Da «don» a «Dott», da boss di Cosa Nostra a laureato in filosofia: Masino Spataro, 72 anni, condannato all’ergastolo nel 1983 quale mandante dell’omicidio del maresciallo dei carabinieri Vito Ievolella, ucciso a Palermo nell’81, si è laureato nel carcere di Spoleto, di cui è direttore Ernesto Padovani, dove sta scontando il «fine pena mai». Discutendo la tesi: «La concezione dell’uomo nel pensiero di Gandhi, Spataro ha ottenuto 110, mancando di un soffio la «lode». Emozionatissimo, circondato da un folto numero di parenti e di operatori del carcere, il neo dottore ha stretto la mano commosso ai membri della commissione, presieduta dal professor Gaetano Mollo, che dall’Università di Perugia, si sono riuniti nel penitenziario. Giornate memorabili per l’ex-boss storico del quartiere palermitano della Kalsa perchè se due giorni fa ha raggiunto l’ambito il traguardo della laurea, ieri ha festeggiato i cinquant’anni di matrimonio. «Non importa dove siamo ma che ancora ci siamo», avrebe detto alla moglie l’uomo che modestamente si definiva “l’Agnelli di Palermo”, perchè con il contrabbando di sigarette, di cui aveva il monopolio a Palermo, manteneva centinaia e centinaia di famiglie. Un percorso incredibile ha scandito i 26 anni di detenzione di don Masino. «Quando ha fatto il suo ingresso nel carcere di Spoleto Spadaro aveva solo la licenza di quinta elementare spiega il dottor Pietro Busetti, uno dei quattro educatori in forza al penitenziario . Con tenacia e capacità ha prima ottenuto il diploma di scuola media inferiore, poi la maturità presso l’istituto d’arte di Spoleto e quindi la laurea. È stato d’esempio e di stimolo per tanti altri detenuti, al punto che attualmente ce ne sono altri nove che frequentano l’Università e molti si stanno per diplomare. Spataro oggi si rammarica di avere dei figli che hanno frequentato le scuole soltanto fino alla terza media». Il ruolo degli educatori è fondamentale all’interno di un carcere. «Organizziamo ai detenuti le loro attività , dal lavoro allo studio, ai momenti di svago puntualizza Busetti il nostro obiettivo è creare le condizioni perchè chi ha sbagliato possa acquisire gli strumenti per rientrare a testa alta nella società , una volta scontata la pena nella convinzione che, tranne casi rarissimi, nessuno è irrecuperabile. La maggior parte dei detenuti presenti nel carcere di Spoleto devono scontare pene lunghissime. Attraverso lo studio acquisiscono altre consapevolezze avendo delle possibilità che nel contesto sociale dove sono nati e cresciuti gli sono state negate. La cultura cambia indubbiamente le prospettive della vita». Per quanto riguarda Spataro è intenzione degli educatori proporlo per un encomio. «È il primo passo per poi chiedere al ministero di declassificare la sua pena chiarisce ancora Busetti. Dopo 26 anni di carcere e una condotta irreprensibile, arricchita dall’impegno costante negli studi e nelle attività all’interno del carcere potrebbero esserci le condizioni». In poche parole la declassificazione comporterebbe il passaggio dal «fine pena mai» alla possibilità di ottenere qualche permesso premio fuori dal carcere. Per il momento solo un sogno.





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