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INFLUENZA AH1N1, LA MORTE DI GIOVANNA RUSSO A MESSINA: ECCO TUTTI I NOMI DEI MEDICI INDAGATI

L’AUTOPSIA DI GIOVANNA RUSSO ARRIVERA’ TRA DUE MESI MA NEL FRATTEMPO RIMANGONO INDAGATI I MEDICI CHE L’HANNO CURATA. QUESTI I NOMI: SI TRATTA DEL PRIMARIO DI RIANIMAZIONE DELL’OSPEDALE PAPARDO TANINO SUTERA E POI FRANCESCA BERTE’, DOMENICO CANNULI, PIETRO CARACCIOLO, GIOVANNI CONDORELLI, ROBERTO D’ANNEO, SALVATORE NUNNARI, NICOLA ZANGHI’, GIOVANNI CESARE PASSALACQUA, LUIGINA AMATO, MARIA ROSANNA CRIVILLARO, GIACINTO INDELICATO, SARINA NIOSI, CARMELO SIGNORINO, SANTA TORTORA, LUCIA VIOLATO, GAETANO PROCHILO, ORLANDO SCARAVILLI, GIUSEPPE CASABLANCA E CARMELO MAIDA. UN ATTO DOVUTO FIRMATO DAL SOSTITUTO PROCURATORE DI MESSINA, ADRIANA SCIGLIO, PER GLI ‘ACCERTAMENTI TECNICI NON RIPETIBILI RELATIVI ALLA MORTE DI GIOVANNA RUSSO’. DA CENTONOVE DEL 25-09-09

MAFIA: MASSIMO CIANCIMINO, MIO PADRE INCONTRO’ LICIO GELLI NEL ‘92

“L’estate delle stragi, mio padre incontro’ a Cortina Licio Gelli. I magistrati hanno trovato anche i riscontri”. Lo ha detto a Radio 24 Massimo Ciancimino, figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto da alcuni anni. “Nel ‘92 - ha aggiunto Ciancimino - c’erano dei progetti politici di nuovi partiti, credo che si siano confrontati su questo. Ma c’e’ un’inchiesta in merito”. Dopo la sua condanna in primo grado per il riciclaggio del tesoro del padre, Massimo Ciancimino da alcuni mesi rende dichiarazioni ai magistrati di Palermo e Caltanissetta, anche a proposito di una presunta trattativa tra Stato e mafia. In proposito, a Radio 24 ha detto: “Non ho nulla da rimangiarmi su Nicola Mancino, che mi ha querelato. Quando si voleva aprire un canale per la trattativa, era stato fatto il nome suo e di un altro ministro. Che poi mio padre non trovo’ in Mancino l’interlocutore che voleva…, infatti sono venuti fuori anche altri nomi, oggetto d’indagine”. Nell’intervista Ciancimino parla anche delle visite di Provenzano nella loro casa a Roma, della “necessita’ del padre di oliare i meccanismi con soldi ai politici, per i suoi affari sul gas”, dell’ultimo messaggio dal carcere di Riina e di alcuni personaggi coinvolti nelle indagini su via D’Amelio. “Franco-Carlo, uomo delle istituzioni, intensifico’ le sue presenze da noi - ha affermato Ciancimino - nell’estate delle stragi. Mi sembra che si fosse salutato anche con l’uomo dal viso deformato, che frequentava casa mia anche per altre ragioni”. La versione integrale dell’intervista a Massimo Ciancimino andra’ in onda domenica alle 19.30, nella rubrica “Storiacce” di Raffaella Calandra.

