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MESSINA, LE CLAMOROSE DICHIARAZIONE DEL PENTITO MAURIZIO MARCHETTA: ‘L’ASSOCIAZIONE COSTRUTTORI STABILISCE A TAVOLINO IL VINCITORE’. LE ACCUSE ALL’IMPRENDITORE CARLO BORRELLA. I NOMI DELLE IMPRESE

Il sigillo al sistema di gestione degli appalti pubblici tratteggiato viene apposto, secondo Marchetta, dalla sezione di Messina dell’Ance, l’associazione dei costruttori edili che, quando ‘gli appalti riguardano importi consistenti, è strategicamente utilizzata attraverso la figura del presidente Carlo Borrella, titolare della Demoter‘. L’ex vicepresidente del Consiglio Comunale di Barcellona ne spiega il modo. ‘Borrella ha costituito un gruppo di imprenditori che fanno parte del Consiglio direttivo e che stabilisce a tavolino a chi far aggiudicare gli appalti‘. Marchetta non si è tirato indietro quando gli è stato chiesto di fare nomi e cognomi: ‘Gli imprenditori che in realtà fanno parte di questo nucleo forte che gestisce e pianifica le modalità di distribuzione degli appalti sono Antonino Ricciardello, il vicepresidente; il geometra Giuseppe Pettinato, tesoriere dell’Ance, Salvatore Arcovito, Giuseppe Barbera, Salvatore Buttà, Roberto Catania, Gennaro Figliozzi e Vincenzo Lanzafame, e lo stesso Tindaro Calabrese, consiglieri dell’organismo di rappresentanza dei costruttori. L’Ance - ha spiegato Marchetta agli inquirenti - serve per stabilire contatti con società iscritte all’Ance di altre zone. Aggiudicata la gara, i lavori sono eseguiti da una parte delle imprese di Messina’. Marchetta, su domanda degli inquirenti, ha fatto due esempi: l’appalto del Depuratore di Milazzo, e quello per il depuratore dell’Area di sviluppo industriale di Giammoro. Respinge con forza le accuse Salvatore Arcovito, consigliere dell’Ance: ‘La mia ditta non fa un lavoro pubblico da almeno tre anni. Escludo che l’Ance sia la cupola disegnata da Marchetta’. Michele Schinella - centonove del 30-10-2009

ECCO LE IMPRESE DELLA PROVINCIA DI MESSINA INDICATE DAL PENTITO MARCHETTA, CHE FAREBBERO PARTE DI QUESTO IPOTETICO CARTELLO CHE STABILISCE QUAL’E’ L’IMPRESA CHE PUR NON ESSENDO AGGIUDICATARIA DELL’APPALTO, DEVE ESEGUIRE I LAVORI, ATTRAVERSO IL SUBAPPALTO O IL NOLO A FREDDO (OVVERO IL SUBAPPALTO DELLE SOLE MACCHINE):

‘Posso sicuramente affermare che alcune delle imprese della Provincia di Messina che fanno parte di questo cartello sono: la CA.TI.FRA. srl di Tindaro e Francesco Calabrese di Barcellona P.G.; la DEMOTER di Carlo e Benito Borrella di Messina; la PETTINATO COSTRUZIONI di Giuseppe Pettinato di Fondachelli Fantina; la TECNIS SPA dei fratelli Costanzo di Catania; la EUROVEGA di Salvatore Mangano di Capo d’Orlando; la BE.NA.CO SRL di Giuseppe Bernanasca di Nicosia; la GRECO ALFREDO SRL di Cesare Greco; la COESTRA di Cirino e Massimo Longo’, ha dichiarato l’ex vicepresidente del Consiglio Comunale di Barcellona P.G.

MESSINA: IL COMANDANTE CALOGERO FERLISI LASCIA LA POLIZIA MUNICIPALE. DIRIGERA’ IL CONTENZIOSO AL COMUNE DI MESSINA

Il generale Calogero Ferlisi, attuale comandante della Polizia Municipale di Messina, sarà nominato dirigente al Contenzioso del comune di Messina, incarico oggi ricoperto ad Interim da Diane Litrico. A sostituirlo potrebbe essere l’attuale comandante della Polizia Municipale di Barcellona, il colonnello Marco Crisafulli, il cui incarico è stato rinnovato il 10 ottobre. da centonove del 30-10-2009

Operazione “Pozzo” - L’incendio del deposito di Barcellona P.G.: Davanti al gup patteggia la pena l’imprenditore De Pasquale

