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LA RETE NO PONTE INTERVIENE SULLO ‘STUPRO’ DEL TERRITORIO DI MESSINA: IL PONTE AGGRAVEREBBE IL GIA’ GRAVISSIMO DISSESTO IDROGEOLOGICO

Un territorio sano, non ferito da anni e anni di criminale edificazione, occupazione di prezioso suolo naturale, di sbancamenti, incendi che impoveriscono la vegetazione e rendono il suolo vulnerabile alla pioggia, forte o meno forte che sia, non reagirebbe come accaduto in questi giorni: frane, smottamenti, allagamenti, con i disagi che sono sotto gli occhi di tutti. Il passato anche recentissimo del nostro territorio avrebbe dovuto insegnare che la sua fragilità non va accentuata da irresponsabile edificazione in ogni dove, che le azioni illegittime vanno perseguite e non tollerate (vedasi aperture piste su pendii, occupazione di alvei di fiumare e torrenti e tanto altro), che gli incendi, anche se a bruciare sono “sterpaglie†per i più (che è invece preziosa prateria sub steppica) vanno comunque fermati d’urgenza e che la cronica carenza di vigili del fuoco deve essere risolta una volta per tutte. Questa volta è toccato alla fascia ionica a sud della città, ma Messina, ogni volta che piove, registra danni incalcolabili, e non dimentichiamoci anche le vittime (28 settembre 1998 le più recenti). Il WWF da oltre tre anni chiede al Comune la sospensione della variante al PRG alla luce delle nuove norme di tutela ambientale che vigono sul territorio, un’occasione d’oro per ridisegnare la città che a detta di tutti ormai, possiede una previsione urbanistica sovradimensionata. L’amministrazione, anziché rispettare norme nazionali e comunitarie e cogliere con intelligenza l’opportunità data dalla Zona a Protezione Speciale – che certo non impedirebbe di realizzare ciò che realmente serve alla città – si è accanita contro di essa, perdendo ad oggi tempo prezioso e tutti i ricorsi avviati contro di essa. Ruspe, lottizzazioni impressionanti su pendii fragili, copertura di impluvi naturali, sbancamenti enormi, sono continuati imperterriti, accelerando la fragilità intrinseca dei Peloritani, monti geologicamente giovani e pertanto soggetti più di altri a fenomeni franosi che la mano dell’uomo ha aggravato e reso pressocchè costanti. Quanto previsto con il ponte, non solo la struttura aerea ma le opere connesse e quelle che si sbandierano da mesi, come compensative, non farebbero che aggravare ulteriormente il già gravissimo dissesto idrogeologico. Basti pensare alle sole aree di stoccaggio dello smarino (materiale di scavo), previsto in aree di impluvio e in quantità impressionanti, tanto da formare vere e proprie montagne di materiale al posto dei naturali percorsi di scorrimento delle acque meteoriche. La scellerata urbanizzazione della città ha reso questa, una trappola mortale in caso di eventi catastrofici, non solo in caso di pioggia ma anche di sisma. Il capo del Genio Civile, l’ing. Sciacca, ha lanciato ripetutamente l’allarme, chiedendo la sospensione della Variante del PRG e una sua rielaborazione alla luce della gravissima situazione esistente. A tutti gli allarmi lanciati è seguito il silenzio e il proseguo di proclami di nuove e scellerate edificazioni (si pensi al “centro benessere†allo Scoppo, alla cementificazione delle colline, del mare e della costa a Grotte, al Piano particolareggiato di Faro Superiore, villaggio già fortissimamente congestionato e impraticabile, dove si vorrebbero realizzare centinaia di nuovi insediamenti con un aumento della popolazione di circa 3000 abitanti ma l’elenco è infinito), facendo finta che il rischio sismico non esista e che quello idrogeologico sia solo un ricordo del passato. Messina ha scelto, come economia unica e sola, quella del cemento