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LA STAMPA SOTTO ACCUSA - Alluvione Messina, Lombardo ‘bacchetta’ La7: “Attenzione a non sfruttare disagi dei cittadiniâ€

Il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo in una nota commenta le anticipazioni del rotocalco settimanale di La 7, “Reality” che si occuperà anche dell’alluvione a Messina, e in cui i cittadini denunciano di essere stati abbandonati al loro destino, segnato dall’assenza dei politici e delle telecamere. “Se questi sono i contenuti, la trasmissione che andrà in onda questa sera - afferma Lombardo - rischia di nuocere non solo all’immagine delle istituzioni, ma anche alla tenuta dell’ordine pubblico e della sicurezza. I cittadini, provati da un evento drammatico, privati delle loro proprietà e dei loro beni, vivono la loro condizione - ovviamente - al limite della sopportazione: non possiamo permettere che a fini speculativi, politici o di spettacolo, si sfrutti la loro condizione di disagio. E attueremo, a loro tutela, ogni azione giudiziaria che ci permetta di raccontare i fatti e impedendo ogni forma di cinico sensazionalismo”. Gli inviati di “La 7″ - aggiunge la nota - che hanno realizzato un reportage tra gli alluvionati messinesi, raccogliendone la protesta e registrandone il malumore, non hanno chiesto alcun riscontro alle uniche “fonti” ufficiali di notizie e informazioni sui soccorsi. Nessuno ha infatti contattato gli uffici del commissario per l’emergenza, alla presidenza della Regione, né quelli del soggetto attuatore, al comune di Messina. “Da quasi 60 giorni effettuo sopralluoghi quotidiani a Giampilieri e nelle altre zone alluvionate. Il presidente della Regione, commissario delegato, si occupa giornalmente dell’emergenza ed nelle ultime settimane é già venuto tre volte a Messina, dove abbiamo avuto la visita dei ministri Claudio Scajola e Stefania Prestigiacomo. Silvio Berlusconi ha già firmato due ordinanze e sarà in città nella prima decade di dicembre”. Lo afferma il sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, in una lettera inviata a La7 che stasera, nel programma “Reality, si occuperà dell’alluvione di Messina. “Sono le tv nazionali ad aver dimenticato questa tragedia - aggiunge il sindaco -, dopo aver messo in cattiva luce la popolazione di Giampilieri e Scaletta Zanclea, addebitando all’abusivismo edilizio la causa del disastro. La gran parte degli sfollati sta apprezzando gli sforzi quotidiani messi in atto dal sottoscritto e da tutti coloro che stanno lavorando no stop”.

LA RIFLESSIONE DI ANTONIO MAZZEO DOPO IL PROCESSO ‘MARE NOSTRUM’: A MESSINA SENTENZA SHOCK, LA MAFIA NON ESISTE!!!!

