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BARCELLONA P.G.: Condannato a 7 anni, i carabinieri arrestano ‘Gnagnazza’ Salvatore Ofria

Finisce in carcere uno degli esponenti di primo piano della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, Salvatore Ofria, 45 anni, ritenuto un componente della commissione che regge “Cosa nostra” a livello provinciale. Ofria è stato arrestato nel primo pomeriggio di ieri dai carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia di Barcellona che gli hanno notificato l’ordine di arresto disposto dalla Corte d’Appello a seguito della conferma della condanna a sette anni di reclusione per mafia decisa in primo grado, il 26 luglio del 2006 nell’ambito del processo alle cosche denominato “Mare nostrum” e confermata di recente lo scorso 28 novembre dalla stessa Corte d’Appello. Dopo che l’uomo è stato rintracciato e condotto in caserma per le formalità di rito, davanti alla sede della compagnia dei carabinieri di Barcellona si sono assiepati un numero considerevole di parenti e amici. Di Ofria si era parlato l’ultima volta nel gennaio scorso quando per lui era stata richiesta una nuova ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’operazione “Pozzo”. La richiesta in quella occasione era stata respinta perché le rivelazioni del nuovo collaboratore di giustizia, Emanuele Merenda, non sarebbero state sufficientemente riscontrate e pertanto l’indagato era rimasto in libertà a continuare la sua attività imprenditoriale che ha rapporti anche con enti pubblici e società controllate dai Comuni, come l’Ato Me 2 per la quale gestisce lo smaltimento dei frigoriferi da rottamare. L’appartenenza di Salvatore Ofria, noto con l’appellativo di “Gnagnazza”, alla consorteria mafiosa dei “Barcellonesi” era stata acclarata con l’accertamento processuale “Mare nostrum”, con sentenza di primo grado, emessa il 26 luglio 2006, dalla Corte di Assise che lo aveva condannato alla pena di sette anni di reclusione. La condanna, confermata di recente in Appello, riguarda un periodo particolarmente remoto, dall’anno 1986 al 6 novembre 1995. Di Salvatore Ofria si è riparlato nell’ambito dell’operazione “Gabbiani” sulla gestione trentennale della raccolta e smaltimento dei rifiuti a Barcellona e sulle indebite pressioni esercitate nei confronti di un dirigente comunale affinché agevolasse la gestione della cooperativa “Libertà e lavoro”. Nel processo “Gabbiani”, Salvatore Ofria è stato condannato a 2 anni e 1 mese di reclusione, per minaccia in concorso aggravata dal metodo mafioso. Del ruolo di Salvatore Ofria e del cognato di questi Sem Di Salvo, ha parlato anche il pentito Santo Lenzo.

CONCORSOPOLI ALL’UNIVERSITA’ DI MESSINA, LE PRECISAZIONI: «Il prof.Tigano ha presentato una memoria scritta». DALLA FACOLTA DI GIURISPRUDENZA: «Assoluta correttezza della procedura seguita»

Riceviamo e pubblichiamo dall’avv. Nico D’Ascola, difensore del prof. Aldo Tigano: «In primo luogo occorre precisare che il mio assistito è stato convocato presso gli uffici della Procura di Reggio Calabria dalla dott. Beatrice Ronchi per rendere interrogatorio, in data 14 dicembre, e non già dalla Squadra mobile di Messina, come erroneamente indicato nell’articolo. A Reggio Calabria, dunque, alla presenza anche di due componenti della polizia giudiziaria di Messina, il professor Tigano si è regolarmente presentato. Quest’ultimo, sebbene si sia avvalso della facoltà di non rispondere, ha cionondimeno presentato al pubblico ministero una memoria scritta. Memoria, questa, corredata da un ampio catalogo di documentazione medico-scientifica costituita da certificazioni, referti di esami radiografici e prescrizione di specifiche terapie, proveniente da una pluralità di professionisti messinesi e padovani, mediante la quale il professor Tigano ha inteso fornire il proprio contributo conoscitivo, dimostrando la fondatezza delle ragioni che lo avevano indotto a dimettersi da una commissione giudicatrice di un concorso per ricercatore universitario. Pertanto la memoria depositata ha consentito di rappresentare puntualmente al pubblico ministero che il mio assistito non ha partecipato alle procedure concorsuali in questione a cagione di una impossibilità obiettiva e documentata. Tutto quanto è stato fin qui riferito serve a fornire una completa conoscenza dei fatti, nonché le scelte difensive. Scelte che, peraltro, sono interamente a me ascrivibili proprio in quanto difensore di fiducia del medesimo».