e delle opere faraoniche, inutili e antieconomiche: un’amministrazione illuminata e attenta alla sicurezza dei cittadini, fermerebbe tutto, compreso il ponte e deciderebbe di convogliare le maestranze e le economie in una seria riqualificazione ambientale del territorio e dell’edilizia esistente. Un’amministrazione che abbia veramente a cuore la cittadinanza, convoglierebbe risorse umane, professionali ed economiche non solo nel mettere in sicurezza il territorio massacrato irresponsabilmente, ma anche nella verifica antisismica ed eventuale adeguamento, dell’intera città, fermando però il sacco edilizio che continua imperterrito e che aggrava giorno dopo giorno l’instabilità dei pendii, la sofferenza delle fiumare invase da ostruzioni di ogni genere e coperte da asfalto. Non si può continuare a pensare che non possa piovere più e che bastino muri di contenimento per fermare il dissesto idrogeologico, così come non è pensabile continuare a pianificare in modo illogico la città, costruendo ovunque, e costringendo i cittadini a vivere in una trappola mortale, per evitare la quale si immaginano ulteriori nuovi scempi che aggraverebbero ulteriormente la situazione già oggi drammatica. Si colga l’allarme lanciato dal genio civile e si fermi tutto, si investa in ciò che rende più sicura e civile la vita a Messina, senza continuare a pontificare nel senso vero del termine, di ponte e opere connesse e compensative e fantomatici piani triennali che prevedono ulteriori valanghe di cemento Non è sottraendo per sempre suolo ancora naturale costruendoci sopra, non è realizzando siti di deposito di materiale, nuove cave, strade, nuove corsie autostradali che questa città e i suoi cittadini potranno acquisire sicurezza e benessere, ma è attraverso la ricostruzione della qualità ambientale ed edile che si potrà realmente porre fine ai disastri che giungono immancabili, ad ogni pioggia e che potrebbero essere incalcolabili in caso di sisma. RETE NO PONTE

La Festa dell’Unità di Alessandria sponsorizzata da una fabbrica di armi. Bersani (PD): “Essere pacifisti non significa mica essere disarmati”

Riportiamo uno spezzone di intervista a Pierluigi Bersani che tenta di giustificare la sponsorizzazione della Oto Melara (Finmeccanica) alla Festa dell’Unità in cui interviene come oratore. 1 settembre 2009 - Alessandro Marescotti
Guardando il volantino di questa Festa dell’Unità abbiamo trovato la pubblicità di una ditta che produce armi. Crede che questo possa essere coerente con i valori di un partito come il PD?
Essere pacifisti non significa mica essere disarmati. In Italia abbiamo anche fabbriche d’armi; alcune sono secolari. Non c’è nessuna polizia disarmata nel mondo. Nel nostro Paese ci sono anche tecnologie che sono al servizio di armamenti che devono servire alla sicurezza collettiva. Detto questo, io credo che la spinta verso le tecnologie possa essere maggiormente orientata nei settori civili. Io ho in testa che nei prossimi cinque – dieci anni dovremo buttare tutta la nostra innovazione sui temi dell’economia verde, che mi pare la vera nuova grande frontiera tecnologica.
Quindi pensa che la pubblicità di un cannone, come in questo caso, possa avere un senso?
Insomma, esiste un esercito, no? Non è che possiamo abolire l’esercito credo, purtroppo, per adesso.

I costi dei militari italiani in Kosovo - I soldati dispiegati in Kosovo, secondo i dati della Kfor, sono circa 14.000 mila. Di questi, 1.935 sono italiani. Sono indispensabili tutti questi soldati nel Kosovo di oggi? Ci possiamo permettere i costi di queste spese militari? Sono domande legittime che dovremmo porre ai nostri politici, anche se temo che, se rispondessero, lo farebbero con il silenzio o le strumentalizzazioni.
