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Sette operai per tre ore di lavoro e autorità assenti. Sono davvero iniziati i lavori per il Ponte sullo Stretto?

Neanche il tempo di iniziare e subito in ferie. Ma sono davvero iniziati i lavori del Ponte sullo Stretto? Oggi doveva essere il giorno della prima pietra, dell’inaugurazione ufficiale alla presenza del Premier, Silvio Berlusconi, del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli e dell’Amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci. Nulla di tutto questo. Presenti sul posto Paolo Brogani, dirigente Eurolink e Angelo Papalia, dirigente Anas, sette operai, una ruspa per un totale di tre ore di lavoro. L’appuntamento con le massime autorità del Governo è rinviato forse a gennaio. Oggi intanto è stata ripulita un’area di circa centro metri quadrati. Ieri invece l’assemblea straordinaria degli azionisti della società Stretto di Messina ha approvato l’aumento di capitale dell’importo complessivo di 900 milioni di euro. “L’inizio dei lavori è ufficialmente avvenuto†afferma Angelo Papalia. “Oggi è stata acquisita – dice Paolo Brogani – una parte delle aree interessate alla realizzazione del ponte ed è stata avviata la bonificaâ€. Questa fase propedeutica durerà sessanta giorni mentre il completamento della variante ferroviaria di Cannitello sarà realizzata in diciotto mesi. Il costo previsto è di 26 milioni di euro. Si tratta dei lavori necessari per risolvere le interferenze con il futuro cantiere della torre del ponte, lato Calabria. La torre sarà alta 382 metri e 60 centimetri. Il corrispettivo nel versante siciliano sorgerà tra Ganzirri e Torre Faro ma i lavori devono ancora essere definiti e si devono avviare gli espropri. “Stiamo rispettando i tempi che ci eravamo assegnati per la ripartenza delle opere pubbliche - ha dichiarato da Roma il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli - Oggi partono con puntualità anche i primi lavori propedeutici al Ponte sullo Stretto e nel prossimo anno proseguiranno anche sulla costa sicilianaâ€. Oggi vicino ai cantieri, dove sabato scorso cinquemila persone hanno manifestato contro la costruzione della grande opera, c’era silenzio come se nulla stesse succedendo. Forse perché, quasi a sfatare l’avvio dei lavori, mancavano le autorità e alle 11 del mattino il cantiere era già stato chiuso per le festività natalizie. GABRIELLA CERAMI - SICILIAINFORMAZIONI

IL PONTE SULLO STRETTO E IL PRIMO…SASSOLINO: Il 23 dicembre è una giornata importante! Non per la ‘prima pietra’, ma per l’ultimo saluto a FRANCO NISTICO’