DALLA FACOLTA DI GIURISPRUDENZA: «Assoluta correttezza della procedura seguita»
In una nota la facoltà di Giurisprudenza interviene sul caso del preside Berlingò, che si è di recente autosospeso: «La facoltà apprezza la sensibilità del preside, manifestatasi con l’autosospensione nell’interesse esclusivo della facoltà, nel momento in cui da alcuni organi di stampa è stata messa in dubbio la correttezza delle delibere di nomina dei componenti le commissioni giudicatrici di qualche concorso per ricercatore». «Al riguardo, la facoltà afferma l’assoluta correttezza della procedura seguita, che si rifà a una prassi costante secondo la quale viene designato presidente della Commissione il professore più anziano del settore disciplinare a concorso o, in caso di sostituzione, il professore immediatamente successivo in ordine di anzianità. Nessuna censura può essere quindi rivolta al preside, che la facoltà invita a ritornare sulla sua decisione, forse motivata da eccessivo scrupolo, e a riprendere al più presto le sue funzioni con il pieno appoggio che la facoltà ha sempre avuto modo di manifestargli».

LA MORTE DI FRANCO NISTICO’ DURANTE LA MANIFESTAZIONE DI VILLA SAN GIOVANNI: La Questura risponde ai dubbi della Rete No Ponte: “Soccorsi immediati”

“Francesco Nisticò, colto da malore al termine del suo intervento sul palco, è stato prontamente soccorso da quattro medici della Polizia di Stato, lì comandati di servizio con ordinanza del questore, e trasportato con urgenza a mezzo ambulanza della Polizia di Stato presso gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, dove è deceduto per infarto cardiaco”. Poche parole quelle raccolte dalla Questura di Reggio Calabria in una nota che mira a spazzare via le polemiche sorte in seguito alla morte dell’ex sindaco di Badolato durante il suo intervento nel corso della manifestazione contro la costruzione del ponte sullo Stretto a Villa San Giovanni, sabato scorso. Gli organizzatori del raduno avevano avanzato dubbi sull’assenza di ambulanze adeguatamente attrezzate nel luogo dove si è tenuta la manifestazione e il palco degli interventi. Ieri la loro decisione di adire alle vie legali per chiedere chiarezza.

IL PARTITO DELL’AMORE: UN CALCIONE DEL GIORNALISTA LUCA ROSINI DI ‘ANNO ZERO’ AL SINDACO DI MESSINA PEPPINO BUZZANCA? E IL SINDACO ORDINO’ ALLA TROUPE DELLA RAI DI MOSTRARE I DOCUMENTI…