La tragica morte che ha raggiunto i sei parà nel recente attentato in Afghanistan (vero teatro di guerra) mi ha spinto a riflettere sulla sorte dei militari italiani che prestano servizio in Kosovo (che non è, oggi, un teatro di guerra). Dai giornali alle trasmissioni televisive, si è letto e visto di tutto e il contrario di tutto in questi ultimi giorni. Sinceramente credo che il ritiro, per quanto riguarda l’Afghanistan, sia segno di immaturità nei confronti dei nostri alleati, per gli impegni presi con le Istituzioni Internazionali (impegni condivisibili o meno), e fonte di pericolo verso chi si trova costretto a restare nell’inferno afghano, siano essi militari Nato o popolazione civile. Sicuramente sarebbe stato meglio non avventurarsi in questa guerra. Anzi, sarebbe molto meglio non combattere nessuna guerra, ma mi rendo perfettamente conto che questo non è il migliore dei mondi possibili e che trovandoci nel pieno di una vera guerra, che miete numerose vittime, sia doveroso avviare un’approfondita analisi, lasciando fuori le strumentalizzazioni politiche. Tuttavia, in questo discorso si potrebbe forse anche includere la questione “Kosovo”. Pur condividendo l’intervento Nato del 1999 in Kosovo, mi trovo oggi, a dieci anni di distanza, a domandarmi se non sia il caso, di fronte ad una situazione sociale e politica grosso modo normalizzata, di dimezzare il numero dei militari presenti lì. Si parla di crisi economica mondiale, di licenziamenti, di disoccupazione, di soldi che non ci sono, di riduzione del personale civile internazionale dispiegato in Kosovo (la cui utilità per la società e le istituzioni locali è senza dubbio preferibile a quella dei soldati, specie in contesti non pericolosi), di tagli per gli aiuti umanitari, si parla di tutto, ma dei circa 14.000 soldati della Nato (di cui 1.935 italiani, secondo la stessa fonte Nato-Kfor aggiornata al 3 giugno 2009) nessuno ci dice nulla. I soldati dispiegati in Kosovo che continuano a restare, negli anni, inalterati nel numero hanno certo un costo. Sono indispensabili tutti questi soldati nel Kosovo di oggi? Ci possiamo veramente permettere i costi di queste spese militari? Qual è il fine della loro forte presenza in questo piccolo paese uscito dalla guerra 10 anni fa? Sono domande legittime che dovremmo porre ai nostri politici, anche se temo che, semmai rispondessero, lo farebbero con il silenzio o le solite strumentalizzazioni. E’ sotto gli occhi di tutti l’onestà e l’impegno che i nostri militari hanno prestato in Kosovo, uno dei primi contingenti ad arrivare sul posto e a difendere la popolazione serba ed i luoghi di culto ortodossi, a lavorare tra e per la società civile, con uno spirito che molti ci invidiavano e ci invidiano ancora. Non è in discussione il servizio prestato dai soldati italiani, quanto il fatto che, di fronte ad uno scenario completamente migliorato rispetto a dieci anni orsono, e ad una crisi che in Italia non si ricorda dagli anni ’40, sarebbero più che sufficienti la metà delle forze Nato oggi impegnate. Va ricordato, anche se i nostri parlamentari per compiacere le potenti lobby militari non ne parlano mai, che i circa 2.000 soldati italiani e tutto l’armamentario bellico al loro seguito, hanno dei costi di gran lunga maggiori rispetto alle mansioni che devono espletare in Kosovo. Una cosa è lo scenario di guerra afghano, altra cosa i milioni di euro che si continuano a spendere per le operazioni militari, in tempo di pace, in Kosovo. Tra queste voci rientrano gli alti salari che i soldati percepiscono (circa 4.500 euro al mese), le spese per i continui voli aerei militari da e per l’Italia, le spese di mantenimento delle strutture e dei veicoli in loco e da ultimo i milioni di euro per costruire un intero campo base, Villaggio Italia, chiamato appropriatamente villaggio perché all’interno delle sue strutture permanenti ci sono indubbiamente più spazi di relax che altro. Se avete in mente le classiche caserme di provincia o la polvere e i container dell’Afghanistan, siete fuori strada. Dovete prendere come punto di riferimento grandi chalet di legno e cemento, di quelli che si trovano nei nostri paesaggi alpini, ed immaginarli sistemati a mo’ di villaggio, con tanto di pizzerie, bar, sala intrattenimento, mensa-ma-che-mensa,ecc., per avvicinarsi alla realtà. Non è un’esagerazione se dico che la base militare è full optional, dotata di comodi divanetti, tavoli da