Catanzaro, la storia dell’avvocato-sprint: Falsi esami all’Ateneo. Carriere da record ricostruite dall’accusa

Undici esami in tredici anni barcamenandosi con scarso costrutto tra le Università di Urbino e di Salerno, altrettanti in meno di due anni all’Ateneo di Catanzaro, facoltà di Giurisprudenza. Secondo la Procura di Catanzaro non c’è stato un improvviso ravvedimento sulla via dell’agognata laurea, ma dietro lo sprint degno del miglior Usain Bolt si celerebbe un percorso di studi macchiato da falsi macroscopici. Il caso di G.C., quarantenne avvocatessa cosentina sospesa dalla professione su ordinanza del gip di Catanzaro, è uno dei tanti ricostruiti dai pm Curcio e Petrolo che, ormai da due anni, indagano sui falsi esami alla facoltà di Giurisprudenza della Magna Græcia. Perno del meccanismo contestato dagli inquirenti sarebbe stato un funzionario addetto alla segreteria didattica, Francesco Marcello, accusato di aver falsificato atti per far risultare come superati esami mai effettivamente sostenuti da studenti successivamente laureati e abilitati alla professione forense. L’iter dell’inchiesta, ancora aperta, ha vissuto un passaggio cruciale nei giorni scorsi, con l’emissione da parte del gip di un’ordinanza che vieta a 39 indagati di esercitare l’attività forense o altre attività professionali o imprenditoriali. Gli avvocati coinvolti esercitano per la maggior tra Catanzaro, Vibo Valentia e la Locride. Per quelli iscritti all’Albo del capoluogo di regione, il Consiglio dell’Ordine presieduto da Giuseppe Iannello ha anticipato il provvedimento del gip, avendone già disposto la sospensione in attesa che si definisca la vicenda penale. Almeno cinque le confessioni raccolte dagli inquirenti nel corso delle indagini, partite da una denuncia dell’Università dopo che un docente si è accorto della presenza ad una sessione di laurea di una studentessa che non aveva superato l’esame della sua materia. Due testimonianze riferiscono di altrettante presunte modalità di pagamento per il superamento degli esami: denaro o prestazioni sessuali. Altre due raccontano solo di soldi. L’ultima parla di «aiuto disinteressato» da parte di un amico che avrebbe accettato di assecondare l’indagato «nella falsificazione del verbale dell’esame di Diritto amministrativo» senza «pagare alcuna somma di denaro per il favore ricevuto». Un sistema che, secondo la Procura, avrebbe minato le basi di decine e decine di lauree in Giurisprudenza. La presunta falsificazione avrebbe riguardato quasi tutte le materie. Citiamo Procedura penale, Diritto processuale civile, Diritto civile, Diritto penale, Economia politica, Storia del diritto italiano, Diritto amministrativo, Diritti greci, Diritto del lavoro. E ancora Sociologia del diritto, Diritto internazionale, Diritto commerciale, Diritto bizantino, Diritto romano, Diritto della comunità europea. Ci sono casi, agli atti dell’accusa, di studenti che avrebbero comprato dodici, tredici, persino quattordici esami. Ma i voti taroccati non erano mai altissimi. Nella maggior parte delle circostanze contestate dagli investigatori si tratta di 22, 23 e 24. Ci sono anche tanti 18 e 19. Pochissimi i 27 e i 28. Mai – viva la modestia – si osava fino al 30 o alla lode. Fin qui l’accusa, che tale resterà fino all’eventuale dimostrazione dei fatti in sede dibattimentale. Da parte loro, i difensori degli indagati affilano le armi. E in molti confidano già negli interrogatori che il gip Rizzuti dovrà fissare nei prossimi giorni. Già annunciati anche alcuni ricorsi al Tribunale del Riesame contro l’ordinanza interdittiva, che in alcuni casi mancherebbe di solidi presupposti. Giuseppe Lo Re - GDS

