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OGGI IL ‘VOSTRO’ SITO COMPIE DUE ANNI: BUON 2010 A TUTTI NOI UOMINI OFFESI (E SEMPRE MENO LIBERI…)

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Fu proprio poche ore prima delle mezzanotte, quella che ci avrebbe traghettato verso il 2008, che pubblicai il mio primo articolo-saluto. Allora eravamo in pochi, buoni ma pochini. Stava per iniziare questa avventura che porta il mio nome, ma che ha nel vostro volto, nelle vostre impronte digitali che ogni giorno, sempre più, cercano questo indirizzo, nella vostra passione civile che trasmettete attraverso i commenti che lasciate, la sua forza. Sono tempi difficili, e chi fa informazione senza redini lo sa. Viviamo in un regime travestito da Repubblica controllata, dove tutti veniamo monitorati se non allineati al pensiero unico. E questo vi ricorda qualcosa amici? Non so quando tutto questo finirà, ma so che questo clima da ‘grande fratello’ avrà fine se tutti assieme lo vorremo. Altrimenti saremo condannati a non pensare più, a non raccontarvi più la verità dei fatti, che è poi il fine di una certa classe politica, ma non solo, dal colore unico, quel grigio dalle sfumature nere. Non si pedinano le anime. E’ questo che mi auguro e vi auguro. Un 2010 dove potremo riconquistare il desiderio di riprenderci in piena libertà quella voglia di vivere, di respirare la stessa aria primaverile (almeno a Messina) con la quale la natura oggi ha voluto accendere le proprie fiaccole di sole per dire addio all’anno appena trascorso. Alle tante centinaia di lettori che ogni giorno mi accompagnano in questo meraviglioso viaggio di libertà, ripubblico quel breve, se volete anche poco giornalistico, ma molto sentito, messaggio di auguri… A presto, EDG

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Buon 2008, a te che hai avuto preso a calci l`entusiasmo, a te che fai la spesa pagando soltanto con la tua dignità e il tuo sudore, a te che non puoi abbracciare i tuoi figli perchè la sera, al ritorno dal lavoro, già dormono, a te che non puoi creare una famiglia perchè ti hanno scippato il futuro e la speranza, a te che devi sopportare davanti alla minaccia di un licenziamento, a te che comprano tutto, a te che vendono tutto, a te che non riesci più a scorgere l`alba con la quale ti svegliavi tutte le mattine perchè coperta da un`altra inutile e violenta palazzina, a te che verrai considerato soltanto in campagna elettorale o avrai un`identità soltanto dentro una segreteria di partito, a te tradito, a te solo perchè non allineato, a te che questa notte trascorrerai la notte sotto una pioggia di fuoco e lacrime, a te clochard, panda in una società di puttane e magnacci, a te romeno, soltanto sintesi scorretta di un rom e un rumeno, a te che hai perso la vita lavorando per costruire un futuro assieme alle persone che più amavi soltanto perchè qualcun`altro doveva mantenersi il Ferrari, a voi, ragazzi del Segesta, annegati da ipocrisia e criminale furbizia, a te Graziella censurata anche da morta, a te Dalai Lama pestato dai teppisti di anime, a te Giorgio che domani te ne andavi lasciandoci orfani della bellezza, a te che ancora compri al mercato dell`usato sperando in un sorriso, a te che cerchi di scrivere la verità, di fotografare la verità senza mercanteggiare, a tutti voi e anche a chi ho in mente e nel cuore, auguro un 2008 senza offese, un 2008 leggero come l`aria fresca dello Stretto che respirerete questa notte bambina. Piangete e commuovetevi questa notte, non vergognatevi, come in una liberazione collettiva. Fate prendere il volo al vostro cuore senza ali, l`unica cosa a colori in un mondo in bianco e nero… Auguri fratelli, Enrico.