biliardo, signorine del posto che servono bevande, rigorosamente made in Italy, e sigarette italiane senza monopolio, a prezzi da vero e proprio spaccio. Prosciutto, grana e bocconcini di mozzarelle non mancano mai. Si mangia solamente cibo italiano, per problemi legati all’uranio impoverito, dicono. Ah!! Però! L’uranio impoverito. Non si poteva pensare un posto più caldo e confortevole di quello che il buon gusto italiano ha creato nella base italiana di Peja/Pec. D’altra parte non potevamo certo correre il rischio che i nostri soldati si annoiassero durante i sei lunghi mesi di missione (passati quasi sempre in caserma, come fossero alla Cecchignola di Roma, ma con salari e costi immensamente più alti). Questo scenario si presenta simile al Quartiere Generale della Kfor a Pristina. La stradina dove si trovano tutti i locali per la ricreazione (pub olandesi, pizzerie e birrerie e negozi, meglio conosciuti come PX, che vendono tutto a prezzi stracciati) sembra ricordare, quanto al paesaggio, un tipico posto turistico di montagna. Più che a Malè sembra di trovarsi a Camigliatello. Va riconosciuto però che quelli non sono direttamente soldi di noi italiani, ma della Nato (il cui contribuente è anche l’Italia, però!). Non se la passano per niente male neanche i nostri 415 carabinieri dell’M.S.U a Pristina (fonte: Arma dei Carabinieri). Raccomando a tutti quelli che si trovano a passare in Kosovo di farsi ospitare per una cenetta nel loro ristorante, assaggiare un’ottima pizza cotta al forno a legna o riscoprire il profumo di Sorrento sorseggiando un buon limoncello. Non credo si possa presto avviare un serio dibattito politico in Parlamento per discutere dell’impegno dell’Italia nei teatri di guerra, di exit strategies in Afghanistan, di costo delle operazioni militari all’estero e della rivalutazione dell’impegno umanitario e di cooperazione. Spero, però, che gli italiani possano al più presto aprire gli occhi per vedere gli eccessi e veri sprechi delle operazioni militari all’estero che una ricca, e strapagata, classe politica non vuole farci vedere. Fonte: www.raffaeleconiglio.blogspot.com

IL PUNTO DI GIUSEPPE RAMIRES
Bersani ha perso molti punti con queste dichiarazioni. D’altra parte, ci siamo forse dimenticati di D’Alema e della guerra nella ex Jugoslavia? Anche questo, insieme al forte segnale che viene dalla Germania, indica la via ad una Sinistra oggi quasi smarrita e costretta al silenzio. Ragionare su un’alternativa autenticamente di Sinistra è però difficile se dall’altro lato c’è gente come Vendola. Bisogna tuttavia provarci. Non voglio impartire lezioni, anzi, sono disponibile a discutere anche del mio silenzio di questi mesi. E’ certo che occorre anche rinnovarsi, capire il mondo e non restare fossilizzati in vecchi slogan che spesso non sono altro che il segno di un distacco sempre più marcato dalla vita reale, dalla vita dei cittadini, che poi dovrebbero esprimerci il loro consenso.

Concorsopoli all’Università di Messina, adesso chiamata a risarcire il prof. Spadola: Per il Tar «Il Consiglio di facoltà superò le proprie competenze»

L’Università degli studi di Messina è stata condannata dal Tar di Catania a pagare il risarcimento del danno in favore del dott. Filippo Spadola. La sentenza, arrivata lo scorso 21 settembre, ha come oggetto l’ormai famoso concorso per un posto di professore associato alla facoltà di Veterinaria, per cui è peraltro in corso anche il processo che vede tra i tanti imputati anche il rettore Tomasello. Spadola aveva fatto ricorso al tribunale amministrativo di Catania chiedendo l’annullamento di alcune delibere del Consiglio di facoltà e il risarcimento del danno per la mancata chiamata a ricoprire il posto di professore associato dalla data in cui ne aveva diritto. E il Tar ha dato ragione al ricorrente. Il Consiglio di facoltà, infatti non «si sarebbe potuto esimere dal nominare Spadola per l’assegnazione del posto messo a concorso» come invece ha fatto. Spadola era, infatti, arrivato al secondo posto, dietro un’altra candidata che era però stata chiamata in ruolo presso l’Università di Pisa. Il Consiglio aveva, però, deciso di non chiamare Spadola perchè la sua figura non rispondeva più «alle specifiche esigenze didattiche e scientifiche, che avevano indotto la facoltà a bandire il posto di ruolo». Secondo il Tar il Consiglio di facoltà, superando i limiti della propria competenza «ha espresso giudizi di merito, con