Del caso si occuperà la Commissione guidata da Pisanu. Slittano le operazioni affidate alla “Astrea”: I “relitti dei veleni” approdano all’Antimafia

La nave “Astrea” mandata dal ministero dell’Ambiente a compiere verifiche e analisi nell’area in cui è stato ritrovato, grazie alle indicazioni fornite dal pentito Francesco Fonti, il relitto della “Cunsky”, leva le ancore e rientra alla base. L’imbarcazione, infatti, pare non disponga degli strumentari indispensabili per attivare le analisi richieste. Dunque, le operazioni sono state rinviate. Il natante tornerà nei mari calabresi e lucani nei prossimi giorni, dotato di sonar per cominciare le ricerche anche degli altri relitti nascosti al largo di Maratea e Genzano. Il Governo, intanto, sulla spinosa questione delle “navi a perdere” riferirà alla Camera giovedì prossimo per rispondere all’interpellanza presentata dal gruppo parlamentare del Partito Democratico che sarà illustrata in aula dall’on. Doris Lo Moro. I democratici chiedono di sapere pure dell’eventuale ruolo giocato dai servizi di sicurezza italiani nelle vicende descritte dal collaboratore di giustizia. Fonti, infatti, fa esplicito riferimento a contatti avuti negli anni ‘80-’90 con un presunto esponente del Sismi – tale “Pino” – che l’avrebbe istruito circa le operazioni di stoccaggio clandestino dei rifiuti radioattivi da svolgere sia nel Mediterraneo che in Somalia. Intanto, la deputata del Pdl, Jole Santelli, ha chiesto al Governo di «convocare subito i sindaci della costa tirrenica calabrese interessati dal ritrovamento della cosiddetta nave dei veleni. La terribile minaccia che arriva dai fondali del nostro mare – ha aggiunto in una nota il vicepresidente della Commissione affari costituzionali – necessita di un’attenzione che va al di là delle buone intenzioni. Una situazione tanto grave come quella che abbiamo in Calabria va esaminata approfonditamente, perchè si predispongano gli strumenti per una rapida ed efficace bonifica del Tirreno inquinato». Secondo Santelli, «è urgente che si proceda al fermo biologico per i pescatori e che si predispongano aiuti immediati per gli imprenditori del turismo, anch’essi gravemente colpiti dall’avvelenamento del mare». «Il governo – ha concluso la deputata del Pdl – si impegni a convocare immediatamente i sindaci della costa tirrenica della Calabria per passare al più presto all’attuazione dell’intervento di emergenza che questa gravissima situazione richiede». Il vicepresidente nazionale dell’Udc, Mario Tassone, annuncia, nel frattempo, che «la commissione Antimafia aprirà un’inchiesta sulle navi contenenti fusti di rifiuti tossici disperse a largo del nostro Paese». Arcangelo Badolati - GDS

MESSINA - Operazione “Sistema”, l’inchiesta sull’imposizione del pizzo nei cantieri della zona tirrenica da parte della “famiglia” dei barcellonesi e dei suoi emissari: Mafia e appalti, inchiesta chiusa per 6 indagati

La regola del 3 per cento. Tanto si doveva pagare alla mafia barcellonese per poter continuare a lavorare negli appalti pubblici. Una mazzetta periodica per stare tranquilli. Ma il “Sistema”, ecco il nome dell’operazione, ai primi dell’anno fu coraggiosamente svelato dall’imprenditore barcellonese Maurizio Sebastiano Marchetta, che è stato tra l’altro anche vice presidente del consiglio comunale di Barcellona. Dal pomeriggio del 22 gennaio scorso, una data che l’imprenditore ricorderà per sempre, Marchetta cominciò a raccontare per filo e per segno negli uffici della Questura di Messina, davanti al sostituto della Distrettuale antimafia Giuseppe Verzera e al capo della squadra mobile Marco Giambra, tutto quello che era stato costretto a subire per poter concorrere, aggiudicarsi ed eseguire alcuni appalti in Sicilia. Dopo le sue