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L’ITALIA SOVVERSIVA: Stragi ‘92 e attentato Addaura, spuntano nuovi indagati

Spuntano nuovi nomi nelle inchieste dei magistrati di Caltanissetta sulle stragi di Capaci e via D’Amelio e sul fallito attentato a Falcone all’Addaura. La notizia è stata confermata dagli inquirenti. A dare nuovi input alle inchieste del pool nisseno - come riportato dal Giornale di Sicilia - sono due collaboratori di giustizia: Angelo Fontana, ex boss dell’Acquasanta, e Gaspare Spatuzza, reggente del mandamento mafioso di Brancaccio . Nel registro degli indagati sarebbero stati iscritti alcuni mafiosi, ma anche uomini dei servizi segreti. Circostanza su cui i pm, però, non vogliono fare commenti. A indicare la presenza di esponenti di apparati dello Stato in via D’Amelio è stato Fontana: avrebbe detto ai magistrati di averli riconosciuti nelle immagini girate dalle tv sul luogo dell’eccidio. L’ex boss li conosceva perché avevano rapporti con la mafia. Una presenza oscura, quella di presunti 007, che torna anche nel fallito attentato a Falcone del 1989 all’Addaura, località che fa parte dello stesso mandamento a cui il pentito apparteneva. In tutto le nuove iscrizioni sarebbero una decina.

MESSINA: 412 FALSI BRACCIANTI, TRUFFA ALL’INPS DA 4 MILIONI

I militari della tenenza della guardia di finanza di Capo d’Orlando hanno scoperto una truffa da quasi quattro milioni di euro ai danni dell’Inps ideata da C.F., 77 anni, di Sinagra (ME), titolare di un’azienda agricola a S. Angelo di Brolo (ME) che avrebbe avuto 412 braccianti agricoli in realtà mai esistiti. “La truffa - dice la Gdf - si concretizzava con la formale instaurazione di rapporti di lavoro in agricoltura. Rapporti in realtà mai o in parte instaurati; artifizio consistito prima nel costituire una ditta individuale senza avere struttura organizzativa e capacità economica tale da giustificare l’assunzione di un numero così elevato di lavoratori agricoli, poi presentando una denuncia aziendale nella quale venivano indicati dati non veritieri come una disponibilità di terreni superiore a quella effettiva”. Dal 2004 al 2008, nei terreni di S. Angelo di Brolo (ME), Sinagra (ME) e Roccella Valdemone (ME), la ditta C.F., ha documentato un fabbisogno di lavoro in misura sproporzionatamente superiore rispetto a quello effettivamente necessario, quantificato in quasi 120 mila giornate lavorative fittizie. L’azienda agricola - dice la Gdf - facendo risultare avviati al lavoro i braccianti agricoli, e presentando all’Inps le dichiarazioni di manodopera agricola trimestrale ha procurato ai lavoratori un ingiusto profitto pari alle somme di denaro dovute dall’Inps a titolo di indennità (disoccupazione, assegni familiari, contribuzioni pensionistiche e prestazioni per malattie e maternità), con correlato danno economico per l’Inps di oltre 2.630.000 euro. “Risultano certificati 1.306 falsi rapporti di lavoro - dicono i militari - con la conseguente erogazione di prestazioni previdenziali e assistenziali, a fronte delle quali l’azienda agricola non ha mai corrisposto somme per i contributi dovuti in relazione alle dichiarazioni di manodopera prodotte, risultando così debitoria nei confronti dell’Inps per un importo di quasi 1.070.000 euro. L’imprenditore è stato segnalato anche alla procura regionale della Corte dei Conti per il danno erariale.

PREMIO CIVILTA’ GIURIDICA AL PROCURATORE GENERALE DI MESSINA FRANCO CASSATA: LE MOTIVAZIONI? PER ‘L’ALTO CONTRIBUTO OFFERTO ALLA GIUSTIZIA’ E PERCHE’ ‘AUTENTICO GALANTUOMO E MAGISTRATO IMPARZIALE’…