OMICIDIO ECCELLENTE A MONTREAL: UCCISO IL BOSS NICK RIZZUTO, FIGLIO DI VITO. LA ‘FAMIGLIA’ SI INTERESSO’ AI LAVORI DEL PONTE SULLO STRETTO

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MONTREAL - Sei colpi di pistola esplosi in pieno giorno. Gli uomini del commando che sfrecciano all’impazzata per le vie di un popolare quartiere residenziale di Montreal. Sull’asfalto innevato, accanto ad una mercedes nera, il corpo senza vita di un uomo con un nome che incute terrore. Si chiamava Nick Rizzuto ed era il primogenito di Vito, l’indiscusso boss dei boss siculocanadese, in carcere dal 2004. Portava il nome di suo nonno, Nick senior, il vecchio padrino di uno dei più potenti clan mafiosi nordamericani. La polizia parla di regolamento di conti tra bande rivali. Gli esperti avvertono che gli equilibri sono cambiati. L’unica certezza al momento è che da ieri a Montreal la tensione è altissima. “È un omicidio senza precedenti- spiega Antonio Nicaso, uno dei massimi esperti della mafia nordamericana - Per la prima volta dal 1978, la famiglia Rizzuto è con le spalle al muro. Dopo gli arresti di Vito e degli altri vertici del clan, la mafia italiana di Montreal non ha avuto la capacità di rialzarsi e oggi paga le conseguenze del vuoto di potere. Le bande di strada ne stanno approfittando. Vogliono riprendersi quei territori lasciati incustoditi dalla mafia dei colletti bianchi, troppo preoccupati a fare affari con l’edilizia”. Secondo gli esperti, il delitto potrebbe essere legato alla serie di attentati incendiari contro i bar italiani di Montreal nel quartiere St. Michel, storica roccaforte della famiglia Rizzuto. Il giorno dopo l’ultimo degli attacchi, al Pirandello Bar Sport, uno dei locali colpiti, c’è chi giura di aver visto Nicola Rizzuto, padre di Vito e storico alleato dei Cuntrera-Caruana. Il vecchio capomafia, che indossava il classico borsalino, ha pranzato seduto al tavolo tra gli sguardi increduli dei passanti, mentre alcuni operai sostituivano le vetrine distrutte dagli attentati. Un messaggio molto chiaro secondo la polizia, come a precisare che quelle molotov, lanciate nella notte dai finestrini delle auto in corsa, non sono di Cosa Nostra. Ieri, alle 12.10, il colpo di grazia, preludio di una guerra che i Rizzuto questa volta rischiano di perdere. “Chiunque abbia ucciso Nick Rizzuto ha voluto mandare un messaggio molto forte - continua Nicaso - Colpendo gli affetti del padre, Vito Rizzuto. Nick non aveva precedenti penali, non era alla guida della famiglia. Un delitto eccellente nel momento peggiore della mafia italiana di Montreal. Le ultime operazioni della polizia hanno portato all’arresto di decine di affiliati. Le street gang invece non sono ancora state colpite e numericamente sovrastano gli altri clan”. “Montreal è nel caos, in uno stato di anarchia - aveva spiegato poche settimane fa Pierre de Champlain, autore del bestseller Mobsters, Gangsters and Men of Honour - Le organizzazioni criminali pagano l’assenza di un capo carismatico. Le gang di strada invece stanno crescendo, lentamente, dai bassifondi, al punto da poter impensierire quei settori dove la mafia ha perso il suo interesse. Stanno approfittando del vuoto lasciato da figure quali Francesco Arcadi e Vito Rizzuto in Cosa Nostra. Se ci fossero stati loro - continua de Champlain - questo non sarebbe mai successo. Alla mafia non piace questo tipo di pubblicità. Portano solo rogne e poliziotti alle calcagna”. Montreal ora ha paura. Gli inquirenti temono il peggio. Fino a pochi anni fa i Rizzuto, la cosiddetta “Sesta Famiglia”, erano a capo di un vero impero che nella sola provincia del Quebec controllava l’80% dei contratti edilizi. Furono loro i primi a capire l’importanza della “pax”. Quando la faida degli anni Novanta rischiò di mandare a monte i loro affari, s’inventarono il Consortium, un’alleanza tra le famiglie canadesi, la mafia russa, gli Hells Angels, le bande irlandesi e i cartelli colombiani per la gestione del traffico di droga. Oggi queste alleanze potrebbero non esistere più. “In circostanze normali- spiega Nicaso- la risposta dei Rizzuto ad un omicidio di questo calibro sarebbe stata più che scontata ed immediata. Oggi non lo è più. La vendetta, se ci sarà, ci dirà se i Rizzuto sono ancora in piedi”. di LORENZO TONDO - la repubblica