rivelazioni, che hanno del clamoroso se rapportate a un territorio chiuso e omertoso come quello mafioso barcellonese, fu il sostituto della Dda Verzera a formalizzare una serie di richieste d’arresto, che nel febbraio scorso portarono alla notifica di tre ordinanze di custodia cautelare in carcere da parte del gip di Messina Antonino Genovese per Carmelo Bisognano, capo del clan dei “Mazzarroti” e ritenuto il referente del clan mafioso dei barcellonesi per il territorio di Mazzarrà Sant’Andrea, che all’epoca era stato da poco scarcerato; Carmelo D’Amico, che era stato arrestato un mese prima perché indicato come uno dei boss del clan dei barcellonesi; e Pietro Nicola Mazzagatti, ritenuto il capo del gruppo mafioso di Santa Lucia del Mela. Il gip Genovese non accolse, invece, la richiesta di misura cautelare in carcere presentata dalla Procura per altri tre indagati: Vincenzo Licata, agrigentino, ritenuto esponente di spicco delle organizzazioni mafiose di Agrigento, l’agrigentino Domenico Mortellaro, e l’acese Alfio Giuseppe Castro, ritenuto dalla Dda personaggio di primo piano della “famiglia” Santapaola. Per Licata e Mortellaro il gip dichiarò infatti la propria incompetenza territoriale in relazione alle condotte dei due indagati. Adesso, a distanza di sette mesi da quell’operazione, il sostituto della Dda peloritana Giuseppe Verzera ha depositato l’atto di chiusura delle indagini preliminari per tutti e sei, confermando le accuse a loro carico e chiedendo al gip il loro rinvio a giudizio. A breve sarà quindi fissata l’udienza preliminare. La lista dei capi d’imputazione di questa inchiesta è lunga, sono “conteggiati” undici casi, 8 d’estorsione e 3 di tentata estorsione, di cui devono rispondere a vario titolo gli indagati, tutti aggravati dall’art. 7 del D.L 152/91, vale a dire l’aver agevolato le relative associazioni mafiose di appartenenza. Gli indagati sono assistiti dagli avvocati Giuseppe Lo Presti, Tommaso Calderone, Giuseppe Perdichizzi, Giovanni Aricò, Fabrizio Cosentino, Salvatore Silvestro e Enzo Trantino. E raccontano per filo e per segno cosa fu costretto a subire l’imprenditore Marchetta in un vasto arco di tempo tra la metà degli anni ‘90 e il 2008 nei suoi cantieri di Savoca, Tortorici, Canicattì, Gualtieri Sicaminò, Barcellona, Caronia, Floresta, Militello Val di Catania e Scordia. Ecco qualche esempio. Tra il giugno del 1995 e l’aprile del ‘96 Licata e Mortellaro avrebbero costretto Marchetta e la sua impresa, la “Co.Ge.Mar. srl” di Barcellona, a non presentare alcuna offerta per l’appalto dei lavori di ristrutturazione e normalizzazione del collettore fognario di Barcellona. D’Amico e Mazzagatti nel 1998 si sarebbero fatti consegnare a più riprese – una tranche fu di 10 milioni di lire –, il 3 per cento dell’appalto (l’importo era di 3 miliardi e 380 milioni di lire) per i lavori di consolidamento di una frazione dell’abitato di Gualtieri Sicaminò. D’Amico tra il 2000 e il 2001 avrebbe costretto Marchetta a versare a più riprese – due furono di 10 milioni di lire – il 3 per cento dell’appalto (l’importo era di 2 miliardi e 138 milioni di lire), per la ristrutturazione della rete idrica interna di Barcellona. Bisognano si sarebbe fatto consegnare tra il 2000 e il 2001 il “pizzo”, in più tranches con una da 5 milioni di lire, per l’appalto della rete idrica di distribuzione a Caronia. Bisognano e D’Amico si sarebbero fatti consegnare tra il 2001 e il 2004 a più riprese sempre il “solito” 3 per cento dell’appalto (l’importo era di 4 miliardi e 700 milioni di lire) per i lavori di completamento della strada esterna di collegamento dell’abitato con la Statale 116 nel comune di Floresta. Altra imposizione si sarebbe verificata tra il 2000 e il 2005 per l’appalto a Val Militello di Catania per realizzare il collettore emissario principale della rete fognaria fino al bacino di Scordia (ne rispondono Bisognano, D’Amico e Castro). Agli atti dell’inchiesta ci sono poi alcuni attentati di cui si “occupò” secondo l’accusa Carmelo D’Amico: tra il febbraio e il dicembre del 2006 furono incendiati due macchine operatrici, un escavatore cingolato e una pala gommata che si trovavano in un cantiere della Co.ge.mar.