Sabato 22 Agosto a Naso, in occasione della 20a Edizione del Premio Nazionale “B. Joppolo” denominata “I Sentieri dello Spirito”, il Procuratore Generale della Repubblica Franco Cassata riceverà il premio “Civiltà Giuridica”. La volontà di conferire al P.G. Cassata questa importante onoreficenza era stata più volte espressa in particolare dal compianto Avv. Pippo Liuzzo, anima dell’associazione, venuto improvvisamente a mancare qualche tempo fa. Il Premio nazionale “B. Joppolo” nasce per riconoscere i meriti di quelle personalità che si sono distinte nel panorama sociale e culturale italiano; in particolare il Presidente dell’Associazione Luigi Ruggeri chiarisce che l’Associazione quest’anno tiene a consegnare il Premio “Civiltà Giuridica” al Procuratore Generale Cassata per “l’alto contributo offerto alla Giustizia nel corso della sua pluriennale carriera nella Magistratura, coronata dall’impegno civile che ha fatto di lui un vero e proprio avamposto culturale di un territorio ricco di storia e tradizioni, quale è quello della Provincia di Messina. Un autentico galantuomo e Magistrato la cui imparzialità non è stata solo un dovere, ma anche uno stile, un modo di essere, un codice di comportamento”.

LA RIFLESSIONE AMARA DI CLAUDIO FAVA: IL DEBITO E IL LUTTO

Quando ammazzarono Giuseppe Fava, una sera di 25 anni fa, i ragazzi dei Siciliani provarono a immaginare come sarebbe stata la loro vita da quella notte in poi. Diversa, irrimediabilmente: lo capirono subito. E misero nel conto molte cose: dolore, fatica, solitudine e un giornale da tenere in vita a morsi. Nessuno di noi pensò che un quarto di secolo dopo lo Stato avrebbe presentato il conto economico di quella morte: 100 mila euro da pagare in moneta sonante per i vecchi e miseri debiti del giornale, riveduti e corretti da una sentenza del tribunale con il solito corredo di more e interessi passivi. Tre mesi di tempo per saldare, pena la vendita forzosa delle nostre case già pignorate per ordine dei giudici. Una di queste, ereditata dai suoi figli, è la casa in cui nacque e visse Giuseppe Fava. Anch’essa sotto sigilli, in attesa che sia fatta giustizia. Ora, il problema non sono questi denari: forse si potranno racimolare, è già partita una catena di indignata e stupefatta solidarietà che dimostra l’esistenza in vita di un’Italia civile, nonostante tutto. Il problema è l’insegnamento che ciascuno di noi dovrebbe trarne e trasmettere ai propri figli: cari ragazzi, se malauguratamente un giorno la mafia dovesse ammazzare vostro padre invece di affannarvi a proseguire il suo mestiere e la sua ricerca di verità mettetelo da parte, quel mestiere. Dedicatevi ad altro, andate via, rassegnatevi. Altrimenti, prima o poi, vi presenteranno il conto. Avremmo dovuto far questo? Seppellire Fava e chiudere i Siciliani? Quel grumo di ragazzi (io avevo 26 anni, il più vecchio andava per i 30) scelsero la cosa sbagliata: il giornale non si chiude, si va avanti senza pubblicità, rinunziando ai propri stipendi. Sull’editoriale del primo numero in edicola dopo l’omicidio scrivemmo: «Ci dispiace arrivare in edicola con qualche giorno di ritardo per cause che non dipendono dalla nostra volontà». Ecco: nemmeno la soddisfazione di squadernare in pubblico il nostro dolore gli regalammo. Andammo avanti per molti anni. Stipendi zero. Pubblicità zero. Conservo ancora una cortese letterina del Banco di Sicilia, lo stesso istituto di credito indebitato per decine di miliardi con i cavalieri del lavoro e coi loro ruffiani politici, che ci diceva di non voler acquistare una pagina di pubblicità sui Siciliani al prezzo di 250 mila lire. Certo, quando devi tirare avanti così contando solo sulle copie vendute ti tocca far qualche debito: carta, tipografia, fornitori. Bene: quei debiti, rivalutati dall’aritmetica giudiziaria, sono diventati oggi quasi centomila euro. Venticinque anni dopo: vendete le vostre case. Qualcuno vorrebbe sentirselo dire: abbiamo fatto male, ragazzi, tanto valeva piegare il capo. E invece sono qui a dirvi che, se pur dovremo pagare per un fottuto puntiglio giudiziario questi soldi, se pure ci toccherà riscattare ancora una volta la morte di Giuseppe Fava, tornando indietro rifarei ciò che ho fatto. E lo rifarebbero tutti i miei compagni dei Siciliani. A cominciare da quell’editoriale, nel gennaio del 1984: ci dispiace per questi giorni di ritardo, il nostro lavoro va avanti….

