L’Amministrazione comunale ha revocato l’autorizzazione all’installazione del sistema di un’antenna per la telecomunicazione satellitare della Marina militare americana al servizio della base di contrada Ulmo, che dovrebbe sorgere a tre chilometri dal centro abitato. Contro il progetto si erano espressi cittadini, comitati ed ambientalisti, ma anche amministratori di tredici paesi della zona. C’erano stati cortei e un sit-in in contrada Ulmo. L’autorizzazione era stata rilasciata lo scorso anno come parere di impatto ambientale nel corso di una conferenza di servizi svoltasi a Palermo all’assessorato regionale Territorio e ambiente. Ieri, con provvedimento firmato dal capo ripartizione comunale urbanistica, Venerando Russo, indirizzato tra gli altri anche alla Base americana di Sigonella, il Comune di Niscemi ha disposto l’annullamento in autotutela del nulla osta rilasciato per la realizzazione del Muos il 9 settembre del 2008. Il “no” è finalizzato a tutelare l’ambiente, il patrimonio naturale e la salute degli abitanti di tutto il comprensorio. Nell’atto di revoca si fa riferimento anche alla vicinanza della Riserva naturale Sughereta di Niscemi, nella cui area «è prescritta l’assoluta inedificabilità». La base della Marina militare americana di contrada Ulmo, infatti, si trova in zona soggetta a vincolo. Nel provvedimento di revoca in autotutela inoltre, il Comune di Niscemi, facendo riferimento ad una nota inviata di recente dalle autorità della Marina militare americana, così conclude: «Considerato che le controdeduzioni non trattano nel merito gli argomenti sollevati, eludendo di fatto la richiesta di procedere ad una valutazione di incidenza che tenga conto di dati completi ed attendibili, si ritiene insufficiente ed inadeguata la documentazione prodotta in precedenza, poiché tratta la materia solo dal punto di vista generico e politico». La mancata risposta puntuale sugli argomenti sottolineati da questo ufficio, ci obbliga a procedere, annullando il nulla osta rilasciato il 9 settembre 2008». Lillo Leonardi
Articolo 21 della Costituzione italiana: TUTTI hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non puo' essere soggetta ad autorizzazioni o censure
“Quel ponte non unisce due coste ma due cosche“. Don Luigi Ciotti, presidente di “Libera”, ha chiesto di posticipare la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina per dedicare quelle risorse ad altre opere. Lo ha fatto dal palco di “Politicamente Scorretto”, la Tregiorni alla Casa della Conoscenza di Casalecchio di Reno in cui l’ideatore della rassegna, lo scrittore Carlo Lucarelli, ha rilanciato il suo appello per destinare alla cultura una parte dei beni confiscati alla mafia. “Non ci sono soldi? E allora perché non destinarli ad altre priorità? - ha chiesto il sacerdote, in collegamento telematico con il Mei, il meeting delle etichette indipendenti in contemporaneo svolgimento a Faenza -. Quel ponte rinviamolo un attimo. Perché unisce due cosche”. Ed invece servono asili, scuole, ferrovie, strutture che diano il senso della comunità, perché “quella meravigliosa gente del sud non deve girare il mondo per lavorare, ma deve stare là”.
Sconosciuti ieri sera hanno dato fuoco all’ auto del presidente dell’Igea Virtus, Pietro Caminiti. Il pronto intervento di alcuni passanti ha impedito che le fiamme si propagassero a tutta la vettura, distruggendola. L’episodio è avvenuto, attorno alle 21,45 nella centralissima Piazza Trento. Dall’auto del dirigente della squadra di calcio, una Renault Megane, si sono improvvisamente sprigionate delle fiamme. Alcuni passanti hanno dato l’allarme e sono prontamente intervenuti. Le fiamme sono state domate sul nascere. Erano stati intanto chiamati i vigili del fuoco di Milazzo che hanno costato l’origine dolosa dell’incendio. L’episodio potrebbe essere collegabile – secondo le forze dell’ordine – con il clima di confusione e di tensione che interessa la squadra di calcio locale. Con contestazioni che sono apparse anche sui muri della città e che sono finite anche in consiglio comunale. La partita di oggi al D’Alcontres sarà effettuata a porte chiuse per il mancato allaccio della rete telefonica. Francesco Caminiti è subentrato al patron Bonina, che si è dedicato - com’è noto - al basket.