Ha scelto la strada del patteggiamento ieri mattina davanti al gup di Messina Maria Giovanna Vermiglio, l’imprenditore barcellonese Vincenzo De Pasquale, 61 anni, che con le sue coraggiose dichiarazioni iniziali ai carabinieri aveva fatto in un primo tempo arrestare nell’operazione antimafia “Pozzo” dello scorso 30 gennaio, i suoi presunti estortori. Dopo però la vicenda si complicò e l’imprenditore finì sott’inchiesta da parte del sostituto procuratore della Dda Giuseppe Verzera per falsa testimonianza e calunnia nei confronti dei carabinieri del Ros. Proprio per queste accuse De Pasquale, assistito dall’avvocato Mario Pietro Coppolino, è comparso ieri davanti al gup Vermiglio, e ha deciso di patteggiare la pena di un anno e otto mesi. Titolare di un’impresa individuale per la commercializzazione di slot machines e videogames, De Pasquale aveva ammesso di pagare, da anni, il pizzo (50% dei ricavi) alla famiglia mafiosa barcellonese e di aver subito, un anno fa, un devastante l’incendio del suo capannone. Un attentato che gli «aveva tagliato le gambe». Forse per paura, però, l’uomo non aveva voluto verbalizzare le sue accuse e in seguito durante l’incidente probatorio, aveva addirittura ritrattato tutto e accusato ufficiali e sottufficiali, anche del Ros, di aver «falsamente attestato alcune circostanze». De Pasquale fu quindi indagato dal sostituto procuratore della Dda Giuseppe Verzera per calunnia e falsa testimonianza. In concreto il magistrato antimafia gli contestò una serie di fatti, tra cui anche quella di aver accusato in pratica di essersi “inventato tutto”, pur sapendolo innocente, un maresciallo dei carabinieri in servizio alla Compagnia di Barcellona e gli ufficiali del Ros che avevano raccolto le sue denunce contro gli estortori. L’imprenditore nel marzo dello scorso anno subì un devastante incendio al suo capannone nell’area industriale di Sant’Andrea, in via Milite Ignoto, a Barcellona: fu completamente distrutto il capannone che adibiva a deposito di videogiochi e furono danneggiati altri quattro fabbricati, all’interno dei quali erano ubicati impianti produttivi artigianali e commerciali. Il danno patito da De Pasquale (se ne lamentò spesso nel corso delle intercettazioni dell’inchiesta “Pozzo” eseguite dal Ros dei carabinieri) fu di oltre un milione di euro. Gli abitanti della zona e dei restanti quartieri della città, quel giorno avvertirono intorno alle 23,20 uno spaventoso boato. Sulla vicenda indagarono i carabinieri del Nucleo operativo della compagnia di Barcellona, che intervennero sul posto coordinati dal capitano Domenico Menna e del tenente Salvatore Ferraro. Nel capannone c’erano vecchi videogiochi elettronici e anche una partita consistente di videopoker di genere vietato, sottoposti in precedenza a sequestro giudiziario. Si chiude quindi un’altra puntata giudiziaria dell’inchiesta antimafia “Pozzo”, con cui il sostituto della Dda Giuseppe Verzera e i carabinieri del Ros censirono la nuova famiglia mafiosa barcellonese. Fu portata a termine dai carabinieri del Ros poco prima dell’alba del 30 gennaio scorso quando in carcere finirono 12 tra i maggiori esponenti del braccio armato della famiglia mafiosa dei Barcellonesi e delle cellule criminali ad essa collegate dei Mazzarroti e dei Batanesi. Nuccio Anselmo - GDS

IL FINANZIAMENTO DEL PONTE SULLO STRETTO: BOTTA E RISPOSTA TRAIL VERDE BONELLI E IL MINISTRO MATTEOLI

«Il ministro Matteoli ha detto un’enorme bugia dichiarando che il Ponte sullo Stretto verrà interamente finanziato da privati». Lo ha dichiarato in una nota il Presidente dei Verdi Angelo Bonelli che ha aggiunto: «Far credere agli italiani che è arrivato Babbo Natale e regala allo Stato un’infrastruttura inutile e dannosa è da scellerati. Il governo Berlusconi ha dovuto rifinanziare l’opera già definanziata dal governo Prodi per una prima tranche di un miliardo e 500 milioni di euro. Matteoli fa come Pinocchio, dice le bugie ma non si ricorda che queste hanno le gambe corte: dichiara che i soldi non sono pubblici quando sa perfettamente che non è così». «Se Bonelli non avesse omesso quella parte della dichiarazione rilasciata ieri dal Ministro Matteoli, in cui ha affermato “a parte i finanziamenti per le opere propedeutiche del Ponte sulle coste calabrese e siciliana” non avrebbe potuto lanciarsi nell’ennesima e demagogica accusa, quella sì fondata davvero sulla bugia – ha replicato il capo ufficio stampa del ministro delle Infrastrutture. Ancora una volta Bonelli riprova i motivi per cui gli elettori hanno severamente punito i Verdi espellendoli dal Parlamento».

