Oltre cento cooperative gestite dalla ‘ndrangheta milanese e quasi nove milioni di euro riciclati in poco meno di tre anni. Numeri da capogiro che lentamente emergono nel processo sulle infiltrazioni all’Ortomercato. Un intreccio societario indistricabile con imprese aperte e chiuse nel giro di pochi giorni. Prevalentemente cartiere per l’emissione di fatture false. Ma la cosa straordinaria è che navigando a vista in questo risiko impazzito ci si imbatte negli interessi di Cosa nostra sotto la Madonnina. Una novità assoluta che alza il velo su uno scenario inedito e gravido di spunti investigativi per il presente, ma anche per fare luce sul passato recente della storia d’Italia, ovvero quello sulla presunta seconda trattavia Stato-mafia. Per capire, però, bisogna andare indietro di sei anni. E da qui seguire le vicende delle cosche di Africo oggi alla sbarra al tribunale di Milano. Il primo marzo del 2003 nel capoluogo lombardo è una bella giornata. Da poco sono passate le 2 del pomeriggio e il traffico lungo la circonvallazione inizia a gonfiarsi. Non fa eccezione il tratto di corso Lodi che sbuca in piazzale Corvetto. Qui al civico 59 c’è un bar, il Golden, locale come tanti, dove la gente entra, esce, prende un caffè e poi riparte di corsa. Nessuno fa caso a quei cinque uomini seduti all’esterno. Anzi qualcuno c’è: sono i carabinieri del Ros di Reggio Calabria giunti sotto la Madonnina sulle tracce del superboss di Africo Salvatore Morabito. Lui, soprannominato zu Turi, se ne sta seduto in giacca di pelle e jeans. Il filmato dei Ros lo immortala accanto a tre uomini. Si tratta di noti imprenditori nel settore del facchinaggio che per conto del boss investono e riciclano il denaro della droga. Dopodiché la telecamera si sposta su un’Audi grigia. Lauto si ferma davanti al bar. Dalla parte del guidatore scende un uomo che subito si dirige al tavolo di Morabito. Non è alto. Il fisico appesantito, l’espressione del viso è vagamente orientale, porta grossi baffî neri. Con zio Turi sono subito baci e abbracci. Sui brogliacci dei Ros il suo nome è sottolineato più volte: lui è Giuseppe Porto, detto Pino il cinese, origini palermitane, ma da oltre vent’anni in trasferta a Milano per conto di Cosa nostra. Appena lo riconoscono, gli investigatori restano di stucco. Così tra le note di quell’incontro si legge: “In particolare, tra questi spiccava la figura del palermitano Giuseppe Porto, essendo stato quest’ultimo più volte indagato per il reato di associazione mafiosa”. Indagini che lo hanno sempre affiancato a pezzi da novanta della criminalità siciliane. Un nome su tutti: Vittorio Mangano. Seguendo. infatti, picciotti e luogotenenti dell’ex fattore di Silvio Berlusconi, si inciampa in Enrico Di Crusa e Daniele Formisano, che, secondo gli investigatori, oggi avrebbero raccolto l’eredità meneghina di Mangano. A sentire le dichiarazioni del pentito Angelo Chianello, entrambi sono molto legati allo stesso Pino Porto. Il quadretto si chiude con altri tre personaggi: Loredana e Cinzia Mangano, le due figlie dell’ex stalliere, e Natale Sartori, imprenditore messinese leader nel settore del facchinaggio e delle pulizie. Chiuso il filmato e annotati i nomi, i Ros proseguono nelle loro indagini che come obiettivo hanno un traffico di droga tra Colombia, ex Jugoslavia e Milano. Sulle ceneri di questa inchiesta nascerà l’indagine milanese sulle infiltrazione della ‘ndrangheta di Salvatore Morabito all’Ortomercato. Siamo già nel 2007. Ancora il nome di Pino Porto resta dietro le quinte. Laura Barbaini, titolare del fascicolo su Morabito, ha fretta di finire la parte dei processi in abbreviato per il traffico di droga. Primo e secondo grado chiudono la partita dei trafficanti. Si apre il processo ordinario che vede alla sbarra un cinquantenne calabrese di Melicuccia, a Milano fino dagli anni Settanta, dove, prima di reinventarsi imprenditore e, secondo l’accusa, riciclatore per la ‘ndrangheta, ha fatto anche il sindacalista per la Cgil. Lui è Antonio Paolo. Personaggio gioviale e soprattutto loquace. È lui, infatti, a confermare indirettamente il filmato dei Ros. Durante una pausa del processo dirà : “Pino Porto? Certo che lo conosco, con lui lavoro fin dal 1996″. La domanda a Paolo era stata fatta dopo aver ascoltato l’ultimo teste della difesa, tale Ruggero Riolo, il quale alla domanda su dove lavorasse attualmente aveva risposto in maniera sbrigativa. “Per la cooperativa Cgs”. IJn nome che in realtà è una rivelazione. La Cgs New Group Scarl, infatti, con sede in via Romilli, attiva nel campo del facchinaggio e con una produzione annua di due milioni, è intestata a Cinzia e Loredana Mangano. È in questo periodo che torna d’attualità l’informativa dei Ros in cui si era documentato l’incontro del marzo 2003. Da quelle carte si capisce come Giuseppe Porto, assieme ad altri tre imprenditori, filmati al bar di corso Lodi con Morabito “era a capo di un vero e proprio patrimonio finanziario”. Di più. “Il centro di questo potere finanziario è riconducibile alla società