La Procura della Repubblica di Barcellona ha acquisito la relazione conclusiva della commissione interforze di accesso agli atti amministrativi del Comune di Furnari e che ha portato, per decisione del Consiglio dei ministri, alla rimozione degli organi amministrativi in carica dal maggio del 2007. L’Autorità giudiziaria vuole valutare il contenuto del documento composto da 503 pagine e nel quale durante i 150 giorni di ispezione, sono state passate al setaccio delibere consiliari e di giunta, determine sindacali e dirigenziali e ordinanze di somma urgenza per lavori pubblici, oltre a concessioni amministrative. Il capo della Procura, Salvatore De Luca, che ha disposto l’acquisizione della documentazione, aveva anche partecipato alla riunione tenutasi in Prefettura il 18 settembre scorso, al termine della quale il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza aveva esaminato e deliberato l’invio al ministero dell’Interno della relazione finale redatta dalla commissione interforze presieduta dal vice prefetto Antonino Contarino e composta dal dirigente del Commissariato della polizia di Stato di Barcellona, il vice questore aggiunto Rodolfo Savio; dal tenente colonnello dei Carabinieri Luigi Bruno, comandante del Reparto operativo provinciale; e dal comandante del Gruppo investigativo criminalità organizzata di Messina, il maggiore della Guardia di finanza Ugo Rabuffetti. L’Autorità giudiziaria ha la necessità di valutare se la commissione di accesso abbia rilevato, nel quadro di disfunzioni amministrative e condizionamenti di tipo mafioso, notizie di reato sulle quali iniziare indagini. Tra i rilievi evidenziati nella relazione ispettiva, anche la rapidità - meno di 12 ore - con cui gli uffici amministrativi del Comune di Furnari hanno concesso, subito dopo la scarcerazione, un trasferimento di residenza da Mazzarrà a Furnari al boss Carmelo Bisognano. Inoltre sarebbero stati evidenziati alcuni nomi di ditte assegnatarie dei lavori urgenti che si sono resi necessari subito dopo l’alluvione dell’11 dicembre dello scorso anno, imprese i cui titolari potrebbero essere legati per parentela e affinità a esponenti della criminalità organizzata. Su quest’ultimo rilievo, e a quanto pare sulle medesime ditte impegnate a Furnari, la Procura di Barcellona aveva già avviato analoga indagine a Mazzarrà Sant’Andrea, con l’iscrizione di alcuni nominativi nel registro degli indagati. Intanto ieri il candidato a sindaco alle ultime amministrative, avv. Mario Foti, sconfitto per 17 voti, in un comunicato diffuso a proposito dello scioglimento del civico consesso deciso dal Governo parla di «ripristino della legalità». «Vale ricordare - scrive tra l’altro Foti - che al momento dell’insediamento della Commissione di accesso, il sindaco oggi deposto aveva dichiarato di “attendere sereno l’esito dell’indagine” ma soprattutto di “aver più volte sollecitato ed auspicato l’insediamento della Commissione, nella certezza che dagli accertamenti verrà fatta finalmente chiarezza ed emerga la trasparenza dell’operato della maggioranza politica chiamata a governare Furnari. È evidente - sostiene l’avv. Foti - che gli accertamenti svolti dall’organo ispettivo, originate invece da altre cause, hanno evidenziato una conduzione poco trasparente, difforme dai principi di imparzialità e legalità, condizionata dal fatto mafioso». Foti ricorda che «dalle indagini svolte durante il periodo elettorale, era emerso il condizionamento del voto ad opera di una cosca mafiosa che opera sul territorio» e che «nel medesimo contesto emergevano anche gli interessi del sodalizio nella gestione della vicina discarica di Mazzarrà Sant’ Andrea». Per il candidato alle ultime Amministrative in questo difficile momento «è solo opportuno evidenziare che la comunità furnarese resta sana, operosa, orgogliosa della sua storia, anche se possono emergere singoli censurabili comportamenti e precise responsabilità politiche». Leonardo Orlando
Cari amici e care amiche,
