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MAFIA - IL CASO DEL DOTT. ATTILIO MANCA: LA PROCURA DI VITERBO CHIEDE L’ARCHIVIAZIONE. IL MEDICO AVREBBE CURATO INCONSAPEVOLMENTE IL BOSS BERNARDO PROVENZANO

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Chiesta per la terza volta consecutiva, dalla procura della Repubblica di Viterbo, l’archiviazione del procedimento penale sulla morte di Attilio Manca, il medico originario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, trovato morto nel 2004 nel suo appartamento a Viterbo, città in cui lavorava come urologo nell’ospedale cittadino. Secondo i suoi familiari, che si sono opposti alle due precedenti richieste di archiviazione, il medico sarebbe stato ucciso dalla mafia, dopo essere stato costretto ad assistere all’intervento alla prostata di Bernardo Provenzano, eseguito a Marsiglia. Secondo il referto ufficiale, invece, sarebbe morto dopo essersi iniettato una dose di eroina. “Per la terza volta - dicono la madre Mariangela e il fratello Gianluca - siamo pronti ad opporci alla richiesta di archiviazione. Non lasceremo che sulla morte di Attilio cali il silenzio. In questa vicenda c’é stata una lunga serie di depistaggi che abbiamo sempre denunciato. La verità è che Attilio è stato ucciso dalla mafia per sbarazzarsi di un testimone scomodo”.

Lo strano caso del dottor Manca
La madre governa la rotta dello strazio col timone di un quieto coraggio. Tira fuori dai cassetti una marea di lettere d’affetto filiale e di ricordi. Soffia sul fuoco dolce della memoria che divampa e ricade, ridotto in cenere. Il padre era un professore di Lettere. Accarezza un cucciolo di minuscola taglia. Forse per antica deformazione professionale, l’ha battezzato Argo. Oppure c’è dell’altro. Il vecchio cane Argo, nell’Odissea, si alza con estremo sforzo sulle zampe per salutare Ulisse tornato a Itaca, dopo una vita d’attesa e di peripezie. Vede il suo padrone, abbaia e muore felice. Argo è la mitologia di una speranza assurda. È il santo protettore dei ricongiungimenti impossibili. Il punto finale di questa trinità amorevole sarebbe il figlio Attilio. Ma Attilio Manca, di professione urologo, è come il suo cognome. Non c’è. Si è suicidato, secondo la storia ufficialmente narrata fin qui. I suoi genitori, e non solo loro, la pensano diversamente. Pensano che sia stato ucciso per essersi imbattuto, suo malgrado, nell’ombra di Binu e nei killer di Cosa nostra. Le parole della madre, Angela, sono abbacinanti: “Lo Stato non vuole occuparsi di questo delitto, forse perché c’è di mezzo Provenzano, non c’è la volontà di scoprire la verità”. È il filo da tirare. La Procura di Viterbo ha riaperto le indagini. Uno scrittore della Barcellona spagnola è volato fino a Barcellona Pozzo di Gotto, la cittadina dei Manca. Joan Queralt ha scritto: “El enigma siciliano de Attilio Manca, verdad y justicia en la isla de Cosa nostra”. Presto sarà tradotto in italiano. Dopo l’oblio, grazie al libro, mille piccole luci si sono accese. Le penne nobili si mobilitano. Alfio Caruso sulla Stampa: “Il cadavere giaceva riverso sul letto, seminudo, dentro una pozza di sangue, il setto nasale deviato, il corpo costellato di macchie ematiche, sul braccio sinistro i segni inequivocabili di due iniezioni. Era stata una richiesta dell’ospedale Belcolle di Viterbo a condurre la polizia, la mattina del 12 febbraio 2004, in quell’appartamento periferico, dove da alcuni anni abitava l’urologo trentaquattrenne Attilio Manca. Gli accertamenti della scientifica conclusero che si trattava di suicidio attraverso un cocktail micidiale di eroina e tranquillanti. Eppure niente nell’esistenza di Manca faceva prevedere l’intenzione di togliersi la vita: aveva già preso accordi per alcuni mesi di volontariato in Bolivia con ‘Medici senza frontiere’, cui avrebbe seguito uno stage d’aggiornamento presso un ospedale di Cleveland. Non sorprende, dunque, che la procura laziale abbia riaperto per la terza volta il caso ipotizzando che si possa trattare di un omicidio di mafia sul cui sfondo campeggia, addirittura, Bernardo Provenzano”. Ci sono coincidenze che rendono l’ipotesi verosimile. Il dottor Attilio Manca era un fuoriclasse della sua professione. Si era formato a Parigi. Operava i tumori alla prostata con una tecnica laparoscopica di recentissima generazione. L’attenzione degli inquirenti si è appuntata su un viaggio in Costa Azzurra, “per un consulto circa un paziente”, secondo la spiegazione fornita direttamente dal dottore a papà Gino. Nel 2003, all’inizio di novembre, si registra, secondo i familiari, un passaggio nei paraggi di Marsiglia. Da quelle parti c’era anche un certo signor Gaspare Troia, reduce da una delicata operazione alla prostata. Troia, l’altro cognome di Provenzano. Il mistero di Manca si sovrappone al mistero di Binu e della famosa degenza francese protetta da un falso nome. Uno, luminare di interventi alla prostata. L’altro ricoverato per un tumore alla prostata, infine operato. Stessi tempi. Stesso luogo. E Binu era stato latitante nel Messinese. Qui avrebbe potuto contattare e conoscere l’urologo, un medico da cui farsi