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LA TRUFFA DEL PONTE SULLO STRETTO - 400 MILIONI DI EURO PER COPRIRE LE SOCIETA’ DA EVENTUALI RINCARI: Nuove garanzie a Eurolink sul Ponte di Messina (MF). L’approvazione del progetto da parte del Cipe entro il 2011

Eurolink, consorzio di imprese formato da Impregilo (al 45%), Sacyr, Condotte, Cmc, Aci e da Ishigawa e incaricato della realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, ha ottenuto nuove garanzie. Si tratta di circa 400 milioni di euro che servirebbero a coprire le società da rincari imprevisti al momento della realizzazione del piano. Vola così a 4,96 miliardi di euro l’eventuale esborso massimo che sarebbe riconosciuto a Eurolink dalla società Stretto di Messina. Soltanto entro il 2011 è prevista l’approvazione del progetto definitivo da parte del Cipe. Lo riporta stamane il quotidiano MF. (GD)

COSENZA, L’INCHIESTA SUL ‘PAPA GIOVANNI’. DECINE DI SALME VERRANNO RIESUMATE: L’attenzione della magistratura inquirente è concentrata su settanta loculi del cimitero di Serra d’Aiello

Morti senza pace. La nuova inchiesta sul “Papa Giovanni” riparte da una serie di tombe senza nome. Sul cemento a vista che ricopre una ventina di loculi compaiono una piccola croce oppure una minuscola lettera “V”. La croce testimonia la presenza d’una salma, la lettera il contrario. La “V” infatti significa “vuoto”. Il cimitero di Serra d’Aiello sorge a cento metri dall’istituto “Papa Giovanni XXIII”. E una piccola rampa di scale ne consente l’accesso. All’interno non c’è nulla che lasci pensare a delitti, misteri e scambi di cadavere. Le ore scorrono lentamente e gli spazi riservati ai deceduti sono sorvegliati da un custode annoiato e, forse, pure irritato dalla costante ingerenza di curiosi e giornalisti. Il procuratore di Paola, Bruno Giordano, ha spedito nei mesi scorsi fin quaggiù i carabinieri per compiere degli accertamenti legati alla complicatissima inchiesta avviata per far luce sulla scomparsa di dodici pazienti. Dodici degenti svaniti nel nulla in poco più di quindici anni dalla casa di cura gestita da una fondazione della Chiesa. Una casa di cura finita nel vortice d’una bufera giudiziaria per colpa del suo amministratore, mons. Alfredo Luberto. Il sacerdote, ora sospeso a divinis, si sarebbe appropriato nel corso degli anni d’ingenti somme di denaro poi investiste (almeno in parte) per acquistare lussusosi beni e un appartamento. E proprio indagando sulle peripezie finanziarie del “monsignore” i magistrati inquirenti si sono imbattuti nelle singolari storie dei disabili psichici incredibilmente spariti. Dagli archivi dei comandi di polizia e carabinieri sono stati perciò tirati fuori i fascicoli impolverati contenenti le denunce sporte dai familiari dei malati al tempo delle scomparse. È stato stilato un elenco di persone e sono stati contattati i congiunti per essere interrogati. Tra le sparizioni oggetto d’indagine ci sono quelle di: Bruno Zucco, avvenuta il 28 settembre 1996; Pietro Bassano, registrata il 21 maggio ‘97; Domenico Pino, avvenuta il 2 giugno 2001; Pietro Tiano, denunciata il 23 luglio 2002; e di Salvatore Tommaso, registrata il 23 settembre 2008. Il prossimo tre febbraio le bare contenute in una settantina di loculi del cimitero, nei quali sono sepolti non si sa quanti cadaveri di degenti dell’istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII, saranno aperte per prelevare campioni di ossa o di midollo che saranno poi inviati ai carabinieri del Ris di Messina per sottoporli al test del dna