riguardo ai titoli, le pubblicazioni, il curriculum del prof. Spadola, valutazioni, queste, riservate in via esclusiva alla Commissione giudicatrice ed ha rimesso in discussione il giudizio finale positivo espresso dalla Commissione, con la conseguenza che il prof. Spadola, pur essendo stato ritenuto dalla Commissione idoneo, proprio per il posto di professore associato messo a concorso dall’Università, si è visto giudicare nuovamente, a prova superata, e con esito diverso da un organo a tal fine incompetente». Spadola era stato chiamato, poi, a ricoprire quell’incarico, ma solo il 3 agosto del 2007 a seguito di un’ordinanza cautelare del Tar a cui Spadola si era già rivolto in un primo tempo. Il Tribunale ha però condannato l’università di Messina «a corrispondere al prof. Spadola le somme pari alla retribuzione mensile al medesimo dovuta per il posto che il professionista avrebbe dovuto ab initio ricoprire dal sessantesimo giorno successivo al 22 maggio 2006 sino all’immissione in servizio, come detta avvenuta solo il 3 agosto 2007 con detrazione delle retribuzioni eventualmente corrisposte per qualifica diversa. Su tali emolumenti, dovuti e non corrisposti, andranno poi quantificati i relativi trattamenti accessori (a titolo meramente esemplificativo: tfr, ferie, malattie), anche di tipo assistenziale e/o previdenziale con correlata ricostruzioni della carriera del docente». Una sentenza arrivata, peraltro, un giorno prima di un altro passaggio chiave riguardante la vicenda, anche se su un altro fronte, ovvero la testimonianza del prof. Cucinotta che martedì, davanti alla prima sezione penale del Tribunale presieduta dal giudice Katia Mangano, ha ripercorso in un’aula di giustizia per oltre due ore tutta la vicenda personale, che lo portò a denunciare le pressioni subite, secondo l’accusa, per favorire il figlio dell’allora preside della facoltà di Veterinaria, Battesimo Macrì, nel concorso bandito per coprire un posto di associato nel suo insegnamento, la cattedra di Clinica chirurgica. (m.c.)

La dichiarazione del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, al convegno sul trasporto aereo tenutosi a Taormina: PONTE, A GENNAIO I PRIMI CANTIERI PROPEDEUTICI E 40.000 NUOVI POSTI DI LAVORO

L’occasione del convegno nazionale sulla nuova regolamentazione degli aeroporti e delle tariffe aeroportuali, tenutosi ieri al Gran Hotel Timeo di Taormina ed organizzato dall’Enac in collaborazione con la Provincia di Messina e la società Sac (aeroporto Catania), era probabilmente la migliore possibile per sondare gli umori esistenti sulle possibilità di sviluppo dell’Aeroporto dello Stretto. E ciò sia dal punto di vista delle presenze istituzionali che delle competenze. Non l’hanno sciupato, il confronto – ma il cammino è irto di ostacoli – il presidente della Provincia, Nanni Ricevuto, e l’assessore all’Area dello Stretto Michele Bisignano. In questi mesi, assieme all’amministrazione comunale Buzzanca, stanno giocando la scommessa del rafforzamento del peso di Messina nella programmazione e nella gestione dell’Aeroporto dello Stretto “Tito Minniti”. Ma ieri è stato anche il giorno di dichiarazioni di un certo rilievo sulla progettazione e costruzione del Ponte sullo Stretto. Appena interpellato sull’area dello Stretto, sempre tagliata fuori dalla intermodalità, il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Altero Matteoli è subito entrato nel vivo: «Già a dicembre-gennaio apriremo i primi cantieri propedeutici alla costruzione del Ponte. E questa è l’avvio di una grande risposta – ha sottolineato – ai problemi trasportistici delle due sponde, oltre che in termini di lavoro, visto che con circa 40.000 occupati, compresi geometri, ingegneri, architetti, darà un supporto molto consistente all’area siciliana e calabrese». E ha aggiunto: «Sono francamente stufo del fatto che in varie occasioni di dibattito si continui a parlare esclusivamente di eventuali problemi di infiltrazioni della criminalità organizzata. Sono problemi che lo Stato affronterà al meglio: lo dico perché ho massima fiducia nelle Istituzioni». Ma torniamo agli aeroporti e a quello che è stato definito come l’”anno orribile” del trasporto aereo quasi alla stregua del post 11 settembre 2001. Proprio mentre questo segmento, come ricordato dal vicecommissario Ue, Antonio Tajani, ha fatto registrare un calo del 9 per cento per i passeggeri e del 20 per cento per le merci, nel nostro