Quotidiano on line - News - Inchieste - Rassegna Stampa - Photoreportage

Home Chi sono E-Mail Archivio news Sentenze Mondo News Cronaca da Messina e dintorni Inchieste    Reportage
Commenti e appelli Diario Mondo Africa Periferie Culture Agenda & Consigli Fotografie Video











CALABRIA, IL MISTERO DEL PASTORE SPARITO CON IL GREGGE: Giuseppe Maiorano, 83 anni, è svanito nel nulla il 21 dicembre del 2007 insieme con quaranta pecore. Vane le ricerche condotte dai carabinieri

La sinistra e imperturbabile montagna. Luogo di sguardi che fanno paura, di parole non dette, di natura selvaggia. Terra di transumanze, di rispettose consuetudini e di eterne sfide. Storie di vita e di morte accomunano intere aree della Penisola rese famose dalle gesta dei malviventi che le popolano: il Supramonte e la Barbagia in Sardegna, l’Aspromonte, la Sila e l’Appennino Paolano in Calabria. Le leggi non scritte della mafia agro-pastorale governano da sempre, infatti, i ritmi della vita quotidiana tra i contrafforti battuti tutto l’anno dal vento. I diverbi vengono risolti con atti di violenza e di coraggio, i soprusi vendicati col sangue, le amicizie consacrate mangiando carne di capra, i regolamenti di conti scanditi dai fendenti delle “molle” o dai pallettoni delle “doppiette”. È in questo ancestrale contesto che, nel dicembre del 2007, quaranta pecore sono svanite nel nulla insieme con un pastore ottantatreenne di Fuscaldo. Se non fosse l’ultimo “giallo” regalato dalla Calabria dei delitti e dei misteri ci sarebbe da ridere. Putroppo, però, la storia è tremendamente seria e si snoda tra montagne inaccessibili, boschi silenziosi e torrenti d’acqua gelida. Giuseppe Maiorano, 83 anni, nato a Guardia Piemontese ma domiciliato a Fuscaldo, è sparito nel dicembre del 2007. Ingoiato con il suo gregge dagli altipiani che conosceva a menadito. Viveva da solo, per scelta, in un casolare in località “Iannelli”, nel cuore di quell’appennino calabrese che digrada pigramente verso il mar Tirreno. Campava con gli ovini, in assoluta solitudine, nell’ormai cadente immobile privo di luce, acqua potabile e gas. Trascorreva le giornate spingendo i suoi animali al pascolo, lungo il greto del fiume Lavandaia. Non frequentava nessuno tranne i congiunti, una nipote e la sorella che vivono ad Acquappesa, e qualche vecchio amico. La sua, d’altronde, è sempre stata una vita spesa tra i boschi guadagnando con la pastorizia quanto bastava per tirare avanti. L’ultima volta Maiorano è stato visto a Guardia Piemontese, il 21 dicembre di due anni addietro, da un paesano al quale aveva detto d’essere diretto da un conoscente per consegnare in dono una busta di arance. Poi più nulla. La nipote, Anna, nove giorni dopo s’è recata a fargli visita nel casolare per sincerarsi delle sue condizioni di salute. Non trovandolo, la donna ha subito presentato denuncia ai carabinieri e sono partite le indagini. La magistratura ha immediatamente inviato sul posto gli “specialisti” della Scientifica dell’Arma per eseguire una serie di rilievi e individuare l’eventuale presenza di tracce utili alle indagini. Nell’immobile, tuttavia, non sono stati trovati indizi tali da far supporre che vi si fosse svolto all’interno un confronto fisico tra l’anziano e dei possibili aggressori. Circostanza però assai strana è subito apparsa agli investigatori l’assenza delle pecore di proprietà dello scomparso. Gli animali non solo non erano nell’ovile ma sembravano essersi volatilizzati. Il magistrato inquirente ha perciò disposto una vasta battuta con l’impiego di unità cinofile ed elicotteri per tentare d’individuare il corpo dell’anziano e, soprattutto, per ritrovare il gregge. Le ricerche condotte incessantemente per giorni non hanno però dato l’esito sperato. E la magistratura inquirente s’è convinta che Giuseppe Maiorano sia stato assassinato ed i suoi ovini rubati. L’anno prima, tra l’altro, qualcuno diede nottetempo alle fiamme un altro piccolo casolare di proprietà dell’ottantatreenne probabilmente per “punirlo” o, come si usa in taluni ambienti, per “avvertirlo”. L’anziano pastore – è questa la originaria tesi della procura paolana – sarebbe stato ucciso e il cadavere fatto sparire per sempre. Le sue pecore, invece, potrebbero essere state caricate su un mezzo adeguato e trasferite altrove. Misterioso rimane il movente del delitto: non appare infatti credibile che l’uomo possa essere stato ammazzato per un banale furto di bestiame. In quell’area montuosa, nel 1989, vennero uccisi altri due pastori: Libero Sansone e Pietro Calabria. La loro uccisione è rimasta un crimine impunito. L’ex boss pentito di Cosenza, Franco Pino, indicò nel Duemila i nomi dei presunti responsabili della duplice esecuzione ma le sue dichiarazioni rimasero prive di riscontri. La sparizione di Giuseppe Maiorano getta di nuovo una luce sinistra su questa zona del Cosentino. L’anziano potrebbe aver pagato con la vita il fatto di aver visto qualcosa che non doveva vedere; oppure potrebbe essere stato assassinato perchè non intendeva piegarsi alle leggi non scritte imposte dai “signori della montagna”. Le sue pecore, invece, hanno da quasi due anni nuovi padroni… Arcangelo Badolati - GDS

LO SCANDALO DELLA RISTRUTTURAZIONE DELLA SCUOLA ENZO DRAGO DI MESSINA: I VIDEO CHE TESTIMONIANO COME SIANO STATI SPESI TRE MILIONI DI EURO PER AVERE UNA SCUOLA NON A NORMA E SENZA SERVIZI ESSENZIALI

Per capire il grado di civiltà e maturità di un popolo, di uno Stato, basta vedere quanta attenzione e quante risorse economiche vengono dedicate al campo educativo e culturale e dunque alla formazione.
