consiglio superiore della magistratura della storia nominava il dr. Antonio Franco Cassata alla guida della Procura generale di Messina. In una frettolosissima ultima seduta del plenum del Csm a nulla valsero le parole accorate di uno sgomento Livio Pepino: Ma come possiamo? Uno con quel pedigree? Intendeva uno denunciato per essere stato amico di mafiosi, uno iscritto ad un circolo paramassonico della sua città (Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina, il circolo Corda Fratres) del quale al contempo era riverito socio perfino il capo di Cosa Nostra barcellonese (Giuseppe Gullotti, condannato con sentenza definitiva quale mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano), uno che non si è mai trattenuto dall’entrare a gamba tesa per ostacolare indagini e processi a carico di amici (inclinazione tradotta col termine interventista da un membro del precedente Csm, che all’uopo dovette ricorrere alla fantasia metaforica del fratello letterato). La proposta passò a maggioranza. Ne è derivato l’annus horribilis per la giustizia a Messina ed anche per l’informazione. In giro per l’Italia, a corredo di un salace commento di Pepino su quella nomina, si rincorsero le parole scandalizzate di tanti magistrati lungo la mailing-list di Magistratura Democratica. Da tutta Italia, tranne che da Messina. Ancora oggi capita di incontrare addetti ai lavori che non trattengono l’indignazione per quella nomina: nei palazzi di giustizia di tutta Italia tranne che a Messina. Qualche settimana dopo quella nomina ricevetti una mail dal mio amico Adolfo Parmaliana. Non riusciva a trattenere lo scoramento e concludeva: a seguito delle ultime decisioni del Csm medito di dimettermi da italiano, dopo essermi già da tempo dimesso da siciliano. Neanche due mesi dopo Adolfo si tolse la vita, lanciandosi da un viadotto dell’autostrada Messina-Palermo, non prima di lasciare un’ultima lettera che, a rileggerla ancora oggi, continua ad essere un pugno nello stomaco: dopo una vita di lotta contro mafiosi e colletti bianchi mi sottraggo scientemente alla rappresaglia della malagiustizia barcellonese/messinese che vorrebbe farmela pagare. Morto Adolfo, in quel modo, il volto ufficiale della giustizia messinese, la magistratura associata del distretto, partorì un singolare manifesto con cui si lamentava dell’ultima puntata di Blunotte di Carlo Lucarelli (ingiustificate ed indiscriminate accuse al rito peloritano e discredito di tanti magistrati laboriosi e giusti) e additò al pubblico ludibrio, con tanto di nome e cognome (come era d’uso nei tardi anni Settanta in volantini di tutt’altra provenienza), una delle cinque persone onerate espressamente da Adolfo Parmaliana di spiegare le accuse del suo memoriale. Quel memoriale che i cittadini messinesi avevano dovuto leggere su internet o sulle testate nazionali, avendone disposto rigorosissima censura il quotidiano locale Gazzetta del Sud. E cosa ne è stato dei principali processi in cui è stata impegnata la Procura generale di Messina del nuovo corso? Peggio che andar di notte. Nel processo denominato Panta Rei (a carico dei mafiosi calabresi e dei loro alleati che per decenni – e forse ancora oggi – avevano messo sotto il loro controllo l’università di Messina), il sostituto del dr. Cassata con parole inequivoche ha abbandonato l’appello proposto dalla Direzione distrettuale antimafia contro l’assoluzione ottenuta in primo grado dal professore Giuseppe Longo (già sospettato e archiviato per l’omicidio del prof. Matteo Bottari) dall’accusa di associazione mafiosa. Nel processo denominato Mare Nostrum (contro i clan mafiosi della fascia tirrenica messinese), poi, il surrealismo giudiziario ha preso il sopravvento. Ne è venuta fuori, perfino, su richiesta dei difensori del boss Gullotti (sempre quello, il consocio di Cassata nel circolo Corda Fratres), la testimonianza del P.m. del processo di primo grado, il dr. Olindo Canali, dopo la divulgazione di un memoriale anonimo poi riconosciuto (con un fax a Cassata) come proprio da quel magistrato (e nel memoriale schizzi di fango contro forze dell’ordine, contro alcuni suoi colleghi e perfino contro qualche eroico familiare di vittime di mafia). Naturalmente, l’informazione cittadina ha fatto di tutto per attutire le conseguenze di quella testimonianza nocive per il sistema, allorché si seppe che per il dr. Canali erano state avviate dal Csm (perfino da questo Csm!, proprio insalvabile il soldato Canali…) la pratica per incompatibilità ambientale e funzionale e dalla Procura di Reggio Calabria un’indagine per falsa testimonianza e favoreggiamento del boss Gullotti. Nei giorni scorsi è arrivata la notizia che il Csm ha formalizzato le contestazioni al dr. Canali (fra le quali anche le vicende riguardanti Adolfo Parmaliana) e lo ha convocato per il prossimo 15 settembre e chissà che in quell’occasione Canali non trascinerà con sé in un abbraccio mortale anche il dr. Cassata, del quale per anni è stato fedelissimo seguace. Tutti quelli che conoscevano Adolfo Parmaliana sanno che erano Canali e Cassata i primi due nomi che egli catalogava nella malagiustizia barcellonese/messinese. C’è voluto il cadavere di Adolfo per costringere le istituzioni ad alzare il velo. Ora gli stessi interessati per la prima volta temono di essere giunti al capolinea. Se e quando ciò dovesse accadere, tuttavia, sarà impossibile provarne soddisfazione. Solo piangerò una lacrima in più per Adolfo. Sarei stato perfino disponibile a mettere la firma perché la carica di Procuratore generale per il dr. Cassata diventasse vitalizia, pur di poter restituire Adolfo ai suoi figli, a sua moglie ed ai suoi genitori. Nell’impossibilità di ciò fuori dai sogni di queste calde notti d’estate, rimane solo l’impegno per non vanificare il sacrificio di un uomo coraggioso e di uno scienziato valentissimo.
Fabio Repici

PONTE SULLO STRETTO: L’8 AGOSTO TUTTI IN PIAZZA PER DIRE NO ALL’ENNESIMA ‘MUCCA DA MUNGERE’!