assistere, un testimone da ridurre al silenzio eterno. La meccanica del suicidio non convince. Attilio Manca era mancino, ma avrebbe utilizzato il braccio destro per iniettarsi una sostanza letale in quello sinistro. “Per non parlare degli evidenti segni di colluttazione”, insiste la madre. Intorno, una serie di strani personaggi e di episodi singolari. C’è Ugo Manca, un cugino condannato in primo grado per traffico di droga. Una sua impronta è stata ritrovata nella casa di Viterbo, teatro del “suicidio”. C’è il presunto viaggio – chissà se mai compiuto davvero – di un pregiudicato, Angelo Porcino, che avrebbe tentato di conferire con lo specialista. “Cosa aveva da dirgli?”, si interroga Angela, la professoressa di matematica che non riesce a far quadrare i conti logici – non quelli emotivi, perché è impossibile – della fine del suo primogenito. I dubbi che hanno portato all’ennesima riapertura del caso sono stati sollevati dall’avvocato Fabio Repici. È lo stesso legale che segue la famiglia di Graziella Campagna, la stiratrice di Saponara assassinata per avere trovato in lavanderia, nella tasca di un indumento, un “pizzino” compromettente che conduceva a un noto latitante mafioso. Attilio e Graziella e un mostro in incognito di cui probabilmente non conoscevano l’identità. Un’entità che – in anni e contesti diversi – avrebbe divorato e sacrificato entrambi sull’altare di una “colpa” involontaria. La casa dei Manca è dietro un lungo viale alberato a Barcellona. Il cane Argo corre nel giardinetto. L’ingresso è caldo e accogliente. Ci sono molti libri. E tante foto di Attilio. Angela Manca parla piano, però con decisione. Non vuole che si perda neanche una goccia delle sue denunce. “Sì, dobbiamo ringraziare Fabio Repici – spiega la signora – che è un avvocato valoroso. Nessuno, a parte lui, ha avuto rispetto per noi familiari, nessuno ci ha sostenuto. I politici sono stati indifferenti. Alcuni parenti ci hanno abbandonati, come per punirci della nostra legittima curiosità. Sa come si dice in Sicilia, no? Il morto è morto, bisogna pensare al vivo. Intanto, gli assassini sono in giro”. Le istantanee della vittima punteggiano gli scaffali del salotto. Altre riposano nei cassetti. Il tocco della mano della madre le risveglia, le toglie dalla penombra, le consegna alla benedizione della luce. Attilio con la divisa da militare. Attilio che sorride. Che ha una patina di nostalgia tra occhi e labbra. Sdraiato, seduto, con gli amici, con le donne. In perenne compagnia di un alone di solitudine. “Mio figlio aveva un fondo di malinconia – racconta la madre -. Scriveva lettere e poesie. Era uno splendido campione del suo lavoro. Ha visitato un uomo politico oggi alla ribalta. Le rivelo chi è. Non lo scriva per discrezione. Eppure, nel momento della difficoltà, è rimasto solo”. Gino e Argo ascoltano. Angela continua: “Qualcuno era sicuramente con lui, non è partito da solo per la Francia. Negli ultimi tempi Attilio era come inzuppato d’ansia. Aveva qualcosa. Secondo i colleghi non si comportava più nello stesso modo tranquillo di sempre. Forse ha visitato e riconosciuto Provenzano, forse hanno capito che aveva capito”. È l’enigma che propone una raggiera di domande. Quando sarebbe scattato un eventuale riconoscimento? Quando il primo contatto? Quando la piena consapevolezza del pericolo? La verdad si nasconde. Sfugge tra le dita al padre e alla madre. È uno scherzo crudele, una moscacieca al buio. Cogli frammenti, mai l’insieme. I giudici di Viterbo, dunque, hanno riaperto il caso. Gino e Angela hanno fiducia nella giustizia che verrà. Poca in quella che è già stata: “Qualcuno ha depistato. Non ci hanno nemmeno permesso di vedere il corpo di nostro figlio. Hanno detto che si era sfigurato cadendo, che non era il caso di soffrire, che dovevamo ricordarlo così come era”. “Attilio – incalza la madre – mi ha telefonato prima di morire, l’11 febbraio. Voleva raccomandarmi di sistemare la sua vecchia moto in garage. L’abbiamo portata dal meccanico, non aveva problemi. Magari era un modo per metterci in guardia”. Domande. Poi, le fotografie, con le lettere. Il filo tenue della speranza appeso alle indagini. Angela sfoglia gli album dei ricordi: “Ho tanta rabbia dentro”. Mentre la moglie racconta, papà Gino smozzica appena qualche parola. Quando lei si chiude in un silenzio sfinito, comincia lui. Accarezza il cane: “Mio figlio era un uomo un po’ solare e un po’ malinconico. Gli piaceva la vita, non si è suicidato. Gli piaceva fotografare. Guardi”. Oltre gli scatti per incorniciare l’assenza, c’è un cassetto che custodisce le immagini nate dall’obiettivo del dottore. Paesaggi, soprattutto. “Guardi, era una delle sue preferite”, insiste il padre. Nell’orizzonte del rettangolo fotografico, c’è una distesa di neve a perdita d’occhio, senza traccia umana. Innocenza e solitudine. Questo c’era nel cuore di Attilio Manca. Questo c’era nel cuore di Ulisse. Argo abbaia. Roberto Puglisi - Live Sicilia

Caso Manca, chiesta l’archiviazione