-Archimpresa a Barcellona. In questo caso però la richiesta di pizzo andò a vuoto, perché Marchetta e i suoi familiari si ribellarono. Un episodio riguarda Alfio Giuseppe Castro. Tra il 2004 e il 2005 avrebbe preteso, senza ottenerlo, il pizzo dalla Co.ge.mar e dall’Archimpresa per l’appalto dei lavori d’intervento sui muri di sostegno di via Einaudi a Sant’Agata Li Battiati. Quando scattarono gli arresti nel corso della conferenza stampa in Questura il procuratore capo di Messina, Guido Lo Forte fu molto chiaro su questa operazione: «Siamo a una svolta – disse –, che potrebbe avere importanti effetti sulle indagini future: per la prima volta infatti un imprenditore della zona di Barcellona, in relazioni a cospicui appalti, ha deciso di collaborare con le forze dell’ordine. Faccio un appello affinché altri imprenditori si affidino alle forze di polizia, e abbiano fiducia, perché avranno adeguate risposte».

In sintesi
Il sostituto della Dda di Messina, Giuseppe Verzera ha chiuso sette mesi dopo gli arresti, l’inchiesta “Sistema”, sulla famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gottto ed i clan alleati Santapaola di Catania e Di Gati di Agrigento. L’avviso è stato notificato a Carmelo D’Amico, reggente della “famiglia” mafiosa dei Barcellonesi, Carmelo Bisognano, capo del gruppo dei “Mazzarroti”, Pietro Nicola Mazzagatti, boss di Santa Lucia del Mela, Alfio Giuseppe Castro della “famiglia” di Catania, Vincenzo Licata e Domenico Mortellaro di quella di Agrigento.

Indagato Gianni Letta da 10 mesi. E nessuno ne parla: Dopo il rimpallo tra due procure, la Cassazione manda il fascicolo sui centri di accoglienza all’unico magistrato di Lagonegro. I reati ipotizzati sono abuso, turbativa d’asta e truffa

Dopo il rimpallo tra due procure, la Cassazione manda il fascicolo sui centri di accoglienza all’unico magistrato di Lagonegro. I reati ipotizzati sono abuso, turbativa d’asta e truffa.
Come giornali e agenzie hanno nascosto la notizia che spaventa gli editori
Sono almeno sei mesi che giornali e tv evitano di raccontare che Gianni Letta è sotto inchiesta. Nonostante le carte circolino nelle redazioni dei maggiori quotidiani e delle agenzie di stampa, nessun direttore ha pubblicato le intercettazioni che raccontano come le emergenze sono state usate per fare affari e favori. Letta è considerato l’uomo del dialogo e soprattutto il sottosegretario con cui gli editori hanno trattato e tratteranno gli aiuti alla stampa in crisi. L’unica testata che ha offerto una panoramica dell’indagine è stato il mensile campano “La voce delle vociâ€. Le agenzie di stampa si sono occupate della faccenda solo il 29 aprile per comunicare, su input della Procura di Roma, che i pm avevano chiesto l’archiviazione di Letta. Ma non hanno spiegato per quali reati fosse indagato e oltretutto hanno diffuso una notizia monca. Letta è stato scagionato dall’accusa di associazione a delinquere, ma rimane indagato per abuso, turbativa d’asta e truffa. Su queste ipotesi di reato, si è svolto un surreale ping pong tra le Procure di Roma e Potenza, dove entrambe sostenevano la competenza dell’altra e non volevano occuparsi di lui. Alla fine ci ha pensato la Cassazione, che ha spedito tutto a Lagonegro.