“The sixth family”, i legami fra cosche Usa e Ponte sullo stretto

C’é un bel libro, da poco pubblicato in Italia dalla Curcio, che spiega in dettaglio i legami tra la ‘famiglia Usa’, che oggi guida Cosa Nostra oltre Oceano, e gli appalti per il ponte sullo stretto di Messina. Si tratta di “The Sixth Family. Vito Rizzuto e il collasso della mafia americana”, scritto dai dei giornalisti americani Adrian Humphreys e Lee Lamothe. Il tema più scottante del libro è proprio il forte interesse delle cosche Usa sul Ponte. “Il ponte di Messina era solo uno degli investimenti in cui Vito Rizzuto era coinvolto.” A parlare è Silvia Franzé, ex funzionario della DIA. E le sue non sono le uniche rivelazioni grazie alle quali “The Sixth Family”, già best seller negli Stati Uniti, può essere considerato una fonte irrinunciabile nella conoscenza dei rapporti tra mafia italiana e americana. Tra episodi noti e retroscena ancora inediti gli autori ricostruiscono tutte le tappe che hanno consacrato la famiglia Rizzuto da Cattolica Eraclea, Agrigento, ai vertici della malavita mondiale, seguendo la lunga scia di droga e sangue che ha portato il suo attuale leader, Vito, a diventare uno dei criminali più temuti e controversi dell’ultimo secolo. Dopo decenni di onorata carriera tra partite milionarie di eroina, conti cifrati ed esecuzioni spietate Rizzuto ha rivolto la sua attenzione a ‘casa’, legando il suo nome agli appalti illeciti per il ponte sullo Stretto di Messina, ma una condanna del 2007 lo ha messo fuori gioco. Cosa accadrà nel 2012, quando il John Gotti del Canada uscirà di prigione? I fatti ricostruiti in questo libro-inchiesta, vale a dire la scalata della famiglia Rizzuto e del suo attuale leader ai vertici della malavita americana, culminata con la conquista del mercato mondiale della droga (e, per quanto ci riguarda da vicino, con una pesante ingerenza negli appalti per il ponte sullo Stretto di Messina), hanno dato spunto a un vivace dibattito vivace e attento tra Angela Napoli e Francesco Bruno. In particolare, sulla scorta del bel libro inchiesta i due presentatori si sono chiesti quanto incidono le intercettazioni nelle indagini sui fatti di mafia. In disaccordo con le più recenti disposizioni di legge che ne limitano l’impiego, infatti, l’onorevole Napoli, componente dell’Antimafia, ha ribadito l’importanza cruciale delle intercettazioni: “Questo fondamentale strumento di indagine consente di scoprire legami e collusioni insospettabili. Al contrario, se ci si concentra soltanto su chi è già in odore di mafia non possono verificarsi progressi determinanti. Chi è al di sopra di ogni sospetto – un politico, un uomo d’affari, chiunque non sia un mafioso conclamato – molto difficilmente può essere raggiunto”. A proposito dei pentiti, invece, si è detta dubbiosa: “Il loro contributo può essere decisivo, certo, ma più spesso si tratta di una scelta di convenienza. Chi è stato capace di sciogliere un bambino nell’acido non può in nessun caso e a nessun titolo essere considerato “pentitò’”. Sulla stessa linea Francesco Bruno, che ha analizzato le vicende della famiglia Rizzuto, esponente di quella mafia “esportata” che è da sempre il prodotto di punta del made in Italy, evidenziando gli intrecci e le ramificazioni criminali che oggi interessano tutta la Penisola , non solo le regioni che costituiscono la culla storica di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra. ”E il vero dramma è che prima era il mafioso ad aver bisogno del politico per realizzare i suoi progetti. Oggi, sempre più spesso, è il politico ad avere bisogno del mafioso.”

SICILIA, IL NUOVO GOVERNO REGIONALE TARGATO PDL-PD: TRA I NUOVI ASSESSORI IL SEMPRE PRESENTE MARIO CENTORRINO (TECNICO, AREA PD), NO PONTISTA NEL GOVERNO DEL PONTE…