I familiari di Attilio Manca, urologo a Belcolle trovato morto nel 2004, non riescono a crederci. Per la terza volta la procura di Viterbo ha depositato la richiesta di archiviazione del caso. E per la terza volta la madre e il fratello di Attilio, Mariangela e Gianluca Manca, sono pronti a fare ricorso. Per non lasciare che sulla morte di Attilio cali il silenzio. “L’unica cosa che non permette di arrivare alla verità, è la lunga serie di depistaggi – dice, indignata, la madre di Attilio -. Mio figlio è stato ucciso dalla mafia, perché ha visitato Bernardo Provenzano”. Attilio Manca fu trovato cadavere il 12 febbraio 2004 nel suo appartamento. Se si sia trattato di omicidio o suicidio, a distanza di cinque anni, nessuno lo sa. Procura compresa, che si è fermata all’incidente probatorio sulle tracce di dna trovate in casa di Attilio, in particolare su una cicca di sigaretta e sulla strumentazione medica del dottore. La famiglia non ha mai creduto alla tesi del suicidio. La madre e il fratello di Attilio sono da sempre convinti che sia stato ucciso dai mafiosi, dopo essere stato costretto ad assistere all’intervento alla prostata di Bernardo Provenzano, a Marsiglia. Eliminando Attilio, la mafia si sarebbe sbarazzata di un testimone scomodo, a detta dei parenti della vittima che ora sono pronti a continuare la battaglia per vie legali. “Per ora siamo ancora alla fase delle indagini preliminari – dice Gianluca Manca - . Da parte mia, mia auguro solo di poter avere giustizia. Per dare dignità a mio fratello”. Copyright Tusciaweb

BASKETTOPOLI: IL ‘SISTEMA’ ARBITRI. CHIUSA L’INCHIESTA. MA ANCORA TREDICI TRA ARBITRI E COMMISSARI RESTANO IN CAMPO…

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Ci sono dieci commissari e tre arbitri ancora in attività e presenti nell’elenco degli indagati del pm Miranda. E questo, nonostante il materiale prodotto dagli investigatori fosse a disposizione della Procura Federale già prima dell’inizio di questa stagione sportiva. Il reggino Alampi è stato designato ieri pomeriggio in qualità di osservatore degli arbitri per la gara Gioiese-Battipaglia. Ancora in attività sono, tra i commissari, Alampi, Bertacin, Fumagalli, Licari, Maggiore, Mioni, Puccini, Romersa, Siciliano e Tocco. Tra gli arbitri, invece, risultano ancora nelle liste Petrone (in B dilettanti), Ciccodicola e Santella (in c dilettanti).

BASKETTOPOLI - LE INTERCETTAZIONI ARBITRALI. ‘BECCATI’ AL TELEFONO, COSI’ AGIVANO I VERTICI DEL SETTORE. LO SCANDALO ‘PORTO EMPEDOCLE-MESSINA’: Il regalo dopo un arbitraggio pilotato a favore di un amico, «’A cernia sparata c’avemo mangiata a Porto Empedocle»

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Le telefonate erano chiare. Chiarissime. Il Cecina doveva vincere la partita contro l’Arezzo del 2 novembre dello scorso anno. Lo aveva deciso il presidente nazionale degli arbitri di basket Giovanni Garibotti che impartiva gli ordini all’arbitro designato Alessandro Rosi di Chiavari (GE).
Garibotti: sta a sentire.
Rosi: si.
G: il Cecina deve vincere e avrete il commissario.
R: ah, va bene.
G: va bene? glielo dici anche a quel cretino che guida, comunque ve lo dirà anche il commissario, vi dirà: vi ha chiamato Gianni? cosi almeno…
R: ok perfetto.
G: va bene?
R: va bene, ok Gianni.
Il Cecina vinse quella partita 72-64. Già nella stagione sportiva precedente 2007/2008 si era consumata una frode. Protagonisti: padre e figlio. I Garibotti. Il presidente nazionale dei fischietti e l’arbitro figlio d’arte. Gli investigatori lo hanno carpito da una telefonata intercettata il 15 maggio 2008, il giorno dopo la partita Cecina - Montevarchi, un match di finale playout che ha decretato la salvezza in B2 per il Cecina e la retrocessione in C1 per il Montevarchi. Parlano di alcuni particolari del giorno precedente.
Giovanni Garibotti: vabbè, allora ieri sera non ti sembra di aver arbitrato bene.
Matteo Garibotti: no, normale, casalingo, quando arbitri casalingo non puoi arbitrare bene se fischi a favore di uno.
GG: si, si, lo so, va bene.
MG: anche perché al Cecina, non gli ho fischiato un passi contro a morire, ogni volta che c’era un contatto, che perdevano il pallone gli fischiavo fallo a favore.
GG: se c’erano, se giocano duro.
Se c’erano. Anzi se ci fossero stati, i falli si potevano anche fischiare. Se. Matteo Garibotti: Siamo stati ipercasalinghi, io sono stato ipercasalingo […] e son tornato tardi, perché siamo andati a mangiare nel ristorante del presidente del Cecina […] ha pagato tutto il presidente. L’esito finale della corsa per non retrocedere del campionato di B2 (stagione 2007/2008) è stato, dunque, falsato da un arbitraggio a senso unico, per stessa ammissione dell’attore principale, che poi è stato ospite a cena del numero uno del Cecina. 1 febbraio 2009. Ancora a Cecina: la squadra aretina affronta il Perugia. Massimo Cuomo (designatore degli arbitri di B2 e indagato per associazione a delinquere nell’inchiesta “Baskettopoli” della Procura di Reggio Calabria) è designato in qualità di osservatore degli arbitri. In campo, a dirigere l’incontro, c’è un ragazzo sardo, Alessandro Pais. Che Cuomo confonde nel nome con un altro arbitro sardo, Satta. Cuomo chiama il presidente Garibotti durante la partita lo aggiorna su come stanno andando le cose.