Rifiuti e veleni - Smentito clamorosamente il pentito Fonti. Non è la “Cunsky” ma un piroscafo mandato a picco da un sommergibile tedesco: È il relitto d’una nave affondata nel 1917

Fusti di kerosene, maniche a vento e un relitto affondato in periodo bellico: la “nave dei veleni” è solo un vecchio piroscafo – “Catania” – mandato a picco nel 1917 durante il primo conflitto mondiale. Non ci sono scorie radioattive nelle stive, né scheletri dietro gli oblò. E, soprattutto, non ci sono ‘ndranghetisti con pescherecci superveloci pronti a fare la spola tra la costa cetrarese e le imbarcazioni impegnate a navigare al confine delle acque territoriali. Il pentito Francesco Fonti incassa una sonora smentita dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, e dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. L’ennesima. Se si considera cosa accadde in Basilicata quando, nel 2005 e nel 2007, in due distinte occasioni, sulla base delle confessioni del collaboratore furono passate al setaccio delle aree del Materano alla ricerca dei bidoni gonfi di scorie che l’uomo diceva d’aver interrato per conto della ‘ndrangheta. Bidoni che, naturalmente, nonostante il dispiego di mezzi, non furono trovati. Fonti spiegò successivamente di non aver dato le giuste indicazioni perchè non era stato ammesso al programma di protezione e, quindi, correva un gravissimo pericolo. I magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Potenza rimasero con un pugno di mosche in mano. Questa volta, invece, a rimanere basiti sono stati i pescatori e gli operatori turistici calabresi travolti dalla vasta eco suscitata dalle confessioni del pentito. Una eco che si è tradotta in un disastro economico di dimensioni incalcolabili. Che il relitto individuato a undici miglia al largo di Cetraro non fosse la famigerata “Cunsky”, la “Gazzetta” l’aveva scritto con assoluta certezza il 29 settembre scorso. I registri navali internazionali (cui abbiamo avuto accesso grazie all’esperto Ferdinando Caldiero) testimoniavano, infatti, che l’imbarcazione aveva avuto un destino diverso da quello che Fonti aveva rappresentato. Non era stata cioè affondata con dell’esplosivo nell’ottobre del 1992, ma aveva cessato la sua attività di cargo finendo demolita nel porto indiano di Alang. Un’altra nave che l’ex malavitoso ha detto di aver mandato a picco nello stesso periodo – la “Yvonne A” – è addirittura rimasta in navigazione fino al dicembre del 2004, mentre la “Voiaris Sporadis” che il collaboratore di giustizia dice di aver fatto inabissare (sempre nel ‘ 92) con la complicità delle cosche di Melito Porto Salvo è affondata nel gennaio del 1990, nel Mar della Cina. Ma torniamo al “Catania”. «Il piroscafo “Catania” – ha spiegato il ministro Prestigiacomo – fu costruito a Palermo nel 1906 e silurato nel corso della I Guerra Mondiale da un sommergibile tedesco il 16 marzo 1917». Per il procuratore Grasso il caso è chiuso, «perchè le indagini hanno accertato che non ci sono elementi di radioattività nè di inquinamento nel raggio di tre chilometri intorno alla nave. Da quando è iniziata questa vicenda», ha detto Grasso, «c’è stata una vittima, la zona di Cetraro, più in generale la Calabria perchè i pescatori hanno smesso di pescare e gli albergatori sono preoccupati per la prossima stagione e tutta la popolazione non sa se potrà mangiare il pesce. Oggi arriva finalmente una risposta precisa che respinge tutte le insinuazioni». Grasso ha parlato di una vicenda giornalistica «irresponsabile» perchè non sono stati trovati riscontri agli allarmismi diffusi. Il capo della magistratura antimafia italiana ha infine precisato che sono da escludere «tracce di contaminazione radioattiva per un raggio di sette chilometri». Il ministro Prestigiacomo ha sottolineato, invece, che «47 giorni, un vero record, è stato il tempo necessario a capire quello che era successo». Poi ha ribadito la volontà di contrastare in ogni modo il traffico di rifiuti e ha sottolineato come la lotta alle ecomafie «è una priorità» per il ministero dell’ambiente. La “Gazzetta” è in possesso dei documenti conservati nei registri navali internazionali che testimoniano dell’affondamento del “Catania” classificato come passeggeri-cargo, costruito dai “Cantieri navali siciliani” e in uso alla Regia marina italiana. Dagli atti in nostro possesso figurano pure le coordinate che sono perfettamente sovrapponibili all’area di mare entro la quale è stato individuato il relitto. Eccole: latitudine 39.32 Nord; longitudine 015.42 Est. La nave venne varata a Palermo e fu poi acquistata dalla Società italiana di servizi marittimi, che aveva sede a Venezia. Arcangelo Badolati - GDS