oggi la corte d’assise d’appello di Messina ha emesso la sentenza di secondo grado nel maxiprocesso denominato Mare nostrum, riguardante le associazioni mafiose operanti sulla costa tirrenica della provincia di Messina, decine di omicidi e tanti altri delitti verificatisi in quel territorio negli anni Ottanta e Novanta. Qualcuno di voi avrà già saputo delle numerose assoluzioni piovute, spesso in riforma di condanne pronunciate in primo grado. La sentenza di oggi, però, è solo l’ultimo atto di un grado di giudizio che aveva fatto registrare accadimenti inediti nella storia giudiziaria italiana. Ve ne accenno sommariamente alcuni. Il clima del processo ebbe un mutamento allorché la corte, adeguandosi ad una nuova perizia (dopo ben nove di segno contrario espletate da esperti di ogni parte d’Italia) che, con argomentazioni a dir poco stravaganti, aveva fornito parere favorevole sulla capacità di rendere esame del collaboratore di giustizia barcellonese Maurizio Bonaceto (che nel 1997, tornato a Barcellona Pozzo di Gotto presso i suoi familiari dopo aver interrotto la propria collaborazione processuale, aveva tentato il suicidio lanciandosi dal terrazzo della propria abitazione, rimanendo gravemente menomato nel fisico e nella mente), aveva deciso di estromettere dal fascicolo i verbali delle dichiarazioni rese a suo tempo da Bonaceto e di disporne l’esame. Davanti alla corte comparve allora una larva d’uomo che, palesemente incapace di orientarsi, dietro consiglio del suo nuovo legale affermò con qualche difficoltà di non voler rispondere. A quel punto i pubblici ministeri chiesero alla corte di acquisire comunque i vecchi verbali di Bonaceto (ai sensi dell’art. 500 comma 4 c.p.p.), asserendo che il suo comportamento attuale era da ricondurre alle minacce rivolte a Bonaceto da esponenti della mafia barcellonese, secondo quanto si ricavava da un suo verbale d’interrogatorio del 24 maggio 1993. E’ stato solo quando io, intervenendo in udienza, ho segnalato che tuttora, come nel 1993, il fratello di Bonaceto fa il ragioniere nella grande impresa di autodemolizioni controllata dal boss barcellonese Salvatore Ofria (seppure intestata alla madre Carmela Bellinvia) che i pubblici ministeri, come avevo sollecitato, produssero una relazione del R.o.s. che attestava quanto da me detto. A quel punto la corte acquisì i verbali delle dichiarazioni rese da Bonaceto, perché sussistenti gli elementi concreti circa le pressioni subite dal collaboratore di giustizia per evitare di deporre. Tornate nel fascicolo della corte le dichiarazioni di Bonaceto, alcuni difensori (ed in particolare i difensori del boss Giuseppe Gullotti, mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano) si adoperarono con strumenti inconsueti per cercare di minarne la credibilità. Infatti, il 9 marzo 2009, uno dei due difensori di Gullotti, l’avvocato barcellonese Franco Bertolone (che non aveva preso parte al processo fino alla sentenza di primo grado, per essere stato raggiunto dalle accuse del collaboratore di giustizia Giuseppe Chiofalo, che lo aveva indicato come “consigliori” della famiglia mafiosa barcellonese grazie ai suoi stretti rapporti con un magistrato, il dr. Cassata; ma la quarantena non veniva più ritenuta evidentemente necessaria per il giudizio d’appello, non si sa se perché il grande amico dell’avv. Bertolone, il dr. Franco Cassata, era stato nelle more nominato Procuratore generale di Messina dall’ineffabile Csm) lesse un inconsulto documento anonimo (che avanzava dubbi sull’attendibilità di Bonaceto, ma si risolveva anche in un attacco personale, fra gli altri, soprattutto contro la mia persona e quella di Piero Campagna, fratello della povera Graziella, assassinata nel 1985 a diciassette anni) il cui autore veniva identificato da quel legale nel dr. Olindo Canali, sostituto procuratore della Repubblica a Barcellona Pozzo di Gotto, che nel processo di primo grado aveva svolto le funzioni di pubblico ministero. Di questo documento veniva letta soltanto una parte, nella quale, in sintesi, si affermava che Bonaceto