Cuomo: io, a… a… Satta gli metto 61 (voto molto basso secondo i criteri di valutazione, ndr) ah? Giuro.
Garibotti: non ho capito scusa.
C: gli metto 61 a Satta.
G: perché?
C: guarda ha fa… sta a fare l’ira de Dio, ha espulso il tecnico, fallo, che casino.
G: contro chi?
C: contro il Cecina.
G: e il motivo?
C: ma lascia lascia perdere, guarda, lascia
perdere.
G: quant’è il punteggio?
C: stavano, il primo tempo venti, ventotto a otto per il Cecina, mo stanno quarantacinque a sessantuno per il Perugia, tecnico, espulso, tecnico all’allenatore.
G: senti Massimo, daglielo, così capiscono, perché sennò poi sembra che siamo troppo bravi, così capiscono quello che devono fare, capisci?
C: mannaggia la mad… mannaggia.
G: ma daglielo veramente, adesso, se non 61, dagli 62 o 63 così diventano furbi, capisci, e che cazzo.. cos’è intervallo?
C: no, no, terzo tempo.
G: eh.. figurati, ciao.
C: ci sentiamo dopo.
E alla fine della partita, dopo il colloquio con gli arbitri e l’assegnazione del voto, Cuomo ricontatta il presidente Giovanni Garibotti.
Cuomo: Gianni.
Garibotti: ehi, ancora dentro?
C: ma dai, con Parietti che mi rincorreva per insultarmi, porco d…, mannaggia la mad…
G: ti ha insultato Parietti?
C: si, questi sono due.., no, ma, Pais sai, quel cazzo, gli ho detto, non ti dispiacere ma, non sei credibile (incomprensibile) fischi tutto tu, il tecnico, espulsi, cose, cosa, poi te dico, porco d…, si incazza tutto il pubblico che vai a fischiare un’infrazione al tiro libero? e fai ripetere il tiro libero.
G: te lo sei inculato almeno?
C: ma no guarda, gli ho messo 65, così, perché poi all’ultimo, ma io lo faccio in buona fede, lo so in buona fede ma il cervello porco d… ma dove ce l’hai? ma dove ce l’hai? gli ho detto, dove ce l’hai?
G: di quanto ha perso il Cecina?
C: di sette, otto.
[…] Garibotti: se mi chiama (l’arbitro Pais, ndr) io lo massacro, gli ho detto, oh pezzo di merda ma tu sei andato, sei andato in B2 perché sei bravo o perché ti ci ho portato io e Massimo, testa di cazzo. […] ma come si fa, no no, qua noi non dobbiamo, ha ragione quello del Cecina ad incazzarsi, gli diciamo cazzo che gli mandiamo gli arbitri a favore, e poi gli fanno così, ma vaffanculo dai
C: vaffanculo.
G: adesso che figura di merda facciamo? Ma i rapporti con le società non si esaurivano al Cecina. Anzi. Questa è la trascrizione di un’altra telefonata tra il presidente degli arbitri Garibotti e il designatore di B2 Cuomo.
Cuomo: tocca dare una mano, Già, a coso a quello de… ti ricordi quando siamo andati a mangiare il pesce lì a Porto Empedocle in C1?
Garibotti: chi è?
C: Giovanni, quel ragazzo, il presidente del Porto Empedocle, sono terz’ultimi in classifica in C1, questi retrocedono.
G: e però come cazzo…
C: giel’ho detto, mi fai sapere, mandiamo due laziali.
G: al limite gli mandiamo anche…
C: due liguri.
G: si si, però… ci invita giù.
C: si a mangiare il pesce spada sparato.

G: ci deve anche mandare un prepagato sennò ormai…
C: ormai non viaggiamo più. Certo, però il pesce sparato ce lo mangiamo, la spigola sparata, il locale è sempre là ha detto, nun se move. E un paio di giorni dopo organizzano il piano d’intervento.
Cuomo: mi sembra il 14 c’è a Porto Empedocle, c’è la partita quasi decisiva.
Garibotti: si.
C: volevamo mandare Ciccodicola con l’altro amico suo insomma, per quella di Porto Empedocle.
G: senti Cicco e?
C: e?
G: Cicco e chi?
C: e Santella.
G: Santella va bene ok, il 14 a Porto Empedocle?
C: si, Porto Empedocle-Messina.
G: si si si, va bene va bene.
Garibotti chiude e chiama il designatore degli arbitri di serie C1, Villemari. I due parlano delle future designazioni, per la precisione del weekend del 14-15 febbraio di quest’anno.
Garibotti: sta a sentire, il quattordici mi sembra che ci sia Porto Empedocle contro un’altra squadra, è il Porto Empedocle quello che ci aveva ospitato al raduno due anni fa, un anno e mezzo fa.
Villemari: e si.
G: è nella merda più totale, capisci.
V: uhm.
G: adesso sembra che in quella settimana faccia una partita importante con un’altra che potrebbe retrocedere, non so una sega, guarda un po’ se gli mandi due, o gli mandi Ciccodicola e…. Parnella come si chiama Dammella, o gli mandi due romani Cicco e… com’è il suo socio di merende? Quello che finisce in “ella”, Manella come cazzo è?
V: ma mica parli di Marinelli, no?
G: no, in “ella” finisce Sa…
V: Santella.
