Quattordici ergastoli per cinque imputati. In primo grado erano stati 28 “suddivisi” per 13 imputati. Ma anche trentanove conferme totali della sentenza di primo grado, trenta assoluzioni totali, dieci prescrizioni totali, ventotto casi di rideterminazione della pena, una lunga lista di assoluzioni, prescrizioni e rideterminazioni parziali. Il riconoscimento dei gravissimi datti subiti dalle parti civili ma un nuovo “no” alle provvisionali. E poi ben otto ergastoli inflitti a suo tempo in primo grado che sono stati “cancellati” nei confronti di altrettanti imputati. E tra questi il più eclatante, che probabilmente dà la cifra dell’intero maxiprocesso d’appello, è quello “cancellato” per il capo riconosciuto della famiglia mafiosa barcellonese, il boss Giuseppe Gullotti, “avvocaticchiu”, che intanto nel frattempo in carcere s’è laureato in legge con una tesi sul “41 bis”, il regime carcerario che sta scontando da parecchi anni. È stato assolto «per non aver commesso il fatto» dal duplice omicidio Iannello-Benvenga. In questo maxiprocesso per lui residua quindi una pena a 14 anni per l’appartenenza all’associazione mafiosa. Null’altro, visto che in primo grado erano già cadute le imputazioni per gli altri omicidi di cui era accusato. E si può parlare senz’altro di “verdetto a sorpresa”, dopo sei giorni di camera di consiglio, al maxiprocesso d’appello alle cosche mafiose tirreniche e nebroidee “Mare Nostrum”, che contava 130 imputati dei 584 iniziali. Erano le 9,30 di ieri mattina quando all’aula bunker del carcere di Gazzi il presidente della corte d’assise d’appello Antonio Brigandì, con accanto il giudice a latere Giuseppe Costa, e poi tutti i giurati, ha iniziato a leggere il lungo dispositivo di 35 pagine della sentenza. Erano passate da poco le 10,30 quando ha concluso tutto, mettendo la parola fine al secondo grado di giudizio di un maxiprocesso che affonda le radici addirittura nel 1993 come notizia di reato al Registro generale. Non è un dato superfluo o banale. Questo spiega l’effetto devastante del tempo con la prescrizione quando la Giustizia arriva tardi, e poi il ribaltamento in molti casi della credibilità dei pentiti. Ma i ritardi sono tutti nel primo grado, perché il dibattimento d’appello è cominciato concretamente del dicembre dello scorso anno, ed è stato concluso in tempi rapidi. A questo bisogna aggiungere, se ogni processo è “figlio” del suo dibattimento, l’influenza dei clamorosi colpi di scena accaduti in udienza, che non hanno certo lasciato indifferenti giudici e giurati. Primo tra tutti il cosiddetto “memoriale-Canali”. La sentenza di secondo grado ha confermato l’ergastolo a Giovanni Aspa (2), Cesare Bontempo Scavo (3), Vincenzo Bontempo Scavo (4), Francesco Cannizzo (1) e Vincenzino Mignacca (4). Tra loro non c’è nessun barcellonese. I giudici di secondo grado hanno anche disposto assoluzioni e rideterminazioni di pena per imputati che in primo grado erano stati condannati all’ergastolo: il pentito palermitano Francesco Franzese, il palermitano Domenico Spica, il catanese Domenico Leone, Vincenzo Pisano, Gaetano Fontanini, Sebastiano Bontempo ‘69, Vincenzo Galati Giordano e, appunto il boss Gullotti. Nell’udienza dello scorso mese di giugno il sostituto pg Salvatore Scaramuzza e il collega della Dda Fabio D’Anna avevano invece chiesto tra l’altro la condanna a 27 ergastoli, 89 conferme della sentenza di primo grado e 15 riforme della sentenza di primo grado. Tornando alla sentenza d’appello sono complessivamente 39 le conferme della sentenza di primo grado mentre sono 28 gli “sconti” di pena. Tra coloro che hanno avuto uno sconto di pena c’è il collaboratore di giustizia palermitano Ruggero Anello che è stato condannato a 34 anni, 9 mesi e 10 giorni, con la concessione dell’attenuante dell’articolo 8 per i collaboratori di giustizia (concessa in 2. grado anche a Caliri, Marchese e Consoli), Carmelo Antonino Armenio (21 anni), Carmelo Bisognano (6 anni è stato assolto dall’associazione mafiosa chiofaliana), Massimiliano Caliri (11 anni, 10 mesi e 26 giorni), Vincenzo Crascì (21 anni), Luigi Leardo (14 anni), Mario Marchese (6 anni e 8 mesi), Giuseppe Miragliotta (19 anni e 4 mesi), Vincenzo Pisano (33 anni). Per gli altri le condanne rideterminate oscillano dai 2 anni ai 5 anni. Attenzione però, in parecchi casi si tratta di condanne parziali, poiché bisogna aggiungere alla pena rideterminata in appello solo per alcuni capi d’imputazione, la pena che residua dal primo grado. Non è facile leggere una sentenza così complessa. Qualche dato. In molti casi per le pene di secondo grado bisognerà considerare il cosiddetto “presofferto”, cioé quanto hanno già scontato in carcere gli imputati ristretti in cella, e l’applicazione del condono, concesso in parecchi casi. Se si dà poi una prima lettura trasversale legata ai capi d’imputazione, ci sono una serie di fattori da esaminare: alcuni omicidi che rimangono impuniti, per esempio quello di Armando Craxi e quello di Luigi Galati Giordano, oppure il duplice omicidio Iannello-Benvenga (qui in altro processo è stato condannato il solo catanese Maurizio Avola); nessuno dei pentiti è stato ritenuto credibile in toto, in parecchi casi anzi sono stati sconfessati a vicenda. Se si guarda poi ai reati sono cadute per prescrizione tutte le detenzioni-armi e le tentate estorsioni, così come gli attentati-simbolo allo Stato, mentre sono rimasti in piedi parecchie estorsioni e alcuni omicidi. La sentenza di ieri ha dispiegato anche i primi effetti sul piano della carcerazione. I carabinieri hanno infatti già eseguito sei provvedimenti di misura cautelare in carcere emessi dalla corte d’assise d’appello nei confronti di: Carmelo Antonino Armenio, 53 anni (era ai domiciliari); Antonino Contiguglia, 52 anni, e Gioacchino Spinnato, 57 anni (sottoposti a sorveglianza speciale); Vincenzo Bontempo Scavo, 50 anni, Francesco Cannizzo, 49 anni, e Luigi Leardo, 54 anni (tutti e tre già in carcere). Un primo commento alla sentenza è venuto ieri dal senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia: «Una sentenza che lascia stupefatti: la mafia barcellonese assolta. Sento il bisogno di rompere il riserbo nel commentare le sentenze. La mafia barcellonese non può rimanere impunita. Gullotti e gli altri boss sono una minaccia reale, perché fanno parte di Cosa nostra militare e sono collocati nel cuore delle collusioni con la politica e i poteri deviati». Bisogna ritornare, per il senatore del Pd, ad occuparsi «con più incisività del condizionamento mafioso a Messina e in particolare nell’area barcellonese, così come del ruolo di una parte della magistratura, dei poteri collusi sul versante economico-politico e istituzionale, affinchè lo Stato torni ad affermare la sua sovranità democratica anche a Messina e nel barcellonese». Nuccio Anselmo