A Barcellona Pozzo di Gotto va in scena “L’elogio dell’impunitàâ€. Potrebbe benissimo trattarsi di un adattamento teatrale metà commedia e metà farsa se nello sfondo non ci fosse la tragedia di una guerra di mafia che negli anni ’80 ha visto decine e decine di morti ammazzati tra la Piana di Milazzo e l’area dei Nebrodi, nella fascia tirrenica della provincia di Messina. Cosche contro cosche, famiglie contro famiglie, per accaparrasi appalti e subappalti del nuovo tracciato ferroviario Messina-Palermo e gestire discariche di rifiuti, cave e le colate di cemento che hanno devastato la costa e gli alvei di fiumi e torrenti. Omicidi e sparizioni forzate di anziani boss e piccoli spacciatori neanche maggiorenni, esecuzioni efferate nello stile di ciò che accadeva negli stessi anni con la “guerra sucia†in Centroamerica, sotto la mano di eserciti e paramilitari. Dopo l’oblio collettivo di quei terribili anni, arriva, proprio come nei tribunali di mezza America latina, il colpo di spugna della “giustizia†peloritana. La corte d’assise d’appello di Messina ha emesso la sua sentenza nel maxiprocesso denominato Mare nostrum, ribaltando il dispositivo di primo grado: dimezzati gli ergastoli (da 28 a 14), sfumato il reato associativo di mafia, prescritti tutti i reati “minori†e quelli legati al porto d’armi, una pioggia di assoluzioni per buona parte dei 130 imputati. La corte, in particolare, ha annullato l’ergastolo al riconosciuto boss mafioso Giuseppe Gullotti, condannato in primo grado per il duplice omicidio Iannello-Benvegna. Gullotti, almeno per ora, continuerà a scontare in carcere la condanna a 30 anni (passata in giudicato), quale mandante dell’assassinio del giornalista de La Sicilia, Beppe Alfano. Resta dunque ben poco di quello che fu il castello accusatorio che portò nel biennio 1994-95 alle operazioni “Mare Nostrum 1 e 2â€, quando le forze dell’ordine eseguirono 580 arresti di presunti appartenenti alle organizzazioni criminali di Barcellona, Tortorici, Patti e Sant’Agata di Militello. A far scattare le indagini, furono innanzitutto le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Orlando Galati Giordano e Giuseppe “Pino†Chiofaloâ€, personaggi ai vertici delle cosche di Tortorici (il primo) e Terme Vigliatore (il secondo), usciti perdenti dalla sanguinosa lotta con i nuovi alleati locali dei “corleonesiâ€. Soprattutto Pino Chiofalo aveva ricostruito con dovizia di particolari i legami della criminalità con imprenditori, magistrati, amministratori e politici locali, ministri e sottoministri. Uno spaccato di borghesia mafiosa che gli inquirenti hanno deciso però di destoricizzare e decontestualizzare, spezzettando il racconto del boss con perizia chirurgica, ma soprattutto astenendosi dalla ricerca di possibili riscontri sul “terzo livelloâ€. Al vaglio del Tribunale restarono solo i fatti di sangue e le estorsioni, mentre i traffici di stupefacenti furono affidati ad un procedimento-stralcio (Mare nostrum droga), il cui processo di appello si è concluso il 13 novembre scorso con l’assoluzione di tutti e 32 gli imputati (in primo grado erano state 14 le condanne con pene dai 5 a i 14 anni). «Una sentenza della Corte d’Appello di Messina che lascia stupefatti», è il commento a caldo del senatore del PD Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia che proprio alla pericolosità della mafia della provincia di Messina aveva dedicato un intero capitolo della Relazione di minoranza della Commissione della XIV legislatura. «Sento il bisogno di rompere il riserbo nel commentare le sentenze», aggiunge Lumia. «La mafia barcellonese non può rimanere impunita. Gullotti e gli altri boss sono una minaccia reale, perché fanno parte di Cosa nostra militare e sono collocati nel cuore delle collusioni con la politica e i poteri deviati. Bisogna ritornare ad occuparsi con più incisività del condizionamento mafioso a Messina e in particolare nell’area barcellonese, così come del ruolo di una parte della magistratura, dei poteri collusi sul versante economico-politico e istituzionale, affinché lo Stato torni ad affermare la sua sovranità democratica anche in queste realtà territoriali». Durissimo il commento di Fabio Repici, avvocato di parte civile nei più importanti processi di mafia svoltisi nel capoluogo dello Stretto (l’omicidio della stiratrice diciassettenne Graziella Campagna, quello del giornalista Alfano, ecc.) e amico del docente universitario Adolfo Parmaliana, morto suicida il 2 ottobre 2008 dopo aver appreso di un’indagine avviata nei suoi confronti a seguito delle sue documentate