aveva probabilmente mentito sull’omicidio Alfano, che il boss Gullotti e il killer Antonino Merlino, pur definitivamente condannati, erano in realtà innocenti rispetto all’omicidio Alfano, che io avevo ben contezza della loro innocenza per avermela confidata Piero Campagna, che io però mai avrei riferito all’autorità giudiziaria ciò che sapevo, per non scagionare i due mafiosi condannati. Tutto questo veniva letto davanti a numerosi imputati ed innanzi allo stesso boss Gullotti, che ascoltava attentamente in videoconferenza dal 41 bis e che qualche udienza dopo intervenne per approvare al riguardo l’operato dei suoi difensori. Il documento letto dall’avv. Bertolone conteneva tante altre affermazioni, che però non venivano lette. Fra di esse, quella secondo cui “Franco Bertolone è il Franco Cassata degli avvocati” barcellonesi, frase che, a ben vedere, poteva essere considerata perfino un riscontro alle vecchie accuse del pentito Chiofalo. Sulla scorta di quel documento i difensori di Gullotti, cui si associavano numerosi altri, chiedevano la citazione come testimone del dr. Canali, perché questi riferisse sui sospetti relativi alle dichiarazioni di Bonaceto sull’omicidio Alfano. Vale osservare che l’omicidio Alfano non compariva fra le imputazioni del processo Mare nostrum e che, tuttavia, i difensori di Gullotti sostenevano il loro interesse ad approfondire anche quell’argomento alla ricerca di elementi per proporre istanza di revisione della sentenza definitiva di condanna. La corte, però, si trovava costretta a rigettare l’istanza non per l’irrilevanza rispetto alle imputazioni, ma perché formalmente sconosciuto l’autore del documento, da qualificarsi quindi come anonimo. A quel punto io, che ero stato oggetto di spiacevoli apprezzamenti da parte di alcuni difensori, oltre che del documento anonimo, senza che la corte battesse ciglio, rinunciavo al mandato difensivo rappresentando alla corte la mia ovvia disponibilità a testimoniare. Qualche giorno dopo il rigetto della corte sulla sua testimonianza era direttamente il dr. Canali ad inviare un fax alla Procura generale con il riconoscimento della riconducibilità a lui del documento letto dall’avv. Bertolone. Con questa nuova evenienza, la corte disponeva la testimonianza del dr. Canali, che pure era stato pubblico ministero in primo grado e che, quindi, si trovava nella situazione di incompatibilità con l’ufficio di testimone prevista dall’art. 197 lett. d) del codice di procedura penale. Il dr. Canali testimoniò in due successive udienze, facendo affermazioni plasticamente false. Per questo egli è oggi indagato dalla Procura di Reggio Calabria per falsa testimonianza e per favoreggiamento del boss Gullotti. Inutile, però, è tacere che ciò è avvenuto solo per effetto della mia denuncia, nel silenzio di tanti, pur consapevoli della falsità di certe affermazioni. La Procura di Reggio Calabria nel frattempo aveva riaperto l’indagine derivante dall’informativa Tsunami, redatta nel 2005 dalla Compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, che aveva documentato comportamenti illeciti del dr. Antonio Franco Cassata e le intime frequentazioni fra il dr. Canali ed il cognato del boss Gullotti. A far riemergere dai cassetti l’informativa Tsunami era stata la tragica morte di Adolfo Parmaliana. La sua ultima lettera, con le accuse al “clan” della “giustizia messinese/barcellonese”, aveva indotto la Procura di Patti a trasmettere il fascicolo sul suicidio di Adolfo alla Procura di Reggio Calabria. In effetti, posso affermare che è stato il suicidio di Adolfo a terremotare la situazione giudiziaria messinese. Da quel triste giorno, 2 ottobre 2008, gran parte della magistratura messinese associata si è chiusa a riccio in difesa delle sorti del Procuratore generale Cassata e del dr. Canali. Molti ricorderanno come la settimana dopo il suicidio di Adolfo i muri del palazzo di giustizia di Messina vennero tappezzati con manifesti dell’Anm che mi additavano nominativamente come un nemico pubblico. La