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È la dodicesima domenica dal disastro. L’ennesima vissuta sul fronte. Comprensibili i momenti di stanchezza e di tensione, come quello di ieri mattina, che ha visto protagonisti il sindaco e un giornalista della troupe di “Anno Zero” (la trasmissione di Michele Santoro su Raidue) che ha seguito l’assemblea pubblica nei locali della scuola Leonardo da Vinci di Giampilieri. Buzzanca dichiara di aver ricevuto un calcione dal giornalista, che invece nega d’aver anche sfiorato il sindaco. L’episodio, comunque, è rientrato subito anche grazie all’intervento del comandante della stazione dei carabinieri di Giampilieri Marina e all’opera di riconciliazione svolta da alcuni presenti, tra i quali il deputato del Pd Filippo Panarello. Questa la versione di Buzzanca: «Il calcio io l’ho ricevuto, ma non ho presentato denuncia. In ogni caso, è la decima volta che i giornalisti di “Anno Zero” mi chiedono dichiarazioni e poi le interviste non vengono mai mandate in onda. Oltretutto mi chiedono sempre di cosa penso del Ponte e mai di cosa stiamo facendo per le popolazioni alluvionate. A parte questo, ho detto e ripetuto che sono pronto a essere intervistato, ma in diretta televisiva, in contraddittorio con lo studio, e non in questo modo, con la possibilità che le mie parole vengano tagliate o montate ad arte per dimostrare una tesi già precostituita». Fin qui l’articolo della Gazzetta del Sud di questa mattina. Noi abbiamo voluto sentire il giornalista Luca Rosini e la sua troupe che raccontano di aver dovuto aspettare, in un clima a loro ostile, circa un’ora, in attesa di essere identificati (su ordine del sindaco…) dai vigili presenti al seguito del primo cittadino. E di aver rischiato di essere portati in caserma. Raccontano anche di essere stati cacciati dall’assemblea pubblica dallo stesso sindaco che stava incontrando gli abitanti di Giampilieri e che soltanto dopo aver protestato, assieme ad un cameraman del tg3, la decisione è rientrata. E’ tutto documentato. Così come sono documentate le volte in cui Peppino Buzzanca è stato intervistato dall’inviato di ‘Anno Zero’. Due e non dieci. Una, nel suo ufficio a Messina, e l’altra a Giampilieri. E allora ci chiediamo il perchè di tutto questo. Il perchè di un clima di tensione e di intolleranza verso chi non è allineato. Ci chiediamo il perchè un affermato giornalista della rai (sotto pubblichiamo il curriculum) si sarebbe dovuto mettere a ‘calciare’ il sindaco Buzzanca. Vi pare credibile? Peppino Buzzanca oggi ha augurato buone feste ai rappresentanti della stampa cittadina. Quella che ha avuto, soprattutto in occasione della tragedia che ha colpito Giampilieri ed i centri vicini, “la serietà professionale di fornire un’Informazione con la i maiuscola, e non con la i minuscola come da fuori qualcun’altro ha ritenuto di fare”. Netta la distinzione fra l’atteggiamento assunto da “certa stampa” del Continente e quello messo in campo dai “giornalisti di trincea, che hanno vissuto la tragedia dall’interno, vicino, non solo fisicamente, alle vittime, ma con una deontologicamente corretta preoccupazione della veridicità di quanto scritto e detto”. Rosini oggi non era a mangiare nessuna fetta di panettone nella stanza del sindaco, dopo la consueta conferenza stampa per gli auguri natalizi. E questo, in una città tra le ultime d’Italia, può diventare una colpa…

CHI E’ LUCA ROSINI
Giornalista e regista, ha realizzato documentari e reportage in Italia, Europa orientale, Palestina e Brasile. Tra i fondatori di Orfeo Tv e del network delle tv di strada, insegna video giornalismo e comunicazione umanitaria per ONG e istituzioni. E’ giornalista inviato per la trasmissione Anno Zero di Michele Santoro. Vincitore del Premio Accardi per il giornalismo 2005, con il reportage Srebrenica, voci dall’oblio. Vincitore del premio Ilaria Alpi 2006 con il reportage Diversi sguardi olimpici. Finalista al David di Donatello 2007 con Souvenir Srebrenica.

LE MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA DI CONDANNA DELL’EX SEGRETARIO PROVINCIALE DELL’UDC DI MESSINA MICHELE CAUDO: I RETROSCENA ED IL RUOLO DELL’EX GIUDICE SICILIANO