per giungere all’identificazione dei resti. L’obiettivo è chiaro: verificare se in quei loculi possa essere stato sepolto qualcuno degli scomparsi. «I loculi che saranno aperti – ha detto il procuratore Giordano che insieme al pm Roberta Carotenuto coordina l’inchiesta – sono una settantina, ma visto quello che abbiamo scoperto l’estate scorsa non possiamo dire quanti siano i cadaveri contenuti. Nella gestione del Papa Giovanni ci sono zone d’ombra anche per quanto riguarda la conduzione amministrativa dei decessi. Vorremmo cercare anche di verificare se tutti i decessi sono stati denunciati con le modalità ed i tempi giusti, ma la situazione dei registri è disarmante per come sono tenuti». I resti saranno prelevati dai tecnici dell’Istituto di medicina legale di Catanzaro che per tutta la durata dell’operazione, prevista in una settimana circa, stazioneranno in un terreno adiacente al camposanto grazie alle tende messe a disposizione dai vigili del fuoco. «Non mi prefiguro grandi risultati – ha aggiunto Giordano – ma un’indagine di tale complessità, che copre un arco di tempo di una ventina d’anni, deve essere condotta a tappeto. Non vogliamo lasciare niente di intentato». La decisione di estrarre i resti dalle bare per comparare il dna con i familiari degli scomparsi è stata presa dopo che una prima verifica parziale ha portato alla scoperta di quattro bare in due loculi. «Ciò – ha detto Giordano – è il segnale di un certo modo di gestire il rapporto con i decessi che c’era nell’Istituto. Quantomeno ci sono aperte violazioni delle disposizioni di polizia mortuaria». A complicare il lavoro degli investigatori, c’è anche il fatto sul registro del cimitero, i morti sono segnati con la loro identità ma viene indicato genericamente solo il settore in cui sono sepolti. Il Papa Giovanni, per disposizione della Procura di Paola, è stato chiuso nel marzo dello scorso anno ed i degenti trasferiti in altre strutture. Nell’ottobre scorso, inoltre, l’ex sacerdote don Alfredo Luberto, ex presidente dell’Istituto, è stato condannato a sette anni di reclusione nell’ambito del troncone di inchiesta sulle irregolarità nella gestione. Ma torniamo ai loculi anonimi. Il fondatore del “Papa Giovanni”, mons. Sesti Osseo, comperò a suo tempo nel cimitero di Serra d’Aiello due blocchi di loculi da destinare ai pazienti. Le persone decedute nel corso degli anni all’interno dell’istituto rimaste senza l’assistenza di parenti, sono state perciò sepolte nel camposanto del paesino cosentino dietro una lapide in cemento su cui è stata disegnata una semplice croce. Accanto neppure la data di decesso, né le generalità. Una procedura davvero irrituale. Gli altri spazi assegnati al “Papa Giovanni” rimasti però vuoti in attesa dell’arrivo di altre salme, sarebbero stati invece murati per impedire che qualcuno se ne impadronisse senza averne diritto. Pure questo a dir poco singolare… Il procuratore Bruno Giordano ha inizialmente ipotizzato, in relazione alla sparizione dei dodici degenti, un possibile traffico di organi. Nel senso che i pazienti scomparsi potevano essere stati rapiti, uccisi ed i loro organi venduti. La pista investigativa non ha però poi trovato oggettivo riscontro. La fantomatica organizzazione dedita a questo genere di crimini avrebbe dovuto infatti disporre di una equipe medica pronta a prelevare l’organo del morto ed a consegnarlo entro un’ora dall’espianto ad un’altra equipe in grado immediatamente di reimpiantarlo su un malato già pronto e in attesa. Uno scenario obiettivamente inverosimile…