situazione è oggi ancora in fibrillazione. Perché se il dr. Canali è stato costretto a lasciare il distretto giudiziario messinese e le funzioni di pubblico ministero, il dr. Cassata, seppure considerato, anche in atti ufficiali, il più alto referente istituzionale della famiglia mafiosa barcellonese, è ancora incredibilmente il Procuratore generale di Messina. Però, avendo di recente il dr. De Feis riferito alla Procura di Reggio Calabria la verità sulle intimidazioni subite ad opera del dr. Cassata nel 2005, come riportate nell’informativa Tsunami, il dr. Cassata ha ragione di temere che la Procura di Reggio Calabria possa determinarsi a procedere nei suoi confronti e che il Csm si senta costretto ad aprire un procedimento disciplinare o paradisciplinare nei suoi confronti. In questa situazione di limbo e di attesa, la criminalità barcellonese sta raccogliendo incredibili fortune giudiziarie. E‘ solo di una decina di giorni fa la sentenza della corte di appello di Messina nel processo Mare nostrum-droga, che ha visto l’assoluzione generalizzata di tutti gli imputati. Come se a Barcellona Pozzo di Gotto non sia esistito traffico di droga e con la conseguenza che, fra gli assolti, c’è pure un amico di famiglia del dr. Cassata, naturalmente difeso dall’avv. Bertolone. Oggi, poi, c’è stata l’assoluzione di numerosi ed importanti mafiosi barcellonesi dall’imputazione di associazione mafiosa e dalle imputazioni relative ad alcuni omicidi. In particolar modo, risalta l’assoluzione del boss Gullotti, già beneficiato dalla falsa testimonianza del dr. Canali, per il duplice omicidio Iannello-Benvenga, per il quale in primo grado aveva ricevuto l’ergastolo. Il boss Gullotti può cominciare, quindi, da stasera a pensare ad un non troppo lontano ritorno in libertà, se si tiene conto del fatto che la condanna per l’omicidio Alfano, a causa dell’omessa contestazione dell’aggravante della premeditazione (omissione di cui è responsabile il dr. Canali), fu alla pena di trent’anni e non all’ergastolo. In definitiva, in queste settimane molti mafiosi e narcotrafficanti barcellonesi tornano lindi in società con un marchio di onestà riconosciuto loro dagli organi giudiziari messinesi. Dopo sedici anni, si torna alla Barcellona in cui la mafia non esiste, come se l’uccisione di Beppe Alfano e la morte di Adolfo Parmaliana non siano servite a nulla. La famiglia mafiosa più potente della provincia di Messina e più impunita d’Italia può riprendere serenamente il comando del territorio, nella società criminale e naturalmente pure nella società legale. Del resto, ormai, la barcellonesizzazione di Messina, come ripeto da tempo, è cosa fatta: il Procuratore generale di Messina è il barcellonese Franco Cassata, il politico più in vista della provincia è il barcellonese Domenico Nania, il sindaco di Messina è il barcellonese Giuseppe Buzzanca. Tutt’e tre sono soci del circolo culturale paramassonico barcellonese Corda Fratres, di cui era riverito socio anche il boss Giuseppe Gullotti. Nulla sembra, invece, poter fermare le follie del “rito peloritano”, della giustizia alla messinese. Nessun segnale, invece, viene di attenzione da parte degli organi dello Stato per la provincia di Messina, per questa Corleone del terzo millennio che è Barcellona Pozzo di Gotto, per i miasmi della giustizia messinese. Rimarranno i soliti sparuti illusi a invocare verità e giustizia, ad indicare al paese le nefandezze degli apparati del potere, le meschinità delle deviazioni istituzionali, gli intrallazzi di manutengoli della politica, dell’economia, della magistratura, dei servizi segreti, dell’informazione. Verranno ulteriormente aggrediti come invasati persecutori di uomini onesti e infangatori di istituzioni specchiate. Fino a che nel resto della nazione non ci si decida ad accendere un riflettore sui misfatti di quella provincia, il buio, materiale e morale, continuerà a sommergerla. Vi chiedo scusa per aver abusato della vostra attenzione ma mi sarei sentito un disertore a non scrivere queste righe.