In Italia si spende poco e male per l’istruzione:

- L’edilizia scolastica è nettamente insufficiente ed è risaputo che la maggior parte delle scuole sono insicure, fatiscenti e inadeguate (prive di laboratori, palestre, biblioteche, auditorium, etc.);
- La didattica viene mortificata attraverso l’aumento spropositato del numero degli alunni per classe (trenta) che impedisce un lavoro efficace sui singoli ragazzi e contemporaneamente genera un’ulteriore diminuzione dei posti di lavoro;
- Gli insegnanti italiani sono tra i meno pagati d’Europa e molti sono costretti a decenni di precariato.
Tutto ciò è indicativo di quanto la politica non creda affatto nel valore della formazione bruciando il futuro delle nuove generazioni con scelte scellerate causa di un vero e proprio suicidio sociale e culturale.
A questo proposito, un esempio eclatante di sperpero e cattiva gestione dei fondi pubblici è quello della recente ristrutturazione dell’Istituto Comprensivo “ E. Drago†di Messina (Materna, Elementari e Medie), costata tre milioni di euro. La struttura che originariamente non nasceva come scuola, fino a quarant’anni fa ospitava il catasto. La sua pianta è caratterizzata da un forte sviluppo longitudinale (80m di lunghezza per soli 10m di larghezza). Tali dimensioni hanno reso impossibile la realizzazione di palestre, auditorium, biblioteca, spazi ricreativi e hanno condizionato l’ampiezza delle aule che non risultano a norma anche dopo la ristrutturazione. Poiché nell’ambito dello stesso isolato della scuola “E. Drago†sorge la scuola “L. Pirandello†(anch’essa di proprietà del Comune) - adiacente a questa e separata da spazi esterni inutilizzati - proposi al Comune, in tempo utile, un progetto alternativo che comprendesse l’unificazione dei due plessi e la ristrutturazione dell’intera area. Tale soluzione avrebbe permesso di ottenere ampi spazi per costruire una vera scuola dotata di tutte le strutture sopracitate. La creazione di tali strutture avrebbe migliorato enormemente l’attività culturale e didattica della vita scolastica. Inoltre, nelle ore pomeridiane e serali o nei giorni festivi e di chiusura della scuola, questi spazi sarebbero diventati un potenziale centro sportivo e culturale a disposizione della città. Nonostante la mia proposta avesse raccolto soltanto consensi, l’assessore alla Pubblica Istruzione, Liliana Modica, ed il Sindaco, Francantonio Genovese, rifiutarono ogni confronto sulla revisione del progetto. E così dopo trent’anni di attesa, dopo aver sperperato tre milioni di euro, alla consegna dei lavori nel Settembre 2009 (con un anno e mezzo di ritardo rispetto alla data preventivata!) i risultati sono fallimentari e scandalosi.
Dietro una facciata “ben rifinita†e colorata:
- Non ci sono aule a norma;
- Non esiste una palestra ma un cantinato umido che illegalmente vorrebbero destinare all’attività motoria;
- Non esiste una biblioteca;
- Non esiste un auditorium;
- Non esistono spazi ricreativi per i bambini della scuola materna ed elementare;
- Le entrate delle suddette scuole sono sprovviste di scivoli per i disabili, sono sprovviste di pensilina e di citofoni;
- L’unico ascensore esistente, quello della scuola media, ad oggi non è operativo per motivi burocratici;
- I bagni della scuola materna consistono di un’unica stanza che accoglie dieci gabinetti, tutti a vista, per maschi e femmine senza alcuna separazione per il rispetto della privacy;
- I bagni sono sprovvisti di buttatoi necessari per riempire i secchi per le pulizie dei locali e la mancanza di rubinetti a filtro costringe in caso di un guasto anche minimo a chiudere l’intera fornitura di acqua per tutto i bagni. Le porte sono sprovviste di chiavi o passetti per la privacy.
- Le porte delle aule non aprendo a 180° risultano non a norma, pericolose e poco resistenti;
- Molte serrande (a causa della bassa qualità della loro manifattura), dopo appena un mese dall’avvio delle attività scolastiche, sono già rotte;
- In varie aree della scuola già ci sono infiltrazioni d’acqua;
- Le luci non sono a basso consumo energetico;
- L’arredo scolastico è insufficiente e in condizioni fatiscenti: banchi e sedie rotti, attaccapanni inesistenti etc. etc. …;
Tutto questo non può che indignare ogni cittadino.
ANCORA UNA VOLTA I POLITICI DI QUESTA CITTÀ SONO VENUTI MENO AL NOBILE COMPITO DI GOVERNARE. IL GOVERNARE NON SI REALIZZA CON IL COMANDARE MA CON IL SERVIRE.
