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E’ MORTO L’AVVOCATO FRAGALA’: Era stato aggredito martedì sera a bastonate da uno sconosciuto

PALERMO - L’avvocato penalista ed ex parlamentate di An, Enzo Fragalà, è morto nel reparto di rianimazione dell’ospedale Civico di Palermo, dov’era in come dopo l’aggressione di martedì scorso. Fragalà aveva 61 anni ed era attualmente consigliere comunale del Pdl a Palermo. Martedì sera uno sconosciuto, che lo attendeva con un casco in testa davanti al suo studio legale vicino al palazzo di giustizia lo aveva massacrato con una mazza di legno. Al brutale agguato hanno assistito tre testimoni. Solo l’intervento di uno di loro ha messo in fuga il killer che si è accanito sulla vittima con una ferocia inaudita. Immediatamente portato all’ospedale Civico in fin di vita, il penalista è stato operato due volte, ma i medici hanno da subito definito disperate le sue condizioni.
INDAGINI - Sul caso indagano i carabinieri del reparto operativo coordinati dai pm Nino Di Matteo e Carlo Lenzi e dall’aggiunto Maurizio Scalia. Il fascicolo, a carico di ignoti, originariamente iscritto per tentativo di omicidio, ipotizza l’omicidio volontario. Finora gli inquirenti hanno seguito la pista professionale puntando su quattro o cinque recenti casi trattati dal legale
LESIONI - Il professionista e uomo politico aveva subato gravi lesioni cerebrali ed era in coma dal momento dell’aggressione. I medici della II Rianiminazione dell’ospedale Civico avevano da subito descritto un quadro clinico estremamente grave e ancora nell’ultimo bollettino, alle 11 di questa mattina, avevano parlato di prognosi «strettamente riservata».
PARLAMENTARE DI AN DAL 1994 AL 2006 - Esponente di primo piano del Movimento sociale italiano, Fragalà, era poi stato parlamentare di Alleanza nazionale dal 1994 al 2006, dalla XII alla XIV legislatura. Era stato componente della commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin. Attualmente era consigliere del Pdl al Comune di Palermo, dove era subentrato da primo dei non eletti ad Alessandro Aricò, divenuto deputato regionale in occasione delle ultime elezioni regionali. Era uno dei più noti avvocati penalisti di Palermo e si era occupato di importanti processi di mafia. Docente di materie giuridiche all’Università di Palermo era sposato e padre di due figli.

L’OPERAZIONE ‘VESPRI SICILIANI’ DEL 1994 E LA MORTE DEL MILITARE SALVATORE MALGIOGLIO: ANCHE IN APPELLO RIBADITA L’ASSOLUZIONE DEI SETTE EX SOLDATI DI LEVA. IL PG MINASI, CONVINTO DELL’OMICIDIO PRETERINTENZIONALE, CHIESE 10 ANNI DI CARCERE PER UNO DI LORO