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E ora, il taglio degli sprechi, che incidono per almeno un terzo e forse più sul bilancio regionale. Raffaele Lombardo, varato il suo terzo governo, di cui fanno parte, come peraltro dispone la riforma statutaria del 2001, assessori da lui scelti personalmente e che «non remano contro», nominati i nuovi direttori generale, anche questi scelti da lui, uno per uno, nel presentarli alla stampa, ha indicato ieri il primo obiettivo, che va in parallelo con le riforme da attuare attraverso l’Ars: «Tagliare gli sprechi». Come, peraltro, si sta già facendo nella Sanità dove, stando ai dati ministeriali di fine anno, la Sicilia è ora in testa alle regioni italiane per il calo (addirittura il 73 per cento) della spesa farmaceutica e specialistica. Quindi, nel passare in rassegna i 28 dipartimenti sopravvissuti ai 54 delle precedenti amministrazioni, ha indicato ai nuovi direttori generali, ufficio per ufficio, priorità ed emergenze da risolvere, a cominciare dagli «enti divora risorse, pieni di personale e con zero risultati. Dieci-undici consorzi di bonifica - ha aggiunto, a titolo d’esempio - sono troppi». «Il Consorzio autostrade siciliane, il Cas - ha detto ancora Lombardo - va privatizzato. Si venda al migliore offerente, e in Europa ci sono diversi gruppi interessati. Chi arriva, oltre a vendere i biglietti, si impegni a realizzare le autostrade. Ci impegneremo per le autostrade che vanno fatte a Palermo e a Catania. Palermo ha diritto ad avere una grande circonvallazione, concentrica con quella attuale, che sia collegata alle gallerie, in modo da favorire anche l’aeroporto». Parlando, quindi, dell’impiego dei fondi comunitari, ha sostenuto la necessità «di rivedere il Por assieme alla commissione, perché qualche correzione va fatta» e, rivolto al nuovo dirigente della Protezione civile, Pietro Lo Monaco, lo ha consigliato a focalizzare il lavoro «sui punti di emergenza, che sono tanti», a partire dalle messa in sicurezza del territorio. «Dopo la tragedia di Giampilieri - ha ricordato in proposito Lombardo - andando da Catania a Messina, ho notato che ci sono tante costruzioni sulle fiumare, magari anche in regola con le concessioni. Ecco, bisogna lavorare per mettere in sicurezza i cittadini». Rivolto, poi, a Rosa Barresi e Salvatore Barbagallo, neo dirigenti dei dipartimenti delle Risorse agricole, Lombardo ha ricordato che «questo governo ha ripreso il dialogo con il mondo agricolo, che sta riacquistando fiducia nelle istituzioni e che si tratta di un settore in profondo crisi, per cui è necessario lavorare bene, affrontando, per esempio, il nodo dei troppi enti che costano molto e producono poco, riorganizzandoli sotto un unico soggetto». E intende intervenire pesantemente anche nel settore dei Beni culturali. «C’é un piano - ha ricordato Lombardo - al quale ha lavorato l’assessore Lino Leanza per una gestione privatistica, perché non basta ammirare le nostre bellezze, bisogna saperle gestire. Se volessimo riparare ad alcuni misfatti - ha aggiunto, rivolto al neo dirigente del dipartimento Gesualdo Campo - non sarebbe male». Al dirigente dell’ufficio legale, Romeo Palma, già magistrato della Corte dei Conti, ha chiesto di portare avanti i contenziosi aperti con lo Stato tra cui quello relativo alle imprese che operano in Sicilia e hanno sede altrove, che potrebbe portare nelle casse della Regione tra i 6 e i 7 miliardi di euro. Al dirigente del dipartimento per le attività produttive, Nicola Vernuccio, infine, ha chiesto di proseguire nella riforma dei Consorzi Asi. «Il senso di cambiamento - ha sottolineato il presidente della Regione - deve cogliersi anche nella squadra dei nuovi dirigenti generali. Nessuno pensi di invadere il loro campo, mentre ai direttori dico che a loro spetta la gestione degli uffici e deleghino le relazioni sindacali agli assessori, il cui compito è politico e amministrativo». Quindi, rivolto ai giornalisti, ha precisato: «Andiamo avanti con fierezza e determinazione per aiutare la Sicilia a riconquistare traguardi e primati che ha perso anche per nostra responsabilità. È stato costituito uno staff di direttori - ha aggiunto - di altissimo livello, a loro indicheremo tempi e obiettivi ben precisi, nessuno potrà perdersi dietro la burocrazia». E un accenno lo ha fatto anche alla prima delle riforme che intende portare a Sala d’Ercole, quella degli Ato e della raccolta dei rifiuti, rilevando che, alla luce di quanto accade sull’intero territorio siciliano, sta pensando all’introduzione di un meccanismo di sanzioni per i comuni che non raggiungono gli obiettivi della raccolta differenziata. «Farla in modo spontaneo - ha affermato - non ha portato risultati». Serve, pertanto, «un patto» con gli enti locali, che riguardi anche l’assegnazione dei finanziamenti. «Occorre - ha detto - riorganizzare la spesa. Non è possibile che ci siano comuni dove la raccolta differenziata è alta e comuni limitrofi dove invece è pari a zero. Qualcosa non funziona e dobbiamo metterci mano». Michele Cimino