È doveroso aprire un’inchiesta per verificare le colpe di questo fallimento e sperpero di milioni di euro che ricadono non solo sull’amministrazione Genovese – colpevole dell’approvazione di un progetto inutile - ma anche su quella Buzzanca - colpevole di aver promesso e non realizzato la proposta/richiesta di fornire (con il ribasso d’asta) di pannelli fotovoltaici la scuola rendendola autonoma dal punto di vista energetico e redditizia per le casse comunali. Responsabile di non aver controllato i lavori in corso d’opera e ancora più grave aver consegnato la struttura pubblica senza tutti i requisiti di regolarità previsti dalla legge. Che questa vicenda possa rappresentare un punto di svolta e che il fare giustizia serva da monito affinché politici e imprese sappiano che da oggi in poi saranno costantemente monitorati dai cittadini nelle loro scelte e nella gestione della cosa pubblica.
Per concludere, ancora una volta, una proposta:
È possibile realizzare alcune strutture fondamentali (palestra, auditorium, biblioteca) ricostruendo l’adiacente vecchio e sottoutilizzato plesso della “ L. Pirandello†realizzando un centro culturale al servizio della scuola e dell’intera città. RENATO ACCORINTI

L’ITALIA SEGRETA DELLE ARMI SEGRETE: Migliaia di tonnellate di bombe letali prodotte dal fascismo. Finite in mare davanti Ischia e la Puglia. Dove continuano a seminare i loro veleni. Un libro ricostruisce la storia degli ordigni più orribili

Questa è la storia di un segreto di cui tutti si vergognano. Ministri, generali, industriali, professori lo hanno difeso con il silenzio per generazioni, fino a farne perdere la memoria e farlo svanire nel nulla. Il protagonista di questo libro è un fantasma immortale: ancora oggi continua ad uccidere, lo fa da ottant’anni. Ha divorato vittime innocenti in Libia e in Etiopia, poi si è accanito sulla salute degli italiani. È entrato nella nostra aria, nella nostra acqua, nella nostra terra. Ed è ancora lì: alle porte di Roma, alla periferia di Milano, nel golfo di Napoli, nel mare di Bari, sulla costa di Pesaro, sulle rive del Lago Maggiore, nei fiumi d’Abruzzo. Ovunque. Progettato per essere invisibile, prosegue indisturbato nella missione assassina per cui è stato generato. Semina la morte, soffoca i corpi con malattie incurabili, di cui nessuno vuole indagare l’origine. Questa è la storia dei veleni - creati dalla dittatura fascista e protetti dalla Repubblica democratica - che hanno trasformato gli angoli più belli della Penisola in cimiteri di vampiri che minacciano di uscire dalle loro bare in qualunque momento. È la storia di esperimenti orribili e dimenticati: di batteri e tossine trasformati in bombe provate sulle spiagge del Lazio, della Liguria e della Sardegna, di nubi di bacilli scagliate sui combattenti spagnoli che lottavano per la libertà, di insetti mutati in killer da scienziati nazisti senza scrupoli. Questa è la storia di industriali che si sono arricchiti distillando sostanze letali, entrando in società con i finanziatori dell’Olocausto, violando qualunque legge. Di decine di fabbriche che, grazie al segreto di Stato, hanno scaricato il loro sangue marcio nei fiumi, nei terreni, nelle riserve idriche. Di impianti mai bonificati, veri e propri scheletri tossici che costellano il nostro Paese. Ministri eletti dal popolo italiano e generali delle nostre forze armate hanno deliberatamente taciuto, coprendo con il silenzio gli arsenali nascosti nei boschi della Tuscia, dell’Umbria, della Maremma, occultando gli stabilimenti proibiti della provincia di Roma e di Milano. Una storia infinita, perché ancora oggi le scorie di questi arsenali non hanno trovato una tomba sicura e continuano ad accumularsi in un bosco di Civitavecchia. Questo è un viaggio nell’abisso più nero del nostro Paese: la storia delle armi chimiche italiane. Attraverso i documenti inediti ritrovati negli archivi britannici, americani e tedeschi si è ricostruito un capitolo vergognoso della nostra Storia. Attenzione: non è storia passata, è il nostro presente. Le armi chimiche sono state progettate per essere immortali. Sono cancerogene e possono anche causare mutazioni genetiche. Ma soprattutto le armi chimiche sopravvivono a lungo nel terreno e nell’acqua, fedeli alla loro missione assassina: le migliaia di bombe che giacciono nel mare di Ischia, di Manfredonia, di Foggia, di Molfetta possono ancora uccidere. Eppure questo segreto è stato difeso con ogni strumento. Ancora oggi non si riesce a stabilire con esattezza quante armi chimiche siano state prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano varato da Benito Mussolini all’inizio della guerra prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare 30 mila tonnellate di gas ogni anno; i documenti britannici analizzati in questo libro - decine di file con rapporti segreti, relazioni diplomatiche, verbali di riunioni del governo, minute di interventi di Winston Churchill e altri atti riservati che riguardano un periodo dal 1923 al 1985 - sostengono che si possa trattare di una quantità «tra le 12.500 e le 23.500 tonnellate » ogni anno, ancor di più durante l’occupazione nazista del Nord. Si trattava di iprite, che divora la pelle e uccide togliendo il respiro. Di fosgene, che ammazza provocando emorragie nei polmoni. Di miscele a base di arsenico, che entrano nel sangue fino a spegnere la vita. A questo arsenale sterminato si sono aggiunte le armi schierate al Nord dai tedeschi e quelle importate al Sud dagli americani e dagli inglesi. L’ultimo saggio pubblicato negli Usa da Rick Atkinson sostiene che solo gli statunitensi dislocarono negli aeroporti del Sud 200 mila bombe chimiche. Fu proprio durante uno di questi trasferimenti nel porto di Bari che nel dicembre 1943 una nave piena di iprite esplose, contaminando acqua e aria: il disastro, il più grave mai avvenuto nel mondo occidentale, venne tenuto nascosto. Winston Churchill in persona ordinò di tacere, e in tal modo i feriti non hanno potuto ricevere cure adeguate. Ma dei cittadini baresi aggrediti dal gas non si è mai saputo nulla. Quanti hanno ereditato leucemie, tumori, devastazioni ai polmoni? L’inferno di Bari è stato un danno collaterale nell’equilibrio del terrore. Come è accaduto con le testate nucleari durante la Guerra fredda, tutti gli eserciti dovevano possedere armi chimiche per impedire che i nemici le usassero, temendo la rappresaglia. E come è accaduto per le atomiche, solo i capi di governo decidevano la sorte di queste armi che non dovevano cadere in mano agli avversari. Così fu Hitler a dare il via libera alla prima di tante operazioni nefaste: affondare nell’Adriatico oltre 4.300 grandi bombe tossiche. Grazie ai documenti degli archivi tedeschi sappiamo che si trattava di 1.316 tonnellate di testate all’iprite, gran parte delle quali si trovano ancora nei fondali a sud di Pesaro.