Tre ore e mezzo in camera di consiglio per soppesare tutto. Poi il verdetto: conferma integrale della sentenza assolutoria di primo grado. Ha deciso così ieri la Corte d’assise d’appello di Messina, confermando l’assoluzione di sette ex militari per la morte del soldato di leva Salvatore Malgioglio avvenuta la notte del 17 luglio 1994 mentre era in servizio di vigilanza presso il cancello del deposito della Stat, un’azienda di autolinee di Santa Teresa Riva, nell’ambito dell’operazione “Vespri Siciliani”. La Stat era considerata obiettivo di possibili attentati del racket, e per questo fu presidiata dall’esercito, impiegato in Sicilia in funzione antimafia. Il giovane diciannovenne originario di Francofonte (Siracusa), fu colpito da un proiettile partito da un fucile. In un primo momento si parlò di suicidio, versione che non aveva convinto i familiari del giovane. Successivamente la Procura ipotizzò che il colpo fosse partito involontariamente durante una lite. Il processo di primo grado si era concluso nel 2005 con l’assoluzione degli ex militari. I giudici d’appello hanno ieri confermato l’assoluzione con formula piena per Giuseppe Sciarrabba di Palermo, chiamato a rispondere di omicidio preterintenzionale ed anche per sei ex commilitoni che rispondevano di favoreggiamento: Samuel Iacono di Comiso (Ragusa), Giampiero Li Puma di Petralia Sottana (Palermo), Roberto Romano di Altavilla Milicia (Palermo) e Antonino Barcia, Luciano Cappello e Vincenzo Tummina, tutti di Palermo. Eppure l’accusa anche in secondo grado era convinta del suo teorema sull’omicidio preterintenzionale. Possibile, si chiese il sostituto procuratore generale Marcello Minasi nel corso della sua requisitoria, eravamo nel novembre del 2009, che ogni volta che muore un povero ragazzo dell’esercito si debba sempre parlare di suicidio? E alla fine di un’ora intensa, passata a ripercorrere l’intera triste vicenda, il magistrato aveva avanzato alla corte d’assise d’appello peloritana presieduta dal giudice Michele Galluccio una richiesta a 10 anni di reclusione per Giuseppe Sciarrabba, il commilitone che secondo l’accusa fece fuoco e uccise involontariamente, durante una colluttazione, il compagno Salvatore Malgioglio, e la dichiarazione di prescrizione per gli altri ex commilitoni. Malgioglio spezzò tragicamente la sua vita a diciannove anni e a 40 giorni dal congedo, in circostanze poco chiare la notte del 17 luglio dell’ormai lontano 1994. Un suicidio per debolezza fu la prima spiegazione, un omicidio preterintenzionale il reato-fulcro del processo di primo grado. Dal 1994 questa storia si trascina nelle aule giudiziarie e ha già registrato una clamorosa assoluzione in primo grado nel marzo del 2005 sia per Sciarrabba sia per gli altri sei militari coinvolti all’epoca, che sono accusati di favoreggiamento. Non c’è stato complotto, non ci sono stati depistaggi in questa vicenda, disse tra l’altro nel novembre scorso il sostituto Pg Minasi, ma probabilmente una mancanza di professionalità da parte dell’Esercito, un corto circuito nella gestione dell’intera vicenda soprattutto dopo il verificarsi della tragedia. E come non evocare in questa storia il “nonnismo”. Anche il Pg Minasi lo fece nella sua requisitoria, citando gli altri due casi tragici della provincia di Messina avvenuti durante l’operazione “Vespri Siciliani”. La parte civile, l’avvocato Santi Terranova, che dal lontano 1994 porta avanti questa battaglia legale accanto alla famiglia di Malgioglio, e il collega Cesare Santonocito, che rappresenta l’Associazione nazionale italiana vittime arruolate nelle forze armate, non si arrenderà tanto facilmente anche dopo questa sentenza. Nuccio Anselmo - GDS

MESSINA, LA VILLA ‘CONTESA’ DEL ‘GIARDINO SUI LAGHI’ DI GANZIRRI: CHIESTE LE CONDANNE A 5 ANNI E 4 MESI PER L’AVV. BAGNATO, L’AGENTE IMMOBILIARE RIZZOTTO E IL RISTORATORE SPARACINO