denunce su malapolitica, mafia e affari nel Comune di Terme Vigliatore. «La famiglia mafiosa più potente della provincia di Messina e più impunita d’Italia può riprendere serenamente il comando del territorio, nella società criminale e naturalmente pure nella società legale», scrive Repici in una lettera aperta. «La sentenza di Mare Nostrum è solo l’ultimo atto di un grado di giudizio che aveva fatto registrare accadimenti inediti nella storia giudiziaria italiana. Il clima del processo ebbe un mutamento allorché la corte, adeguandosi ad una nuova perizia (dopo ben 9 di segno contrario espletate da esperti di ogni parte d’Italia) che, con argomentazioni a dir poco stravaganti, aveva fornito parere favorevole sulla capacità di rendere esame del collaboratore di giustizia barcellonese Maurizio Bonaceto, aveva deciso di estromettere dal fascicolo i verbali delle dichiarazioni rese a suo tempo da Bonaceto e di disporne l’esame». Rientrato nel 1997 a Barcellona presso i suoi familiari dopo aver interrotto la propria collaborazione processuale, Bonaceto aveva tentato il suicidio lanciandosi dal terrazzo della propria abitazione, rimanendo gravemente menomato nel fisico e nella mente. «Davanti alla corte comparve allora una larva d’uomo che, palesemente incapace di orientarsi, dietro consiglio del suo nuovo legale affermò con qualche difficoltà di non voler rispondere», ricorda il legale. «A quel punto i pubblici ministeri chiesero di acquisire comunque i vecchi verbali di Bonaceto, asserendo che il suo comportamento attuale era da ricondurre alle minacce rivoltegli da esponenti della mafia barcellonese, secondo quanto si ricavava da un suo verbale d’interrogatorio del 24 maggio 1993». Particolare non certo secondario il mai interrotto rapporto di lavoro del fratello del collaboratore di giustizia presso la grande impresa di autodemolizioni intestata alla madre di un altro importante boss barcellonese, Salvatore Ofria. «Acquisite finalmente le dichiarazioni rese da Bonaceto, alcuni difensori (ed in particolare quelli del boss Giuseppe Gullotti) si adoperarono con strumenti inconsueti per cercare di minarne la credibilità», prosegue Fabio Repici. «Il 9 marzo 2009, uno dei due difensori di Gullotti, l’avvocato Franco Bertolone (che non aveva preso parte al processo fino alla sentenza di primo grado, per essere stato raggiunto dalle accuse del collaboratore Giuseppe Chiofalo, che lo aveva indicato come “consiglieri†della famiglia mafiosa barcellonese grazie ai suoi stretti rapporti con un magistrato, il dottor Cassata, oggi Procuratore generale di Messina) lesse un inconsulto documento anonimo che avanzava dubbi sull’attendibilità di Bonaceto, ma si risolveva anche in un attacco personale soprattutto contro la mia persona e quella di Piero Campagna, fratello della povera Graziella, assassinata nel 1985. Di questo documento veniva letta soltanto una parte, nella quale, in sintesi, si affermava che Bonaceto aveva probabilmente mentito sull’omicidio Alfano, che il boss Gullotti e il killer Antonino Merlino, pur definitivamente condannati, erano in realtà innocenti, che io avevo ben contezza della loro innocenza per avermela confidata Piero Campagna, che io però mai avrei riferito all’autorità giudiziaria ciò che sapevo, per non scagionare i due mafiosi condannati». A rendere più torbida la vicenda, l’accertamento delle generalità dell’estensore del documento, il sostituto procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, Olindo Canali, che nel processo di primo grado aveva svolto le funzioni di pubblico ministero. E la volontaria omissione da parte dell’avvocato Bertolone della lettura di un successivo passaggio della missiva in cui il Canali scriveva che «Franco Bertolone è il Franco Cassata degli avvocati barcellonesi». Una frase che, sempre secondo Repici, «poteva essere considerata perfino un riscontro alle vecchie accuse del pentito Chiofalo», relative a un presunto stretto legame tra il legale e il magistrato. Proprio il Chiofalo, il 20 febbraio 2004, nel corso della sua deposizione al processo di Catania a carico del magistrato messinese Giovanni Lembo e del boss Michelangelo Alfano poi “suicidaâ€, si era soffermato su un viaggio da lui fatto a Milano in compagnia del legale barcellonese, nel lontano 1974, a cui avrebbe partecipato pure Antonio Franco Cassata, al tempo già magistrato. «Avevo dei processi ed io e il mio avvocato all’epoca, Francesco Bertolone, dovendo andare a Milano con l’automobile ci siamo portati dietro un suo amico che poi apprendevo era il giudice Cassata…». Del viaggio