G: Santella esatto, o gli mandi quei due li, se no gli mandi due con cui gli puoi parlare, capisci, che inteso che vediamo, ci ha ospitato, ci ha dato da mangiare, almeno proviamo a dargli una mano, se poi non ce la fa, vada a fan… […] siccome il presidente del Porto Empedocle è nella merda allora se possiamo dargli una mano, no la prima cosa che mi è venuto in mente, ti dico, è chiaro che mandargli due del nord è già più incasinato, allora mi son venuti in mente due da Roma che ha un senso, capisci.
V: uhm uhm uhm.
G: oppure due persone a cui gli puoi parlare, dirgli guarda questo qua deve vincere, almeno questa partita cosi la piantiamo lì.
V: va bene.
G: per restituirgli il favore, poi oh… se ne prende venti che cazzo…
V: va bene.
G: mi sembra che sia col Messina, Messina sta andando male? Mi sembra che me lo ha detto e poi non lo ricordo più.
V: no, il Messina… si non sta benissimo ma sta un po’ più su.
La partita Porto Empedocle-Messina è finita 92 a 78 per i padroni di casa. Arbitri Ciccodicola di Roma e Santella di Gaeta. Con gli ospiti a lamentarsi per un numero spropositato di falli fischiati contro di loro. Adesso la squadra di Messina sa il perché. Quella gara, i peloritani, dovevano perderla in tutti modi. E la sera stessa di domenica 15 febbraio 2009 si commentavano i risultati delle partite.
Garibotti: pronto.
Cuomo: aù a Già, allora, a cernia sparata c’avemo mangiata a Porto Empedocle.
G: a si.
C: si Cicco è una sicurezza, guarda veramente è una…. è da incorniciare proprio guarda.
G: eh beh.
C: quel ragazzo veramente è d’oro, e poi Cecina ha vinto.
G: il Cecina ha vinto? Meno male.
MIRELLA MOLINARO
m.molinaro@calabriaora.it

LA STAMPA SOTTO ACCUSA - Alluvione Messina, Lombardo ‘bacchetta’ La7: “Attenzione a non sfruttare disagi dei cittadini”

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Il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo in una nota commenta le anticipazioni del rotocalco settimanale di La 7, “Reality” che si occuperà anche dell’alluvione a Messina, e in cui i cittadini denunciano di essere stati abbandonati al loro destino, segnato dall’assenza dei politici e delle telecamere. “Se questi sono i contenuti, la trasmissione che andrà in onda questa sera - afferma Lombardo - rischia di nuocere non solo all’immagine delle istituzioni, ma anche alla tenuta dell’ordine pubblico e della sicurezza. I cittadini, provati da un evento drammatico, privati delle loro proprietà e dei loro beni, vivono la loro condizione - ovviamente - al limite della sopportazione: non possiamo permettere che a fini speculativi, politici o di spettacolo, si sfrutti la loro condizione di disagio. E attueremo, a loro tutela, ogni azione giudiziaria che ci permetta di raccontare i fatti e impedendo ogni forma di cinico sensazionalismo”. Gli inviati di “La 7″ - aggiunge la nota - che hanno realizzato un reportage tra gli alluvionati messinesi, raccogliendone la protesta e registrandone il malumore, non hanno chiesto alcun riscontro alle uniche “fonti” ufficiali di notizie e informazioni sui soccorsi. Nessuno ha infatti contattato gli uffici del commissario per l’emergenza, alla presidenza della Regione, né quelli del soggetto attuatore, al comune di Messina. “Da quasi 60 giorni effettuo sopralluoghi quotidiani a Giampilieri e nelle altre zone alluvionate. Il presidente della Regione, commissario delegato, si occupa giornalmente dell’emergenza ed nelle ultime settimane é già venuto tre volte a Messina, dove abbiamo avuto la visita dei ministri Claudio Scajola e Stefania Prestigiacomo. Silvio Berlusconi ha già firmato due ordinanze e sarà in città nella prima decade di dicembre”. Lo afferma il sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, in una lettera inviata a La7 che stasera, nel programma “Reality, si occuperà dell’alluvione di Messina. “Sono le tv nazionali ad aver dimenticato questa tragedia - aggiunge il sindaco -, dopo aver messo in cattiva luce la popolazione di Giampilieri e Scaletta Zanclea, addebitando all’abusivismo edilizio la causa del disastro. La gran parte degli sfollati sta apprezzando gli sforzi quotidiani messi in atto dal sottoscritto e da tutti coloro che stanno lavorando no stop”.

LA RIFLESSIONE DI ANTONIO MAZZEO DOPO IL PROCESSO ‘MARE NOSTRUM’: A MESSINA SENTENZA SHOCK, LA MAFIA NON ESISTE!!!!