Tre pesanti condanne a 5 anni e 4 mesi di reclusione sono state richieste ieri dal pm Fabrizio Monaco ai giudici della prima sezione penale del tribunale, nell’ambito della vicenda della villa “contesa” al complesso “Giardino sui laghi” di Ganzirri. Un immobile sottoposto a pignoramento che nel settembre del 2002 sarebbe passato di mano grazie al pagamento di una “mazzetta” di 8.000 euro, ma che dopo la denuncia di un brigadiere dei carabinieri finì al centro di un’inchiesta, gestita all’epoca dal sostituto procuratore Giuseppe Leotta e successivamente dal collega della Dda Fabio D’Anna. In questa tranche del processo sono coinvolti tre imputati: l’avvocato civilista calabrese Francesco Bagnato, l’agente immobiliare Antonino Rizzotto e il ristoratore Carmelo Sparacino. Ad assisterli gli avvocati Antonello Scordo, Domenico Alvaro, Alessandro Pruiti, Ignazio Scimone e Letterio Arena. Le imputazioni contestate dall’accusa originariamente sono quattro, e riguardano a vario titolo gli indagati. Ecco come si incastrato le accuse: Rizzotto, Bagnato e Sparacino devono rispondere di estorsione e turbativa d’asta; un’altra contestazione di turbativa d’asta riguarda solamente l’avvocato civilista Bagnato. Due invece le parti offese nella vicenda, costituite parte civile nel procedimento penale: il brigadiere dei carabinieri Pietro Galati Massaro, di Tortorici, e Francesco Carbone, di Messina, che sono rappresentati in giudizio dall’avvocato Giovanni Mannuccia. L’imputazione principale che riguarda Rizzotto, Bagnato e Sparacino è legata secondo il pm Fabrizio Monaco, che ieri ha ripercorso nel corso della sua requisitoria l’intera vicenda, ad un susseguirsi di “trattative”: Bagnato avrebbe contattato in prima battuta il carabiniere Galati Massaro, interessato all’acquisto all’asta della villa (ci abitava già in forza di un accordo intercorso con il ristoratore Sparacino, proprietario dell’immobile), chiedendo la somma iniziale di 8.000 euro per non partecipare all’asta stessa; in seconda battuta si sarebbe inserito il Rizzotto (dichiaratosi amico del Bagnato), che con la sua intermediazione avrebbe fatto raggiungere un accordo tra le “parti” sulla somma di 5.000 euro. Alla consegna della somma però, il 17 settembre del 2002, arrivarono pure i carabinieri, e la vicenda venne a galla, con l’arresto di alcuni dei protagonisti. La tesi difensiva, che gli avvocati hanno già prospettato davanti ai giudici del Tribunale del riesame, si è basata invece su un dato: l’assoluta inattendibilità della denunzia presentata dal brigadiere dei carabinieri, che ha sostenuto di essere stato raggirato e costretto a pagare una “mazzetta” per avere campo libero nell’acquisto della villa pignorata. Prossima udienza per arringhe e sentenza il 6 aprile.(n.a.)

MAFIA E APPALTI, BARCELLONA: CONDANNATI I BOSS D’AMICO (10 ANNI E 8 MESI) E BISOGNANO (7 ANNI E 10 MESI). SPUNTA UN NUOVO MEMORIALE DEL TESTIMONE DI GIUSTIZIA MAURIZIO MARCHETTA