Accoglienza ai clandestini? Ci pensa Gianni
LE CARTE DELL’INCHIESTA SU LETTA
Gianni Letta è indagato da dieci mesi per il business dell’immigrazione. Nessuno però lo sa (o lo scrive). Lo ignora persino il magistrato che dovrà occuparsi di lui. Si chiama Francesco Greco (solo omonimo del procuratore aggiunto di Milano) e lavora da poche settimane a Lagonegro, un comune di 5 mila abitanti in provincia di Potenza, dove la Procura più piccola d’Italia, con un solo pm che fa contemporaneamente il capo reggente e il sostituto, dovrà decidere la sorte dell’uomo più potente del governo dopo Silvio Berlusconi. Con “Il Fatto quotidianoâ€, che gli chiede notizie sullo stato del fascicolo, Greco cade dalle nuvole. Eppure nel luglio scorso il dossier Letta è stato destinato al suo ufficio dalla Cassazione, dopo un surreale conflitto di competenza fra i magistrati di Roma e Potenza. Tutti però si sono dimenticati di dirgli che sulla sua scrivania sta per arrivare una valanga di informative, corredate da mesi di intercettazioni. Carte che accusano il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, in concorso col capo del dipartimento Immigrazione del ministero degli Interni, Mario Morcone, e con alcuni manager de “La Cascinaâ€: una holding di cooperative da 200 milioni di euro di fatturato, braccio secolare di Comunione e Liberazione a Roma, nata come mensa per gli studenti della Capitale, che oggi controlla ospedali, hotel a 4 stelle e ristoranti di grido (come il Pedrocchi di Padova e Le Cappellette di Roma), dove i clienti vip lasciano sulle pareti la loro foto accanto alla dedica di Giulio Andreotti. Letta è sotto inchiesta per reati piuttosto pesanti: abuso d’ufficio (fino a 3 anni di carcere), turbativa d’asta (fino a 2), truffa aggravata (fino a 6).
Potenza del Vaticano
L’indagine parte da Potenza, quando il pm Henry John Woodcock si mette a lavorare su una presunta organizzazione specializzata nell’aggiudicarsi commesse pubbliche truccando le gare. A indagare sono gli uomini della squadra mobile e quelli del Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri, diretti dal colonnello Sergio de Caprio, alias Capitano Ultimo, l’ufficiale che arrestò Totò Riina. Gli investigatori intercettano e pedinano i fratelli Angelo e Pierfrancesco Chiorazzo, dirigenti della Cascina e di altre società. E quasi subito scoprono che i due stanno tentando di accaparrarsi gli appalti per i centri di assistenza ai rifugiati, grazie agli aiuti di Letta. E’ l’estate del 2008. Giornali e tv lanciano ogni giorno “l’allarme immigrati†e il governo dichiara addirittura lo stato d’emergenza. Letta si muove alla sua maniera. A legarlo alla Cascina non sono solo i rapporti di consuetudine con Chiorazzo, ma è soprattutto la comune vicinanza al Vaticano e ad Andreotti, numi tutelari della cooperativa. Per anni La Cascina ha accumulato appalti dalle Alpi alla Sicilia, dalle università alle strutture pubbliche, dai teatri agli stadi, fino alla bouvette del Senato. Nel 2008 l’Asl di Taranto le ha scucito la bellezza di 8,8 milioni di euro; il comune di Roma altri 20. Non è un mistero che i vertici della Cascina selezionino il personale anche sulla base di elenchi stilati da vescovi e politici di area. Ma il gruppo non disdegna le alleanze trasversali, come quella intrecciata con il governo di Fidel Castro per gestire due hotel di lusso sulle spiagge di Santa Lucia e di Varadero. La crescita tumultuosa, le scelte sfortunate (come quella di Cuba) e 74 milioni di debiti con il fisco, hanno però messo la holding ciellina alle corde.