a Milano del giudice «su una Mercedes di proprietà del pluriomicida Chiofalo» aveva parlato anche l’ex senatore democristiano Carmelo Santalco in un esposto al Presidente della Repubblica del 6 giugno 2000, successivamente rimesso al Consiglio Superiore della Magistratura che doveva valutare la supposta “incompatibilità ambientale†del dottor Cassata (il procedimento davanti al CSM si è poi concluso in modo favorevole per il magistrato). Dopo la rinuncia al mandato difensivo da parte dell’avvocato Repici che rappresentava alla corte la sua disponibilità a testimoniare e l’invio di un fax alla Procura generale in cui il dottor Canali riconosceva la paternità del documento letto in aula dall’avvocato Bertolone, veniva disposta la testimonianza del sostituto procuratore di Barcellona, che essendo stato Pm in primo grado, si trovava nella situazione di incompatibilità con l’ufficio di testimone prevista dal codice di procedura penale. «Il dr. Canali testimoniò in due successive udienze, facendo affermazioni plasticamente false», aggiunge Repici. «Per questo egli è oggi indagato dalla Procura di Reggio Calabria per falsa testimonianza e per favoreggiamento del boss Gullotti». La Procura aveva riaperto nel frattempo l’indagine derivante dall’informativa Tsunami, redatta nel 2005 dalla Compagnia dei carabinieri di Barcellona, che aveva documentato presunti comportamenti illeciti del dottor Antonio Franco Cassata e le frequentazioni fra il Canali ed il cognato del boss Gullotti. «A far riemergere dai cassetti l’informativa era stata la tragica morte di Adolfo Parmaliana», scrive il legale. «La sua ultima lettera, con le accuse al “clan†della “giustizia messinese/barcelloneseâ€, aveva indotto la Procura di Patti a trasmettere il fascicolo sul suicidio di Adolfo alla Procura di Reggio Calabria. La situazione è oggi ancora in fibrillazione. Perché se il dr. Canali è stato costretto a lasciare il distretto giudiziario messinese e le funzioni di pubblico ministero, il dr. Cassata, seppure considerato, anche in atti ufficiali, il più alto referente istituzionale della famiglia mafiosa barcellonese, è ancora incredibilmente il Procuratore generale di Messina. Però, avendo di recente il dr. De Feis riferito alla Procura di Reggio Calabria la verità sulle intimidazioni subite ad opera del Cassata nel 2005, come riportate nell’informativa Tsunami, quest’ultimo ha ragione di temere che la Procura possa determinarsi a procedere nei suoi confronti e che il CSM si senta costretto ad aprire un procedimento disciplinare o paradisciplinare». È il circolo culturale paramassonico barcellonese “Corda Fratresâ€, di cui proprio il Cassata è da sempre instancabile animatore, a costituire la migliore vetrina dell’esercizio delle relazioni di potere dell’intera provincia di Messina. Fondato nel 1944, “Corda Fratres†– il cui nome completo è “Fédération Internazionale des Etudiants “Corda Fratres†Consulat de Barcellona (Sicilia)†– vede tra i suoi soci i nomi di grido della classe dirigente politica locale (il senatore del Pdl Domenico Nania, già capogruppo al Senato di An e l’odierno sindaco di Messina ed ex presidente della Provincia, Giuseppe Buzzanca, anch’egli post-fascista), giudici onorari, avvocati tra cui lo stesso Francesco Bertolone, professionisti, imprenditori, ecc.. Nelle liste della “Corda Fratres†compaiono pure i nomi di ben 16 iscritti alle logge del Grande Oriente d’Italia “Fratelli Bandiera†e “La Ragioneâ€. Tra i “soci onorariâ€, due ex generali dei Carabinieri, Giuseppe Siracusano (tessera P2 n. 496) e Sergio Siracusa, già direttore del SISMI ed ex Comandante generale dell’Arma. Di questa associazione ha fatto pure parte il boss mafioso Giuseppe Gullotti, “allontanato†solo nel febbraio 1993, dopo la visita nella città del Longano della Commissione Parlamentare Antimafia. Presenza altrettanto inquietante quella dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, “compare d’anello†del Gullotti, che inquirenti e collaboratori di giustizia ritengono operare su ben più alti livelli criminali. «Nulla sembra poter fermare le follie del “rito peloritanoâ€, della giustizia alla messinese», conclude amaramente Fabio Repici. «Nessun segnale di attenzione viene da parte degli organi dello Stato per la provincia di Messina, per questa Corleone del terzo millennio che è Barcellona Pozzo di Gotto, per i miasmi della giustizia messinese. Fino a che nel resto della nazione non ci si decida ad accendere un riflettore sui misfatti di quella provincia, il buio, materiale e morale, continuerà a sommergerla». ANTONIO MAZZEO