Pmc Service di Peschiera Borromeo”. Si tratterebbe di un patrimonio costruito con operazioni illegali, per lo più fatture false. Contemporaneamcntc il perito, nominato dalla procura di Milano, analizza la documentazione di quelle cento cooperative emerse nell’indagine sull’Ortomercato. Tra queste compare la New Gest, intestata a un catanzarese, Carmelo Cardile. È lui, secondo l’accusa, il trait d’union tra gli affari della ‘ndrangheta e quelli di Cosa nostra. Nel 2001, infatti, proprio Cardile fu coinvolto in un’inchiesta “sul funzionamento fraudolento di una struttura commerciale contigua alla criminalità organizzata e presumibilmente creata al fine di finanziare quest’ultima mediante la costituzione di Fondi neri generati daila commissione di illeciti societari”. Tra gli indagati, oltre a lui, ci sono i palermitani Giuseppe Porto e Vinccnzo Tumminello. L’ultima informativa della Squadra mobile di Milano conferma il quadro. ‘Attualmente sono monitorate numerose società cooperative che hanno dimostrato sul campo essere il trait-d’union tra la ‘ndrangheta calabrese ed importanti esponenti della mafia siciliana”. E ancora: “In tale ottica vanno letti i rapporti tra Francesco Bruzzaniti, nipote di Giuseppe Morabito, capostipite dell’omonima famiglia, e Giuseppe Porto, vicino alla famiglia mafiosa palermitana di Pagliarelli”. Dopodiché gli investigatori proseguono: “Porto risulta legato a Salvatore Morabito per comuni investimenti nella gestione di alcune cooperative di facchinaggio”. Quindi la conclusione: “In tale contesto risulta tuttora attenzionato Enrico Di Grusa, legato in affari col noto boss siciliano Guglielmo Fidanzati”. Enrico Di Grusa, genero di Vittorio Mangano per averne sposato la figlia Loredana, oltre ad avere stretti rapporti con Porto, potrebbe rappresentare la chiave d’accesso ai segreti milanesi sulla strage di via Palestro del 21 luglio 1993 e sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. L’inchiesta, riaperta da qualche settimana, è nelle mani del pm Ilda Boccassini. Secondo alcune fonti al vaglio degli inquirenti, ci sarebbe un nome ancora segretissimo. Al di là di questo, Di Grusa porta direttamente al messine Natale SARTORI, personaggio che, secondo gli investigatori, coinciderebbe con quello descritto nel 2008 dal pentito Angelo Chianello: “Un messinese sui cinquant’anni, alto, robusto, bene vestito”. Lo stesso che “con le Mangano e Pino Porto sarebbe una cosa sola” nella gestione di un castello societario finalizzato alla creazione di fondi neri. Nel 2001, Sartori fu coinvolto nel troncone milanese del processo Dell’Utri. Accusato di associazione mafiosa, traffico di droga e favoreggiamento della latitanza proprio di Di Grusa, se la cavò con una condanna per corruzione e un giro milionario di fatture false: centinaia di miliardi, anche allora, tirati fuori da decine di cooperative. E anche allora compariva Pino Porto. In realtà , quello che interessa agli inquirenti è la triangolazione Sartori, Mangano, Dell’Utri. Un legame che torna sempre nelle parole di Chianello, quando dice: “Daniele Formisano mi disse che Vittorio Mangano gli aveva lascieto un benessere sia di amicizie che di soldi e fece riferimento a Marcello Dell’Utri”. Rapporti già provati nel 2001. Il primo incontro tra Sartori e l’attuale senatore del Pdl avviene nel 1995 ai tavoli del ristorante Timeout. Con i due c’è anche Enrico Di Grusa. Di questi vecchi legami parla anche il pentito Vincenzo La Piana descrivendo un incontro tra Sartori e Dell’Utri avvenuto in un capannone di Rozzano e in cui il creatore di Forza Italia avvebbe dovuto finanziare un traffico di droga. Accusa che poi sfumerà . Cio che resta è questa rete di rapporti, iniziata poco tempo dopo la strage di via Palestro. Il fronte della seconda trattativa, invece, viene tenuto in piedi da Giovanni Brusca. Parole vecchie di dieci anni, ma tremendamente attuali. “Seppi dai giornali delle amicizie che Mangano aveva al nord - dice Brusca -. Lui rni disse che aveva gestito l’azienda della villa di Berlusconi, che l’amicizia era rimasta ma i fili si erano un po’ rotti. Allora io stesso, per il tramite di Mangano, tentai di riprendere le fila. Il Mangano mi parlò di un suo amico imprenditore al nord titolare di un’impresa di pulizia che era in rapporti con Berlusconi”. Secondo i magistrati, quell’ imprenditore è proprio Sartori. Ulteriore conferma arriva dall’ordinanza di custodia cautelare del 1999 a carico del senatore del Pdl per la presunta tentata estorsione alla Pallacanestro Trapani, conclusasi in appello con l’assoluzione per prescrizione: “Marcello Dell’Utri ha mantenuto fino ad oggi, nonostante la pendenza processuale a suo carico, rappolti con soggetti (in particolare, Natale Sartori) inseriti nel contesto criminale di Cosa Nostra e comunque stabilmente collegati nell’espletamento di attività illecite con esponenti di rilievo quali Vittorio Mangano ed Enrico Di Grusa”. DAVIDE MILOSA - FONTE: IL MENSILE ‘S’ - N° 22
23
Nov
2009
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