Armi chimiche impiegate durante la Seconda guerra mondiale
Dopo il 1945 gli Alleati si liberarono del loro arsenale di gas e di quello catturato agli sconfitti. I files dell’US Army - documenti in parte ancora segreti - rivelano che molte decine di migliaia di ordigni chimici vennero inabissati in una «discarica chimica» nel Golfo di Napoli, davanti all’isola di Ischia. Lo stesso è accaduto in Puglia, partendo daManfredonia, dove altre decine di migliaia di testate con veleni made in Usa furono annegate. I rapporti la descrivono come una manovra piena di incidenti: molti ordigni andarono letteralmente alla deriva. Questo colossale cimitero sottomarino libera lentamente i suoi spettri: le bombe si corrodono e rilasciano iprite e arsenico. L’unico studio condotto nel 1999 dagli esperti dell’Icram ha trovato tracce delle due sostanze negli organi dei pesci di quella zona e nei fanghi del fondale. Il responsabile dei ricercatori, Ezio Amato, ha denunciato una situazione agghiacciante: «I pesci del basso Adriatico sono particolarmente soggetti all’insorgenza di tumori, subiscono danni all’apparato riproduttivo, sono esposti a mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi». Ma i mostri tossici non dormono soltanto in fondo al mare. In molti sono stati ignari di abitare in quartieri che sorgono intorno, o addirittura sopra, a vecchi stabilimenti di armi chimiche, in molti sono stati all’oscuro della reale produzione di queste fabbriche. Miscele cancerogene, che hanno minato l’ecosistema, inquinando aria, terra, acqua. L’Acna di Rho ha convogliato i suoi scarichi nella falda idrica che scorre verso il centro di Milano, quella di Cesano Maderno ha contaminato la Brianza e sempre in Lombardia a Melegnano dai suoli della Saronio continuano a sbucare nuvole nocive. I dossier dell’intelligence britannica parlano di 60-65 mila tonnellate di armi chimiche prodotte a Rho, 50-60 mila tonnellate a Cesano Maderno, altre decine di migliaia a Melegnano. Il tutto secondo le priorità di guerra, scaricando fanghi e scarti nei fiumi e nei campi. I militari italiani per tutto il dopoguerra hanno protetto due stabilimenti di gas top secret: uno a Cerro al Lambro, davanti al casello milanese dove nasce l’Autostrada del Sole, l’altro aCesano di Roma, nel territorio della capitale. Sono stati smantellati soltanto nel 1979, senza notizie di un risanamento sistematico. Non si sa nemmeno se ci sia stata una bonifica dei laboratori sperimentali di via del Castro Laurenziano, nel cuore di Roma, accanto alle aule della Sapienza e ai condomini, dove si testavano i nuovi gas. Quando, dopo la caduta del muro di Berlino, i generali hanno deciso di abbattere le loro riserve chimiche, le sorprese non sono mancate. Tutti i governi italiani avevano negato la presenza di gas bellici sul territorio nazionale; Giulio Andreotti nel 1985 lo aveva addirittura ribadito davanti al Parlamento. E invece esistevano almeno tre bunker, ripuliti poi nel massimo segreto. Il più importante era sul lago di Vico. Un’installazione colma di misteri e pericoli: durante i lavori nel 1996 una nube di fosgene è scappata via e ha raggiunto la strada, aggredendo un ciclista. Quell’uomo è l’ultima vittima europea delle armi chimiche. Solo nel 1997 si è scoperto che l’Esercito aveva messo da parte almeno 150 tonnellate di iprite del modello più micidiale, mescolata con arsenico. In più c’erano oltre mille tonnellate di adamsite, un gas potentissimo ma non letale usato contro le dimostrazioni di piazza. E 40 mila proiettili chimici. Per neutralizzarli è stato creato un impianto modello a Civitavecchia che imprigiona le scorie velenose in cilindri di cemento. La fabbrica di pace lavora senza sosta dal 1993 e continuerà a farlo almeno fino al 2015. Lì i cilindri di cemento all’arsenico, custodi testamentari del delirio chimico, continuano ad aumentare: sono già molte migliaia, in attesa che venga individuato un deposito definitivo dove seppellirli. E forse un giorno qualcuno si porrà il problema delle discariche sottomarine. Gli ordigni seminati dagli americani sono spesso a pochi metri di profondità: un incredibile self service per qualunque terrorista, che potrebbe mettere le mani sulle armi più potenti per scatenare l’apocalisse. Abbiamo invaso l’Iraq per cercare le armi di distruzione di massa, invece sarebbe bastato tuffarsi nelle acque di Molfetta o di Ischia per trovarne a migliaia. Arrugginite fuori, micidiali dentro.
