Fusti di kerosene, maniche a vento e un relitto affondato in periodo bellico: la “nave dei veleni” è solo un vecchio piroscafo – “Catania” – mandato a picco nel 1917 durante il primo conflitto mondiale. Non ci sono scorie radioattive nelle stive, né scheletri dietro gli oblò. E, soprattutto, non ci sono ‘ndranghetisti con pescherecci superveloci pronti a fare la spola tra la costa cetrarese e le imbarcazioni impegnate a navigare al confine delle acque territoriali. Il pentito Francesco Fonti incassa una sonora smentita dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, e dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. L’ennesima. Se si considera cosa accadde in Basilicata quando, nel 2005 e nel 2007, in due distinte occasioni, sulla base delle confessioni del collaboratore furono passate al setaccio delle aree del Materano alla ricerca dei bidoni gonfi di scorie che l’uomo diceva d’aver interrato per conto della ‘ndrangheta. Bidoni che, naturalmente, nonostante il dispiego di mezzi, non furono trovati. Fonti spiegò successivamente di non aver dato le giuste indicazioni perchè non era stato ammesso al programma di protezione e, quindi, correva un gravissimo pericolo. I magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Potenza rimasero con un pugno di mosche in mano. Questa volta, invece, a rimanere basiti sono stati i pescatori e gli operatori turistici calabresi travolti dalla vasta eco suscitata dalle confessioni del pentito. Una eco che si è tradotta in un disastro economico di dimensioni incalcolabili. Che il relitto individuato a undici miglia al largo di Cetraro non fosse la famigerata “Cunsky”, la “Gazzetta” l’aveva scritto con assoluta certezza il 29 settembre scorso. I registri navali internazionali (cui abbiamo avuto accesso grazie all’esperto Ferdinando Caldiero) testimoniavano, infatti, che l’imbarcazione aveva avuto un destino diverso da quello che Fonti aveva rappresentato. Non era stata cioè affondata con dell’esplosivo nell’ottobre del 1992, ma aveva cessato la sua attività di cargo finendo demolita nel porto indiano di Alang. Un’altra nave che l’ex malavitoso ha detto di aver mandato a picco nello stesso periodo – la “Yvonne A” – è addirittura rimasta in navigazione fino al dicembre del 2004, mentre la “Voiaris Sporadis” che il collaboratore di giustizia dice di aver fatto inabissare (sempre nel ‘ 92) con la complicità delle cosche di Melito Porto Salvo è affondata nel gennaio del 1990, nel Mar della Cina. Ma torniamo al “Catania”. «Il piroscafo “Catania” – ha spiegato il ministro Prestigiacomo – fu costruito a Palermo nel 1906 e silurato nel corso della I Guerra Mondiale da un sommergibile tedesco il 16 marzo 1917». Per il procuratore Grasso il caso è chiuso, «perchè le indagini hanno accertato che non ci sono elementi di radioattività nè di inquinamento nel raggio di tre chilometri intorno alla nave. Da quando è iniziata questa vicenda», ha detto Grasso, «c’è stata una vittima, la zona di Cetraro, più in generale la Calabria perchè i pescatori hanno smesso di pescare e gli albergatori sono preoccupati per la prossima stagione e tutta la popolazione non sa se potrà mangiare il pesce. Oggi arriva finalmente una risposta precisa che respinge tutte le insinuazioni». Grasso ha parlato di una vicenda giornalistica «irresponsabile» perchè non sono stati trovati riscontri agli allarmismi diffusi. Il capo della magistratura antimafia italiana ha infine precisato che sono da escludere «tracce di contaminazione radioattiva per un raggio di sette chilometri». Il ministro Prestigiacomo ha sottolineato, invece, che «47 giorni, un vero record, è stato il tempo necessario a capire quello che era successo». Poi ha ribadito la volontà di contrastare in ogni modo il traffico di rifiuti e ha sottolineato come la lotta alle ecomafie «è una priorità » per il ministero dell’ambiente. La “Gazzetta” è in possesso dei documenti conservati nei registri navali internazionali che testimoniano dell’affondamento del “Catania” classificato come passeggeri-cargo, costruito dai “Cantieri navali siciliani” e in uso alla Regia marina italiana. Dagli atti in nostro possesso figurano pure le coordinate che sono perfettamente sovrapponibili all’area di mare entro la quale è stato individuato il relitto. Eccole: latitudine 39.32 Nord; longitudine 015.42 Est. La nave venne varata a Palermo e fu poi acquistata dalla Società italiana di servizi marittimi, che aveva sede a Venezia. Arcangelo Badolati - GDS
I magistrati di Reggio e Catanzaro “bocciano” il collaboratore: inattendibile
Quando nacque Francesco Fonti quel relitto giaceva già lì, inabissato a 11 miglia al largo di Cetraro, da ben 28 anni. Il “Catania” è sepolto nelle viscere del Tirreno dal 1917. Un’eternità . Eppure l’ex collaboratore di giustizia, dal 2004 rivendicava l’affondamento di quell’imbarcazione e di altre navi, tutte imbottite di veleni. Tutte fatte sparire nei mari della Calabria. Ma la storia del traffico dei rifiuti radioattivi non ha mai convinto i magistrati distrettuali che agli inizi del mese hanno ereditato il fascicolo dalla Procura di Paola. Non riavrà la “patente” di collaboratore di giustizia e non riavrà nemmeno la scorta. Stavolta, è lui, Fonti, ad affondare nell’intrigo velenoso. Ieri, il capo dei pm di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, e il suo collega di Catanzaro, Vincenzo Lombardo, hanno chiarito come la pensano sull’ex collaboratore di giustizia: «Non è attendibile». Non è una valida fonte non solo perchè la nave ritrovata al largo di Cetraro non è la Cunsky, ma anche perchè tutte e tre le imbarcazioni che sostiene d’aver personalmente inabissato, su mandato di politici e di apparati deviati dello Stato, «hanno continuato a navigare anche dopo il 1992», anno al quale risalirebbero gli affondamenti “certificati” dall’ex pentito. Discrepanze, tra l’altro, già ampiamente svelate dalla “Gazzetta del Sud” un mese fa. La magistratura, dunque, sbatte la porta in faccia a Francesco Fonti e alle sue speranze di essere riammesso al programma di protezione, proprio nel giorno in cui il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo annuncia la soluzione del giallo: «Oggi è stata fatta piena luce su un mistero che aveva generato tanto allarme, ora partiranno le verifiche sull’inquinamento a terra speriamo di non trovare radioattività come a mare. Il Ministero dell’Ambiente ha consegnato il piano di caratterizzazione per le verifiche dell’inquinamento a terra e nelle prossime settimane sarà effettuata una campionatura con controlli incrociati. Il governo in Calabria è in prima linea e da parte nostra c’è la massima presenza». Un concetto ribadito anche dal sottosegretario Roberto Menia, che va oltre: «Chi ha messo in piedi questa cosa, se avesse un pò di dignità dovrebbe dare le dimissioni. Una settimana fa, 50 sindaci manifestavano sotto Palazzo Chigi capeggiati dall’assessore regionale calabrese all’Ambiente, Silvio Greco, che ora deve chiedere scusa alla sua gente e se avesse un pò di dignità dovrebbe dare le dimissioni». Giovanni Pastore - GDS