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A Barcellona Pozzo di Gotto va in scena “L’elogio dell’impunità”. Potrebbe benissimo trattarsi di un adattamento teatrale metà commedia e metà farsa se nello sfondo non ci fosse la tragedia di una guerra di mafia che negli anni ’80 ha visto decine e decine di morti ammazzati tra la Piana di Milazzo e l’area dei Nebrodi, nella fascia tirrenica della provincia di Messina. Cosche contro cosche, famiglie contro famiglie, per accaparrasi appalti e subappalti del nuovo tracciato ferroviario Messina-Palermo e gestire discariche di rifiuti, cave e le colate di cemento che hanno devastato la costa e gli alvei di fiumi e torrenti. Omicidi e sparizioni forzate di anziani boss e piccoli spacciatori neanche maggiorenni, esecuzioni efferate nello stile di ciò che accadeva negli stessi anni con la “guerra sucia” in Centroamerica, sotto la mano di eserciti e paramilitari. Dopo l’oblio collettivo di quei terribili anni, arriva, proprio come nei tribunali di mezza America latina, il colpo di spugna della “giustizia” peloritana. La corte d’assise d’appello di Messina ha emesso la sua sentenza nel maxiprocesso denominato Mare nostrum, ribaltando il dispositivo di primo grado: dimezzati gli ergastoli (da 28 a 14), sfumato il reato associativo di mafia, prescritti tutti i reati “minori” e quelli legati al porto d’armi, una pioggia di assoluzioni per buona parte dei 130 imputati. La corte, in particolare, ha annullato l’ergastolo al riconosciuto boss mafioso Giuseppe Gullotti, condannato in primo grado per il duplice omicidio Iannello-Benvegna. Gullotti, almeno per ora, continuerà a scontare in carcere la condanna a 30 anni (passata in giudicato), quale mandante dell’assassinio del giornalista de La Sicilia, Beppe Alfano. Resta dunque ben poco di quello che fu il castello accusatorio che portò nel biennio 1994-95 alle operazioni “Mare Nostrum 1 e 2”, quando le forze dell’ordine eseguirono 580 arresti di presunti appartenenti alle organizzazioni criminali di Barcellona, Tortorici, Patti e Sant’Agata di Militello. A far scattare le indagini, furono innanzitutto le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Orlando Galati Giordano e Giuseppe “Pino” Chiofalo”, personaggi ai vertici delle cosche di Tortorici (il primo) e Terme Vigliatore (il secondo), usciti perdenti dalla sanguinosa lotta con i nuovi alleati locali dei “corleonesi”. Soprattutto Pino Chiofalo aveva ricostruito con dovizia di particolari i legami della criminalità con imprenditori, magistrati, amministratori e politici locali, ministri e sottoministri. Uno spaccato di borghesia mafiosa che gli inquirenti hanno deciso però di destoricizzare e decontestualizzare, spezzettando il racconto del boss con perizia chirurgica, ma soprattutto astenendosi dalla ricerca di possibili riscontri sul “terzo livello”. Al vaglio del Tribunale restarono solo i fatti di sangue e le estorsioni, mentre i traffici di stupefacenti furono affidati ad un procedimento-stralcio (Mare nostrum droga), il cui processo di appello si è concluso il 13 novembre scorso con l’assoluzione di tutti e 32 gli imputati (in primo grado erano state 14 le condanne con pene dai 5 a i 14 anni). «Una sentenza della Corte d’Appello di Messina che lascia stupefatti», è il commento a caldo del senatore del PD Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia che proprio alla pericolosità della mafia della provincia di Messina aveva dedicato un intero capitolo della Relazione di minoranza della Commissione della XIV legislatura. «Sento il bisogno di rompere il riserbo nel commentare le sentenze», aggiunge Lumia. «La mafia barcellonese non può rimanere impunita. Gullotti e gli altri boss sono una minaccia reale, perché fanno parte di Cosa nostra militare e sono collocati nel cuore delle collusioni con la politica e i poteri deviati. Bisogna ritornare ad occuparsi con più incisività del condizionamento mafioso a Messina e in particolare nell’area barcellonese, così come del ruolo di una parte della magistratura, dei poteri collusi sul versante economico-politico e istituzionale, affinché lo Stato torni ad affermare la sua sovranità democratica anche in queste realtà territoriali». Durissimo il commento di Fabio Repici, avvocato di parte civile nei più importanti processi di mafia svoltisi nel capoluogo dello Stretto (l’omicidio della stiratrice diciassettenne Graziella Campagna, quello del giornalista Alfano, ecc.) e amico del docente universitario Adolfo Parmaliana, morto suicida il 2 ottobre 2008 dopo aver appreso di un’indagine avviata nei suoi confronti a seguito delle sue documentate denunce su malapolitica, mafia e affari nel Comune di Terme Vigliatore. «La famiglia mafiosa più potente della provincia di Messina e più impunita d’Italia può riprendere serenamente il comando del territorio, nella società criminale e naturalmente pure nella società legale», scrive Repici in una lettera aperta. «La sentenza di Mare Nostrum è solo l’ultimo atto di un grado di giudizio che aveva fatto registrare accadimenti inediti nella storia giudiziaria italiana. Il clima del processo ebbe un mutamento allorché la corte, adeguandosi ad una nuova perizia (dopo ben 9 di segno contrario espletate da esperti di ogni parte d’Italia) che, con argomentazioni a dir poco stravaganti, aveva fornito parere favorevole sulla capacità di rendere esame del collaboratore di giustizia barcellonese Maurizio Bonaceto, aveva deciso di estromettere dal fascicolo i verbali delle dichiarazioni rese a suo tempo da Bonaceto e di disporne l’esame». Rientrato nel 1997 a Barcellona presso i suoi familiari dopo aver interrotto la propria collaborazione processuale, Bonaceto aveva tentato il suicidio