GIANLUCA DI FEO - ESPRESSO.IT

MESSINA, CONCORSOPOLI ALL’UNIVERSITA’ DI MESSINA: A GIUDIZIO I PROFESSORI PAOLO MELITA E CLAUDIO CORDIANO PER IL CONCORSO A CHIRURGIA

S’è chiusa con due rinvii a giudizio e un’assoluzione in abbreviato l’udienza preliminare di ieri mattina davanti al gup Antonino Genovese sul concorso a Chirurgia del 2005. Un procedimento scaturito dalla denuncia della dott. Adelfina Maria Barbuscia, sul concorso bandito dall’Università nel maggio del 2005 e poi espletato nel novembre successivo, destinato a coprire un posto di professore di ruolo di 1° fascia di Chirurgia generale alla facoltà di Medicina. Il gup Genovese ha rinviato a giudizio per tentata concussione e abuso d’ufficio i professori Paolo Melita, messinese, e Claudio Cordiano, calabrese, da tempo residente a Verona. Il processo che li riguarda inizierà il prossimo 5 marzo davanti ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale. I due sono assistiti dagli avvocati Filippo Mangiapane e Antonello Scordo. In abbreviato il gup ha invece assolto «per non aver commesso il fatto» il professore Massimo Saviano, questo a fronte di una richiesta dell’accusa, rappresentata ieri dal pm Franco Chillemi, ad 8 mesi di reclusione. Il docente rispondeva di abuso d’ufficio ma per un’ipotesi d’accusa specifica e minore, cioé solo per il profilo della mancata astensione quale componente della commissione che si occupò del concorso (la vicenda era legata ad una telefonata, agli atti dell’inchiesta, che intercorse tra Melita e il Saviano). Il medico è stato assistito dagli avvocati Ettore Randazzo e Vittorio Rossi. Il gup Genovese in via preliminare ieri mattina aveva unificato i due procedimenti che si erano originati dopo la denuncia della dott. Barbuscia. Da un suo esposto, infatti, depositato in Procura dal suo legale di fiducia, l’avvocato Tommaso Autru Ryolo, nei mesi scorsi era scaturita un’inchiesta gestita dal sostituto procuratore della Dda Antonino Nastasi. Da questa inchiesta iniziale s’erano poi originati due tronconi: uno culminato con una richiesta d’archiviazione da parte del pm per i sette medici indagati inizialmente di abuso d’ufficio, uno che invece era proseguito per due soli docenti, Melita e Cordiano, con l’ipotesi di reato di tentata concussione in concorso. Sia Melita che Cordiano risultavano poi indagati nel troncone in cui si ipotizzava l’abuso d’ufficio insieme ai medici e componenti di commissione Andrea Renda, Massimo Saviano, Gastone Veroux, Letterio Calbo e Giovanni De Manzoni. Per tutti il pm Nastasi aveva depositato all’Ufficio gip la richiesta d’archiviazione, non ritenendo sussistente il reato di abuso, e proprio su questa richiesta d’archiviazione si era registrata l’opposizione della Barbuscia. A conclusione dell’udienza camerale su questo troncone era stato poi il gip Walter Ignazitto a decidere la cosiddetta “imputazione coatta”, solo per il prof. Paolo Melita e i medici Massimo Saviano e Claudio Cordiano, mentre aveva decretato l’archiviazione definitiva per i medici Andrea Renda, Gastone Veroux, Letterio Calbo e Giovanni De Manzoni. L’ipotesi di reato della tentata concussione per Melita e Cordiano verte invece su un aspetto ben preciso: attraverso un “messaggero” avrebbero mandato a dire alle candidata Barbuscia «di non creare problemi, di stare tranquilla e che in una seconda fase l’avrebbero aiutata». Questo per indurla a ritirare la domanda di partecipazione e favorire così l’«idoneità per la nomina a vincitore dei candidati Calbo Letterio, già collaboratore di Melita, e De Manzoni Giovanni, già collaboratore del Cordiano». Un ritiro che però la dott. Barbuscia non accettò, denunciando tutto in Procura. La candidata fece di più: nell’ottobre del 2005 depositò un documento olografo da un notaio in cui preconizzò la composizione della commissione giudicatrice e i vincitori del concorso. Previsione poi puntualmente avveratasi. Nuccio Anselmo - GDS

L’INCHIESTA DI ANTONIO MAZZEO: L’esercito afgano alla guerra con gli aerei italiani dell’Alenia