Stretto, Palazzo dei leoni si cimenta con la chance d’offrire un’alternativa a Catania. Ma per il potenziamento dei servizi del “Minniti”, di cui possa beneficiare Messina, sono pregiudiziali l’incremento delle linee e l’ingresso del capitale privato. Le indicazioni su Reggio-Messina, ai margini del convegno, sono venute dallo stesso ministro Matteoli, dal presidente dell’Enac (Ente nazionale aviazione civile) Vito Riggio, e dal capo della Struttura tecnica di missione del Ministero, l’ing. Ercole Incalza. Matteoli, ricordando l’impegno finanziario del Governo per colmare il gap infrastrutturale del Meridione e l’importanza turistica dellla Sicilia sullo scacchiere aeroportuale, ha sottolineato il valore del rafforzamento dell’aeroporto dello Stretto. Per quanto riguarda l’avisuperfice prevista dalla Regione per la costa tirrenica messinese, ha ammesso che si tratterà comunque di una di quelle infrastrutture «di ambito regionale o provinciale». Comunque assai cauta, su Reggio, l’apertura del presidente Eanc, Vito Riggio: «Il rafforzamento di Reggio è molto difficile perché si tratta di un aeroporto sottocapitalizzato, con grandi problemi gestionali, e che necessita di opere infrastratturali». Ma i margini saranno verificati tutti perché ci sono dati oggettivi, di utenza siculo-calabra, sui quali lavorare: «C’una linea da rilanciare – ha osservato il capo struttura del ministero, Ercole Incalza – : quella della creazione del maggiore sistema metropolitano del Mediterraneo, cui l’attuale presidente della Provincia, Ricevuto, aveva lavorato da viceministro ai Trasporti quando il passato Governo Berlusconi stanziò una prima tranche di 300 milioni per lo Stretto, un’area che è non è solo le due sponde dello Stretto, ma deve estendersi da Gioia Tauro a Catania con il potenziamento delle strade». E tutto in questa direzione, naturalmente, l’appello d’apertura del presidente, Nanni Ricevuto: «Abbiamo 180 chilometri di costa e 7 importanti isole. Una provincia turisticamente così importante deve partecipare legittimamente ad una prospettiva di sviluppo, tanto più in coincidenza con l’attivazione dell’Area mediterranea di libero scambio». Di qui il parallelo: «Catania si rafforza con la sua propaggine Comiso e Palermo con Trapani, non si può tagliare fuori la parte settentrionale dell’isola. Noi come Provincia non presentiamo un nuovo progetto di aeroporto perché sappiamo che non ci sono risorse adeguate, ma dobbiamo imprimere un’accelerazione al rafforzamento strategico di Reggio come baricentro di una rete infrastrutturale che coinvolga il territorio provinciale di Messina da Roccalumera almeno a S. Stefano di Camastra. E questo non andrà a danno, ma a integrazione, in un sistema di rete, con l’aeroporto di Catania». Alessandro Tumino - GDS

Sogas, ora si pensa al piano di rilancio. A Messina il 20 per cento delle azioni
La società di gestione dell’Aeroporto dello Stretto, con sede a Reggio Calabria, leggasi “area integrata dello Stretto”, era assente, ieri, al prestigioso convegno di Taormina sulla nuova regolazione europea e nazionale del trasporto aereo e sugli investimenti necessari perché l’intero sistema aereo ed aeroportuale italiano possa venir fuori dalla crisi che l’attanaglia. Certificata, nel Belpaese, “dalle tariffe aeroportuali” più basse d’Europa: solo apparentemente un vantaggio, visto che a determinarne la crescita, ovvero il valore, sono quegli investimenti che migliorano l’efficienza anche concorrenziale delle strutture e la qualità dei servizi. Poco male. Anche se l’occasione politico-mediatica era più che ghiotta, è comunque a Reggio, nelle riunioni bilaterali tra gli enti locali calabresi e gli omologhi messinesi, e soprattutto nelle assemblee dei soci, che si gioca la sfida decisiva del piano industriale di rilancio. Perché è evidente a tutti che né i finanziamenti per migliorie infrastrutturali e tecnologiche, già concordati con il Ministero e l’Enac (complessivamente 45 milioni di euro) né tanto meno il fondo agevolativo di 4 milioni per il 2010, possono da soli invertire la rotta di un aeroporto in difficoltà: «sotto-capitalizzato e con grandi problemi gestionali» ha rilevato, senza sconti, il presidente dell’Enac, Vito Riggio. Ma ben altra sarà la prospettiva se l’ingresso di capitale privato, già una volta sfiorato e ora di nuovo ricercato con procedure a evidenza pubblica, consentirà davvero di gettare le basi dell’auspicato rilancio.