FOTO: E. DI GIACOMO

Stanno andando avanti, stanno costruendo il loro “Ponte†fatto di colate di cemento, speculazione, disprezzo per la democrazia. I cittadini che scenderanno in piazza l’8 agosto a Messina non si opporranno semplicemente ad una singola opera, ma ad una concezione sbagliata, ad un modello perverso. La manifestazione organizzata dalla “Rete No Ponte†è il frutto di un lungo percorso costruito negli anni che ora si arricchisce di una precisa richiesta, ri-orientare la spesa pubblica allontanandola da grandi opere inutili, dannose e non volute verso la riqualificazione del territorio, a cominciare dalla messa in sicurezza anti-sismica, ed infrastrutture di prossimità, come il traghettamento pubblico dello Stretto. Le adesioni di associazioni ambientaliste (WWF, Italia Nostra, Legambiente), quelle di partiti e soggetti politici (Sinistra e Libertà, Rifondazione comunista, Pdci, Plc, Bene Comune, Federazione anarchica siciliana, Unità comunista), sindacati (Rdb, Cub, Cobas, Orsanavigazione), centri sociali (Cartella, Zetalab, ExKarcere, Ask, Auro), reti territoriali (Coordinamento catanese No G8, Cordinamento ibleo per la difesa dalle nocività), comitati cittadini (Giovani e Messina, Energia messinese), un’infinità di piccole e grandi realtà, tantissimi cittadini e non da ultimo le numerose presentazioni sul territorio del libro “Ponte sullo Stretto e mucche da mungere†sono i segnali inequivocabili di una consapevolezza che non si è mai sopita. Numerosi pullman arriveranno da Palermo, Ragusa, Siracusa, Catania, Reggio Calabria e Cosenza. Nel corso degli anni si è passati senza pudore dall’esaltazione del mercato e dell’iniziativa privata ad un interventismo statale degno dell’IRI, finalizzato però al trasferimento di denaro dalle tasche dei cittadini (quella parte di cittadinanza che paga le tasse) ad un ristretto circolo di contractors ben legati alla politica. Il Ponte come i rifiuti, l’acqua privatizzata come l’economia di guerra sono le “mucche da mungere†che arricchiscono pochi speculatori ed aumentano la distanza tra ricchi e poveri, spesso con metodi autoritari. Pietro Ciucci ha da pochi giorni aggiunto alla carica di presidente dell’Anas e della Società Stretto di Messina (di cui Anas è azionista con l’82%) l’incarico barocco di “Commissario Straordinario per il riavvio delle attivitàâ€, con il compito specifico di “rimuovere gli ostacoli†frapposti al Ponte. La formula è inquietante, anche perché più volte il governo ha minacciato “l’uso dell’esercito†contro quelle “minoranze†che oseranno opporsi all’avvio dei cantieri. Ma c’è anche l’aspetto economico, non meno preoccupante. In sessanta giorni, Ciucci dovrà “adeguare†i contratti stipulati con Impregilo (vincitrice di una gara dai contorni mai chiariti) e con “le società affidatarie dei servizi di controllo e verifica della progettazione definitiva ed esecutivaâ€. Pur non essendoci ancora un progetto definitivo, la società Stretto di Messina potrà contare su un contributo di 1,3 miliardi di euro “in conto impiantiâ€, ovvero soldi destinati all’acquisto di fattori produttivi “a lungo ciclo di utilizzoâ€. Soldi da spendere subito, e male. Secondo i ministri Matteoli e Tremonti, già alla fine dell’anno potranno essere avviati i “cantieri a terraâ€, cioè tutte quelle che opere pensate in vista del Ponte, ma altrettanto inutili e forse ancora più dannose del “mostro sullo Strettoâ€. Un delirio di svincoli, raddoppi, gallerie, varianti e viadotti che dovranno collegare il casello del Ponte alle strade ed alla ferrovia della città, e raddoppiare le corsie in previsione di un aumento del traffico che non ci sarà. Già da sole, le opere correlate trasformeranno l’area dello Stretto in un immenso cantiere per un tempo indefinito. Nessuno crede ai sette anni promessi da Ciucci, basta vedere l’esempio dell’ammodernamento della Salerno – Reggio Calabria, gestito da Anas ed in parte da Impregilo, avviato nel 1990, costato 17 volte di più, perennemente “infiltrato†da tutti i clan di camorra e ‘ndrangheta presenti lungo il tracciato. Intanto prosegue il “sacco edilizio†della città di Messina. E’ stato approvato il progetto per il Tirone, unico quartiere storico sopravvissuto al cataclisma del 1908. Un parcheggio sotterraneo da 1400 posti su 6 piani, l’ennesimo centro commerciale e tanti nuovi palazzi potrebbero eliminare l’ultimo residuo di centro storico. Le mura che hanno resistito alle scosse del grande terremoto rischiano cento anni dopo di crollare di fronte alla furia dei palazzinari e del partito del cemento. Rete No Ponte www.retenoponte.it