In attesa dell’annuncio da parte dell’amministrazione Obama del nuovo piano di escalation militare USA e NATO nello scacchiere afgano, giunge notizia di una più che sospetta triangolazione di sistemi d’arma tra Italia, Stati Uniti ed Afghanistan. Il comandante della coalizione alleata nel paese mediorientale, generale Stanley McChrystal ha confermato all’agenzia Reuters la consegna alle forze armate afgane di due aerei da trasporto C-27A “Spartan†in dotazione dell’US Air Force, mentre altri 18 velivoli dello stesso modello saranno consegnati entro il 2011. Come dichiarato dall’alto ufficiale statunitense, “questo programma consentirà all’aviazione militare afgana di raddoppiare le proprie dimensioni per operare con efficacia dopo essere rapidamente caduta in disgrazia con l’avvento dei talebaniâ€. I due biturboelica C-27A erano stati acquistati nel 1990 in Italia dall’allora Aeritalia, oggi Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica). Si tratta di una versione leggermente modificata degli aerei da trasporto G.222, in dotazione sino al 2005 alla 46^ Aerobrigata dell’Aeronautica militare di Pisa. Si dà poi il caso che il 19 settembre del 2008, proprio 18 G .222 ex AMI sono stati ceduti dal ministero della difesa italiano agli Stati Uniti in cambio di 287 milioni di dollari. Inutile aggiungere che si tratta proprio degli “Spartan†che il Pentagono consegnerà all’Afghan National Army Corps dopo che saranno conclusi i lavori di ricondizionamento delle apparecchiature di bordo, probabilmente proprio negli stabilimenti italiani Alenia. Grazie a chissà quale ennesimo segreto accordo nel nome della “lotta al terrorismo†e della difesa degli oleodotti petroliferi sulla rotta Asia-Occidente, aerei militari italiani giungeranno via Stati Uniti ad un paese in guerra da otto anni e con un governo delegittimato dalla recente farsa elettorale. E ciò, bypassando i controlli e le autorizzazioni previste dalla legge n. 185 del 1990, che disciplina il commercio delle armi italiane, vietando le esportazioni a paesi belligeranti o i cui governi sono responsabili di “accertate gravi violazioni delle convenzioni sui diritti umaniâ€. La triangolazione potrebbe però aprire scenari interessanti per il complesso militare industriale, specie in vista della coproduzione di una versione più aggiornata del velivolo da trasporto C-27. Si tratta dello “J Spartanâ€, in grado di superare i 500 Km/h di velocità e di volare con un’autonomia di 5.930 Km a 500 Km/h. Nel 2005, Alenia-Finmeccanica, congiuntamente ai colossi statunitensi L-3 Communications Integrated Systems, Boeing, Rolls Royce, Honeywell e Dowty, ha costituito la joint venture Gmas - Global Military Aircraft Systems, candidandosi come principale contractor del programma “Joint Cargo Aircraft†per l’ammodernamento dei mezzi di trasporto militare USA. Il modello offerto al Pentagono, appunto il C-27J, stando alle industrie produttrici, consentirà “molteplici missioni tra le quali il trasporto di truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il pattugliamento marittimo, la ricerca e il soccorso (Sar)â€. Con il velivolo, inoltre, verrebbe assicurata “un’elevata efficienza operativa, un’estrema flessibilità d’impiego, le migliori prestazioni per i velivoli della sua categoria in tutte le condizioni operative e caratteristiche uniche d’interoperatività con gli aerei da trasporto di classe superiore in servizio con le forze aeree della NATOâ€. La trattativa tra il consorzio italo-statunitense e il Dipartimento della difesa è stata seguita passo dopo passo dall’allora governo Prodi e si è sbloccata positivamente proprio nei mesi in cui si è concretizzata l’offerta del vecchio scalo “Dal Molin†di Vicenza quale base avanzata delle truppe d’élite aviotrasportate dell’US Army. Nel giugno 2007, in occasione della visita in Italia del presidente Gorge Bush, l’esercito e l’aeronautica militare USA hanno annunciato di volere acquistare sino a 145 velivoli C-27J, con un’opzione per altri 62 velivoli entro dieci anni. Nei piani delle aziende, l’assemblaggio dei C-27J si realizzerebbe negli stabilimenti L-3/Boeing di Waco (Texas) e in quelli di Alenia Aeronautica di Pomigliano (Napoli) e Torino-Caselle. Valore stimato della commessa, tra i sei e i sette miliardi di dollari. A raffreddare gli entusiasmi è arrivata però poi la decisione dell’amministrazione USA di ridurre il programma a soli 38 aerei da trasporto; sino ad oggi, però, gli ordini veri e propri da parte de Joint Cargo Aircraft Program Office ammontano a 13 C-27J, per una spesa di “appena†400 milioni di dollari. A rendere meno cupo l’orizzonte per la joint venture, l’interesse espresso dal Comando per le Operazioni Speciali dell’aeronautica militare USA per una versione modificata del velivolo da usare come “cannoniera volante†(nome in codice, AC-27J Stinger II). Fonti USA riferiscono inoltre che le triangolazioni degli C-27 potrebbero avere un seguito in Ghana. Quattro velivoli starebbero per essere acquistati dal Pentagono alla L-3 Communications Integrated Systems per poi essere rivenduti alle forze aeree del paese dell’Africa occidentale. Sembra poi che la produzione dei C-27J “ghanesi†verrebbe sub-appaltata all’Alenia Aeronautica. Chissà che commesse e fatturati non crescano allora secondo le stime auspicate dai manager Finmeccanica al tempo in cui il governo di Roma si piegava agli scellerati programmi USA di militarizzazione del territorio italiano: oltre al “Dal Molin†di Vicenza, il potenziamento delle infrastrutture di Aviano, Camp Darby, Napoli, Sigonella e Niscemi. ANTONIO MAZZEO