È questa la “condicio sine qua non” alla quale il presidente della Provincia, Nanni Ricevuto e l’assessore all’attuazione del programma, Michele Bisignano – lo hanno ribadito ieri – subordinano l’attuazione della volontà di rafforzamento del peso di Messina nell’assetto societario e gestionale. «Se ci saranno date le garanzie richieste, capitale privato e incremento delle linee, correlato anche ai siti turistici messinesi, e naturalmente collegamento veloce e check in a Messina, sarà nostro dovere garantire una presenza societaria più incisiva al nostro territorio». Ma dall’attuale controversa quota (0,46) per cento a quanto arriverebbe l’azionariato di Palazzo dei leoni? «È presto per dirlo – si lascia scappare Ricevuto – ma potrebbe anche attestarsi attorno al 20 per cento».(a.t.)

MESSINA: IN MANETTE APPARTENENTE ALLA “STIDDA†DI AGRIGENTO CONDANNATO ALL’ERGASTOLO PER L’OMICIDIO DEL GIUDICE LIVATINO. ARRESTATO ALL’INTERNO DEL POLICLINICO DI MESSINA

I carabinieri hanno arrestato Salvatore Parla, 61 anni, agricoltore di Canicattì, accusato dell’omicidio del giudice Rosario Livatino e ritenuto esponente di spicco della “Stidda” agrigentina. L’uomo, sottoposto al regime degli arresti ospedalieri al Reparto di Chirurgia oncologica del Policlinico univerisitario di Messina, è stato raggiunto da un ordine di carcerazione emesso dalla Procura di Caltanissetta perché deve scontare la pena dell’ergastolo per l’omicidio Livatino. Il magistrato venne ucciso la mattina del 21 settembre 1990 in un agguato mafioso sul viadotto “Gasena”, a Favara, lungo la Ss 640 Agrigento-Caltanissetta mentre con la sua auto si recava in Tribunale.