I magistrati di Reggio e Catanzaro “bocciano” il collaboratore: inattendibile
Quando nacque Francesco Fonti quel relitto giaceva già lì, inabissato a 11 miglia al largo di Cetraro, da ben 28 anni. Il “Catania” è sepolto nelle viscere del Tirreno dal 1917. Un’eternità. Eppure l’ex collaboratore di giustizia, dal 2004 rivendicava l’affondamento di quell’imbarcazione e di altre navi, tutte imbottite di veleni. Tutte fatte sparire nei mari della Calabria. Ma la storia del traffico dei rifiuti radioattivi non ha mai convinto i magistrati distrettuali che agli inizi del mese hanno ereditato il fascicolo dalla Procura di Paola. Non riavrà la “patente” di collaboratore di giustizia e non riavrà nemmeno la scorta. Stavolta, è lui, Fonti, ad affondare nell’intrigo velenoso. Ieri, il capo dei pm di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, e il suo collega di Catanzaro, Vincenzo Lombardo, hanno chiarito come la pensano sull’ex collaboratore di giustizia: «Non è attendibile». Non è una valida fonte non solo perchè la nave ritrovata al largo di Cetraro non è la Cunsky, ma anche perchè tutte e tre le imbarcazioni che sostiene d’aver personalmente inabissato, su mandato di politici e di apparati deviati dello Stato, «hanno continuato a navigare anche dopo il 1992», anno al quale risalirebbero gli affondamenti “certificati” dall’ex pentito. Discrepanze, tra l’altro, già ampiamente svelate dalla “Gazzetta del Sud” un mese fa. La magistratura, dunque, sbatte la porta in faccia a Francesco Fonti e alle sue speranze di essere riammesso al programma di protezione, proprio nel giorno in cui il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo annuncia la soluzione del giallo: «Oggi è stata fatta piena luce su un mistero che aveva generato tanto allarme, ora partiranno le verifiche sull’inquinamento a terra speriamo di non trovare radioattività come a mare. Il Ministero dell’Ambiente ha consegnato il piano di caratterizzazione per le verifiche dell’inquinamento a terra e nelle prossime settimane sarà effettuata una campionatura con controlli incrociati. Il governo in Calabria è in prima linea e da parte nostra c’è la massima presenza». Un concetto ribadito anche dal sottosegretario Roberto Menia, che va oltre: «Chi ha messo in piedi questa cosa, se avesse un pò di dignità dovrebbe dare le dimissioni. Una settimana fa, 50 sindaci manifestavano sotto Palazzo Chigi capeggiati dall’assessore regionale calabrese all’Ambiente, Silvio Greco, che ora deve chiedere scusa alla sua gente e se avesse un pò di dignità dovrebbe dare le dimissioni». Giovanni Pastore - GDS

Rifondazione Comunista - Circolo Ottobre Rosso Barcellona P.G.: Caso Ausonia, gettiamo luce sull’oscurità delle logge massoniche

L’indagine che ha portato alla scoperta della loggia massonica “Ausonia†grazie alle rilevazioni del pentito Maurizio Marchetta porta l’opinione pubblica ad una seria riflessione su tali forme associative. Secondo il pentito Marchetta grazie a questa loggia sarebbero stati condizionati pubblici appalti e assunzioni, con il coinvolgimento (oltre a medici, imprenditori e funzionari pubblici) anche dell’attuale sindaco di Barcellona Candeloro Nania e del suo potente cugino senatore; il primo – sostiene Marchetta – per aver imposto a privati proprietari di terreni, che hanno ottenuto grazie a lui l’aumento dell’indice di cubatura, l’affidamento delle progettazioni e successive costruzioni a professionisti da lui stesso scelti. Il Senatore Nania, invece – sempre secondo il pentito – sarebbe coinvolto per il suo potere ed il suo ruolo. Mentre la magistratura inquirente sta facendo le dovute indagini, come Rifondazione Comunista- Circolo “Ottobre Rossoâ€, chiediamo che si faccia chiarezza con una vera e propria operazione trasparenza sulla Città: che vengano resi pubblici i nomi e le logge massoniche operanti a Barcellona P.G., che si verifichino le possibili infiltrazioni nelle amministrazioni locali ed i condizionamenti su appalti e assunzioni pubbliche. Qualche mese fa, Monsignor La Piana aveva denunciato pubblicamente il condizionamento massonico “asfissiante†sulla società e sull’economia del nostro territorio: consideriamo ancora valide quelle parole e vorremmo mettere in pratica un processo di liberazione da tutte le forze “occulte†che governano il nostro territorio. Rifondazione Comunista - Circolo Ottobre Rosso Barcellona P.G.