Lo proclama in grande stile il Ministro Matteoli. Ed infatti è così, ma non tanto per la fantomatica prima pietra del Ponte che, nonostante tutti gli annunci in pompa magna, non si può proprio “posareâ€: non solo manca, come ben noto, il progetto esecutivo del Ponte, ma manca anche quello della Variante di Cannitello. L’11 dicembre è stata aperta una nuova procedura di VIA, e il nuovo progetto è attualmente sottoposto a verifica di ottemperanza delle prescrizioni Cipe: non si può né mettere né tantomeno togliere una pietra fino al 10 febbraio. Questo lo dovrebbe sapere il Ministro, la Stretto di Messina s.p.a. e tutti quei dottoroni che straparlano di sviluppo senza specificare che a beneficiare di questo “sviluppo†sarebbero solo la stretto di Messina s.p.a. con la sua mandria di consulenti, l’Impregilo e le mafie calabrese e siciliana. Il 23 dicembre è però una giornata maledettamente importante per noi: alle 16 si terranno a Badolato Marina i funerali di Franco Nisticò, il compagno morto sul palco di Cannitello, vittima della campagna di criminalizzazione che hanno costruito attorno al nostro movimento e di una gestione militarista della piazza tesa solo a reprimere. Eppure sono anni che il movimento No Ponte organizza manifestazioni e iniziative nell’area dello Stretto, cortei, campeggi, concerti: anni in cui si è sempre dimostrato, iniziativa dopo iniziativa, la natura pacifica quanto determinata del movimento e, soprattutto, il suo grande senso di responsabilità. Proprio come sabato 19 dicembre a Cannitello. Lo abbiamo detto in tutti i modi e lo ribadiamo ancora una volta: quello che è successo il 19 dicembre è di una pericolosità inaudita! Un corteo pacifico, colorato, festoso come è sempre stato e come si sapeva bene sarebbe stato, costretto però a sfilare in una città militarizzata, con mimetiche di ogni tipo, blindati, motovedette, elicotteri, magari anche qualche sottomarino nascosto: si temevano scontri e devastazioni! Eppure il corteo scorre tranquillo e si arriva in piazza a Cannitello dov’è allestito il palco: tra gli arrivi dei numerosi spezzoni e l’attesa per gli “Artisti contro il Ponteâ€, iniziano a susseguirsi i vari interventi, fino all’accorato appello di Franco Nisticò, un appello all’unità, un appello all’impegno comune, tutti insieme, giovani ed anziani, per ridare fiato e prospettive alla lotta, per aprire un cammino nuovo per questa terra sistematicamente violentata. Poi la tragedia, Franco si accascia colpito da un malore, lo Sciamano dal palco, pronto ad aprire il pomeriggio di musica e spettacolo, richiede ripetutamente dal microfono l’intervento di medici, si inizia il massaggio cardiaco, si pratica la respirazione bocca a bocca, ma non c’è l’ambulanza invocata da tutti, né gli strumenti per supportare lo sforzo dei medici! Ci sono manganelli, scudi, blindati, motovedette, elicotteri, tutte le divise, ma non c’è un’ambulanza… Franco viene trasportato in ospedale con un mezzo della polizia tra l’indignazione della piazza che ha assistito alla tragedia, vedendo l’inadeguatezza di chi doveva garantire “l’ordine e la sicurezzaâ€: ma se davvero ci fossero stati scontri come qualcuno si aspettava – o ci sperava – che cosa sarebbe successo con tutti quei manganelli e senza neanche un’ambulanza? Qualcuno ha definito Franco Nisticò la prima vittima del Ponte. Forse lo è, forse non lo è, considerando le vittime della grande guerra di ‘ndrangheta reggina che la DDA collega proprio agli appetiti riguardo i miliardi del Ponte. Sicuramente Franco è vittima di un sistema repressivo che ci vorrebbe precari, flessibili, inquinati, silenti nel vedere svendere la nostra terra o la nostra acqua e vittime di quelle istituzioni che oggi si palleggiano vergognosamente le responsabilità. L’appello di Franco, le sue parole comunque ricche di speranza e di fiducia nel popolo calabrese, rimbombano ancora nelle nostre orecchie e quell’appello vogliamo raccogliere, perché soltanto lottando tutti insieme possiamo dare dignità e futuro a questa terra; lo faremo a cominciare dal 23 dicembre giorno in cui saremo tutti a Badolato a salutare Franco come avrebbe voluto, col pugno chiuso alzato e la bandiera rossa listata a lutto. Solo la lotta porta risultati! Ciao Franco! Alla lotta!

csoacartella@ecn.org

BASKETTOPOLI - L’INTERVISTA ALL’ARBITRO LUONGO. DALLA SUA LETTERA HA PRESO VIA L’INCHIESTA: I SOGNI DIVENUTI REALTA’