Esperimento para-milazziano all’Ars. Esattamente mezzo secolo dopo si ripropone uno scenario inedito. Con variabili imprevedibili
Di milazzismo Raffaele Lombardo aveva parlato ripetutamente qualche mese dopo il suo insediamento a Palazzo d’Orleans, rivendicando in più occasioni autonomia di manovra rispetto a un apparato politico ingessato; ma anche per la voglia di dare subito segnali di innovazione, di accreditare un insieme diverso da quel centrodestra che aveva governato nei sei anni precedenti. Non tanto un problema di immagine ma di svolta operativa. Infatti in modo più ricorrente è tornato su questa “autonomia”, utilizzando lo spoyl system di inizio legislatura e all’indomani dell’uscita Udc (aprile 2009) dalla compagine governativa. Col voler dare rigenerante impulso all’azione politica, Lombardo ha rivisitato quell’ esperienza degli anni cinquanta, l’ampliamento cioè della base di consenso sulle riforme così da coinvolgere le forze politiche da destra a sinistra. Più che un obiettivo da perseguire, un arricchimento da assecondare per sganciarsi dalla logica ferrea degli schieramenti precostituiti. Il riferimento all’esperienza politica dell’ottobre 1958 è per analogia perché in realtà allora le cose andarono diversamente; ci fu in quel caso l’attacco esterno al partito di maggioranza: il democristiano Silvio Milazzo venne eletto presidente della Regione in contrapposizione al candidato ufficiale. E fu proprio per fermare il potere dilagante della Democrazia cristiana che comunisti e fascisti, insieme a monarchici e altri, puntarono su Milazzo. Dunque un voto trasversale contro la Dc con partecipazione diretta al governo facilitato dall’energica azione del segretario regionale del Pci Emanuele Macaluso e del capogruppo dell’Msi Dino Grammatico. La condizione oggi è altra, tuttavia lo scenario vede per la prima volta una giunta di centrodestra sostenuta pure da sinistra. Con l’ultimo riassetto di governo imposto dalla legge di riforma che rimodula da domani le competenze assessoriali, Lombardo dopo aver detto addio all’Udc ha fatto accomodare fuori da Palazzo d’Orleans un altro pezzo della sua ex maggioranza, il Pdl. Almeno quello ufficiale, cosiddetto dei “lealisti” perché gli rimangono al fianco i “ribelli” del Pdl, in perenne contrapposizione con i compagni di partito fino ad aver voluto la scissione e la costituzione di un gruppo parlamentare autonomo all’Assemblea regionale col nome di “Sicilia”. Quest’ultima formazione con i suoi quindici deputati va ad aggiungersi al Movimento per l’autonomia di Lombardo, altri 15 parlamentari e all’unico rappresentante dei “rutelliani” un deputato che poche settimane fa ha lasciato il Pd. Trentuno deputati in tutto su Novanta del plenum. Insufficienti a garantirgli la maggioranza se, nel frattempo, il Pd non avesse mostrato un’apertura di credito garantendo appoggio a Lombardo sulle riforme. Snodo strategico della nuova stagione, il Pd gli consentirà di superare la soglia dei 46 voti nell’aula parlamentare di Palazzo dei Normanni. Determinato ad “andare avanti con chi ci sta”, Lombardo affronta così il 2010: autonomisti, parte di centristi, un riformista moderato e la sinistra gli garantiscono la maggioranza; i suoi ex alleati, Udc e mezzo Pdl saranno l’opposizione. La formula “ognuno a casa propria ma poi insieme quando ci incontra fuori per condividere alcune scelte” è tutta da sperimentare. E risente dell’attuale incertezza che avvolge il panorama nazionale. La Sicilia è stata più volte laboratorio politico, lo conferma con l’esperimento in atto. Sul quale si intersecano incognite che presto saranno risolte. Cosa ne sarà alle regionali di marzo dell’appena accennato progetto “partito del sud” cavalcato da Lombardo e dall’attuale suo più solido alleato, il sottosegretario Gianfranco Micciché promotore del “Sicilia” ? Quale contributo verrà dai “finiani” che attualmente in distonia con gli altri di An rimasti nel Pdl hanno preferito confluire nel “Sicilia” ? Il Pd si accontenterà di essere rappresentato da qualche tecnico dentro il governo ? Cosa accadrà quando Berlusconi interverrà per dire basta alla spaccatura nel Pdl, invitando i vari esponenti regionali a deporre le armi e tornare insieme? La risposta, come tante volte in questi ultimi tempi, riporta a Roma dove la campagna alleanze è in corso. L’idea di veder nascere al Sud un contraltare della Lega Nord è stata salutata con favore da più parti, quasi un salutare momento capace di riportare equilibrio in una situazione sbilanciata a favore delle lobby nordiste. Ma l’evolversi dei rapporti potrebbe incidere sul bipolarismo, scalfirne la solidità e non tornare più gradito ai grandi partiti. Dunque preludio di prossime frenate o di ulteriori scossoni. Mario Cavaleri - GDS