lanciandosi dal terrazzo della propria abitazione, rimanendo gravemente menomato nel fisico e nella mente. «Davanti alla corte comparve allora una larva d’uomo che, palesemente incapace di orientarsi, dietro consiglio del suo nuovo legale affermò con qualche difficoltà di non voler rispondere», ricorda il legale. «A quel punto i pubblici ministeri chiesero di acquisire comunque i vecchi verbali di Bonaceto, asserendo che il suo comportamento attuale era da ricondurre alle minacce rivoltegli da esponenti della mafia barcellonese, secondo quanto si ricavava da un suo verbale d’interrogatorio del 24 maggio 1993». Particolare non certo secondario il mai interrotto rapporto di lavoro del fratello del collaboratore di giustizia presso la grande impresa di autodemolizioni intestata alla madre di un altro importante boss barcellonese, Salvatore Ofria. «Acquisite finalmente le dichiarazioni rese da Bonaceto, alcuni difensori (ed in particolare quelli del boss Giuseppe Gullotti) si adoperarono con strumenti inconsueti per cercare di minarne la credibilità», prosegue Fabio Repici. «Il 9 marzo 2009, uno dei due difensori di Gullotti, l’avvocato Franco Bertolone (che non aveva preso parte al processo fino alla sentenza di primo grado, per essere stato raggiunto dalle accuse del collaboratore Giuseppe Chiofalo, che lo aveva indicato come “consiglieri” della famiglia mafiosa barcellonese grazie ai suoi stretti rapporti con un magistrato, il dottor Cassata, oggi Procuratore generale di Messina) lesse un inconsulto documento anonimo che avanzava dubbi sull’attendibilità di Bonaceto, ma si risolveva anche in un attacco personale soprattutto contro la mia persona e quella di Piero Campagna, fratello della povera Graziella, assassinata nel 1985. Di questo documento veniva letta soltanto una parte, nella quale, in sintesi, si affermava che Bonaceto aveva probabilmente mentito sull’omicidio Alfano, che il boss Gullotti e il killer Antonino Merlino, pur definitivamente condannati, erano in realtà innocenti, che io avevo ben contezza della loro innocenza per avermela confidata Piero Campagna, che io però mai avrei riferito all’autorità giudiziaria ciò che sapevo, per non scagionare i due mafiosi condannati». A rendere più torbida la vicenda, l’accertamento delle generalità dell’estensore del documento, il sostituto procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, Olindo Canali, che nel processo di primo grado aveva svolto le funzioni di pubblico ministero. E la volontaria omissione da parte dell’avvocato Bertolone della lettura di un successivo passaggio della missiva in cui il Canali scriveva che «Franco Bertolone è il Franco Cassata degli avvocati barcellonesi». Una frase che, sempre secondo Repici, «poteva essere considerata perfino un riscontro alle vecchie accuse del pentito Chiofalo», relative a un presunto stretto legame tra il legale e il magistrato. Proprio il Chiofalo, il 20 febbraio 2004, nel corso della sua deposizione al processo di Catania a carico del magistrato messinese Giovanni Lembo e del boss Michelangelo Alfano poi “suicida”, si era soffermato su un viaggio da lui fatto a Milano in compagnia del legale barcellonese, nel lontano 1974, a cui avrebbe partecipato pure Antonio Franco Cassata, al tempo già magistrato. «Avevo dei processi ed io e il mio avvocato all’epoca, Francesco Bertolone, dovendo andare a Milano con l’automobile ci siamo portati dietro un suo amico che poi apprendevo era il giudice Cassata…». Del viaggio a Milano del giudice «su una Mercedes di proprietà del pluriomicida Chiofalo» aveva parlato anche l’ex senatore democristiano Carmelo Santalco in un esposto al Presidente della Repubblica del 6 giugno 2000, successivamente rimesso al Consiglio Superiore della Magistratura che doveva valutare la supposta “incompatibilità ambientale” del dottor Cassata (il procedimento davanti al CSM si è poi concluso in modo favorevole per il magistrato). Dopo la rinuncia al mandato difensivo da parte dell’avvocato Repici che rappresentava alla corte la sua disponibilità a testimoniare e l’invio di un fax alla Procura generale in cui il dottor Canali riconosceva la paternità del documento letto in aula dall’avvocato Bertolone, veniva disposta la testimonianza del sostituto procuratore di Barcellona, che essendo stato Pm in primo grado, si trovava nella situazione di incompatibilità con l’ufficio di testimone prevista dal codice di procedura penale. «Il dr. Canali testimoniò in due successive udienze, facendo affermazioni plasticamente false», aggiunge Repici. «Per questo egli è oggi indagato dalla Procura di Reggio Calabria per falsa testimonianza e per favoreggiamento del boss Gullotti». La Procura aveva riaperto nel frattempo l’indagine derivante dall’informativa Tsunami, redatta nel 2005 dalla Compagnia dei carabinieri di Barcellona, che aveva documentato presunti comportamenti illeciti del dottor Antonio Franco Cassata e le frequentazioni fra il Canali ed il cognato del boss Gullotti. «A far riemergere dai cassetti l’informativa era stata la tragica morte di Adolfo Parmaliana», scrive il legale. «La sua ultima lettera, con le accuse al “clan” della “giustizia messinese/barcellonese”, aveva indotto la Procura di Patti a trasmettere il fascicolo sul suicidio di Adolfo alla Procura di Reggio Calabria. La situazione è oggi ancora in fibrillazione. Perché se il dr. Canali è stato costretto a lasciare il distretto giudiziario messinese e le funzioni di pubblico ministero, il dr. Cassata, seppure considerato, anche in atti ufficiali, il più alto referente istituzionale della famiglia mafiosa barcellonese, è ancora incredibilmente il Procuratore generale di Messina. Però, avendo di recente il dr. De Feis riferito