COSENZA - “Non ritornerei mai più ad arbitrare. E’ amareggiato Vincenzo Luongo, ex arbitro della categoria B1 di basket, che in tempi non sospetti denunciò un’ingiustizia che subì personalmente. Lei inviò una lettera ai suoi superiori dicendo di aver fatto un “brutto bogno”. Alla luce delle intercettazioni sulla vicenda Baskettopoli, pubblicate da CO, il “brutto sogno” era reale? “Le cose che ho appreso leggendo le intercettazioni credo siano realmente accadute. C’erano da sempre voci di corridoio sulla vicenda. Sicuramente di quello che ho scritto non ho le prove. Posso solo dire che sono accadute a me. Bisognerebbe chiedere a chi indaga per capime dipiù”. Cosa era successo a lei? “Ho praticamente subito un torto nel 2006. Ho svolto in modo dignitoso il mio lavoro di arbitro di B1, ma un giorno per una questione tecnica ho avuto una discussione in pubblico con Garibotti (allora presidente nazionale degli arbitri di basket, ndr). Penso che questa cosa gli abbia dato molto fastidio. Gli arbitri, comunque, sono sottoposti a una tabella di peso, io ero fuori peso e mi fecero fermare. Si sapeva che questo era il modo migliore per mettermi fuori. Ma non prendevo voti perché non arbitravo: sono risultato tra gli ultimi sei in graduatoria e venni retrocesso. Sono sicuro che tutto fosse legato a quello scontro. Ma ha denunciato queste cose? “Informai la Procura Federale dicendo che quella retrocessione era un’ingiustizia. Mandai una mail a tutti. Ma nessuno mi rispose. Soltanto la Procura federale mi ha risposto dicendomi che il procedimento era stato archiviato. “Ha mai parlato con il procuratore federale Alabiso? “Sì, l’ho incontrato a Roma per spiegargli quello che era successo. E poi mi è arrivata una lettera della Procura che mi informava dell’archiviazione. Ma è vero che il procuratore le disse che avrebbe sentito tutti? No. Ma ritengo, anzi sono quasi sicuro, che alcune delle persone nominate nella mia mail non sino mai state sentite. “Ha mai assistito a telefonate tra arbitri e commissari, magari durante le trasferte, o nei palazzetti? Cosa si dicevano? A questa domanda non le posso rispondere. Mi piacerebbe farlo, ma non posso. Le risulta che alcuni dei suoi ex colleghi, che sarebbero stati sponsorizzati dal “sistema”, oggi dirigono in serie A e Lega due? In base alle intercettazioni che ho letto sul giornale si. Se le devo rispondere personalmente no. Continua a fare quei “brutti sogni”? “No, per me ormai è una cosa archiviata. Esiste solo mio figlio. Anche se Tola (l’attuale presidente degli arbitri, ndr) dovesse chiedermi di tornare ad arbitrare, non lo farei assolutamente. Ho perso la passione. Mi hanno ucciso due volte: la prima quando mi hanno retrocesso; la seconda quando ho letto le intercettazioni pubblicate che fanno emergere un sistema schifoso. Sono rimasto allibito”. MIRELLA MOLINARO - m.molinaro@calabriaora. it

CALCIOPOLI: IL PATRON DEL CAGLIARI CELLINO ASCOLTATO IN TRIBUNALE. ‘I SORTEGGI ERANO PILOTATI’. QUEL MESSINA-VENEZIA ARBITRATA DA PALANCA…