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REGGIO CALABRIA - Di avere una microspia nel suo ufficio Manlio Minutoli, I’ex capo del Dipartimento Urbanistica del Comune di Messina, lo aveva saputo dal suo amico Michele Caudo. L’esponente politico dell’Udc, a sua volta, lo aveva appreso da Pino Siciliano (nella foto), all’epoca aggiunto della Procura della Repubblica di Messina. Le motivazioni della sentenza di condanna a 3 anni nei confronti di Michele Caudo, depositate il 10 dicembre del 2009, ne spiegano il perchè. E svelano un, retroscena. Gli inquirenti si sono messi sulle tracce della talpa grazie ad una microtelecamera, di cui Siciliano, e quindi Caudo, non sapevano nulla. Ma sono state le dichiarazioni di Minutoli a consentire di accertare che I’autore della soffiata era stato Pino Siciliano. Piazzata nell’ufficio di Minutoli nella mattina del 15 febbraio del 2006, ha ripreso il repentino cambiamento di comportamento dell’ex capo del Dipartimento Urbanistica e della sua segretaria Lina Cutroneo nella mattina del 15 febbraio del 2006. Un mutamento che ha indotto gli uomini della polizia di Stato di Messina, titolari delle investigazioni nell’ambito dell’inchiesta “Oro Grigio”, sulle speculazioni edilizie in città, a capire che la segretezza delle indagini era andata a carte quarantotto. Scene degne di un film del cinema muto di Charlie Chaplin. Due gli attori: Manlio Minutoli e la fidata segretaria. Minutoli, il 15 febbraio del 2006 arriva nel suo ufficio alle 7 e 30 del mattino. Si trattiene fino alle 9 e 52 minuti tenendo un comportamento che si può definire normale: parla con la segretaria, Lina Cutroneo, e con i funzionari, risponde al telefono. Mancano otto minuti alle 10 quando lascia l’ufficio. Al ritorno, un ora dopo, diventa muto. Fa segno alla segretaria di stare muta. Comunica attraverso bigliettini che poi strappa. Si mette a rovistare in ogni angolo dell’ufficio. Su un post, che strappa ma la polizia ricompone, scrive: “Guai se dovessero scoprire che lo sappiamo’. (Cosa era successo nell’arco di quell’ora?”, si chiedono gli agenti della Polizia. Attraverso le intercettazioni telefoniche scoprono che Minutoli si era incontrato con l’esponente politico Caudo, suo amico e stretto amico di Siciliano. Un indizio ma non certo una prova. Che, invece, è lo stesso Manlio Minutoli a fornire. E’ quest’ultimo a confermare, infatti, sia nel corso delle indagini che del dibattimento, non solo che è stato Caudo a dargli “la notizia che nel suo ufficio c’era la cimice”, ma che lacertezza che l’avesse appresa da Siciliano gli sia arrivata dalfatto che Caudo “stretto amico di Siciliano”, nel corso della conversazione, gli ha accennato a discussioni che lo stesso Minutoli aveva avuto tempo prima nel suo ufficio (dove c’era la cimice) con un geometra per una pratica di condono edilizio della moglie dello stesso Siciliano. “Nessuno sapeva del contenuto del colloquio”, ha raccontato Minutoli. ” Neppure Siciliano”, ha continuato. “Salvo l’ipotesi, ricorrente in questo caso, che quest’ultimo abbia ne abbia avuto contezza nella sua qualità di aggiunto”, precisa il Tribunale di Reggio nella motivazione. La certezza di Manlio Minutoli (e la prove del coinvolgimento di Siciliano) si raffoza qualche giorno dopo. “Andai da Siciliano, nel suo ufficio, per affrontare questioni d’ufficio. Volutamente non feci cenno alla questione delle intercettazioni. Uscendo il procuratore mi diede la mano. E mi disse: “Per la questione dell’ambientale non si preoccupi”", ha raccontato Minutoli. “Hai capito questo pezzo di merda”, dice l’imprenditore Mario Migliardo, legato da amicizia con Caudo, colloquiando al telefono con Saro Bonaffini, altro imprenditore, il 5 giugno de|2007, dopo aver saputo della collaborazione di Minutoli. Nelle corso delle indagini, però, fu Migliardo, sorpreso in alcune in alcune intercettazioni, a raccontare “con dispiacere” che “Caudo gli aveva detto della cimice di cui aveva appreso da Siciliano”. Nel dibattimento, però, Migliardo cambiò orientamento: “una rivisitazione” giudicata negativamente nelle ultime delle 55 pagine di motivazione. MICHELE SCHINELLA - CENTONOVE DEL 18-12-2009