Ancora un’udienza ad “alta tensione”, dove oltre alle condanne pesanti ai due boss mafiosi della grande famiglia barcellonese, suscita fibrillazione un nuovo memoriale del testimone di giustizia Maurizio Marchetta, acquisito dal giudice per l’udienza preliminare Maria Angela Nastasi. Bisogna adesso vedere che sorte seguirà questo documento. Ecco la nuova puntata dell’operazione “Sistema”, in pratica il tavolino delle estorsioni nel Barcellonese, che ieri ha registrato la condanna in abbreviato a 10 anni e 8 mesi di reclusione per il boss Carmelo D’Amico, ritenuto uno dei “reggenti” della famiglia mafiosa dei Barcellonesi, e a 7 anni e 10 mesi di reclusione per il boss Carmelo Bisognano, “reggente” del clan di Mazzarroti. È stato invece assolto da tutte le accuse con la formula «perché il fatto non sussiste» il terzo imputato di questo troncone del processo, l’acese Alfio Giuseppe Castro, ritenuto elemento di spicco del clan Santapaola di Catania. Accordati anche dal giudice i risarcimenti alle parti civili di questo procedimento, il Comune di Barcellona e l’architetto Maurizio Marchetta, il teste-chiave dell’intera inchiesta. Il Comune di Barcellona è stato rappresentato dall’avvocato Pinuccio Calabrò, l’imprenditore Marchetta dall’avvocato Roberta Biondo. L’accusa, il sostituto della Dda Giuseppe Verzera, all’udienza scorsa aveva richiesto complessivamente cinquant’anni di carcere: per Carmelo D’Amico 20 anni, per Carmelo Bisognano 16 anni, e infine per Alfio Giuseppe Castro 14 anni. Erano accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione e illecita gestione degli appalti. In prima battuta avevano chiesto l’accesso al rito abbreviato “condizionato” a una serie di atti, tra cui la testimonianza del “reggente” del gruppo barcellonese Salvatore “Sem” Di Salvo, ma il gup Nastasi aveva rigettato le richieste. Allora avevano optato per l’abbreviato “secco”. Sono assistiti dagli avvocati Giuseppe Lo Presti, Tommaso Calderone, Giuseppe Perdichizzi e Salvatore Silvestro. L’operazione “Sistema” è il frutto delle coraggiose dichiarazioni dell’imprenditore barcellonese Maurizio Marchetta, divenuto testimone di giustizia. L’indagine fu gestita all’epoca dal sostituto della Dda Giuseppe Verzera e del collega della Procura di Barcellona Francesco Massara, e su cui hanno lavorato per mesi i carabinieri del Ros. Tra quelle pagine ci sono gli interessi mafiosi nelle discariche di Mazzarrà e Tripi, le imposizioni della “famiglia” barcellonese nei subappalti e nelle forniture dei materiali delle società controllate dal gruppo criminale, tra Mazzarrà S. Andrea, Terme Vigliatore, Barcellona, Furnari, Tripi, Falcone, Monforte San Giorgio, Merì, Pace del Mela, Novara di Sicilia. L’inchiesta racconta in pratica per filo e per segno cosa fu costretto a subire l’imprenditore Marchetta in un vasto arco di tempo tra la metà degli anni ‘90 e il 2008 nei suoi cantieri di Savoca, Tortorici, Canicattì, Gualtieri Sicaminò, Barcellona, Caronia, Floresta, Militello Val di Catania e Scordia. Un esempio: D’Amico tra il 2000 e il 2001 avrebbe costretto Marchetta a versare a più riprese – due furono di 10 milioni di lire – il 3 per cento dell’appalto (l’importo era di 2 miliardi e 138 milioni di lire), per la ristrutturazione della rete idrica interna di Barcellona. Nuccio Anselmo - GDS

MESSAGGIO INTIMIDATORIO CONTRO GIUDICI E INVESTIGATORI DELLA SQUADRA MOBILE DI MESSINA: “GIUDICI E POLIZIOTTI, LA PAGHERETE!”. DISPOSTO UN SERVIZIO DI VIGILANZA

“Avete rovinato delle persone innocenti e noi ce la prenderemo con voi e con i vostri figli”. È questo il testo della lettera recapitata, il 16 febbraio scorso, nella sede del Tribunale dei minori in viale Europa. Una lettera che contiene pesanti minacce contro tre magistrati di vertice della struttura minorile e quattro esperti investigatori della Squadra Mobile, alcuni di loro sono la vera “memoria storica” dell’ufficio, e in questi anni sono stati sempre in prima linea nella lotta ai clan. Una lettera che ha fatto scattare immediatamente da parte del prefetto Francesco Alecci la sorveglianza per tutti e sette i “destinatari”. Rimane quindi molto alta la tensione sul fronte della lotta alla criminalità organizzata in città, questo dopo l’allarme lanciato due settimane addietro per il ritrovamento di sei bossoli di pistola attorno all’auto del sostituto procuratore della Dda Vito Di Giorgio, parcheggiata sotto l’abitazione del magistrato. Una vicenda in realtà poi fortemente ridimensionata dal capo della Squadra Mobile Marco Giambra. Tornando all’ultimo grave caso gli inquirenti ritengono che la lettera possa essere stata scritta da persone vicine al clan mafioso di Mangialupi, che è stato praticamente demolito nell’ultimo anno proprio dagli investigatori della Squadra Mobile con una lunga serie di arresti di capi, affiliati e fiancheggiatori, e anche con sequestri ingenti di droga, armi, munizioni, denaro e beni di ogni tipo. La lettera ora è finita agli atti di un fascicolo che è stato aperto dal sostituto della Dda Giuseppe Verzera. Le indagini puntano adesso a trovare indizi che possano far risalire agli autori della missiva. Intanto sotto le abitazioni dei magistrati e dei poliziotti che sono stati raggiunti dalle minacce è stato disposto un servizio di vigilanza costante. E sono in corso accertamenti investigativi su più fronti per chiarire i contorni un fatto molto grave. (n.a.)