NAPOLI - Al processo Calciopoli tiene banco il presidente del Cagliari Massimo Cellino, che arriva accompagnato dai carabinieri perché per tre volte non si è presentato in tribunale in qualità di testimone. Rispondendo alle domande dei pm Stefano Capuano e Giuseppe Narducci, Cellino si è soffermato sui presunti torti subiti nei campionati scorsi dal Cagliari ed ha parlato di condizionamenti da parte della Gea, la società di procuratori che avrebbe fatto capo all’ex dg della Juve Luciano Moggi. Ma ha precisato che queste notizie non gli risultavano da conoscenze dirette, bensì da quanto si sentiva dire negli ambienti calcistici. Su un punto è apparso invece categorico: le designazioni arbitrali. “Sì, c’era il sorteggio e si è visto anche che sorteggio c’era”. E’ infatti convinto che “il sorteggio era pilotato”. Le domande hanno riguardato partite del 2004-05, a cominciare da Messina-Venezia per la promozione in A. Seguì l’incontro in qualità di presidente della Lega B. La designazione dell’arbitro Palanca ai dirigenti del Venezia “parve un po’ strana”, ricorda Cellino per il quale ‘l’arbitraggio non fu dei migliori”. “Dal Cin (all’epoca dirigente del Venezia, ndr) disse che Palanca era un arbitro della Gea”, ma erano “cose per sentito dire”. Il pm contesta che fu lui a dire a Dal Cin che con la designazione di Palanca “erano stati presi in giro” e che “era inutile andare a giocare”. Fiorentina-Cagliari, arbitro Gabriele, che prima della partita gli avrebbe detto: “Se sei nervoso adesso, pensa poi…”. Cellino: “Ci fu un arbitraggio scandaloso. Alla fine in tribuna, dove c’erano il figlio di Lippi e i Della Valle, gridai “complimenti alla Gea World!”. Non ricorda una telefonata di Moggi l’indomani: “Luciano queste cose non le fa, quella frase in tribuna potevo evitarla”. Reggina-Cagliari 3-2, l’indisposizione di Rosetti determinò la designazione di De Santis. Perché - come emerge in una telefonata - era preoccupato per la designazione di De Santis? “Perché è un arbitro al quale non sono simpatico…Non avevo fiducia in lui. Negli spogliatoi De Santis mi disse che avrei fatto meglio a star zitto su Palanca. Io cercai di giustificarmi”. Cellino ha parlato di “arbitraggio allucinante” ai danni del Cagliari. Il pm ha citato la telefonata l’indomani tra Cellino e Ghirelli durante la quale il il primo dice che “Moggi faceva l’occhiolino a tutti gli arbitri” ed adopera espressioni pesanti contro l’arbitro. Cellino oggi ha corretto il tiro, spiegando che quello era solo “uno sfogo dopo una partita”. Nella telefonata Cellino afferma: “Sappiamo benissimo di che colore è la Reggina”. Perché?, chiede il pm. Cellino: “Si diceva vicina a Luciano Moggi, se ho detto queste cose è perché le sentivo dire. Oggi non le direi più”. Nella intercettazione Cellino dice di De Santis: “Che vada ad arbitrare la Juve e non rompa i c… la Juve vincerà il campionato”. Perché parla della Juve?, domandano i pm. Cellino: “Che devo dire? Moggi era il direttore della Juve… era uno sfogo, c’era la certezza di non essere sentiti”. Altra contestazione del pm: cosa significa l’espressione “Roma Uno è tifosa delle Juve?”. E il presidente del Cagliari: “Roma Uno è una sezione arbitrale. Mi riferivo a Gabriele, Palanca e De Santis. Sono impuniti, arbitrano male. Ma non avevo prove e non potevo denunciare. Mi sfogavo”. Cagliari-Juve del 2004. L’atteggiamento dell’arbitro Racalbuto, secondo Cellino, fu ostile ai suoi giocatori. In una telefonata Cellino disse “Bisogna mandare a casa 6-7 arbitri” ma oggi ha precisato che le sue furono “solo sensazioni”. Milan-Cagliari 1-0 arbitrata da Tombolini. Per Cellino Tombolini arbitrò molto bene anche se il gol dei rossoneri era viziato da un fallo di partenza. A fine partita negli spogliatoi parlò con Tombolini: “Era disperato, mi disse: mi raccomando dillo a Luciano che ho arbitrato bene”. Quella vittoria determinò l’aggancio del Milan alla Juve. “A questo ci pensai solo un mese dopo”, ha dichiarato Cellino. Cellino ha anche confermato di aver fatto parte di una cordata, capeggiata dal dirigente della Fiorentina Andrea Della Valle, per scalzare Franco Carraro dai vertici della Figc. La Fiorentina finì nei bassifondi della classifica e Della Valle si tirò indietro, ha ricordato Cellino, che però non ha saputo descrivere le regioni di questo dietrofront del dirigente viola. Alla fine dell’udienza Moggi ha rilasciato una dichiarazione spontanea. “Questo è un processo sui ’si dice’ e per questi ’si dice’ sono imputato”. E sui presunti rapporti con il Messina. “Si è detto che la Juve vendeva calciatori al Messina in cambio di favori arbitrali. Ma i giocatori sono andati tutti al Messina a titolo gratuito e con premi per la loro valorizzazione”.

GIOIA TAURO: Nel porto affari cinesi per le ‘ndrine della Piana. Ventiquattro in carcere, ai domiciliari l’ex direttore e un funzionario della Dogana. Sequestrati immobili per 50 milioni