Arcangelo Badolati - GDS

MESSINA: DONNE E BAMBINI ROM VIVONO IN CONDIZIONI DISUMANE. GIORNATA DELLA MEMORIA E DEL PRESENTE…

Giornata della Memoria speciale, “contro tutti i genocidi”, in ricordo dell’Olocausto nazifascista, per non dimenticare le discriminazioni e le violenze assassine contro ebrei, omosessuali e rom. Significativamente, sei associazioni messinesi hanno deciso di vivere la ricorrenza di mercoledì con una fiaccolata a partire da Piazza Pugliatti fino a raggiungere il campo rom di Villaggio Fatima, a San Ranieri, dove si è svolto un dibattito. Animata da un centinaio di persone, che hanno sfidato il freddo e la pioggia, nel ricordo di un orrore che ebbe i rom e gli omosessuali come vittime al fianco degli ebrei, l’iniziativa si deve a sei organizzazioni: il Circolo Arci “Thomas Sankara” di Messina, l’Arcigay Messina “Makwan”, l’associazione rom “Baktallo Drom”, la Chiesa Evangelica Valdese, l’Associazione Comunitaria Filippina e “Sinistra, Ecologia e Libertà”- Casamatta della Sinistra. «Nell’Olocausto – ricordano gli organizzatori – furono quasi 20 milioni i martiri: ebrei, omosessuali, rom, sinti, massoni, polacchi, Testimoni di Geova, Pentecostali, dissidenti politici, slavi, prigionieri di guerra sovietici, infermi, bambini, anziani. Con questa serata speciale al campo rom di Villaggio Fatima – aggiungono i rappresentanti delle associazioni messinesi – lì dove da anni si attende dalle istituzioni di Messina una soluzione decorosa che liberi uomini, donne e bambini da condizioni igieniche e sanitarie precarie, abbiamo reso ancora più preziosa l’occasione di una riflessione su ogni crimine contro l’umanità». Durante la serata, dopo il video-racconto di Moni Ovadia dal titolo “Riflessioni sulla Shoah: il dovere di ricordare”, è toccato alla dottoressa René Abu Rub, palestinese che vive da molti anni a Messina, presentare un piccolo e toccante documentario sull’assedio di Gaza e sulle sue pesanti ricadute sui civili. Alla proiezione è seguito un dibattito, nel corso del quale Ferizaj Issuf, presidente dell’associazione rom “Baktallo Drom”, ha sottolineato “l’eterna fuga e persecuzione dei rom” e ha denunciato l’attuale, drammatica situazione in cui si trovano le famiglie del campo sotto sgombero, chiedendo aiuto a tutte le organizzazioni presenti.

L’OMICIDIO DI MAURO ROSTAGNO: Un altro segreto di Stato (rimasto segreto)…

Anche la sorella di Mauro Rostagno, come il papà dell’agente Agostino, si è ritrovata fra le mani uno strano foglio consultando i faldoni dell’inchiesta giudiziaria sulla morte del proprio congiunto. E’ un foglio, solo un foglio, con l’intestazione “Servizio per le informazioni e la sicurezza militareâ€. E’ un foglio che assomiglia molto a quello inviato dal Sisde, il servizio segreto civile, ai magistrati che anni fa avevano chiesto notizie su alcuni 007, nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio del poliziotto Nino Agostino. Quel foglio in cui si è imbattuta Carla Rostagno è un altro segreto di Stato imposto alle indagini della magistratura siciliana. Nel 1997, il Sismi ha invocato “i prioritari interessi statuali tutelati dall’articolo 12 della legge 24 ottobre 1977 numero 801†quando la Procura di Trapani ha chiesto notizie sui “compiti e le aree di intervento†di tre generali dei Servizi di cui Rostagno si sarebbe interessato nella sua ultima indagine giornalistica sul traffico d’armi. Era l’estate 1988: Rostagno, direttore dell’emittente Rtc, preparava uno scoop di cui non voleva parlare con nessuno, si era fatto dare una telecamera portatile e la cassetta con le riprese la teneva chiusa nel cassetto dell’ufficio. “Mauro mi confidò di un traffico d’armi che avveniva in una pista aerea in disuso che si trova nei pressi di Trapani – ha raccontato un amico di Mauro, Sergio Di Cori, ai magistrati – lui aveva fatto delle riprese con una telecameraâ€. A Di Cori Rostagno avrebbe fatto il nome di alcuni generali. Ma la Procura di Trapani, che fra il 1996 e il 1997 ha riaperto l’indagine sul delitto del giornalista sociologo, non ha potuto mai scoprire il ruolo di quegli ufficiali. E neanche la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che adesso prosegue le indagini, è stata più fortunata (!). La corrispondenza fra il palazzo di giustizia e i Servizi è in uno dei 34 faldoni che racchiudono 22 anni di indagini sulla morte di Mauro Rostagno. “Gli stessi nomi fatti da Di Cori li troviamo in un processo celebratosi a Venezia per esportazione illegale di armi verso l’Iranâ€, scriveva il procuratore Garofalo ai colleghi di Palermo in una nota riservata, sottolineando che nel mese di novembre 1996 il ministero della Difesa aveva negato che quattro ufficiali facessero parte dello Stato maggiore della Difesa e altri tre del Sismi. Solo il 24 marzo 1997, arrivò la risposta ufficiale del Sismi. Con la laconica annotazione finale: “Nel comunicare che non è possibile precisare compiti e aree di intervento dei menzionati dirigenti, poiché riguardano attività istituzionali del Sismi e sono pertanto da ritenere compresi tra quei prioritari interessi statuali tutelati dall’articolo 12 della legge 24 ottobre 1977 numero 801, si precisa che fra tali compiti non vi è in ogni caso quello menzionato nella lettera di riferimento di tenere sotto controllo tutti i movimenti di aerei militari nei cieli italianiâ€. Il segreto di Stato ha così fermato un’altra indagine. E non si è mai saputo.
Tratto da: ipezzimancanti.it