A colloquio con il neo-assessore regionale Centorrino, tecnico al servizio della Sicilia: “Non rappresento il Pd
“Pd o non Pd, sono tutte chiacchiere da bar dello Sport. Pura fanta-politica”. L’economista messinese Mario Centorrino risponde alle polemiche sul suo “ingresso” nel Governo Lombardo III. Tre (come il numero dei “tentativi” di Lombardo) le ragioni, elencate da buon economista, da Centorrino per dimostrare di non essere un assessore del Pd. La prima è quella più scontata, ma anche la più reale: “Sono stato scelto da Lombardo come tecnico e non dal Pd”. La seconda è una dichiarazione di intenti: “Non vedo una scelta politica, ritengo invece che ci sia bisogno di una mobilitazione generale, un grande sforzo comune per la Sicilia”. La terza, da lui etichettata come la più importante, è già da politico di razza: “Questi discorsi di fanta-politica vanno rinviati a quando, a fine mandato, il Presidente Lombardo dovrà rispondere ai suoi elettori rispetto al programma presentato”. Per l’economista si sono aperte le porte dell’Assessorato Formazione ed Istruzione. A lui, però, la cosa sembra importare poco: “Stiamo ragionando per coordinarci al meglio. La delega non è così importante - ammette - poi ci sono le sotto deleghe e gli altri incarichi. E’ un discorso più complicato”. Centorrino, che collabora da mesi “silenziosamente” con la Giunta Lombardo (per lui si era parlato di un incarico anche nel Lombardo bis), ha guadagnato la fiducia del Governatore lavorando con l’assessorato alla Presidenza e con lo stesso Lombardo. “Non ho avuto dubbi nell’accettare questo ruolo di responsabilità - ha spiegato il neo-assessore - mi sembra una continuità rispetto a quanto fatto finora alla Regione, solo con compiti ed obiettivi diversi”. Ci sarà continuità con l’assessore messinese Nino Beninati, “acclamato” per aver portato a Messina oltre 60 milioni di euro per il risanamento? Forse sì, ma dalle parole dell’economista prende corpo un profilo di assessore diverso: “Ho massima stima per Beninati - ha spiegato Centorrino - ma ritengo che il compito di un assessore non sia quello di essere un Babbo Natale e “recuperare” soldi per la sua città, almeno non solo. Si tratta senza dubbio di elemento importante, ma è una vittoria della squadra di Governo, non del solo assessore”. Il suo obiettivo, dunque, sarà diverso: “Creare sinergia con il territorio e rappresentare un punto di raccordo e di riferimento per tutti gli enti, le associazioni ed i singoli cittadini”. Guido Luciani - 98cento.it

BARCELLONA P.G., SENTENZA ‘MARE NOSTRUM DROGA’: IL PENTITO MAURIZIO BONACETO RITENUTO CREDIBILE DAI GIUDICI DELLA CORTE D’APPELLO. L’ASSOLUZIONE CARATTERIZZATA DALL’ASSENZA ASSOLUTA DEI RISCONTRI INVESTIGATIVI!