Un’ inedita forma di operatività transazionale della ‘ndrangheta realizzata sulla base di un patto criminale con contrabbandieri cinesi. Il porto di Gioia Tauro era diventata la principale via d’ingresso per merce contraffatta proveniente dall’Oriente e destinata a invadere il mercato nazionale ed europeo. A portare alla luce i nuovi interessi della criminalità organizzata calabrese è stata un’inchiesta coordinata dalla Dda sfociata, all’alba di ieri, nell’operazione “Maestro”, con l’arresto di 26 dei 27 destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Domenico Santoro. Oltre gli arresti c’è stato il sequestro di beni per un valore di 50 milioni di euro, costituiti da una società di import-export e da una importante struttura alberghiera in provincia di Roma. Dalle indagini condotte dai carabinieri del Ros in stretta collaborazione con l’ufficio antifrode doganale, sotto la direzione dei magistrati della Dda Michele Prestipino, Roberto Di Palma e Roberto Pennisi, è emerso che spedizionieri collegati alle cosche della Piana di Gioia Tauro agevolavano l’importazione di merce contraffatta proveniente dalla Cina, ottenendo ingenti plusvalenze dalla vendita dei prodotti sul mercato nero. Il Porto, dunque, continua a essere crocevia degli interessi mafiosi e nella gestione degli affari criminali. Per eludere il sistema di controllo automatico l’organizzazione si avvaleva della complicità di due funzionari infedeli dell’Agenzia delle dogane. L’organizzazione introitava guadagni da capogiro e li reinvestiva, quasi per intero, in una imponente struttura immobiliare nella zona di Monte Porzio Catone, “Villa vecchia”, composta da un lussuoso complesso alberghiero e due avviati ristoranti, acquisiti dalle cosche con ripetute intimidazioni nei confronti dei precedenti gestori e del proprietario, costretti a cedere l’attività per compensare i debiti maturati con il sodalizio. Le persone colpite dall’ordinanza emessa dal gip Domenico Santoro sono accusate di associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata all’introduzione in europa di ingenti quantitativi di merce contraffatta, con l’aggravante della transnazionalità, e altri reati doganali. Nell’elenco spiccano i nomi di Cosimo Virgiglio, imprenditore di Rosarno, amministratore della società di import-export “Cargo service”, arrestato a Roma, dell’imprenditore romano Angelo Boccardelli e quelli di Adolfo Fracchetti e Antonio Morabito, entrambi finiti ai domiciliari, il primo quale ex direttore dell’ufficio doganale presso il porto di Gioia Tauro e il secondo in qualità di funzionario del medesimo ufficio addetto al settore verifiche. Fracchetti, secondo quanto riferito in conferenza stampa, aveva lasciato l’Agenzia delle dogane ed era diventato direttore tecnico dell’impresa che interessata all’importazione clandestina delle merci. Al carcere era destinata anche Rossella Speranza, moglie del defunto boss Rocco Molè. Essendo madre di una bimba con meno di tre anni, però, in serata ha avuto il beneficio dei domiciliari. L’operazione ha interessato la Calabria, il Lazio e la Toscana. I provvedimenti restrittivi scaturiscono da un’attività investigativa che si è avvalsa del contributo informativo dell’Agenzia della sicurezza interna sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nella gestione delle attività imprenditoriali nel porto di Gioia Tauro. Con particolare riferimento alla cosca Molè, storicamente attiva nella Piana, documentando le precedenti interazioni mafiose con le ‘ndrine dei Piromalli, alleati di un tempo, e quelle attuali con i Pesce di Rosarno. Gli investigatori hanno individuato in Cosimo Virgiglio, indicato quale uomo di fiducia di Rosso Molè, lo spedizioniere interessato all’importazione fraudolenta di merce contraffatta di provenienza cinese in particolare di articoli di abbigliamento. A fare da intermediari una coppia di cinesi, Wanli Lyn e Rong Rong Dai, che dal loro negozio di oggettistica di piazza Vittorio a Roma organizzavano le spedizioni. La coppia aveva programmato di spostare completamente il giro d’affari dell’organizzazione da Napoli a Gioia Tauro, con un cambiamento di destinazione per qualcosa come 10 mila containe. Per eludere il sistema di controllo automatico dell’agenzia delle dogane si faceva ricorso al meccanismo della sottofatturazione con evasione di quote rilevanti di dazi e iva. La stretta collaborazione tra i carabinieri e l’ufficio antifrode doganale, ha permesso il sequestro di numerosi container di merce contraffatta e l’accertamento, tra il 2007 ed il 2009, di sistematiche violazioni a favore di esportatori di nazionalità cinese, attivi sull’intero territorio nazionale, ed in particolare nelle città di Roma, Napoli, Salerno Firenze, Palermo e Mantova, con un danno per l’erario di decine di milioni di euro. L’inchiesta ha accertato diversificati interessi della cosca Molè e la capacità di condizionare il tessuto sociale ed imprenditoriale dell’area, prima e dopo l’omicidio del reggente, Rocco Molè. L’eliminazione di quest’ultimo, il 1 febbraio 2008, aveva incrinato definitivamente l’equilibrio mafioso e la pacifica coesistenza con la cosca Piromalli, legata anche da vincoli di parentela, scatenando uno scontro per il controllo delle attività economiche e produttive dell’area e determinando nuove alleanza mafiose. L’attività ha infine consentito, la sera dell’11 giugno scorso, dopo l’individuazione di numerosi bunker sottorranei ricavati all’interno di abitazioni, l’arresto del ricercato Girolamo Molè, inserito nell’elenco dei latitanti più pericolosi e cugino dell’omonimo capo clan detenuto, che dal carcere continuava a dirigere la cosca, impartendo precise disposizioni agli affiliati sulla gestione degli affari e dei rapporti con gli altri sodalizi. L’indagine ha confermato la presenza delle cosche della Piana negli affari del porto di Gioia Tauro, fondamentale per la gestione delle rotte dei traffici illeciti e per mantenere una posizione di forza nei rapporti con le altre consorterie criminali. Proprio intensificando i controlli nel porto, in collaborazione con l’agenzia delle dogane, i carabinieri hanno sequestrato centinaia di chilogrammi di cocaina, sostanza che continua a costituire l’iniziale fonte di arricchimento della ‘ndrangheta, mentre gli ingenti sequestri di beni mobili ed immobili nella capitale ne confermano la vocazione imprenditoriale e commerciale. Paolo Toscano - GDS