Fabio Repici
Il giorno dopo l’ alluvione che ha colpito la zona sud di Messina e la riviera jonica la ministra Prestigiacomo e il capo della Protezione Civile Bertolaso aggiungevano ulteriore disperazione e rabbia nei paesi distrutti dalle frane sostenendo che la causa di quanto successo andava addebitata all’abusivismo. Il giorno successivo il premier Berlusconi, dopo aver sorvolato per pochi minuti le aree colpite dal disastro, esponeva la propria ricetta, preconfezionata visto che non aveva a supporto nessuno studio o indagine scientifica: i paesi colpiti non potevano essere messi in sicurezza, bisognava costruire delle “new town”. “Modello L’Aquila” era l’espressione più gettonata. In conferenza stampa (anzi, “punto stampa”, come lo chiamò per giustificare il rifiuto di concedersi alle domande dei giornalisti) annunciò che si impegnava per una cifra vicina al miliardo di euro. A due mesi dal disastro non sono arrivate neanche le briciole di quanto promesso, la politica delle new town si è dimostrata assolutamente non desiderata dai diretti interessati e, soprattutto, non c’è neanche l’ombra di un piano serio di uscita dall’emergenza. Pochi giorni dopo il disastro il ministro Matteoli dichiarava che il cronoprogramma della costruzione del Ponte sullo Stretto era confermato. Nei giorni successivi la presa di posizione veniva rinforzata da ulteriori pronunciamenti, tra i quali quelli del premier, fino all’annuncio della posa della prima pietra. Sarebbe stato per il 23 dicembre a Villa San Giovanni, si disse. Se non fosse evidente il segnale politico, una tale tempistica potrebbe essere definita quantomeno frettolosa. Ed in effetti in molti considerarono quelle dichiarazioni offensive, considerando il momento ed il bisogno di risorse per l’emergenza che si avvertiva. Dello stesso segno, peraltro, era stato il comportamento del governatore della Sicilia Lombardo che da una parte annunciava l’impegno di 20 milioni per l’emergenza alluvione e dall’altro chiariva che la Regione Siciliana avrebbe partecipato alla ricapitalizzazione della Stretto di Messina Spa per 100 milioni di euro. Il movimento contro il ponte si batte da tempo per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica del territorio. La manifestazione dell’otto agosto, che ha visto sfilare per le strade di Messina migliaia di cittadini siciliani e calabresi, riportava questa rivendicazione come primo punto della piattaforma. Da quando è avvenuto il disastro con ancora più insistenza chiediamo che le risorse destinate al Ponte vengano utilizzate perché vengano fatti gli interventi necessari affinché si impedisca il ripetersi di tali tragedie. Più di una volta ci siamo sentiti dire che i soldi stanziati per il ponte non si possono stornare in quanto fondi europei (lasciando in sospeso l’equivoco che fossero fondi stanziati dall’Europa per il Ponte). In realtà, si tratta di fondi Fas (fondi europei per le aree meno sviluppate) che i Governi possono utilizzare per quelle iniziative che servano a riattivare meccanismi economici virtuosi. E’ di questi giorni la notizia che il miliardo messo in finanziaria per il Ministero per l’Ambiente e finalizzato al piano per la difesa del suolo (un miliardo per tutta Italia è evidentemente una cifra assolutamente non adeguata alle necessità) è ricavato dai Fondi Fas, a dimostrazione del fatto che non risponde a vero il fatto che i fondi destinati al Ponte sullo Stretto (che hanno appunto stessa natura) non possano essere riconvertiti per la messa in sicurezza del territorio. Martedì 1 dicembre il movimento contro la costruzione del Ponte sullo Stretto manifesterà a Torre Faro alle ore 18.00 per chiedere che i soldi della mega-opera vengano utilizzati per la sicurezza del territorio. Si tratterà di un’iniziativa che ha un chiaro valore simbolico in quanto fissata a due mesi dal giorno dell’ alluvione e nei luoghi dove vorrebbero far sorgere il pilone messinese del Ponte. Si tratterà di una mobilitazione a carattere cittadino che avrà anche la finalità di preparare la manifestazione nazionale contro il ponte che si svolgerà a Villa San Giovanni il 19 dicembre.