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Le dichiarazioni dell’ex collaboratore di giustizia Maurizio Bonaceto, dalle quali è scaturito il processo stralcio “Mare nostrum” sul traffico di droga a Barcellona, nel periodo compreso tra il 1983 e il 1989, sono state ritenute credibili dai giudici della Corte d’Appello presieduta dal magistrato Maria Pina Lazzara e composta dai giudici Rita Russo e Paolo Corda. L’articolata attestazione sulla credibilità dell’ex pentito, che successivamente fin dal 1996 aveva ritrattato ogni dichiarazione per paura di ritorsioni e per i condizionamenti ambientali, tentando persino il suicidio la sera del 10 dicembre del 1997, è contenuta nelle motivazioni della sentenza del processo di Appello conclusosi lo scorso 13 novembre con il verdetto di assoluzione totale nei confronti dei 20 imputati e depositata ora con largo anticipo rispetto alla scadenza. L’assoluzione è stata caratterizzata dall’assoluta mancanza di riscontri investigativi alle dichiarazioni di Bonaceto e dalla conclamata inattendibilità dell’altro ex collaboratore di giustizia, il barcellonese Paolo Crinò. Sui racconti dei due i si fondavano infatti le accuse contro gli imputati. Le dichiarazioni di Paolo Crinò che hanno finito per compromettere l’intero impianto accusatorio, atteso che «nella valutazione dei fatti processuali deve prescindersi» dalle sue dichiarazioni. Il che – si legge nelle motivazioni della sentenza «fa si che le posizioni degli imputati devolute al giudizio di questa Corte, debbano essere effettuate unicamente sul dichiarato del Bonaceto, la cui attendibilità va indagata con riferimento a ciascuna di esse e avendo riferimento ai riscontri oggettivi diversi dalle dichiarazioni del Crinò». L’attendibilità delle originarie dichiarazioni di Maurizio Bonaceto che aveva iniziato a collaborare nell’aprile del 1993 anche se già in epoca precedente svolgeva il ruolo di confidente dei carabinieri, riabilita lo stesso ex collaboratore che secondo le risultanze dell’istruttoria dibattimentale, avrebbe simulato solo dopo la sua ritrattazione causata dai condizionamenti ambientali e familiari, e in particolare in epoca successiva al tentativo di suicidio. E sul punto i giudici dell’Appello scrivono: «Le successive reiterate ritrattazioni e gli stessi tentativi di suicidio, vanno ritenuti – secondo la valutazione di questa Corte – non come elementi che impongono l’esclusione della credibilità soggettiva del dichiarante, bensì come prova della sua credibilità intrinseca riferita all’epoca delle originarie dichiarazioni». Nelle motivazioni della sentenza è analizzata la genesi della collaborazione con la giustizia e della successive ritrattazioni e per le quali la Corte ha finito per dedurre che dal contenuto delle sue stesse dichiarazioni (stato di prostrazione conseguente al suo isolamento anche familiare e pressioni esercitate da uno degli stessi imputati che era andato a cercarlo a casa) finiscono per fornire le reali ragioni della sua ritrattazione e il successivo tentativo di suicidio. La Corte ha anche esaminato le ragioni delle difese affermando che: «Le difese hanno ulteriormente prospettato - durante il processo – la non credibilità del Bonaceto rappresentando, e per certi aspetti documentando – le sue precarie condizioni mentali al tempo della collaborazione, oltre che il suo “infimo” spessore umano e sociale, spingendo l’analisi fino al periodo della sua frequentazione scolastica». I giudici hanno analizzato la pregressa condizione sociale e umana del pentito, ritenendola assolutamente normale. «Certamente – scrivono – non aveva pendenze con la giustizia che potessero giustificare la sua scelta di autoaccusarsi di gravi reati». Le motivazioni toccano inoltre gli accertamenti sulla sua presunta simulazione. A fronte di talune affermazioni della difesa sulla pretesa «mancanza di credibilità del collaboratore che sarebbe rimasta scientificamente provata dai periti», la Corte osserva come in sede dibattimentale i periti hanno chiarito “che il quadro di patologia simulatoria si fosse sostanzialmente sviluppato e fosse riconducibile al trauma cranico occorsogli in seguito al tentativo di suicidio e quindi successivamente alla collaborazione».

Le assoluzioni
Il processo “Mare nostrum” droga nasce da una costola del troncone principale del procedimento per mafia. La sentenza di primo grado è stata emessa il primo luglio del 2005 dai giudici del Tribunale di Barcellona che condannarono 14 imputati. In Appello, lo scorso 13 novembre, dopo la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, sono stati assolti - a vent’anni dai fatti - tutti i 20 imputati. Cinque sono stati assolti perché non è stata raggiunta la prova, ai sensi dell’art. 530 secondo comma (Salvatore Bianco, Giulio Calderone, Armando Gangemi, Ugo Manca e Salvatore Costa); mentre per altri 9 imputati (Massimo e Umberto Benedice, Andrea Cattafi, Domenico Longo, Filippo e Fratesco Minolfi, Benedetto Mondello, Rosario e Valentino Rotella), è stata decisa l’assoluzione piena ai sensi del primo comma del l’art. 530 del codice di procedura penale. Rigettato il ricorso della Procura nei confronti di altri sei imputati assolti anche in primo grado (Luigi Aliberti, Antonino Barresi, Mario Giulio Calderone, Luigi Leto, Salvatore e Domenico Ofria). Valutazione diversa viene espressa nella motivazione della sentenza di Appello sulle dichiarazioni dei due pentiti di allora. Per Maurizio Bonaceto attendibilità intrinseca, per Paolo Crinò il giudizio della Corte dell’Appello è drastico: «È da ritenere soggetto intrinsecamente non credibile». (l.o.)