MESSINA, SCANDALO ALLA FACOLTA’ DI VETERINARIA: L’UNIVERSITA’ DI MESSINA CONDANNATA AD UN MAXI RISARCIMENTO. IL ‘22 SETTEMBRE’ DEL RETTORE TOMASELLO

NON AVEVA ANCORA FINITO DI INCASSARE LE ACCUSE RIBADITE NELL’AULA DEL TRIBUNALE DI MESSINA DAL DOCENTE PIPPO CUCINOTTA, CHE DA CATANIA, DALLA SEGRETERIA DEL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO, E’ ARRIVATA UNA NUOVA DOCCIA FREDDA PER IL RETTORE DI MESSINA. IL 22 SETTEMBRE 2009 NON E’ STATA UNA GIORNATA POSITIVA PER FRANCO TOMASELLO (nella foto Di Giacomo). MENTRE L’ORDINARIO DI CLINICA CHIRURGICA DELLA fACOLTà DI MEDICINA VETERINARIA RACCONTAVA DELLE PRESSIONI SUBITE DAL RETTORE CHE AVREBBE VOLUTO CHE UN CONCORSO PER ASSOCIATO ANDASSE A FRANCESCO MACRI’, FIGLIO DI BATTESIMO, NEL 2006, ALL’EPOCA DEI FATTI SUO PRORETTORE, A CATANIA VENIVA PUBBLICATA UNA SENTENZA CHE METTE IL DITO NELLA PIAGA DI UN CONCORSO FINITO ALL’ATTENZIONE DELLA MAGISTRATURA PENALE. IL TAR HA CONDANNATO L’UNIVERSITA’ A RISARCIRE A FILIPPO SPADOLA, IL CANDIDATO CHE DAL CONCORSO ERA USCITO VINCENTE MA ERA STATO COSTRETTO A RIVOLGERSI AL GIUDICE AMMINISTRATIVO PER OTTENERE IL POSTO, I DANNI SUBITI: OLTRE 70 MILA EURO, IL VALORE CIOE’ DEGLI EMOLUMENTI COMPLESSIVI CHE AVREBBE PERCEPITO DAL MOMENTO IN CUI AVEVA DIRITTO AD ESSERE CHIAMATO IN SERVIZIO A QUELLO IN CUI E’ STATO RECLUTATO. IL RETTORE TOMASELLO, OLTRE A DOVER RISPONDERE PER LE PRESSIONI DI TENTATA CONCUSSIONE DINANZI AL TRIBUNALE DEVE DIFENDERSI, IN CONCORSO CON ALTRI DOCENTI DELLA FACOLTA’ DI VETERINARIA, DAL REATO DI ABUSO D’UFFICIO, CHE SANZIONA CHI VIOLA LA LEGGE PER FAVORIRE O DANNEGGIARE ALCUNO: DOPO IL CONCORSO INFATTI, IL RETTORE, CONSIGLIATO DAL DELEGATO PER LE QUESTIONI GIURIDICHE RAFFAELE TOMMASINI, GIA’ CONDANNATO IN PRIMO GRADO IN ABBREVIATO AD UN ANNO, INSIEME AI DOCENTI DI VETERINARIA SI PRODIGARONO, ATTRAVERSO UNA SERIE DI ATTI, PER NON CHIAMARLO IN SERVIZIO. COME AZIONE DI RITORSIONE. IL TAR DI CATANIA, NEL CONDANNARE L’UNIVERSITA’ AL RISARCIMENTO DEL DANNO, HA STABILITO CHE ‘GLI ATTI EMESSI DALL’AMMINISTRAZIONE SONO TUTTI ILLEGITTIMI’. UNA PRONUNCIA CHE PUNTELLA L’IMPIANNTO ACCUSATORIO COSTRUITO DAL SOSTITUTO DELLA PROCURA DI MESSINA, ANTONINO NASTASI. FILIPPO SPADOLA, ASSISTITO DAL LEGALE CARMELO BRIGUGLIO, OTTENNE LA CHIAMATA SOLO IL GIORNO PRIMA CHE IL COMMISSARIO AD ACTA, INDIVITUATO NELLA PERSONA DEL QUESTORE DEL TAR, SI INSEDIASSE, DOPO CHE UNA PRIMA PRONUNCIA DEL TRIBUNALE, CHE AVEVA OBBLIGATO AD ASSUMERLO, FU DISATTESA. A RISARCIRE FILIPPO SPADOLA DOVRA’ ESSERE L’UNIVERSITA’, MA L’ORGANO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA NELLA SUA SENTENZA HA GIA’ POSTO LE BASI DI UNA RESPONSABILITA’ CONTABILE A CARICO DI CIASCUN DOCENTE ACCUSATO DI ABUSO D’UFFICIO: ‘APPARE EVIDENTE CHE LA RESPONSABILITA’ DELL’AMMINISTRAZIONE NASCA NON SOLO DALLA ILLEGITTIMITA’ DI TUTTI MA ANCHE DALLA CIRCOSTANZA CHE L’UNIVERSITA’ CON COSCIENZA ED IN ASSSENZA DI GIUSTIFICAZIONE, NON SI SIA CONFORMATA ALL’ORDINE DI ASSUNZIONE DATO DAL GIUDICE AMMINISTRATIVO CON UNA PRECEDENTE PRONUNCIA’. MICHELE SCHINELLA DA CENTONOVE DEL 25-09-09