“Pronto, sono Gianni Letta†Per risollevarsi dalla crisi, il vicepresidente Angelo Chiorazzo - 35 anni, celebre per aver organizzato nel ‘97 una contestazione a Oscar Luigi Scalfaro alla Sapienza di Roma, molto stimato dal segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone - punta sugli appalti in uno dei settori più redditizi e meno controllati: gli immigrati. Legatissimo a Clemente Mastella (era con lui sull’aereo di Stato da Roma al Gran Premio di Monza nel 2007), soprannominato nell’Udeur “il vaticanista†per aver organizzato vari incontri fra lo statista di Ceppaloni e Bertone, Chiorazzo ha un altro asso nella manica: proprio Letta. Il 6 agosto 2008 - si legge nelle carte - Angelo è a Palazzo Chigi col cappello in mano. Una delle sue società gestisce già il Centro accoglienza richiedenti asilo (Cara) di Bari con 1200 ospiti, e sta per aprirne un altro a Taranto da 400 posti. Ogni ospite “vale†fino a 50 euro di rimborsi pubblici al giorno. Il manager fiuta l’affare (il gruppo incassa già 70 mila euro al giorno) e vorrebbe espandersi in tutt’Italia. Letta chiama il capo dell’immigrazione al ministero, il prefetto Morcone, che si mette a disposizione. Due giorni dopo Chiorazzo torna alla carica a Palazzo Chigi con la lista dei “Cara†più appetibili. In cima all’elenco, Foggia e Crotone. Dopo il secondo incontro, Letta richiama Chiorazzo per dirgli che qualcosa comincia a muoversi: “Il prefetto di Crotone mi dice che vuole che lei vada o lunedì o martedì… perchè poi lui va a Cosenza dove è stato trasferito e dice: ‘E’ meglio che lascio le cose fatte’. Allora, o lunedì o martedì mattina la aspetta in Prefettura… eh… a nome mioâ€. Chiorazzo ringrazia e già sogna parlando con i colleghi: “Crotone è il campo più grande d’Europa, può arrivare a 1300 personeâ€. Con il fratello Pierfrancesco, aggiunge: “Devi andare in Calabria a battere il ferro finché è caldo (a Crotone l’indagine sarà archiviata, ndr) â€.
Un milione all’Auxilium
Chiorazzo seguita a vedere Letta. Il quarto incontro avviene il 2 settembre. Dieci giorni dopo, ecco finalmente i primi risultati: un bell’appalto da un milione e 170 mila euro, destinato alla cooperativa Auxilium di Senise, presieduta da suo fratello, per aprire un nuovo “Cara†a Policoro, provincia di Matera. Com’è stato possibile? La risposta la danno gli investigatori: per quell’appalto “il prefetto di Matera e il sindaco di Policoro sono stati ‘scavalcati’ e messi davanti al ‘fatto compiuto’. Il prefetto Giovanni Monteleone sarà informato solo un giorno e mezzo prima dell’arrivo dei rifugiati e il sindaco Lopatriello sarà convinto ad avallare lo status quo con promesse, di evidente natura clientelare, di assunzioni di persone da lui segnalate. L’esistenza di un’emergenza nazionale diviene così il pretesto utile a dissimulare uno stravolgimento delle regole della buona amministrazione e per accontentare le richieste del Chiorazzo gestore in pectore del “Cara†di Policoro, prim’ancora che ne sia deliberata la creazioneâ€.