ULTIM’ORA: LIBERATO FRANCESCO GIUNTA, IL RAGAZZO DI 22 ANNI MESSINESE RAPITO IN VENEZUELA

MILANO - Francesco Giunta è stato liberato. Il ragazzo messinese di 22 anni era stato rapito in Venezuela il 7 febbraio a Ciudad Ojeda, la terza città più grande dello stato dello Zulia (appartenente alla confederazione degli stati venezuelani) al confine con la Colombia. Il ragazzo è stato rilasciato nella notte e abbandonato in una stazione di servizio. Da lì Francesco ha chiesto aiuto alla sua fidanzata. Subito dopo è stato accompagnato dalle forze dell’ordine in una stazione di polizia di Ciudad Ojeda dove ha anche incontrato il papà, Franco Giunta, che due giorni fa aveva raggiunto il Venezuela preoccupato per le condizioni di salute del figlio.
LA MADRE - La notizia è giunta in Italia giovedì all’alba quando il ragazzo è riuscito a parlare al telefono con la madre: «Mamma, sto bene - ha subito detto. - Mi hanno trattato bene. Mi hanno dato da mangiare ma non ho potuto prendere le medicine». Ha fatto un salto di gioia la signora Nunziata Pollino, 48 anni, madre di Francesco, preoccupata per le condizioni di salute del figlio, costretto a prendere 22 pillole al giorno per via di una malattia neurologica di natura genetica.
LA VICENDA - Quando è stato rapito Francesco, che si trovava in vacanza dalla nonna e dalla zia in Venezuela dai primi di gennaio, stava accompagnando a casa in auto la fidanzata Karina R. ma mentre la salutava era stato bloccato e portato via da quattro uomini armati. Una settimana fa l’appello di Franco Giunta, il padre del ragazzo, che temendo il peggio chiedeva alla Farnesina di fare presto.
IL PRECEDENTE - La famiglia Giunta era tornata in Sicilia, in una piccola frazione della provincia di Messina, Scala Torregrotta, quattro anni fa, perché nel 2004 sempre a Ciudad Ojeda fu sequestrato il nonno di Francesco. Allevatore di suini, Francesco Giunta, nonno e omonimo del giovane, rimase per due mesi nelle mani dei sequestratori fino a quando la polizia riuscì a liberarlo mentre si trovava in una rozza tenda nelle vicine montagne. Allora a fare scattare l’allarme furono due cacciatori di passaggio che avvertirono la polizia e mandarono tutto all’aria. Vennero arrestati due colombiani, un uomo ed una donna, condannati poi a 10 anni di prigione. Sentenza che, però, è stata poi annullata. Dopo quell’episodio i genitori di Francesco e le due sorelline Giuseppina di 11 anni e Elisa di 4 anni decisero di tornare in Sicilia lasciando al altri familiari, le zie del ragazzo e una nonna, il peso della gestione di un’azienda che in Sudamerica commercia in carni. Non è dato sapere se la famiglia ha pagato un riscatto: «La trattativa è stata condotta dalle mie cognate - ha detto la madre di Francesco -, io non ne so niente». Da gennaio le persone finite in mano ai sequestratori in Venezuela sono quattordici.

Nino Luca da Corriere.it