‘NDRANGHETA, IL CASO DI LEA GAROFALO: È stata uccisa dalla ‘ndrangheta, oppure è in un luogo protetto perchè collabora con la giustizia?

Lea Garofalo è stata uccisa dalla ‘ndrangheta ed il suo corpo è stato fatto sparire, oppure collabora con la giustizia ed è rientrata nel programma di protezione? Probabilmente lunedì il procuratore antimafia di Campobasso Armando D’Alterio che ha convocato una conferenza stampa, farà chiarezza anche su questo aspetto della vicenda che coinvolge la 36enne di Petilia Policastro Lea Garofalo (data da molti per scomparsa da almeno due mesi) ed il suo ex convivente Carlo Cosco di 40 anni. Quest’ultimo è stato arrestato giovedì scorso a Petilia Policastro dai carabinieri della locale Compagnia che insieme ai militari del Reparto operativo del Comando Carabinieri di Campobasso hanno notificato a Cosco un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del capoluogo molisano che contesta al 40enne petilino il reato di tentato sequestro di persona. Per gli investigatori della Dda molisana, Cosco avrebbe organizzato nel maggio scorso il rapimento della donna che risiedeva a Campobasso, per impedire alla sua ex di testimoniare sulle presunte attività criminali dell’uomo. Questi i fatti certi di vicenda dai contorni tutti da chiarire come spesso accade nelle storie di ‘ndrangheta. Il 40enne di Petilia arrestato giovedì è conosciuto dalle forze dell’ordine. Cosco ha scontato una condanna per droga dopo una condanna inflittagli dai giudici lombardi nell’ambito del processo istruito dalla Dda di Milano e scaturito dall’operazione “Storia infinita”. Ha un cognome che pesa negli ambienti di ‘ndrangheta, anche Lea Garofalo, della quale i familiari non sanno più nulla dallo scorso novembre. Il fratello della 36enne era infatti quel Floriano Garofalo, boss di Paglierelle, ucciso in un agguato 8 giugno 2005. La donna che dopo quell’omicidio cominciò a collaborare con la giustizia, era tornata in paese all’inizio dello scorso anno. Insieme alla figlia si era poi trasferita a Campobasso riallacciando a quanto pare i rapporti con Cosco. Ma il 2 maggio scorso uno sconosciuto facendosi passare per un riparatore di elettrodomestici con la scusa di aggiustare la lavatrice riuscì ad entrate nell’abitazione di Lea Garofalo ed aggredì la donna tentando di trascinarla fuori dall’appartamento. Ma la 36enne riuscì a divincolarsi, fuggì e raccontò tutto ai carabinieri. A compiere di fatto il tentativo di sequestro sarebbe stato un uomo di origine campana (Massimo Sabatino di 37 anni, già detenuto per altra causa). A commissionare il rapimento poi fallito, sarebbe stato invece Carlo Cosco rintracciato a Petilia Policastro anch’egli giovedì. L’avvocato Francesco Garofalo che difende il 40enne, ha annunciato che ricorrerà al Tribunale del Riesame contro l’arresto di Cosco, e parla di profili di illogicità nell’ordinanza di arresto. Il legale sostiene che dopo l’episodio del tentato rapimento la donna si frequentò col suo ex convivente. I due che hanno una figlia maggiorenne, secondo il legale si sarebbero incontrati anche poco prima di quel giorno di novembre quando Lea Garofalo non si sarebbe presentata all’appuntamento che aveva concordato con lo stesso Cosco a Milano. Un comportamento quello che avrebbe tenuto Lea Garofalo che per il legale di Cosco contrasta con il fatto che la donna a maggio dopo essere sfuggita al tentativo di rapimento avrebbe lei stessa indicato l’ex convivente come mandante di quel tentato sequestro. Ma sta di fatto che della 36enne da novembre non si sa più nulla. Ma perchè? Forse perchè nel frattempo è rientrata nel programma di protezione previsto per i collaboratori e i testimoni di giustizia ed è sotto tutela in una località segreta? Potrebbe essere questa una delle ipotesi che potrebbe spiegare il motivo per cui la donna non abbia più dato notizie di sè all’ex convivente. Ma potrebbe anche essere accaduto qualcosa di grave alla 36enne. Che potrebbe anche essere stata uccisa perchè evidentemente voleva riprendere la sua collaborazione con la giustizia. Una collaborazione in realtà contrastata negli anni scorsi e addirittura rifiutata dallo Stato. Tant’è che Lea Garofalo s’era dovuta rivolgere al Consiglio di Stato per vedere riconosciuto il suo diritto ad entrare nel programma di protezione. E nel novembre 2008 il Cds aveva accolto un ricorso di Lea Garofalo stabilendo che la 36enne aveva diritto alla protezione ed agli aiuti economici che lo Stato riserva a coloro che aiutano la giustizia. I giudici amministrativi di ultima istanza avevano così dato ragione alla giovane donna petilina alla quale la Commissione centrale di protezione prima e il Tar del Lazio poi avevano dato torto sostenendo che non aveva diritto alla protezione. Luigi Abbramo

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