IL LIBRO SU ADOLFO PARMALIANA (MA NON SOLO…): ‘Il suicidio di un democratico tradito dalla politica’ di Alfio Caruso

Adolfo Parmaliana adorava la famiglia, la Juve, Berlinguer, l’idrogeno, il risotto di mare, gli studenti, Benigni. Voleva una vita d’impegno, di battaglie, di polemiche, di arrivi in salita. A poco più di cinquant’anni Adolfo Parmaliana si è dimesso dalla vita dopo essersi dimesso dall’essere prima italiano e poi siciliano. L’ottobre di un anno addietro si è lanciato dal viadotto di Patti Marina lasciando dietro di sé una terribile lettera d’accusa e lo sgomento dei tanti increduli che a compiere un simile atto fosse stato il cantore della gioia di vivere. E anche se in questa storia ufficialmente non esistono colpevoli, il suicidio del professore di Chimica industriale, molto più apprezzato e amato all’estero che nella sua terra, pesa peggio di un omicidio sulle coscienze di coloro che l’hanno perseguitato. Ma costoro ce l’hanno una coscienza? Adolfo Parmaliana credeva nell’onestà dei siciliani, credeva che gli amministratori pubblici avessero quale scopo primario il benessere dei cittadini, credeva che i magistrati e i giudici vincessero il concorso per contrastare il Male e far trionfare il Bene. Adolfo Parmaliana credeva che fosse importante combattere per le proprie idee. Nel messaggio d’addio ha scritto: “Ho trascorso trent’anni bellissimi dentro l’università innamorato ed entusiasta della mia attività di docente universitario e di ricercatore. I progetti di ricerca, la ricerca del nuovo, erano la mia vita. Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti ricordi. Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti. Mi sento un uomo finito, distruttoâ€. Il clan che l’ha chiuso nell’angolo, che l’ha condotto alla disperazione non è un clan mafioso. E’ peggio. E’ il Pus, il Partito unico siciliano, in grado di amalgamare gli interessi più disparati dalla destra alla sinistra. Lo compongono i cinquanta cognomi e i dieci nomi, che attraverso i secoli hanno sempre mirato al tornaconto personale, agghindato da nobili propositi. Per raggiungerlo hanno baciato ogni culo disponibile, hanno tradito ogni causa, hanno calpestato ogni ideale. Il Pus vince sempre. Sotto le ali della massoneria e della mafia mette insieme e amalgama politici all’apparenza inappuntabili, imprenditori arricchitisi con le concessioni statali e regionali, giudici e magistrati addobbati da sacerdoti del Diritto, eleganti amministratori delegati di banche. I nemici definivano Parmaliana un pericoloso eversore, ma lui si faceva fotografare con il libro di Alberoni tra le mani, lui per trent’anni si è presentato ogni giorno all’università in giacca e cravatta. Parmaliana era un borghese imbottito di belle letture e di preziosi insegnamenti. Si era acceso prima per il Pci, poi per il Pds, infine per i Ds. Quando è nato il Pd se n’è andato in punta di piedi, stanco di esser ignorato, deriso, umiliato. Le sue lettere a Fassino, a Veltroni mai hanno ricevuto una risposta. I settori della sinistra siciliana l’hanno avversato come mai si sono sognati di fare con Cuffaro e con Lombardo . Nel suo studio ha, però, continuato a campeggiare la gigantografia di Enrico Berlinguer. A rovinare Parmaliana è stato lo scioglimento per infiltrazioni mafiose della giunta del suo comune, Terme Vigliatore, a uno sputo da Barcellona Pozzo di Gotto, non a caso definita la Corleone del nuovo millennio, zeppa di logge ufficiali e coperte. Il provvedimento assunto da Ciampi e Pisanu nel dicembre 2005 fu la conseguenza delle decine di denunce formulate negli anni da Parmaliana. Gliel’hanno giurata. Nel grottesco silenzio delle Procure l’unico a rimediare una denuncia è stato Parmaliana, imputato di aver diffamato il vicesindaco di Terme mandato a casa assieme agli altri da Ciampi e Pisanu. Ecco, allora, il tremendo atto d’accusa di Parmaliana: “La magistratura barcellonese-messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi; mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario… Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmiâ€. E attualmente i tre personaggi più rappresentativi di Messina sono di Barcellona e tutti e tre iscritti alla stessa associazione, Corda Fratres: il sindaco Peppino Buzzanca, il procuratore generale Franco Cassata, il vicepresidente del Senato Domenico Nania.