Il prefetto non ci sta
Occhio alle date: grazie a Super-Gianni, son bastati 11 giorni per aprire un centro da 200 posti che vale 4 milioni di euro l’anno. E poi dicono che la burocrazia è lenta. Il prefetto Monteleone, sentito come testimone, ancora non ci crede: “Giovedì mattina (11 settembre 2008, ndr) mi ha chiamato il prefetto Morcone da Roma dicendomi: abbiamo individuato una struttura a Policoro dove sabato 13 arriveranno i primi 200 extracomunitari perché c’è un’emergenza nazionale. Io sono rimasto molto sorpreso e mi sono sentito bypassato… Non ho avuto la possibilità di chiamare i sindaci e di far vedere che esiste un prefettoâ€. Anche il viceprefetto Michele Albertini è perplesso. Rifiuta di firmare e chiede una lettera del ministero che autorizzi quella “strana convenzioneâ€, come la definisce lui stesso. Anche perché, spiega agli investigatori, “solitamente si lascia alle sedi locali il compito di individuare le ditte. Qui era già tutto fatto da Romaâ€. Niente da fare: l’affidamento ad Auxilium non si discute. Nessuno si preoccupa di verificare la capienza del centro. Ecco una telefonata intercettata fra la funzionaria Isabella Alberti e il presidente dell’Auxilium, Pierfrancesco Chiorazzo. Sono le 9.30 del 12 settembre, il Cara è già stato praticamente autorizzato, gli immigrati arriveranno l’indomani. Prima però bisogna mettere a posto le carte.
L’appalto al telefono
La dottoressa Alberti si produce in un esercizio di dettatura che pare il remake della celebre scena di “Totò, Peppino e la malafemminaâ€. “Allora scrivaâ€, esordisce mentre Chiorazzo prende nota: “Alla direzione centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo. Alla cortese attenzione del prefetto Forlani, Roma. Oggetto: offerta di strutture ed accoglienza sita in Policoro, Matera”. Seguono dieci righe di dettato, dopo di che la signora ha un soprassalto di coscienza: “Senta, ma poi i posti quanti sono?â€. E Chiorazzo: “210â€. La funzionaria dello Stato per un attimo si ricorda del suo ruolo e pone un problema non secondario: “Ma c’è tutto? Cioè, per un’accoglienza dignitosa, c’è tutto?â€. Chiorazzo la rassicura: “Sì, sì, sì, tutto. C’è tuttoâ€. E meno male. Gli investigatori invece annotano: “Nessuna tempestiva verifica preventiva è stata eseguita dal ministero per accertare che effettivamente la struttura fosse in possesso di tutti i requisiti necessari e per verificare la sicurezza e la salubrità dei luoghiâ€. Solo il prefetto di Matera, un giorno prima di aprire il “Caraâ€, sguinzaglia una delegazione a controllare. “Sta di fattoâ€, prosegue la nota, “che dopo gli accessi eseguiti, su apposita richiesta della Prefettura di Matera, dall’Asl5 di Montalbano Ionico, è emerso che la struttura ospitante il Centro, in via del tutto eccezionale, può contenere al massimo 107 personeâ€. Così il 16 novembre 2008 la Prefettura invia un fax urgentissimo per comunicare che gli ospiti in soprannumero vanno trasferiti. Nel frattempo l’Auxilium potrebbe aver incassato 5 mila euro in più al giorno riempiendo il “Cara†oltre i limiti. Secondo la Procura di Roma, in questa vicenda non ci sarebbe nulla di penalmente rilevante. Il pm Sergio Colaiocco ha fatto archiviare l’accusa di associazione per delinquere contro Letta e Morcone. Poi, pur non essendo competente per territorio, ha lasciato intendere che - se fosse per lui - li scagionerebbe anche dalle altre accuse di abuso, truffa e turbativa. A suo avviso, lo stato d’emergenza legittima tutto. Secondo Woodcock, invece, l’emergenza non farebbe venir meno l’obbligo di chiedere almeno cinque preventivi prima di assegnare un appalto milionario con un paio di telefonate. Ora la parola passa al pm unico di Lagonegro. Se avrà tempo.
di Peter Gomez e Marco Lillo (da Il Fatto Quotidiano, n°1 - 23 settembre 2009)