BARCELLONA P.G.: SI DIMETTE IL PRESIDENTE DELL’IGEA VIRTUS PIETRO CAMINITI DOPO L’ATTENTATO ALLA SUA AUTO

Quella di ieri è stata la domenica del tracollo dell’Igea Virtus. Oltre all’ennesima sconfitta della squadra giallorossa, questa volta contro il Vico Equense, è arrivata la decisione del presidente igeano di chiudere con il calcio. Una decisione maturata, come ha tenuto a precisare Pietro Caminiti, dopo l’attentato incendiario che il presidente ha subito sabato sera (ignoti hanno dato fuoco alla sua autovettura). Il presidente dell’Igea ha ufficializzato la sua decisione ieri pomeriggio al termine della partita, in un comunicato stampa diramato dal direttore sportivo Daniele Piraino (Caminiti non era allo stadio). «In merito a quanto accaduto la scorsa notte – si legge nel documento – con rammarico capisco che a Barcellona non esistono più le condizioni ambientali per poter continuare la gestione della squadra. Posso anche capire il rammarico dei tifosi per gli scarsi risultati ottenuti in questo campionato, accettando anche le contestazioni avute, ma arrivare a subire un attentato incendiario alla mia autovettura non mi permette più di avere sicurezza sulla incolumità della mia persona e a rischiare oltre per “il calcio” non sono per nulla disposto. Comunico che la squadra – si legge ancora nel comunicato – è in vendita e sono a disposizione di chiunque sia interessato seriamente ad acquistarla. Mi corre l’obbligo avvisare che (visto che non sono più intenzionato a continuare questa attività a Barcellona) decorsi giorni dieci senza avere nessun riscontro, sarà costretto a consegnare la squadra al tribunale». Caminiti conclude il documento affermando che «ho conosciuto a Barcellona delle meravigliose persone e mi dispiace che verrà fatta di tutta l’erba un fascio». Fin qui il comunicato di Caminiti che dunque ha deciso di chiudere la sua avventura all’Igea Virtus che tra l’altro continua con la serie negativa. Un momento dunque difficile per il calcio barcellonese e per l’Igea Virtus che rischia di uscire dalla scena calcistica dopo un avvio di stagione deludente e contestato dai tifosi preoccupati per le sorti del sodalizio. Vicissitudini che hanno preso il via dopo la cessione della società da Bonina a Criniti che in meno di quarantotto ore l’ha ceduta a Caminiti. Quale sarà il futuro della gloriosa Igea Virtus ? Al momento non è facile rispondere, ma è certo che è molto nebuloso. Della partita di ieri si può dire che la formazione di Zampollini non avrebbe meritato la sconfitta. Da una squadra rimaneggiata, con una difesa inventata all’ultimo momento per le assenze di Vicentini, Palma e Zarini (quest’ultimo infortunato da parecchie settimane) non si poteva pretendere di più. Zampollini ha dovuto fare salti mortali per mettere in campo undici giocatori. La squadra dopo aver subito nella fase iniziale il primo gol, si è proiettata in attacco e ha cercato il gol del pari, ma in alcune conclusioni è stata pure sfortunata. Sull’1-1, grazie al rigore trasformato da Grillo, avrebbe potuto sperare in qualcosa di più del pareggio. Ma non ha avuto neanche il tempo di pensarci che è arrivato, per la solita leggerezza difensiva, la seconda rete dei campani con il solito Napoli che ha chiuso l’incontro. Inutili alla fine gli assalti alla porta difesa da Munaò.

