Anche la legge del contrappasso ha la sua par condicio e dunque, dopo le confische dei beni della mafia, è arrivata quella dei beni dell´antimafia, dopo le proprietà di Totò Riina adesso quelle di Giuseppe Fava: dopo la tana del boss la casa dell´eroe. Ed è una vergogna che segnaliamo alla sensibilità del capo dello Stato e all´intelligenza del ministro Tremonti perché trovino il contravveleno all´ordine di pignoramento, ovviamente legittimo, del tribunale di Catania. Questa legittimità formale di un assurdo reale, infatti, nella terra dello scontro fra Stato e Antistato, rischia di diventare lo scudo stellare della compiacenza mafiosa, un (involontario) devastante ammiccamento ai picciotti: una festa di mafia. Tra i creditori c´è la Regione del presidente Lombardo, il leader sicilianista del partito del sud, quello che ha affidato la Sanità a un magistrato antimafia, Massimo Russo. A Lombardo spetterebbe il gesto di civiltà : una leggina, come si dice in slang, che annulli il credito regionale e copra il resto del debito: cartiere, telefoni… Con spese procedurali e interessi, il debito da 38mila è lievitato a 72mila euro, da pagare entro settembre. Per la Regione sarebbe un piccolo costo per un merito grande. Non è vero, presidente Lombardo? E sarebbe magari il primo di una nuova serie di risarcimenti che, non si capisce perché,in Italia sono dovuti per legge alle vittime del terrorismo ma non a quelle della mafia, eroi per caso e per vocazione, innocenti e combattenti, uomini come Pippo Fava appunto che, già prima di dedicarsi alla lotta alla mafia, era un artista geniale che somigliava moltissimo alla sua terra e alla casa che adesso pignorano aPalazzolo Acreide, un nome da Magna Grecia, un teatro antico, un museo contadino, un incantevole fiume, in un posto che all´acros, alla sommità , ha forse solo Fava: Palazzolo Faveide. È vero che pirandelliani e avvocati di Sicilia subito chiederebbero di risarcire anche i mafiosi uccisi dai mafiosi e ovviamente, i transgenici, oggi di gran moda, che hanno, per esempio, una parentela sia con un assassinato e sia con un assassino della mafia. Ci sono poi i cuffariani e i dellutriani, i condannati che condannano, i mafiosi antimafiosi. Ma sarebbe malinconico cercare l´abusato e soffocante Pirandello nel pignoramento delle case dei cinque giornalisti che stavano nel consiglio di amministrazione dell´ultimo giornale di Pippo Fava, ‘I Siciliani´.Con il figlio di Pippo, Claudio Fava, ci sono Graziella Proto, Lillo Venezia, Rosario Lanza ed Elena Brancati che ha un altro cognome – nipote diretta – dove tutti amano ricoverarsi. La sera del 5 gennaio del 1984 il loro maestro, il loro direttore di vita fu ucciso con 5 colpi di pistola alla nuca a pochi passi dalla sede del Teatro Stabile di Catania, il suo teatro. Ebbene loro, gli orfani, potevano o scivolare nel più tetro sconforto o trovare l´energia per continuare a pubblicare il giornale e ad accumulare altri debiti – neanche tanti, se ci pensate – senza più quella guida che, nonostante le apparenze disordinate e le scelte coraggiose, sapeva anche essere colto e riflessivo, esperto, per traversie e sofferenze, delle cose della vita. Dunque con il coraggio di Fava, ma senza la sua prudenza (non c´è coraggio senza prudenza), divennero i protagonisti della stagione antimafia e tra proclami estremisti e denunzie concrete, ingenuità politiche e talenti narrativi, avviarono quel processo che alla lungaha trasformato anche la terribile città del boss Santapaola e dei quattro famosi cavalieri dell´Apocalisse (così li chiamò, sfidandoli, Giuseppe Fava), i signori assoluti dell´orrore urbano di calce e cemento, con le istituzioni culturali, politiche, giudiziarie e poliziesche più zelanti, più cortigiane, più colluse, tra morti ammazzati, paura, omertà e silenzio. Ebbene, di vivo e di ribelle c´erano allora solo i giovani - soprattutto, ma non solo, i 16 dei ‘Siciliani´ - che montavano come una maionese. E magari andavano a naso, con un radar (e Radar si chiamava la cooperativa indebitata) al posto del cervello, in un mondo che è come una lama affilata senza manico, un paradiso indiavolato che trasforma i suoi abitanti in prigionieri di una povertà che è bellezza solo quando è scarsamente frequentata dagli uomini. Diventa invece mafia non appena si muta in oro, vale a dire in impianti petrolchimici, cattedrali nel deserto, industrie del ficodindia, piani sregolatori, varianti, parcheggi, metropolitane, concessioni edilizie e ovviamente amici fidatissimi nei posti chiave della politica. Di pochi di quei ragazzi abbiamo seguito i destini, i successi e i nuovi slanci. Ogni tanto c´è qualcuno che rende onore alla loro epica, quasi sempre senza l´ironia temperata dall´amarezza dei Brancati e dei Pippo Fava. Non è facile riprendere il filo rosso delle loro storie… Probabilmente senza di loro la Sicilia sarebbe nelle mani, ancora e soltanto, dei clan mafiosi, nel dominio della morte. Ebbene, ritrovarli adesso con le case pignorate significa assistere allo sfregio legale di una risorsa morale. Sono incanutiti, qualcuno è disoccupato, non hanno più il passo spavaldo e lo sguardo beffardo della squadra d´attacco che furono. Eppure devono ancora ricorrere alle sottoscrizioni, alle indignazioni dell´Assostampa e degli attori, alla prosa generosa di Dacia Maraini, alla solidarietà personale del sindaco di Catania Raffaele Stancanelli e dell´assessore Fabio Fatuzzo (entrambi di Alleanza nazionale)… Ricordano “Il Miraggio”, quel racconto di Borgese dove si narra di tre amici che attraversano il deserto e uno di loro è abbagliato dai miraggi e gli altri corrono dietro a lui che corre dietro ai miraggi. Sino all´ultimo miraggio che egli affronterà da solo perché - diceva Borgese - è da soli, e con i miraggi, che ci si salva. Ma in Sicilia non è vero, non è da soli che ci si salva. Signor Presidente della repubblica, signor ministro del Tesoro, signor presidente della Regione, nel paese che è una folla di cognomi, si colpisce, legalmente, un marchio, un logo, una memoria dell´antimafia. Come chiedere i danni alla famiglia Falcone e agli eredi di Borsellino per le auto distrutte nell´agguato di Capaci e nella strage di via D´Amelio. di Francesco Merlo