I relitti dei veleni - La “Cunsky”, la “Yvonne A” e la “Voriais Sporadis” risultano aver fatto una fine diversa da quella raccontata da Francesco Fonti: LE NAVI DEL PENTITO AFFONDATE DUE VOLTE…

I relitti affondati due volte. Il pentito Francesco Fonti, 52 anni, ha raccontato d’aver personalmente partecipato all’affondamento di tre navi davanti alle coste calabresi e lucane. Si tratta della “Cunsky”, della “Yvonne A” e della “Voriais Sporadis” che sarebbero finite in fondo al mare alla fine del ‘92 rispettivamente al largo di Cetraro, Maratea e Genzano. Fonti assume di averle fatte colare a picco con delle cariche di esplosivo, godendo dell’appoggio della cosca egemone di Cetraro. Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia cozzano tuttavia con dei dati inoppugnabili che risultano dai registri navali internazionali cui attingono gli “specialisti” del Lloyd’s Marine Intelligence Unit. La “Gazzetta” è in possesso di questi dati e delle foto delle tre imbarcazioni. Cominciamo dalla “Cunsky”. La nave è stata fabbricata nel 1956 ad Hartlepool (Gran Bretagna) con il nome originario di “Lottinge”. Ha sempre battuto bandiera inglese e cambiato nome in tre distinte occasioni: nel 1974, quando venne chiamata “Samantha M”; nel 1975, quando venne battezzata “Cunsky” e nel 1991 quando fu rinominata “Shahinaz”. Al momento dell’inabissamento – per il pentito avvenuto nell’ottobre del ‘92 – si chiamava dunque “Shahinaz”. E con questo nome – qui viene il bello – risulta essere stata dismessa non nel Tirreno con l’esplosivo ma nel porto indiano di Alang, che è la terza struttura al mondo in tema di demolizioni di natanti in disuso. La “Yvonne A”, invece, venne fabbricata nel 1962 a Gdynia, nel golfo di Danzica (Polonia) e prese il nome di “Wrozka”. Assunse, poi, le seguenti denominazioni: “Yvonne a” nel 1987; “Xenia” nel 1988; “Flying Feeder” nel 1989; “Adriatico I” nel 1992; “Zeta I” nel 1999; “Scutari II” nel 2001. Fonti sostiene di averla spedita in fondo al Tirreno nel ‘92, ma la nave risulta essere stata dismessa il 12 dicembre del 2004 nel porto filippino di Aliaga. Il natante batteva bandiera polacca. La “Voriais Sporadis”, infine, fu costruita nei cantieri di Praire - au- Duc in Bretagna, nel 1956, con il nome di “Phebe”. battente bandiera francese la nave è stata poi denominata: “Alexia” nel 1970; “Titsa” nel 1976; “Calamos” ancora nel 1976; “Agios Nicolaos” nel 1981; “Castle Faith” nel 1983; “Jumbo Trust” nel 1986; “Voriais Sporadis” nel 1988. Nel 1989 cambiò infine tre volte nome chiamandosi: “Doto”, “Natalie” e “Glory Land”. La cosa assolutamente clamorosa è che il natante è affondato a nord di Taiwan (noi siamo in possesso delle esatte coordinate) davanti alle coste cinesi di Ning De. Questi sono gli atti ufficiali custoditi negli archivi nautici internazionali. Fermo restando che nel nostro confuso mondo quando si parla d’affari sporchi tutto è possibile, ci poniamo tuttavia degli interrogativi. Il primo: come mai l’ex ‘ndranghetista pentito in riferimento alle navi fatte saltare in aria a Cetraro, Maratea e Genzano usa i vecchi nomi dei natanti. Nomi risalenti agli anni precedenti e che non erano più iscritti sulle fiancate delle imbarcazioni, sui salvagenti e le dotazioni di bordo? Secondo interrogativo: com’è possibile che la “Voriais Sporadis” risulti affondata (nei documenti navali internazionali sono indicate le coordinate del luogo del naufragio) addirittura il 20 gennaio del ‘90 nel Mar della Cina? Terzo interrogativo: come mai la “Yvonne A”, che si chiamò così solo per un anno nel 1988, risulta essere stata demolita addirittura l’undici dicembre del 2004 nel porto di Aliaga? Qualcosa in questa storia delle navi mandate a picco dalla ‘ndrangheta non torna. O siamo al cospetto d’una articolata opera di depistaggio posta in essere su scala internazionale, oppure il racconto del pentito fa acqua (è proprio il caso di dirlo) da tutte le parti. Siccome la “Gazzetta” pubblica le immagini della presunta “Cunsky” potrebbe operarsi un raffronto tra la forma degli oblò e della poppa e la posizione delle ancore a prua estraibili dalla foto d’epoca con i fotogrammi girati dal robot mandato a 483 metri di profondità nelle scorse settimane. Un buon osservatore potrebbe trarne utili conclusioni. Arcangelo Badolati - GDS

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