FC MESSINA, CONFERMATO IL FALLIMENTO: La Corte d’appello ha confermato il fallimento del Messina Calcio, dichiarato nell’ottobre 2008

La I sezione della Corte d’appello (presidente Zumbo) ha respinto il ricorso dei legali dell’Fc Messina Peloro e della CO.FI.MER. contro il fallimento della società calcistica allora patrocinata dalla famiglia Franza, dichiarato con sentenza del Tribunale Fallimentare il 27 ottobre 2008. La sentenza era stata siglata dal giudice D’Arrigo sulla base dell’esposizione debitoria milionaria della società e l’incapacità della dirigenza di farvi fronte. Tra le voci del debito, anche quelle legate ai rapporti tra soci. A chiedere il provvedimento era stata la Procura - i quattro pm che si occupano del caso, Vito Di Giorgio, Francesca Ciranna, Fabrizio Monaco e Maria Pellegrino, che indagano sulle ipotesi di falso in bilancio. Nel mirino, la gestione amministrativa delle due società Messina Calcio e Mondomessina. Società che, per ammissione degli stessi Franza, avrebbero registrato debiti pari a 28,3 milioni di euro. La sezione di Pg della Guardia di Finanza aveva allora sequestrato gli atti ed i bilanci relativi alla gestione delle due società, a partire dal 2006 ad oggi. La procura ha chisuo l’indagine qualche settimana fa. da normanno.it

LO SCOOP CORRE SULLA RETE: IL PENTITO MAURIZIO AVOLA ACCUSA IL PRESIDENTE RAFFAELE LOMBARDO DI AVER INCONTRATO IL BOSS SANTAPAOLA. LUOGO DELLE VISITE SAN GIOVANNI LA PUNTA PRESSO L’ABITAZIONE DI UN FALEGNAME, TALE ZAPPALÀ…