LO SPECIALE SULL’UNITA’ DI OGGI: Ponte sullo Stretto, il grande spot. L’avvio ai lavori. Ma è bluff

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Un’unica grande via trans/europea che da Berlino arriva a Palermo, scavando il Brennero e gettando l’avveniristico ponte con tremilatrecento metri di luce sullo Stretto. Sogno ingegneristico ed economico per unire la Sicilia al continente ma, come dice uno spot sul gioco responsabile, «bisogna sognare senza illudersi». Altrimenti il risveglio potrebbe essere brusco e la scommessa foriera di cattive sorprese: «Attenti a non unire due cosche anziché due coste», mette in guardia la rete «No ponte». A scendere dal mondo dei sogni con i piedi per terra dovrebbero aiutarci gli studi preliminari (1986 e 2003) che proiettavano le loro ipotesi al 2012. «Ma ormai ci siamo» osserva Gaetano Giunta, che è stato presidente della commissione sul Ponte del consiglio comunale di Messina. «Oggi quelle previsioni le possiamo confrontare con ciò che è successo». Le previsioni sulle magnifiche sorti e progressive dell’economia siciliana stimavano 8 milioni di passeggeri sullo Stretto nel 2000, 9 milioni 700mila nel 2012 (un aumento del 20 per cento su base annua nel caso di una crescita economica bassa) oppure 12 milioni 300mila in caso di crescita economica alta (un aumento 52%). Queste stime si sono rivelate sbagliate per più motivi. Purtroppo la crescita economica non è stata quella prospettata: gli estensori dello Studio di impatto ambientale ipotizzavano che il Pil sarebbe cresciuto del 4,4% nell’ipotesi migliore e dell’1,7%, nell’ipotesi peggiore. «E ci marciavano - sostiene Gaetano Giunta - perché il traffico passeggeri non cresce di pari passo con il Pil». Come sono andate effettivamente le cose? Nel periodo 2001-2007 l’economia siciliana è cresciuta dello 0.9 % e quella calabrese dell’1%, l’anno migliore è stato il 2001 (2,8%), dal 2002 in poi lo sviluppo è stato sempre inferiore a quello del Centro nord. Merci via mare Ma, in tutti questi anni, che le cose andassero bene o male, il traffico marittimo delle merci sullo Stretto è sempre diminuito mentre è cresciuto l’export via mare da Palermo, Trapani, Catania, Messina e, ovviamente, da Gioia Tauro. È per mare che le merci arrivano da e per il Nord e, si presume, tanto più si svilupperanno negli anni in cui il gigantesco cantiere metterà sottosopra Scilla e Cariddi. Chi è che fa la spola nei traghetti dello Stretto? Oltre ai pendolari fra Messina e Reggio (poco trans/europei) ci sono i “padroncini”. I possessori di un furgone o camioncino che portano la merce da paese a paese: un traffico residuale che difficilmente giustifica la Grande Opera in Project Financing. Chi mette i soldi dovrebbe poter rientrare attraverso i pedaggi, ma se il traffico non giustifica l’opera, allora molto difficilmente si troveranno forze imprenditorialmente sane disposte a rischiare i 3.300 milioni di euro richiesti. Tutto questo alimenta due tipi di preoccupazione. La prima: il Ponte potrebbe rivelarsi una grande occasione di riciclaggio per le mafie delle due sponde sinergicamente interessate al controllo del territorio, alla copertura del traffico di droga, alla gestione dei posti di lavoro. E ci sono attività come il movimento terre, gli espropri, il ciclo del cemento e i servizi ai cantieri che sono particolarmente a rischio perché settori tradizionalmente infiltrati da organizzazioni. La seconda: i costi sono ora ripartiti al 40% per lo Stato e al 60% per i privati. Ma se il Ponte fallisse chi si assumerebbe il passivo? Alla fine l’intero costo potrebbe finire a carico del debito pubblico e dei contribuenti.

di Jolanda Bufalini - L’UNITA’