alla Procura di Reggio Calabria la verità sulle intimidazioni subite ad opera del Cassata nel 2005, come riportate nell’informativa Tsunami, quest’ultimo ha ragione di temere che la Procura possa determinarsi a procedere nei suoi confronti e che il CSM si senta costretto ad aprire un procedimento disciplinare o paradisciplinare». È il circolo culturale paramassonico barcellonese “Corda Fratres”, di cui proprio il Cassata è da sempre instancabile animatore, a costituire la migliore vetrina dell’esercizio delle relazioni di potere dell’intera provincia di Messina. Fondato nel 1944, “Corda Fratres” – il cui nome completo è “Fédération Internazionale des Etudiants “Corda Fratres” Consulat de Barcellona (Sicilia)” – vede tra i suoi soci i nomi di grido della classe dirigente politica locale (il senatore del Pdl Domenico Nania, già capogruppo al Senato di An e l’odierno sindaco di Messina ed ex presidente della Provincia, Giuseppe Buzzanca, anch’egli post-fascista), giudici onorari, avvocati tra cui lo stesso Francesco Bertolone, professionisti, imprenditori, ecc.. Nelle liste della “Corda Fratres” compaiono pure i nomi di ben 16 iscritti alle logge del Grande Oriente d’Italia “Fratelli Bandiera” e “La Ragione”. Tra i “soci onorari”, due ex generali dei Carabinieri, Giuseppe Siracusano (tessera P2 n. 496) e Sergio Siracusa, già direttore del SISMI ed ex Comandante generale dell’Arma. Di questa associazione ha fatto pure parte il boss mafioso Giuseppe Gullotti, “allontanato” solo nel febbraio 1993, dopo la visita nella città del Longano della Commissione Parlamentare Antimafia. Presenza altrettanto inquietante quella dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, “compare d’anello” del Gullotti, che inquirenti e collaboratori di giustizia ritengono operare su ben più alti livelli criminali. «Nulla sembra poter fermare le follie del “rito peloritano”, della giustizia alla messinese», conclude amaramente Fabio Repici. «Nessun segnale di attenzione viene da parte degli organi dello Stato per la provincia di Messina, per questa Corleone del terzo millennio che è Barcellona Pozzo di Gotto, per i miasmi della giustizia messinese. Fino a che nel resto della nazione non ci si decida ad accendere un riflettore sui misfatti di quella provincia, il buio, materiale e morale, continuerà a sommergerla». ANTONIO MAZZEO

BARCELLONA P.G.: SI DIMETTE IL PRESIDENTE DELL’IGEA VIRTUS PIETRO CAMINITI DOPO L’ATTENTATO ALLA SUA AUTO

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Quella di ieri è stata la domenica del tracollo dell’Igea Virtus. Oltre all’ennesima sconfitta della squadra giallorossa, questa volta contro il Vico Equense, è arrivata la decisione del presidente igeano di chiudere con il calcio. Una decisione maturata, come ha tenuto a precisare Pietro Caminiti, dopo l’attentato incendiario che il presidente ha subito sabato sera (ignoti hanno dato fuoco alla sua autovettura). Il presidente dell’Igea ha ufficializzato la sua decisione ieri pomeriggio al termine della partita, in un comunicato stampa diramato dal direttore sportivo Daniele Piraino (Caminiti non era allo stadio). «In merito a quanto accaduto la scorsa notte – si legge nel documento – con rammarico capisco che a Barcellona non esistono più le condizioni ambientali per poter continuare la gestione della squadra. Posso anche capire il rammarico dei tifosi per gli scarsi risultati ottenuti in questo campionato, accettando anche le contestazioni avute, ma arrivare a subire un attentato incendiario alla mia autovettura non mi permette più di avere sicurezza sulla incolumità della mia persona e a rischiare oltre per “il calcio” non sono per nulla disposto. Comunico che la squadra – si legge ancora nel comunicato – è in vendita e sono a disposizione di chiunque sia interessato seriamente ad acquistarla. Mi corre l’obbligo avvisare che (visto che non sono più intenzionato a continuare questa attività a Barcellona) decorsi giorni dieci senza avere nessun riscontro, sarà costretto a consegnare la squadra al tribunale». Caminiti conclude il documento affermando che «ho conosciuto a Barcellona delle meravigliose persone e mi dispiace che verrà fatta di tutta l’erba un fascio». Fin qui il comunicato di Caminiti che dunque ha deciso di chiudere la sua avventura all’Igea Virtus che tra l’altro continua con la serie negativa. Un momento dunque difficile per il calcio barcellonese e per l’Igea Virtus che rischia di uscire dalla scena calcistica dopo un avvio di stagione deludente e contestato dai tifosi preoccupati per le sorti del sodalizio. Vicissitudini che hanno preso il via dopo la cessione della società da Bonina a Criniti che in meno di quarantotto ore l’ha ceduta a Caminiti. Quale sarà il futuro della gloriosa Igea Virtus ? Al momento non è facile rispondere, ma è certo che è molto nebuloso. Della partita di ieri si può dire che la formazione di Zampollini non avrebbe meritato la sconfitta. Da una squadra rimaneggiata, con una difesa inventata all’ultimo momento per le assenze di Vicentini, Palma e Zarini (quest’ultimo infortunato da parecchie settimane) non si poteva pretendere di più. Zampollini ha dovuto fare salti mortali per mettere in campo undici giocatori. La squadra dopo aver subito nella fase iniziale il primo gol, si è proiettata in attacco e ha cercato il gol del pari, ma in alcune conclusioni è stata pure sfortunata. Sull’1-1, grazie al rigore trasformato da Grillo, avrebbe potuto sperare in qualcosa di più del pareggio. Ma non ha avuto neanche il tempo di pensarci che è arrivato, per la solita leggerezza difensiva, la seconda rete dei campani con il solito Napoli che ha chiuso l’incontro. Inutili alla fine gli assalti alla porta difesa da Munaò.