IO CHE DA MORTO VI PARLO
Non solo tutto rimane come prima, senza nemmeno far lo sforzo di fingere che sia stata avviata una nuova stagione, ma addirittura Parmaliana accerta a proprie spese che l’essersi battuti per il Bene è considerata la peggiore delle offese. Il 3 febbraio 2006 il professore partecipa alla direzione messinese dei Democratici di sinistra da qualche mese al governo della città con la sindacatura Genovese, eletto dopo la forzata rinuncia di Buzzanca. La riunione è da subito incandescente. Così la ricostruisce il professor Nino Mantineo, docente di Diritto ecclesiastico all’Università di Catanzaro: “Il vero argomento di discussione riguardava la spartizione degli incarichi, nella fattispecie un fedelissimo da piazzare all’Ato, l’ente che in ogni provincia si occupa di rifiuti, acqua, fogne, depurazione. Il vecchio gruppo dirigente, incarnato da Gioacchino Silvestro e Angela Bottari, marito e moglie, incontrastati primattori fin dai tempi del Pci, ambiva alla riconferma dei propri uomini. Il segretario del momento, l’avvocato Marcello Scurria, sembrava abbastanza in sintonia. (…) Dopo di me prese la parola Parmaliana. (…) Attaccò le complicità del partito nelle logiche affaristiche, nell’alleanza con gruppi mafiosi. Fece riferimento al progetto d’insediamento artigianale e industriale di Terme Vigliatore, al quale erano interessati diversi dirigenti ds. (…) Fu subito circondato da un gruppetto di maggiorenti: Scurria, il deputato regionale Panarello, Silvestro e suo figlio. Lo sfidarono fisicamente, lui non cadde nel tranello, tuttavia venne ricoperto d’insulti sanguinosi, di epiteti violentissimi. Lo minacciarono pesantemente. Mi sembrò una vittima predestinata. (…)â€. Parmaliana informa immediatamente i vertici del partito. Spedisce una lettera a Fassino, il segretario dell’epoca, e per conoscenza a Claudio Fava, a Beppe Lumia, al segretario regionale, Capodicasa, a quello messinese, Santagati. “Cari compagni, venerdì 3 febbraio 2006, nel corso della riunione della direzione della federazione dei Democratici di sinistra di Messina, sono stato oggetto di intimidazioni e minacce da parte di taluni membri della direzione in riferimento a un articolo pubblicato lo stesso giorno dal settimanale Centonove, che riferisce della compartecipazione di alcuni iscritti e dirigenti del nostro partito in una vicenda riguardante la realizzazione dell’area artigianale nel comune di Terme Vigliatore (Me). Gli organi amministrativi del comune di Terme Vigliatore sono stati sciolti con decreto del presidente della Repubblica del 23/12/05 per accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata. Nelle motivazioni dello scioglimento si fa esplicito riferimento alla succitata vicenda della realizzazione dell’area artigianale nei termini ‘…iniziative spregiudicate intraprese… per condurre in porto rilevanti operazioni economiche… la vicenda è stata connotata da maldestri tentativi messi in atto per avvantaggiare economicamente… i soggetti cointeressati all’operazione’ e si evidenzia peraltro che ‘tra i soci del Consorzio vi sono amministratori locali e soggetti collegati a esponenti mafiosi’. I fatti riportati nell’articolo risultano essere veri e documentati. In particolare, nel corso della riunione della direzione, Scurria, indicato nell’articolo come consulente legale del Consorzio, che avrebbe dovuto realizzare l’area artigianale, e Crisafulli Luigi Bruno, presidente del Consorzio, ripetutamente e congiuntamente mi hanno rivolto minacce, violenze verbali, offese e istigazioni. Panarello mi ha indicato come ispiratore dell’articolo e con fare veemente e toni violenti ha interrotto più volte il mio intervento alla direzione; a ciò si sono associati Silvestro e Bottari, quest’ultima chiedendo la convocazione immediata della commissione di garanzia probabilmente per adottare qualche provvedimento nei miei confronti, reo forse di aver condotto battaglie per la legalità e contro il malaffare. Sono stato avvicinato e circondato in maniera minacciosa da Crisafulli, Scurria e altri, e ho temuto per la mia incolumità personale. Il segretario della federazione e il presidente della direzione, visto il clima che si era creato e la sua possibile evoluzione, hanno deciso di sospendere e rinviare i lavori della direzione. Sono preoccupato per questa aggressione e ho avvertito la necessità di tutelare la mia incolumità personale, anche in considerazione della condizione di isolamento che tale vicenda potrebbe generare. Per contestualizzare la vicenda è opportuno richiamare alla vostra attenzione che: a) l’unità di base ‘M. D’Antona’, d’intesa con il segretario della federazione e con i dirigenti nazionali del partito (Violante, Lumia, Fava), ha condotto una straordinaria iniziativa politica per la legalità contro il malaffare e l’infiltrazione della criminalità organizzata nella gestione amministrativa del comune di Terme Vigliatore contribuendo in maniera determinante all’emanazione del succitato provvedimento di scioglimento da parte del Presidente della Repubblica. Questa attività politica, sebbene abbia caratterizzato l’unità di base sin dalla sua costituzione (1999), è stata particolarmente intensa e determinata dal 2003; b) in occasione dell’ultimo congresso di federazione (gennaio 2005) l’unità di base ‘M. D’Antona’ ha rivolto al partito un appello affinchè le questioni della legalità e della lotta alla mafia caratterizzassero la nostra iniziativa politica a livello provinciale. In considerazione di quanto esposto, vi chiedo di voler esprimere le vostre valutazioni su tali fatti e di adottare le necessarie determinazioniâ€. “Ho bisogno di conoscere se la lotta per la legalità, la trasparenza e la democrazia e contro il malaffare, il consociativismo e la mafia e la questione morale sono temi centrali dell’impegno politico dei Ds, in particolare in Sicilia, o se piuttosto siano temi da utilizzare in termini virtuali ed effimeri per la propaganda elettorale o per il proselitismo che potrebbero diventare ‘scomodi’ quando vengono assunti come pratica, strumento e fine della nostra azione politica (…)â€. Non arrivano risposte né tanto meno solidarietà altolocate. Ormai Parmaliana c’è abituato. Probabilmente neanche ci badaâ€.