Ps. Se qualcuno vuol dare una mano è aperta la sottoscrizione sul conto corrente della «Fondazione Giuseppe Fava», IBAN IT22A0301926122000000557524 - Tratto da: l’Unità

L’incubo del pignoramento per i ragazzi di Pippo Fava
di Ninni Andriolo - 28 luglio 2009
Si incontrarono a Mascalucia, in casa di Antonio Roccuzzo, a pochi chilometri dallo scantinato di Sant’Agata li Battiati dove viveva la redazione de I Siciliani. Il loro direttore era stato ucciso da poche ore, cinque pallottole sparate a bruciapelo da un commando di mafia, a due passi dallo Stadio Cibali. C’erano un po’ tutti quella notte in quella villa dell’Etna: Riccardo, Graziella, Lillo, Miki, Elena, Rosario, Cettina, gli altri i ragazzi di Fava. Claudio era rimasto con la sorella e con la madre, a vegliare il corpo del padre. Dolore e rabbia, prostrazione e voglia di reagire. Alla fine la decisione di andare avanti, «Non potevamo darla vinta a chi volle tappare la bocca al nostro direttore - ricorda Lillo Venezia, che partecipò fin dall’inizio all’avventura de I Siciliani - Progettammo immediatamente il nuovo numero. Subito, per dare la risposta migliore a chi aveva ordinato l’omicidio». Sul notes di Riccardo Orioles prese corpo il menabò concepito a caldo per il primo numero del dopo Fava. Ventimila copie in pochi giorni quando il periodico arrivò in edicola, alla fine di gennaio, il triplo delle vendite abituali.
UN GIORNALE SCOMODO
I Siciliani era un giornale scomodo, come il suo direttore. Raccontava la Sicilia della mafia e degli affari, della politica e degli appalti. E dell’informazione che parlava d’altro mentre i Cavalieri del lavoro (Rendo, Graci, Costanzo e Finocchiaro)imperversavano nell’isola. Con il boss, Nitto Santapaola, che la faceva da padrone. Pippo Fava ruppe il silenzio, e il 5 gennaio 1984 gliela fecero pagare.
IL FALLIMENTO
I suoi ragazzi non mollarono: un vero e proprio movimento intorno a I Siciliani. Testa e cuore, passione e sudore. Ma i debiti iniziarono a pesare, con la pubblicità che si teneva alla larga e i costi che aumentavano. Prima la chiusura «tecnica», poi quella «definitiva», Le richieste dei creditori - infine - con la Radar, editrice del mensile, dichiarata fallita. E il conto i ragazzi ormai cresciuti di Pippo Fava dovrebbero pagarlo oggi, venticinque anni dopo. Settantaduemila euro entro il 30 settembre - pena il sequestro delle case di proprietà - per coprire i debiti della vecchia cooperativa. A pagare, insomma, dovrebbe essere chi non si rassegnò alla mafia. «Il Tribunale di Catania ha disposto il pignoramento dei beni per i responsabili del periodico, che tennero in vita la testata per altri 3 anni dopo l’omicidio - denuncia la Federazione nazionale della stampa - Nel rispetto delle decisioni della magistratura, i giornalisti italiani ritengono che non possa chiudersi così una storia professionale di straordinario valore civile. Non può accadere che siano lasciati soli coloro che più si sono esposti su una frontiera decisiva per la democrazia stessa». Una delle case pignorate è quella di Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, in cui è nato e cresciuto Pippo Fava. «In una città come Catania, che ha un debito colossale dovuto a cattiva amministrazione, e in cui gli sprechi sono all’ordine del giorno - denuncia Dacia Maraini - Ci si accanisce contro dei giornalisti coraggiosi che hanno avuto il solo torto di dire le cose come stanno». Dovrebbero pagare 25 anni dopo per il fallimento dell’editrice. Sono i ragazzi, ormai cresciuti, di Pippo Fava. direttore de I Siciliani. Il giornale visse anche dopo la morte del direttore, ucciso a Catania dalla mafia. - Tratto da: l’Unità

IL COMMENTO
Faccio il mio dovere e verso quel che posso sul conto della Fondazione Giuseppe Fava. Quanto mi dispiace, in questo momento, non essere ricco e saldare in un solo colpo questo debito che lo Stato (ah, lo Stato) esige con discilplinata metodicità da questi nostri amici e compagni coraggiosi, che sono stati il modello per molti di noi. Io non dimentico. Ciao Claudio e ciao Riccardo.
GIUSEPPE RAMIRES, già direttore delle pagine ‘messinesi’ de I SICILIANI