Una nuova perturbazione sconvolge la navigazione di Raffaele Lombardo e del Governo siciliano appena varato. La Procura di Catania sta indagando su una serie di affermazioni con tanto di indizi a carico del politico che il pentito Maurizio Avola, ex uomo d’onore della famiglia mafiosa di Benedetto Santapaola, ha sottoscritto ai Pm della Dda etnea già dalla metà del 2007, dopo averlo riconosciuto in televisione allorquando Lombardo siglò l’accordo elettorale del Movimento per l’Autonomia (MPA) con la Lega Nord di Umberto Bossi. Avola riferì ai magistrati che quel politico era lo stesso personaggio che aveva incontrato durante la sua latitanza il boss, Benedetto Santapaola. Secondo il collaboratore - insomma - il governatore Lombardo avrebbe intrattenuto rapporti con la mafia catanese. Si tratterebbe di rapporti antichi, riconducibili soprattutto a vecchie frequentazioni del fondatore dell’Mpa con il boss Nitto Santapaola, capo indiscusso della famiglia di Cosa Nostra della Sicilia orientale. Incontri che si sarebbero svolti a San Giovanni La Punta, un comune della provincia situato alle falde dell’Etna, dove il boss aveva trascorso parte della sua latitanza. Luogo delle visite l’abitazione di un falegname, tale Zappalà. Avola racconta altri particolari ai pm dell’antimafia, particolari fino qui sconosciuti, a cominciare da una macchina: una Lancia Delta HF 16 Valvole Evoluzione di colore blu, modello uguale a quello guidato in quel periodo dallo stesso Lombardo. Macchina che Avola ricorda di aver visto con a bordo il politico quando fece visita al boss latitante. Il pentito va oltre. Ai magistrati fornisce alcuni dati inconfutabili sulle sue accuse: la Lancia Delta HF 16 Valvole Evoluzione di sua proprietà fu comprata alla concessionaria di Via Messina a Catania ed era intestata a Concetto Messina suo amico e vigile urbano, perchè lui non poteva intestarsela per evitare i controlli da parte delle forze dell’ordine, risultando ufficialmente “nullatenente”. La moglie del suo amico vigile urbano (Messina) gestiva al tempo un negozio di abbigliamento a Catania, in via Renato Imbriani, nei pressi della chiesa di Monserrato denominato Lory. Di quella Lancia Delta HF 16 valvole Avola se ne privò qualche tempo dopo vendendola al suo fedelissimo Pippo Crisafulli, con il quale aveva in comune l’appartenenza alla famiglia Santapaola, oltre al ruolo dentro il gruppo, di braccio armato. E’ con lo stesso Crisafulli che Avola porta a termine una delle esecuzioni più spietate quella dei fratelli Marchese, Giuseppe e Salvatore. I cugini del pentito catanese Antonino Calderone ma considerati vicini al capomafia Santapaola, ammazzati all’interno della villa superprotetta alla periferia di Catania, di proprietà di Salvatore Marchese, imparentato, tramite la moglie, con la famiglia dei costruttori catanesi Costanzo. Avola una volta pentitosi spiegherà ai magistrati il movente dell’omicidio: un vecchio rancore nutrito da Santapaola nei confronti della famiglia Calderone per il pentimento di Antonino Calderone, fratello di Giuseppe ucciso e all’epoca capo della famiglia catanese di Cosa Nostra. In particolare, il boss odiava Salvuccio Marchese, giacchè costui aveva dato informazioni confidenziali a suo cugino Antonino Calderone che poi ne aveva fatto oggetto di rivelazioni ai magistrati. Il Marchese, tra l’altro, aveva raccontato al Calderone l’episodio del quadruplice omicidio in danno di quattro giovani scippatori di S. Cristoforo che avevano fatto una serie di scippi, uno dei quali anche in danno della madre di Nitto Santapaola. Inoltre il Marchese, pur essendo stato appositamente inviato da Santapaola a Marsiglia per localizzare il cugino e preparare la base in modo da poterla utilizzare per organizzare l’omicidio del Calderone, aveva riferito di non essere riuscito a individuare il luogo dove abitava quest’ultimo. Anzi era forte il sospetto che lo stesso, approfittando del viaggio e incontrandosi con Calderone, gli aveva fatto capire che non era opportuno che scendesse più in Sicilia e addirittura gli aveva raccontato altri fatti riguardanti la “famiglia” catanese dei quali poi fece oggetto di rivelazioni alla magistratura. “Dopo l’omicidio dei fratelli Marchese aggiungerà Avola, Aldo Ercolano mi suggerì di allontanarmi, per un po’ di tempo, da Catania. Accolsi il suo suggerimento e qualche giorno, partii con Pippo Crisafulli, alla guida della Lancia Delta HF 16 Valvole Evoluzione che avevo venduto da qualche giorno, dico meglio da qualche mese, a Pippo Crisafulli. Andammo a Prato dove il giorno dopo Crisafulli fece un colloquio con il fratello, ivi detenuto”. Particolari che potrebbero inguaiare il governatore Lombardo, anche se il padre padrone dell’Mpa, alle prime notizie sull’indagine che lo riguarda e che potrebbe costargli oltre a un processo anche la poltrona siciliana, ha replicato in tono sarcastico “E’ una vicenda che non sta né in cielo né in terra. Affermazioni ridicole… Lombardo forse non aveva i baffi, guidava una Ferrari, che io non so neanche come è fatta, frequentava un bar in cui non sono mai stato”. Fino a qui sembrerebbe un déjà vu ma ora sappiamo che la macchina che Maurizio Avola ha indicato ai magistrati di Catania, quale elemento che lo mette in collegamento con il governatore di Sicilia, non è una Ferrari e neppure una Lancia Thema Ferrari (come qualcuno vicino a Lombardo ha lasciato intendere per smontare la falsità delle accuse), bensì una Lancia Delta HF 16 Valvole Evoluzione di colore blu. Magari è anche questo uno dei motivi per il quale il Gip del Tribunale di Catania, Antonio Caruso, non ha accolto la richiesta di archiviazione della Procura concedendo ai pubblici ministeri altri mesi per svolgere nuove verifiche. L’inchiesta che sembrava già chiusa per il Governatore di Sicilia, dunque è appena all’inizio. A conferma che la situazione politica siciliana è estremamente delicata. INCHIESTA DA: www.imgpress.it