ANTENNA MUOS: Nulla osta negato alla Marina militare americana. I ripetuti sit in di protesta hanno centrato l’obiettivo

L’Amministrazione comunale ha revocato l’autorizzazione all’installazione del sistema di un’antenna per la telecomunicazione satellitare della Marina militare americana al servizio della base di contrada Ulmo, che dovrebbe sorgere a tre chilometri dal centro abitato. Contro il progetto si erano espressi cittadini, comitati ed ambientalisti, ma anche amministratori di tredici paesi della zona. C’erano stati cortei e un sit-in in contrada Ulmo. L’autorizzazione era stata rilasciata lo scorso anno come parere di impatto ambientale nel corso di una conferenza di servizi svoltasi a Palermo all’assessorato regionale Territorio e ambiente. Ieri, con provvedimento firmato dal capo ripartizione comunale urbanistica, Venerando Russo, indirizzato tra gli altri anche alla Base americana di Sigonella, il Comune di Niscemi ha disposto l’annullamento in autotutela del nulla osta rilasciato per la realizzazione del Muos il 9 settembre del 2008. Il “no” è finalizzato a tutelare l’ambiente, il patrimonio naturale e la salute degli abitanti di tutto il comprensorio. Nell’atto di revoca si fa riferimento anche alla vicinanza della Riserva naturale Sughereta di Niscemi, nella cui area «è prescritta l’assoluta inedificabilità». La base della Marina militare americana di contrada Ulmo, infatti, si trova in zona soggetta a vincolo. Nel provvedimento di revoca in autotutela inoltre, il Comune di Niscemi, facendo riferimento ad una nota inviata di recente dalle autorità della Marina militare americana, così conclude: «Considerato che le controdeduzioni non trattano nel merito gli argomenti sollevati, eludendo di fatto la richiesta di procedere ad una valutazione di incidenza che tenga conto di dati completi ed attendibili, si ritiene insufficiente ed inadeguata la documentazione prodotta in precedenza, poiché tratta la materia solo dal punto di vista generico e politico». La mancata risposta puntuale sugli argomenti sottolineati da questo ufficio, ci obbliga a procedere, annullando il nulla osta rilasciato il 9 settembre 2008». Lillo Leonardi

IL SINDACO BUZZANCA QUERELERA’ ANCHE DON CIOTTI? PER IL PRESIDENTE DI LIBERA IL PONTE ‘UNIRA’ DUE COSCHE’!

Quel ponte non unisce due coste ma due cosche“. Don Luigi Ciotti, presidente di “Libera”, ha chiesto di posticipare la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina per dedicare quelle risorse ad altre opere. Lo ha fatto dal palco di “Politicamente Scorretto”, la Tregiorni alla Casa della Conoscenza di Casalecchio di Reno in cui l’ideatore della rassegna, lo scrittore Carlo Lucarelli, ha rilanciato il suo appello per destinare alla cultura una parte dei beni confiscati alla mafia. “Non ci sono soldi? E allora perché non destinarli ad altre priorità? - ha chiesto il sacerdote, in collegamento telematico con il Mei, il meeting delle etichette indipendenti in contemporaneo svolgimento a Faenza -. Quel ponte rinviamolo un attimo. Perché unisce due cosche”. Ed invece servono asili, scuole, ferrovie, strutture che diano il senso della comunità, perché “quella meravigliosa gente del sud non deve girare il mondo per lavorare, ma deve stare là”.

BARCELLONA P.G.: INCENDIATA L’AUTO DEL PRESIDENTE DELL’IGEA VIRTUS PIETRO CAMINITI

Sconosciuti ieri sera hanno dato fuoco all’ auto del presidente dell’Igea Virtus, Pietro Caminiti. Il pronto intervento di alcuni passanti ha impedito che le fiamme si propagassero a tutta la vettura, distruggendola. L’episodio è avvenuto, attorno alle 21,45 nella centralissima Piazza Trento. Dall’auto del dirigente della squadra di calcio, una Renault Megane, si sono improvvisamente sprigionate delle fiamme. Alcuni passanti hanno dato l’allarme e sono prontamente intervenuti. Le fiamme sono state domate sul nascere. Erano stati intanto chiamati i vigili del fuoco di Milazzo che hanno costato l’origine dolosa dell’incendio. L’episodio potrebbe essere collegabile – secondo le forze dell’ordine – con il clima di confusione e di tensione che interessa la squadra di calcio locale. Con contestazioni che sono apparse anche sui muri della città e che sono finite anche in consiglio comunale. La partita di oggi al D’Alcontres sarà effettuata a porte chiuse per il mancato allaccio della rete telefonica. Francesco Caminiti è subentrato al patron Bonina, che si è dedicato - com’è noto - al basket.