MESSINA: ARRESTATA BANDA DI SPACCIATORI. 20 LE PERSONE INDAGATE

I carabinieri del Comando provinciale di Messina hanno eseguito all’alba 6 provvedimenti cautelari emessi a carico di altrettanti pusher. Le indagini, condotte dai militari della compagnia di Patti (Messina) e dirette dalla Procura distrettuale di Messina, hanno permesso di sgominare la banda di spacciatori che agiva sul comprensorio nebroideo e sulla costa saracena, nei comuni di Sinagra, Naso, Brolo, Sant’Angelo di Brolo, Piraino e Gioiosa Marea. 20 complessivamente le persone indagate. Gli spacciatori erano organizzati in piu’ gruppi, ognuno dei quali aveva un’area di competenza dove spacciare hashish, marijuana ed anche cocaina. Sono finiti in carcere Donatello Carone Dario, 28 anni, di Naso; Casimiro Merendino, 29 anni detto Calimero, di Gliaca di Piraino; Pietro Scaffidi Argentina, 33 anni di Brolo. Ai domiciliari, invece, il palermitano Domenico Di Caccamo, 36 anni, il fornitore del gruppo di Brolo e Davide Notaro, 21 anni, brolese, unico incensurato. Obbligo di soggiorno nel comune di residenza, infine, per Sebastiano Tilenni Scaglione, 23 anni di Tortorici e Tindaro Carone, 40 anni di Naso. Le indagini, portate avanti dalla Compagnia di Patti, ai comandi del Capitano Angelo Zito, sono state coordinate dal sostituto procuratore della Dda, Fabio D’Anna. A siglare il provvedimento cautelare è stato il Gip di Messina, Maria Angela Nastasi.

MAFIA, SANITA’ E POLITICA: L’EX ONOREVOLE DI FORZA ITALIA MERCADANTE E “CREATURA DI PROVENZANO” CONDANNATO A 10 ANNI E 8 MESI

Giovanni Mercadante e’ una creatura di Provenzano, dottore“: e’ l’8 agosto del 2002, quando il pentito Nino Giuffre’ racconta ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo del presunto ruolo che il sessantenne medico radiologo avrebbe rivestito all’interno di Cosa nostra. La posizione dell’ex deputato regionale di Fi condannato nella notte nel processo “Gotha” a 10 anni e 8 mesi per associazione mafiosa, era del resto la piu’ delicata del processo: l’accusa aveva sollecitato per lui una condanna a 14 anni, con l’ipotesi che il primario di Radiologia dell’ospedale Maurizio Ascoli fosse stato uno dei consiglieri piu’ fidati della cerchia di cui si circondava Bernardo Provenzano. Come lui, il boss di Prizzi Masino Cannella (imparentato con Mercadante), Pino Lipari, Nino Cina’ e Vito Ciancimino. L’imputato non avrebbe esitato ad assistere i mafiosi bisognosi di cure e si sarebbe prestato anche per eseguire o far eseguire delicati esami clinici su Saveria Palazzolo, compagna di Provenzano: il nome del medico, crittografato con un codice segreto, fu decrittato dagli esperti della polizia su una delle lettere che l’ex superlatitante di Corleone si scambiava con i familiari e che fu intercettata nel gennaio 2001, al momento della cattura del boss di Belmonte Mezzagno Benedetto Spera. Contro Mercadante, arrestato un pomeriggio di tre anni fa, il 10 luglio del 2006, anche le accuse di pentiti del calibro di Giovanni Brusca, Angelo Siino e Nino Giuffre’ e una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali: l’ex deputato di Forza Italia era infatti gia’ stato indagato per due volte, tra il 2001 e il 2005, ma in entrambi i casi la Dda di Palermo aveva preferito chiudere le indagini con l’archiviazione, in attesa di essere in possesso di elementi decisivi. Secondo il pm Di Matteo, che aveva sostenuto l’accusa con i colleghi Domenico Gozzo e Maurizio De Lucia, oggi entrambi trasferiti in altre sedi, Mercadante avrebbe ottenuto i voti e gli appoggi elettorali dei boss, e si sarebbe prestato a fare da ‘braccio politico’ di Provenzano. Tra le ultime accuse anche quelle di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, che aveva confermato quanto raccontato dal pentito Angelo Siino: Mercadante avrebbe chiesto di far uccidere un uomo, presunto amante della propria moglie, ma la condanna a morte sarebbe stata tramutata in ‘esilio’, perche’ il ‘fedifrago’ era nipote del boss Pino Lipari.