MESSINA, CARCERE DI GAZZI: Sfruttamento e vessazioni. Detenuto cingalese costretto sulla sedia a rotelle. Si sospetta un pestaggio in carcere. Il procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro ha aperto un’inchiesta per lesioni gravissime

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Detenuto in attesa di giudizio. Che “aspetta” in una cella del carcere di Gazzi il suo destino. Ma quando compare davanti ai giudici per il processo lo fa su una sedia a rotelle, pieno di ematomi e con le gambe, a quanto pare, semi paralizzate causa una lesione spinale. «Sono caduto nella doccia, in carcere», si giustifica, ma i giudici non gli credono, fanno eseguire una perizia che dà un responso molto netto: ferite incompatibili con una caduta nella doccia. Si fa strada quindi la storia di un pestaggio selvaggio che sarebbe avvenuto nel carcere di Gazzi ai primi di settembre, si sospetta ad opera di alcuni compagni di cella, per l’extracomunitario ventinovenne Sumith M.. E sono questi i contorni dell’inchiesta che ha aperto il procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro, per il momento contro ignoti, con l’accusa di lesioni personali gravissime. Ormai da alcune settimane al caso stanno lavorando congiuntamente gli investigatori di due sezioni di polizia giudiziaria, quelle dei carabinieri e della polizia, nel tentativo di fare luce su una brutta storia ancora oscura. La vittima, un cingalese irregolare che sbarcava il lunario come benzinaio in una stazione di servizio della zona nord, per un periodo ha continuato a sostenere la tesi della caduta accidentale, poi ha raccontato la sua verità, ma per questo è stato necessario interrogarlo due volte: qualche giorno dopo l’arresto, effettuato dagli agenti delle Volanti, erano i primi di settembre, arresto avvenuto per aver minacciato la sua ex convivente e averle rubato due cellulari, era sera tarda e si stava addormentando, insieme a una decina di compagni che affollavano la sua cella in quel periodo. Era già da parecchi giorni che in carcere veniva sfruttato e dileggiato, gli facevano fare tutti i lavori sporchi, ma lui non si era mai lamentato e aveva subito in silenzio ogni tipo di vessazioni. Poi quella sera, forse erano passate da poco le dieci, mentre era in dormiveglia, un primo colpo in testa, un lenzuolo sul capo per non fargli vedere nulla, e giù bastonate da parte di parecchie persone, fino a ridurlo privo di conoscenza; l’indomani le prime cure dal medico del carcere, poi il trasferimento al Policlinico vista la gravità della situazione, poi la sedia a rotelle necessaria per muoversi. Adesso la convalescenza al Centro Neurolesi, in regime di arresti domiciliari. Quella mattina di settembre, all’udienza, il ventinovenne si presentò davanti ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale. Era accusato d’aver ferito alla gola con un coltello la sua ex convivente, poi di averle sottratto due cellulari, quindi doveva rispondere di rapina, lesioni personali e anche minacce agli agenti dell’Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico. Il ventinovenne aveva aggredito la donna a bordo dell’autobus “81″, l’ex convivente stava andando al lavoro. Fu il presidente del Tribunale Salvatore Mastroeni ad insospettirsi, non credendo affatto alla versione della “caduta sotto la doccia”. Il giudice decise quindi di far effettuare una perizia sulle condizioni del detenuto, e il risultato fu emblematico: incompatibilità dei traumi con una caduta accidentale. Da qui il passo all’apertura di un’inchiesta fu breve, e adesso sul tavolo del procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro c’è già una prima relazione sulla vicenda, all’interno in un fascicolo contro ignoti per lesioni gravissime. Il magistrato vuole andare fino in fondo a questa storia, dopo aver delegato la Pg per sentire il detenuto. Adesso con molta probabilità sentirà i medici e gli agenti di custodia che hanno seguito il caso. Per cercare la verità. Nuccio Anselmo - GDS

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