SOLO SOLDI PUBBLICI PER IL PONTE SULLO STRETTO: DA SOCIETA’ OK ALL’AUMENTO DI CAPITALE DA 900 MLN. LA REGIONE SICILIA E’ DISPONIBILE AD INTERVENIRE FINO A 100 MILIONI DI EURO ALLA FACCIA DELL’ALLUVIONE DI MESSINA…

Si e’ riunita sotto la presidenza di Giuseppe Zamberletti l’Assemblea ordinaria e straordinaria della Societa’ Stretto di Messina. Su proposta dell’amministratore delegato, Pietro Ciucci, l’assemblea straordinaria degli azionisti ha approvato l’aumento di capitale dell’importo complessivo di 900 milioni di euro. In particolare l’Anas si e’ impegnata a intervenire, nell’ambito della propria partecipazione al capitale, con 683 milioni di euro, Rete ferroviaria italiana (13 per cento) partecipa con 117 milioni di euro. La Regione siciliana, nell’impegnarsi a sottoscrivere la propria quota di competenza (2,6 per cento) pari a 23 milioni di euro, ha dichiarato la sua disponibilita’ ad intervenire fino ad un importo massimo pari a 100 milioni. “L’approvazione dell’aumento del capitale - dice il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Altero Matteoli - e’ un grande risultato raggiunto grazie alla determinazione politica del governo a dimostrazione che il ponte e’ un’opera prioritaria da realizzare. Desidero ribadire che il manufatto e’ un’infrastruttura di livello europeo essendo un segmento cruciale del Corridoio 1 Berlino-Palermo. E’ un’opera che rilancera’ lo sviluppo del Mezzogiorno e che generera’ a catena una serie di interventi infrastrutturali per migliorare la rete ferroviaria e stradale calabrese e siciliana. Non intendiamo edificare una cattedrale nel deserto”. Secondo l’amministratore delegato della Societa’, Pietro Ciucci, “sono state risolte, grazie al costante impegno del governo e del ministero delle Infrastrutture, le problematiche dovute alla lunga fase di stallo del progetto ed alla conseguente predisposizione di un nuovo programma di esecuzione dell’opera. L’aumento di capitale e’ un ulteriore importante passo per dare concretezza al piano finanziario, elemento essenziale per la realizzazione, ormai avviata, del ponte sullo Stretto di Messina”. Il Piano finanziario e’ stato aggiornato e approvato dalla Societa’ alla luce dei nuovi valori e del cronoprogramma, confermando nella sostanza quanto predisposto nel 2003. La copertura del 40 per cento del fabbisogno attraverso un contributo pubblico e un aumento di capitale della Societa’ Stretto di Messina, mentre il restante 60 per cento sara’ reperito tramite finanziamenti sui mercati nazionali ed internazionali dei capitali secondo lo schema tipico del project finance. In particolare per il 40 per cento, pari a 2,5 miliardi di euro, risulta questa copertura: aumento di capitale della Stretto di Messina sottoscritto nel dicembre 2003, pari a 306 milioni; stanziamento disposto dalla Legge 3 agosto 2009, 102, pari a 1.300 milioni; aumento di capitale deliberato dall’assemblea della societa’ il 21 dicembre 2009, pari a 900 milioni da eseguire nei prossimi 5 anni in relazione ai fabbisogni conseguenti ai lavori di realizzazione. (AGI)