MESSINA - «Non sono abituato a trovarmi davanti giudici e avvocati, tutt´al più studenti e animali». Nell´aula A del palazzo di giustizia di Messina, il professore Giuseppe Cucinotta parla davanti ad un muro di penalisti che hanno studiato una settimana per metterlo in difficoltà . Dietro di loro, il parterre è stipato di suoi colleghi, dal ghigno beffardo, che commentano continuamente sottovoce le sue affermazioni con sarcasmo: «Che attore, che attore». La solitudine del principale teste d´accusa del processo per lo scandalo del concorso truccato alla facoltà di Veterinaria, solo uno dei capi d´imputazione per il rettore Franco Tomasello, si tocca con mano alla pausa ordinata dalla severissima presidente della prima sezione del tribunale Katia Mangano. Giacca nera, camicia amaranto con fazzolettino in tinta, Cucinotta, che è ordinario di Clinica chirurgica a Veterinaria, sta in disparte. Nessuno dei colleghi gli rivolge la parola. «Non è cambiato niente, da allora - dice - anzi, la situazione è peggiorata. Mi hanno assolutamente isolato. E meno male che sono andato in Procura a denunciare, altrimenti chissà cosa mi sarebbe successo. Non so davvero come facciano i miei colleghi, come non si vergognino». Molti dei colleghi di cui parla ora si ritrovano sul banco degli imputati, 22 in tutto, accusati a vario titolo di reati che vanno dalla concussione all´abuso d´ufficio, dal falso alla truffa per la gestione di alcuni fondi. Uno spaccato davvero “istruttivo” di quella palude che è l´Università messinese, da anni e anni ormai al centro di inchieste di ogni genere, dove mafiosi e “baroni” si dividono la gestione di quello che resta un grande centro di potere. Minacce, intimidazioni e persino lo stop a progetti scientifici già approvati dal Ministero con tanto di fondi girati all´Università , come i 480 milioni di euro per realizzare il centro sperimentale di Chirurgia, finito nel nulla. L´incubo nel quale il professore Cucinotta si è ritrovato nel 2005 è cominciato subito dopo la sua nomina a membro interno della commissione del concorso per professore associato al quale partecipava un ricercatore “speciale” del dipartimento: Francesco Macrì, figlio dell´ex preside della facoltà e prorettore all´epoca dei fatti, Battesimo Macrì. «Ricordati di mio figlio», furono le uniche parole che Macrì rivolse a Cucinotta ancor prima della nomina della commissione. Poi una pioggia di minacce e intimidazioni portategli da svariati colleghi: «Attento, ti tagliano le gambe», «Non avrai più protezione», «Per te sono in arrivo tempi duri», «La magistratura aprirà un´inchiesta su di te», fino al messaggio ultimativo, arrivato a Cucinotta tra una prova e l´altra e portatogli da quello che era il suo maestro, il professore Orazio Catarsini, anch´egli ex preside di Veterinaria. «Catarsini mi venne a cercare nella sala in cui era riunita la commissione - ha raccontato ieri in aula Cucinotta, rispondendo alle domande dei difensori degli imputati - e mi disse di essere stato convocato dal rettore Tomasello: “Sta per scoppiare una bomba - furono le parole di Catarsini - il rettore mi ha detto di dirti che il concorso deve andare in bianco”. Come dire che nessuno doveva risultare idoneo e tutto sarebbe stato annullato». Era gennaio 2006 e le prime due prove per Francesco Macrì, il candidato raccomandato che da mesi andava in giro all´Università dicendo ai quattro venti che quel posto di associato era suo, erano andate abbastanza male, mentre i suoi concorrenti avevano già ottenuto un punteggio tale da risultare idonei. «Per far andare in bianco il concorso - ha spiegato ieri Cucinotta - avrei dovuto dichiarare il falso, dare valutazioni non rispondenti al vero. A quel punto ero davanti ad un bivio: o abbassare la testa o denunciare tutto. E sono andato in Procura. In qualche modo dovevo anche tutelarmi». Ad ascoltare le accuse del teste-chiave, che ha confermato in pieno quanto già dichiarato la scorsa udienza rispondendo alle domande del pm Antonio Nastasi, in fondo all´aula c´è anche il professore Battesimo Macrì, il collega che aveva preteso che quel posto di associato andasse al figlio che l´anno prima aveva già ottenuto il rinnovo del contratto di ricercatore e che, per giunta, si era pure disimpegnato diradando la sua presenza e la sua attività al Dipartimento. E già prima che venisse bandito il concorso, il preside aveva chiesto a Cucinotta un attestato di frequenza per il figlio. «I guai cominciarono lì - ha ricordato ieri l´ordinario di Chirurgia - avrei dovuto capirlo. Quell´attestato non lo firmai mai». Alla fine, il concorso lo vinse uno degli allievi migliori di Cucinotta, Filippo Spadola, ma Macrì presentò immediatamente un esposto in Procura paventando irregolarità e costringendo il rettore a non firmare gli atti del concorso e a chiedere chiarimenti alla commissione. Un atto dovuto, secondo il suo difensore, anche se Cucinotta lo interpreta come un modo di danneggiare il vincitore al quale, per altro, qualche tempo prima, era stato fatto sapere che era il caso che si dimettesse da un altro posto vinto, quello in una scuola di specializzazione. «In 40 anni di carriera, non ho mai visto niente del genere per un concorso», dice amaramente il professore che neanche gli studenti salutano più volentieri. «Se al posto mio ci fosse stato un altro con le spalle meno forti, avrebbero fatto quello che volevano». ALESSANDRA ZINITI - LA REPUBBLICA DI PALERMO





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